Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Crivelli). Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

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Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Crivelli). Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

La rassegna stampa di domenica 18 agosto 2019

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Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

A volte ritornano. Nell’invasione russa dei primi anni Duemila, guidata dalla zarina Sharapova, Svetlana Kuznetsova da San Pietroburgo sembrava destinata a un ruolo d’avanguardia, ben oltre il bottino comunque lussuoso di due Slam, a New York nel 2004 (anno in cui, oltre a lei, la Myskina vinse a Parigi e Masha a Wimbledon da diciassettenne) e al Roland Garros nel 2009. Ingiocabile da fondo nelle giornate di grazia, perché dritto e rovescio per lei pari sono, Sveta ha pagato in carriera una certa propensione agli agi extracampo e una cura non proprio maniacale del proprio corpo, che le ha procurato una discreta serie di problemi fisici, ultimo un infortunio a un ginocchio che l’ha tenuta ferma sette mesi e l’ha fatta scivolare oltre il centesimo posto in classifica, lei che vanta un best ranking al n. 2 nel settembre 2007. Avrebbe dovuto debuttare nei tornei statunitensi già a Washington, dove difendeva il titolo 2018, ma la colpevole richiesta tardiva del visto per gli Usa non le ha permesso di iscriversi, facendola crollare ancora di più nel ranking. Da numero 153 mondiale ha avuto una wild card a Cincinnati e fin qui ha messo insieme una settimana dai sapori antichi, perché per arrivare in finale ha battuto tre top ten di fila: Stephens, Pliskova e Barty. Non solo: ha deciso la numero uno della nuova classifica e quindi indirettamente la prima testa di serie agli Us Open, perché i suoi successi sulla ceca nei quarti e sull’australiana in semifinale le hanno private dell’opportunità di prendere la vetta e ci hanno lasciato la Osaka (che intanto si è ritirata contro la Kenin per problemi a un ginocchio). A 34 anni, è cambiato lo spirito, grazie anche al ritorno con il vecchio allenatore, Carlos Martinez: «Ritardare l’arrivo negli Usa alla fine mi ha aiutato, perché ho dormito una settimana in più nel mio letto. Non pensavo di essere già a questo livello, ma adesso mi diverto e non ho pressioni». […]

Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

 

Quattro azzurri al via. A Winston-Salem, in North Carolina, parte questa sera il torneo che vede tra gli altri al via Andy Murray, grazie ad una wild card, che affronterà al primo turno lo statunitense Tennys Sandgren. Il torinese Lorenzo Sonego, n. 47 del mondo, è l’unico ad essere testa di serie, condizione che gli permetterà di partire dal secondo turno. Non si conosce ancora il nome del suo primo avversario. Più difficile il percorso degli altri italiani in gara: Thomas Fabbiano esordirà contro Andrey Rublev, reduce dalla vittoria contro Roger Federer a Cincinnati. Andreas Seppi se la vedrà con il ceco Tomas Berdych, giocatore sempre temibile che però ha giocato molto poco negli ultimi due mesi. L’ultima partita vinta risale a febbraio e la sua condizione di forma rappresenta una vera incognita. Resta Marco Cecchinato, che viene da un lungo digiuno di vittorie. L’ultima volta fu a Roma, a metà maggio, contro De Minaur. Il siciliano sarà opposto ad Alexander Bubilk, giovane kazako. A New York invece sarà impegnata Camila Giorgi contro la russa Margarita Gasparyan. La russa è una giocatrice ostica che fa della potenza la sua arma migliore. Il Bronx Open è una novità nel circuito WTA. Testa di serie n. 1 sarà Qiang Wang, n.17 del mondo. Intanto a Cincinnati, Svetlana Kuznetsova ha ritrovato il suo miglior tennis. La ex numero due del mondo (2007), dopo aver battuto Sloane Stephens e Karolina Pliskova, ha sconfitto anche Ashleigh Barty, conquistando il pass per la finale del “Western e Southern Open. La 34enne russa, attualmente al numero 153 del ranking Wta a causa di alcuni problemi fisici, ha superato l’australiana, numero uno del tabellone e numero due Wta, col punteggio di 6-2 6-4.

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Maria Sharapova dice basta: “Perdonami tennis, ti dico addio” (Cocchi, Semeraro, Azzolini, Sisti)

La rassegna stampa di giovedì 27 febbraio 2020

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Sharapova, favola senza lieto fine: “Troppo dolore, è ora di smettere”

Diva Sharapova, anche il ritiro è una sfilata: «Tennis scusami» (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Non avrebbe mai ceduto alla tentazione di un «tour d’addio», celebrazioni all’americana e false lacrime di nostalgia. No, Maria non avrebbe mai potuto. E così, per annunciare al mondo l’addio al tennis a 32 anni, 28 dei quali con la racchetta in mano, la Sharapova ha scelto una lettera alle due principali riviste di moda e spettacolo: Vogue e Vanity Fair. Come una diva che dice addio alle scene, perché Maria Sharapova è stata ed è una diva. Aldilà di simpatie o antipatie, vittorie o sconfitte, Maria ha portato il tennis su un altro livello. Trionfi e spettacolo. Red carpet e affari. In campo più nemiche che rivali, più sofferenze che gioie, non ultima una squalifica per doping che l’ha tenuta fuori dal campo quasi un anno e mezzo, dando il colpo di grazia a una carriera già ammorbata dagli infortuni. Nonostante tutto Maria Sharapova sorride, lo fa mentre legge la lettera che lei stessa ha scritto per salutare la sua prima vita. Come un set Masha è seduta su una poltrona grigia, vestita nel suo solito stile elegante ma casual. Indossa una camicia bianca. Il rossetto rosso acceso contrasta con la pelle diafana da siberiana. Inizia a leggere le parole di commiato con serenità, senza lasciarsi andare alla commozione. «Come si fa – recita – a lasciarsi alle spalle l’unica vita che si è mai conosciuta? Come si fa ad abbandonare i campi da gioco su cui ci si allena fin da bambina, il gioco che si ama. Che ti ha portato lacrime indicibili e gioie incredibili, uno sport in cui hai trovato una famiglia, insieme ai tifosi che ti hanno sostenuto per più di 28 anni? Ti prego di perdonarmi, tennis: ti dico addio». Sul profilo Instagram annuncia l’addio con una immagine tenerissima. Una biondina di 6 anni su un campo da tennis con una racchetta grande quanto lei. È Maria, appena arrivata in Florida dopo aver attraversato il mondo con il padre. Partiti da Sochi, dove papà Yuri e mamma Yelena erano fuggiti dopo il disastro di Chernobyl, direzione Florida per inseguire il sogno: «Appena arrivata dalla Russia tutto mi sembrava immenso — continua nel suo racconto la tennista —. Immenso come i sacrifici dei miei genitori». Che uniti alla sua caparbietà hanno portato frutti straordinari, in campo e fuori. Il primo Slam, Wimbledon, a 17 anni: «Ero una ragazzina che faceva ancora collezione di francobolli e non ho realizzato la grandezza di quella vittoria fino a che non sono diventata adulta. Per fortuna…» […] Negli spogliatoi non ha mai riscosso troppe simpatie: «Non devo fare amicizia con le altre, devo batterle», diceva del rapporto con le colleghe, prima su tutte Serena Williams. E quando, a marzo del 2016, ha scioccato il mondo annunciando la positività al meldonium e la conseguente squalifica («non chiuderò la carriera qui, in questa sala con questa orribile moquette»), l’epiteto più carino nei suoi confronti era «imbrogliona». Quindici mesi di purgatorio per rientrare a Stoccarda nell’aprile del 2017, ancora una volta sola contro tutti. Durante i mesi di stop forzato, ha continuato a migliorarsi, ad allenarsi, a studiare. Un master ad Harvard per curare al meglio i suoi interessi, compreso il marchio di caramelle «Sugarpova», lanciato nel 2012 e arrivato a fatturare quasi 20 milioni di euro nel 2019. La rivista Forbes, specializzata nel fare i conti in tasca ai big, ha stimato la sua fortuna in 320 milioni di euro. E nel 2019, nonostante abbia potuto giocare soltanto 18 partite per i problemi alla spalla che l’hanno costretta a lasciare, ha guadagnato 6 milioni di sole sponsorizzazioni […]

Arrivederci Masha, diva di ghiaccio (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

«Perdonami, tennis: ti dico addio». A 32 anni Maria Sharapova si ritira, e lo fa da grande Diva, una delle più grandi che lo sport ha avuto in questo scorcio di millennio. La Greta Garbo del tennis – bionda, fascinosa, glaciale – che non si era mai davvero ripresa dall’unico vero inciampo di una carriera da Oscar (36 tornei vinti, 5 Slam, 21 settimane da n.1 del mondo sparse fra il 2005 e il 2012): la positività al Meldonium ammessa a denti stretti a marzo del 2016, che le era costata un anno e mezzo di stop. Dopo il rientro (maggio 2017), Masha non è più la stessa. Ha vinto solo un torneo, a Tianjin, in Cina; il resto sono state polemiche – per le wild card ricevute da una «ex dopata», come sostenevano le colleghe più rosicone – fatiche e sconfitte. Troppo poco per un ego come il suo, affilatosi fra mille difficoltà dopo l’addio alla Russia e a mamma Elena, a sei anni, per trasferirsi negli Usa solo con papà Yuri, 700 dollari, una raccomandazione di Martina Navratilova e la voglia feroce di diventare la migliore di tutte partendo dalle lacrime nel dormitorio comune dell’Academy di Nick Bollettieri in Florida. «La prima volta che ho visto un campo da tennis – ha raccontato nella sua lettera d’addio affidata alle pagine molto glamour di “Vanity Fair” – mio padre ci stava giocando. Avevo quattro anni, a Sochi, in Russia, ero così piccola che la racchetta accanto a me era il doppio della mia taglia. A sei anni ho viaggiato fino in Florida con mio padre. Allora il mondo intero sembrava gigantesco, l’aereo, l’aeroporto, l’America distesa davanti a me. Tutto era enorme, come il sacrificio dei miei genitori». Ce l’ha fatta Masha, il suo sogno americano si è trasformato in realtà. Ma anche le favole riuscite prima o poi finiscono […] Quasi tre decenni fatti di vittorie, della rivalità scalena con Serena Williams, messa in ginocchio da 17enne nella leggendaria finale di Wimbledon nel 2004, e poi mai più battuta, tranne che nelle Wta Finals di quello stesso anno. Di altri due trionfi a Parigi, uno a New York e uno a Melbourne (è tra le dieci giocatrici ad aver vinto almeno una volta i quattro Slam), ma anche dagli infortuni ripetuti alla spalla che l’hanno costretta a due operazioni e a depotenziare il leggendario servizio. Nei periodi di pausa in cui Masha si è costruita l’altra sua immagine, quella di “business woman” – vedi il marchio di caramelle stradolci Sugarpova – di icona commerciale e mondana oltre che sportiva, superdonna sempre issata su tacchi vertiginosi nonostante il metro e 88 di altezza. Per undici anni è stata la sportiva più pagata al mondo, per la rabbia di Serena che la batteva regolarmente in campo, un “marchio” fra i più riconoscibili al mondo […] «La mia forza non è mai stata quello di sentirmi superiore alle altre tenniste – ha spiegato a “Vanity Fair” – Mi sono sempre sentita sul punto di cadere in un burrone, ed è per questo che ogni volta sono tornata in campo, per capire come continuare a salire» […] «Guardandomi alla spalle mi rendo conto che il tennis è stata la mia montagna. Il mio percorso è stato pieno di valli e deviazioni, ma la vista dalla cima era incredibile. Dopo 28 anni e cinque titoli del Grand Slam, sono pronta a scalare un’altra montagna, per competere su un altro tipo di terreno». Buona vita, Masha. Ti aspettano altri panorami favolosi.

 

Maria, l’ultimo show (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«Non so più che cosa fare», aveva detto a Melbourne dopo la sconfitta con Donna Vekic al primo turno del suo ultimo Slam. Tanta voglia di ritrovarsi, due guance rosse di sole e d’imbarazzo, e una sensazione d’impotenza che si avvertiva fino ai piani alti delle tribune. «Se mi chiedete oggi quando tornerò in campo, e dove, con quali propositi, l’unica risposta che posso darvi è non lo so». Era una piccola bugia. Una piccola incrinatura nella corazza di coraggio, improntitudine e cinismo che si è disegnata addosso in sedici anni di tennis. Che fosse il momento giusto per farsi da parte, Maria Sharapova non se l’è sentita di dirlo in quel momento, dopo una sconfitta, per giunta contro un’avversaria che in altri tempi le avrebbero dovuto sfilare da quelle sue unghiette acuminate da diva cattiva. Lo ha fatto ieri, con un ultimo sussulto da straordinaria imprenditrice di se stessa, da autentica prima firma del tennis. Ha scritto un articolo per Vogue e Vanity Fair, e condensato l’addio in un mesto cinguettio sotto l’immagine di lei bambina, carinissima, vestita da tennis e con la racchettina, che forse è la stessa che le regalò Yevgeny Kafelnikov facendola traboccare d’amore per il nostro sport, come raccontava quando ancora era costretta a presentarsi […] «Come si fa a lasciarsi alle spalle l’unica vita che ho conosciuto? Com’è possibile allontanarsi dai campi su cui mi sono allenata, dal gioco che amo e mi ha portato indicibili lacrime e gioie, e da uno sport in cui ho trovato una famiglia?». Prosegue, bugiarda… «Nemmeno nei sogni più sfrenati ho pensato di vincere sui palcoscenici più grandi dello sport. Wimbledon sembrava un buon punto di partenza. Ero solo un’ingenua diciassettenne, collezionavo ancora francobolli e non ho compreso l’entità della mia vittoria fino a quando non sono diventata più grande. Avevo un vantaggio ma non era quello di sentirmi superiore alle altre giocatrici. Mi sentivo invece come fossi sul punto di cadere da una scogliera, ed era quello il motivo che mi spingeva a tornare subito in campo, per capire come continuare a salire». Chiude, Maria, con una onesta riflessione sui motivi del ritiro: «I problemi alla spalla sono diventati parte di me. Nel tempo i miei tendini si sono sfilacciati come una corda. La mia forza mentale è sempre stata l’arma in più, ma ha dovuto cedere all’evidenza. Nel dare la mia vita al tennis, il tennis mi ha dato una vita. Mi mancherà ogni giorno. Ma guardando indietro, mi rendo conto che il tennis è stata la mia montagna e i panorami dalla sua cima erano incredibili. Ora, dopo 28 anni e cinque titoli del Grand Slam, sono pronta a scalare un’altra montagna». Ha fatto il possibile, Maria, per uscire di scena con il glamour di una volta […] Ha conquistato tutti i titoli dello Slam, è stata in testa 21 settimane, ha vinto 36 tornei, ma è incappata nel doping e in una serie di brutti infortuni. Quando rientrò, trovò le colleghe compatte nel farle la guerra. Niente wild card alla Sharapova, dissero, ricominci dalle qualificazioni. Ne rimase sconvolta. Erano diventate tutte come lei.

Sharapova, l’ultimo rovescio. La zarina smette con il tennis (Enrico Sisti, Repubblica)

Quando vinse a Wimbledon nel 2004, racconta adesso Maria, «ero una “lattante” il cui principale interesse era la sua collezione di francobolli». Quel tempo è finito e i francobolli «staranno in un armadio chissà dove». Con una lettera a Vanity Fair Maria Sharapova ha annunciato il proprio addio al tennis. «Perdonami ma ti devo lasciare!». La “belva siberiana” ha ricapitolato i momenti cruciali del suo essere Masha. Ha spiegato come e perché certe cose toccano solo le corde più intime e profonde, esaltando e devastando: «Ho avuto gioie infinite e provato indicibili dolori». Maria ha consumato felicità, travolto avversarie, spezzato cuori. Ora vivrà da un’altra parte pensando ad altre cose, forse fuori dai riflettori, forse da madre […] Maria è stata una somma di formidabili eccessi: campionessa di Wimbledon a 17 anni, nell’età dei francobolli, poi n. 1 ad appena 18. Poi antesignana del grunting, l’accompagnamento urlato dei colpi, e musa del tennis moderno, occhi dolci e cuore cacciatore, lunghi capelli biondi e ferocia inaudita. E sportiva più pagata per 11 anni. Infine è stata vittima di una poco chiara legislazione sul doping (la squalifica per il misterioso “meldonium”). Chi brucia al doppio dell’intensità, dura metà tempo. Maria lascia a 32 anni, che sembrerebbero pochi nell’era di Federer e Serena. Ma come ci si arriva è ciò che fa la differenza. E se il corpo chiama, il cuore e la testa debbono rispondere, non far finta di niente: «All’ultimo Us Open ho capito che per me il vero successo non era più la vittoria ma scendere in campo: era chiaro che qualcosa era cambiato». Perché qualcos’altro non esisteva più: la sicurezza nei propri mezzi. Maria si era trasformata in un’ergastolana della fisioterapia: «Ho subito la prima operazione alla spalla nel 2008, poi un altro intervento a gennaio dello scorso anno. In mezzo ho fatto tante di quelle terapie che ormai ho perso il conto». Maria non è più stata lei, non ha più servito come prima e vederla muoversi a fondo campo era diventato uno strazio: «Uno può anche fare le cose giuste ma se non credi in te stessa è tutto inutile». Vero. Quando lei perdeva, ormai, perdeva una qualsiasi. Ha cercato di credere in se stessa e in Riccardo Piatti, cui si era avvicinata lo scorso anno […] Quando ha perso dalla Vekic al 1° turno dell’ultimo Australian Open, Maria già sapeva. Che sarebbe finita lì.

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Fognini lotta ma è subito fuori a Dubai (Tuttosport). Quando Althea Gibson illuminò Napoli (Cappelli)

La rassegna stampa di mercoledì 26 febbraio 2020

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Fognini lotta ma è subito fuori a Dubai. Mager e Travaglia nella squadra di Davis (Tuttosport)

Esordio amaro per Fabio Fognini al “Dubai Duty Free Tennis Championships”, Atp 500 in corso sul cemento di Dubai. Il 32enne di Arma di Taggia, numero 11 del ranking mondiale e quarta testa di serie, ha ceduto per 3-6 6-4 7-5, dopo due ore e 39 minuti, al britannico Daniel Evans, 29enne di Birmingham, numero 37 Atp. Concreto, attento, concentrato: questo è stato Fognini almeno per un set e mezzo, dimostrando di aver archiviato il problema alla gamba sinistra accusato un paio di settimane fa a Rotterdam. Poi ha pagato molto caro un calo di tensione quando Fognini conduceva 3-1 nel secondo set. E da lì il match è girato con Fognini che ha iniziato a commettere qualche errore di troppo con il diritto e con Evans che, con un parziale di cinque giochi a uno, ha pareggiato il conto dei set (6-4). Dopo l’intervento del trainer per un problema al ginocchio sinistro accusato da britannico è iniziato il terzo set. Fognini ha preso per due volte un break di vantaggio – primo e quinto gioco – ma lo ha sempre restituito subito. Nel nono gioco l’azzurro non ha sfruttato altre due palle-break e in un dodicesimo game giocato all’attacco dal britannico, Fabio con un doppio fallo ha concesso due match-point che ha annullato in maniera un po’ rocambolesca. Evans se ne è procurato un terzo ma Fognini ha cancellato anche questo. Idem per il quarto e per il quinto ma sul sesto la risposta del britannico si è stampata sulla linea. Lo stesso Fognini sarà il punto di riferimento della squadra azzurra che affronterà la Corea del Sud, a Cagliari il 6 e 7 marzo nel turno di qualificazione alla Fase Finale 2020 della Coppa Davis. Il capitano Corrado Barazzutti ha convocato oltre a Fognini Lorenzo Sonego, Gianluca Mager, Stefano Travaglia e Simone Bolelli. Per Mager e Travaglia si tratta della prima convocazione in Nazionale per la Coppa Davis.

Quando Althea Gibson illuminò Napoli (Alessandro Cappelli, Riformista – Napoli)

 

Napoli è una città di tennis, di tennisti e di appassionati di questo nobile sport. Ancora oggi il capoluogo campano ospita uno dei tornei del circuito ATP, la Tennis Napoli Cup, rinominata Capri Watch Cup per motivi di sponsor. Un torneo internazionale che per molto tempo, a partire dagli anni ’50, è stato riconosciuto come il secondo più importante d’Italia, dopo gli Internazionali di Roma. ll merito di questo status si deve soprattutto ad Althea Gibson, una delle stelle del tennis globale del passato, una giocatrice che ha saputo sorprendere il pubblico partita dopo partita durante gli anni ’50, nonché una delle figure più importanti della storia del gioco: è stata la prima afroamericana a partecipare a quei tornei che, prima di lei, erano aperti solo ai bianchi. Nel 1956, quando arriva a Napoli, Gibson ha già 29 anni, è già una delle giocatrici più forti in assoluto e viene da una serie di dodici trofei consecutivi: è praticamente imbattibile. È anche grazie alla sua partecipazione, e alla vittoria in una finale mai realmente in discussione con Heather Brewer, che il torneo di Napoli raggiunge una certa fama, ben oltre i confini nazionali. Per celebrare la vittoria, la tennista nativa del South Carolina diventa protagonista del gran gala del torneo – proprio la sera di Pasqua – illuminando il salone del Tennis Napoli con la sua voce: Gibson canta a sorpresa, davanti agli occhi compiaciuti del presidente Leonetti e degli altri ospiti. La campionessa sceglie di ringraziare Napoli per l’ospitalità nel modo più dolce possibile. ll giorno dopo, prima di partire, Gibson fa in tempo a trionfare anche nel doppio misto al fianco di un altro grande campione italiano come Orlando Sirola. Althea Gibson non tornerà più a Napoli nella sua carriera – che si chiuderà solo tre anni dopo – ma la sua presenza in Campania le porterà fortuna: poche settimane dopo diventerà la prima tennista afroamericana a vincere uno Slam, trionfando sulla terra rossa del Roland Garros. Basterebbe questo per riscrivere i manuali di storia, non solo dello sport. Ma Gibson non si ferma e l’anno successivo vince anche lo Slam australiano, quello statunitense e a Wimbledon, ricevendo il trofeo dalle mani della regina Elisabetta II. Althea Gibson è stata una delle figure più importanti nella storia del tennis. Un gigante in grado di abbattere le barriere del segregazionismo. Lo ha fatto sempre alla sua maniera, guardando a se stessa, provando a migliorare giorno dopo giorno. Ma non ha mai avuto l’atteggiamento di chi gioca per cambiare la società, per ottenere dei diritti per una minoranza o per dare voce a chi non ne ha – come avrebbero fatto dopo di lei Arthur Ashe, Billie Jean King, Martina Navratilova o Serena Williams. Gibson non usa la sua immagine per raggiungere un obiettivo diverso dalla vittoria sul campo contro l’avversaria di turno. La sua figura non travalica mai le linee bianche che delimitano il campo da tennis. Ma nonostante tutto, senza di lei, difficilmente avremmo avuto tennisti e tenniste in grado di farsi sentire su temi sociali importanti. Perché Althea Gibson ha spianato la strada per i suoi successori, ha tracciato un sentiero in cui si sono inseriti atleti più consapevoli e più informati. Per questo la sua storia è speciale, unica nel suo genere.

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Sinner e la Davis, esordio rimandato. Gioca in California (Cocchi). Mager, meglio tardi che mai (Semeraro)

La rassegna stampa di martedì 25 febbraio 2020

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Sinner e la Davis, esordio rimandato. Gioca in California (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Non è ancora il momento di vedere lannik Sinner in azzurro. Almeno fino a oggi, i programmi dell’altoatesino non prevedono l’impegno di Davis per qualificazione contro la Sud Corea del 6-7 marzo a Cagliari. Jannik, che potrebbe invece aggregarsi alla squadra nelle eventuali Finals di Madrid a novembre, partirà domani per la California, dove giocherà prima il Challenger di Indian Wells e poi i due Masters 1000 sul cemento Usa, ancora Indian Wells e Miami. Una decisione presa di comune accordo tra il team del giocatore e Barazzutti, che già a Madrid lo scorso anno aveva dato la sua benedizione a un inserimento in squadra del teenager n. 68 del mondo […] Intanto Matteo Berrettini continua il recupero dall’infortunio agli addominali che lo ha fermato dopo gli Australian Open. Anche sul romano, che non sarebbe ancora del tutto a posto, ci sono dubbi che possa essere impiegato da Barazzutti per le qualificazioni di Davis. A questo punto il capitano dovrà fare affidamento su Fabio Fognini con l’incognita dell’acciacco alla gamba sinistra. Con Seppi fresco padre di Liv, nata il 20 febbraio, a Cagliari potremmo vedere un’Italia sperimentale e Sonego protagonista.

Mager, meglio tardi che mai (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Il supereroe preferito da Gianluca Mager, il nuovo top-100 italiano che nell’Atp 500 di Rio ha sfiorato il colpaccio perdendo solo in finale dal cileno Garin dopo aver seccato, fra gli altri Casper Ruud e il numero 5 del mondo Dominic Thiem, è Batman, il cavaliere oscuro con due identità. Anche Gianluca, sanremese, classe 1994, di identità tennistiche se ne cova dentro almeno due: da ex ragazzino dotato ma svogliato e da professionista con limiti ancora inesplorati. «Da giovane giocavo soprattutto per divertirmi», ammette. «Uscivo la sera, mi divertivo con gli amici. Il tennis l’avevo messo in secondo piano». Fra i 14 e i 18 anni Mager ha molto ammirato Federer e Shevchenko, battuto avversari discreti, giocato così così incappando anche in una squalifica di 4 mesi per uso di marijuana. In bacheca appena tre tornei juniores da under 18, prima di scomparire quasi dai radar fino al 2013. II responsabile della sua prima rinascita è stato Diego Nargiso, che lo ha convinto a darsi una regolata. «Diego è stato il primo a credere in me», dice Gianluca, da ieri numero 77 Atp, quinto italiano in classifica dietro Berrettini, Fognini, Sonego e Sinner e in odore di convocazione per la Coppa Davis. Addio discoteche, buongiorno allenamenti. Risultato: qualificazioni a Roma, un ranking a ridosso dai primi 300. Il primo clic della maturità arriva nel 2016, con la vittoria contro Gabashvili nel Challenger di Genova. «Lì ho capito che il tennis davvero poteva diventare il mio futuro». A Mager però non piacciono le linee rette. Come Bruce Wayne, alter ego di Batman, è pieno di dubbi. Lasciato Nargiso si allena con Umberto Rianna, il responsabile del progetto over 18 della Fit; poi, dopo l’ennesima crisi di autostima, nel 2018 riparte da Sanremo con un team corazzato di affetti: l’amico coach Matteo Civarolo, la fidanzata ed ex gocatrice Valentine Confalonieri, il preparatore fisico Diego Silva. C’è da restaurare il ranking (scivolato a quota 440), ma attorno c’è anche il nuovo tennis italiano che rinasce. E Gianluca ci crede, adesso sì. Prende in mano il destino (e le finanze) della sua carriera, a Coblenza – dove non sarebbe neppure dovuto andare – centra il primo successo in un Challenger, a cui si aggiungono Barletta e Biella. Al team si aggiunge invece Flavio Cipolla, l’ex n.70 Atp romano che tanti consigli utili ha sussurrato al giovane Matteo Berrettini e che da un anno e mezzo segue anche Giannessi. «A 25 anni ormai è tardi», scuotono la testa gli scettici, quelli che se ti vedono camminare sulle acque pensano che non sai nuotare. Invece. «Gianluca è il prototipo del giocatore moderno», spiega ‘Cipo’. «Gran servizio, molta potenza, una tecnica completa. E tanti margini di miglioramento» […]

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