Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Semeraro). Kyrgios croce e delizia. Rischia una lunga squalifica (Crivelli, Piccardi). Gianni Clerici, "Tennis, arte e Wimbledon (Annovazzi)

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Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Semeraro). Kyrgios croce e delizia. Rischia una lunga squalifica (Crivelli, Piccardi). Gianni Clerici, “Tennis, arte e Wimbledon (Annovazzi)

La rassegna stampa del 17 agosto

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Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Stefano Semeraro, La Stampa)

Sessantadue minuti. Roger Federer non perdeva così in fretta da sedici anni, dal primo turno di Sydney contro Franco Squillari nel 2003, 6-2 6-3 in cinquantaquattro minuti: un infortunio di gioventù, anche se il gaucho Squillari è uno dei non moltissimi che il Genio possono dire di averlo sempre battuto (2 volte su 2, la prima ad Amburgo nel 2001). Aveva 21 anni, Roger, e non aveva ancora vinto (quasi) niente. La lezioncina (6-3 6-4) rimediata giovedì a Cincinnati dal 21enne Andrey Rublev solleva problemi diversi, considerato che oggi di anni Ruggero ne ha 38, che il Masters 1000 dell’Ohio negli ultimi tre lustri lo ha vinto sette volte, e che appena un mesetto fa nella finale di Wimbledon più lunga della storia si era mangiato due matchpoint contro il numero 1 del mondo fallendo di un amen, anzi due, il 21esimo Slam. Che succede, campione? Ci dobbiamo preoccupare? «Io ho avuto problemi fin dall’inizio, Andrey ha giocato benissimo», ha spiegato il numero 1 emerito (e 3 reale) del mondo». Non ha sbagliato niente ed era dappertutto. Mi ha impressionato». Verissimo. […] «Non ha ancora smaltito la delusione di Wimbledon», sostengono i Federeriani Affranti. «Le giornate passate in camper a giocare con i gemelli e a mangiare le torte di Mirka non aiutano la preparazione», ribattono i Federeriani Speranzosi. A Cincy però Roger un turno lo aveva comunque giocato, e sbrigato anche abbastanza brillantemente, contro Londero. Un Federeriano Equilibrato concluderebbe che a 38 anni le giornate storte, inevitabilmente, sono più frequenti che a 21. Che bisogna farci l’abitudine. E sperare che agli Us Open, dove arriverà con appena due partite di rodaggio sul cemento, il Patriarca riesca a produrre altri miracoli. Senza mettere il timer alla Provvidenza

Kyrgios, non c’è limite al peggio. Ora anche l’Australia lo scarica (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Prigioniero del suo personaggio, dei suoi fantasmi, della sua nomea di cattivo ragazzo irrecuperabile. Nick Kyrgios ci ha anche giocato, in carriera, quasi che gli show circensi in campo servissero a mantenere desta la fiamma di una passione per il tennis mai veramente coltivata nonostante un talento fuori dall’ordinario. Ma ciò che è accaduto mercoledì a Cincinnati segna probabilmente il superamento definitivo dei confini della decenza. E anche i tanti ammiratori del Kid di Canberra stavolta non hanno potuto derubricare l’evento alla solita mattana. Multa record. La cronaca è presto fatta: sul 4-4 del match di secondo turno contro Khachanov, Kyrgios prende un warning dall’arbitro irlandese Fergus per time violation (25″) sul servizio. Il momento è delicato e il richiamo diventa la scintilla che manda l’australiano ai matti: «Trovami un video in cui Nadal serve così velocemente e io mi tappo la bocca per sempre», dirà d’acchito al giudice di sedia. Cominciando una battaglia personale con Murphy, più volte definito «stupido» e «il peggiore del mondo». Perso il secondo set al tie break, Nick a un certo punto lascerà il campo senza permesso per spaccare due racchette nel tunnel degli spogliatoi, rifiuterà di rispondere a un servizio e sputerà in direzione dell’arbitro alla fine della partita (persa), senza dargli la mano. Alla fine, collezionerà otto violazioni (quattro condotte non sportive, uscita dal campo non permessa, oscenità udibile e abuso verbale) per un totale di 113.000 dollari di multa (102.000 euro), ben superiori ai 39.200 dollari (35.300 euro) del montepremi per l’eliminazione al secondo turno. […] Australia in guerra. Kyrgios venne già sospeso otto settimane nei 2016, dopo le accuse di scarso impegno al torneo di Shanghai, fino a oggi lo zenit delle sue follie, cui si aggiungono molteplici episodi, dagli insulti a Wawrinka sull’onorabilità della fidanzata alla sedia lanciata in campo (con relativa squalifica) agli Internazionali d’Italia a maggio. Ma la notte dell’Ohio colma la misura e i più arrabbiati sono proprio i connazionali australiani. Tony Jones, veterano dei giornalisti tv di Nine (che trasmette gli Australian Open) non ha usato mezze misure: «Nick è un imbarazzo per il nostro sport e credo anche per lo sport mondiale. L’Atp dovrebbe finalmente mostrare la spina dorsale e usare la mano pesante, impedendogli di partecipare ai prossimi Us Open». Parole di fuoco anche da Richard Ings, ex capo dell’antidoping aussie e soprattutto già giudice di sedia nel tennis: «Un atteggiamento spregevole, da idiota. Nessun arbitro si merita di essere trattato come ha fatto Kyrgios». Anche i giornali hanno abbandonato ogni cautela e The Australian ha definito la scenata di Cincinnati «la più vigliacca mai vista, un bambino che perde il controllo e ha un attacco d’ira». Il Sydney Daily Telegraph, invece, ha parlato di «show che ha toccato un nuovo punto più basso». Soprattutto, Kyrgios sembra aver perso la stima anche di chi lo ha sempre difeso, come Andy Murray, uno dei pochi amici del circuito: «Quello che ha fatto Washington due settimane (vittoria nel torneo con partite spettacolari, ndr) è stato sublime, ciò che ha fatto a Cincinnati è da dimenticare in fretta». Ma il tempo della comprensione è finito.

Kyrgios più croce che delizia. Rischia una lunga squalifica (Gaia Picardi, Corriere della Sera)

Lancio della palla: warning. Uscita dal campo non autorizzata: 3 mila dollari. Oscenità udibile: 5 mila. Abuso verbale: 20 mila. Più cinque ammonizioni per condotta antisportiva: 85 mila. Totale: 113 mila dollari di multa. È costato caro a Nicholas Hilmy Kyrgios detto Nick, 24 anni, talento australiano di padre greco e madre malese, irascibile n.27 della classifica mondiale, il secondo turno del torneo di Cincinnati (dove ahinoi ha perso anche Federer con Rublev). E quel che è peggio — ammesso che al reprobo freghi qualcosa — è che l’Atp ha aperto un’indagine (come fece con Fognini dopo gli insulti sessisti alla giudice all’Open Usa 2017) per verificare se il comportamento di Kyrgios dopo la sconfitta con Khachanov (incluso lo sputo al giudice di sedia Fergus Murphy) configuri una «major offense» che giustifichi una squalifica. Siamo punto a capo. Il tennis si spacca di nuovo davanti al comportamento bipolare del più selvaggio dei giovani aspiranti campioni, nell’arco di pochi giorni capace di conquistare il torneo di Washington (sesto titolo Atp) deliziando il pubblico con colpi impossibili e addirittura coinvolgendolo («Devo servire al centro o a uscire?» la sua gag sul match point con uno spettatore delle prime file) e poi di uscire da quello di Cincinnati tra fischi di sdegno e le critiche di mezzo mondo. […] «A volte perde la testa per la frustrazione di non riuscire ad esprimere il suo enorme potenziale — spiega l’amico Andy Murray —, ma fuori dal campo è un bravo ragazzo con un grande cuore. Spero che riesca a risolvere i suoi problemi». Anche gli specialisti si erano arresi: già nell’ottobre 2016, dopo un’orribile sceneggiata a Shanghai (match platealmente buttato via con Zverev: «Mi stavo annoiando»), Kyrgios aveva patteggiato una squalifica con tre settimane di stop per andare in cura da uno psicologo. Tutto inutile. La lista dei misfatti, con le racchette rotte (un classico) e lo sputo di Cincinnati, si allunga. Se giocare con sufficienza e svogliatezza è ormai un cliché (in carriera ha accumulato multe su multe), celebri rimangono la frase sibilata a Wawrinka a Montreal 2015 («Kokkinakis si è portato a letto la tua fidanzata!» alludendo alla tennista croata Donna Vekic), il gesto osceno durante la semifinale 2018 al Queen’s, le pallate al corpo degli avversari (contro Nadal a Wimbledon lo scorso luglio, dopo essersi vantato di aver passato la vigilia al pub: «Se mi scuso con Rafa? No, con i soldi che guadagna può prendere una palla sul petto…») e mille altre mattane che hanno fatto inorridire, tra gli altri, John Newcombe, grande vecchio del tennis aussie: «Kyrgios? Pessimo esempio per i bambini, non rappresenta i nostri valori sportivi». Il più gentile, su twitter, lo chiama «stupido bambino irritante». Alla prossima puntata.

Gianni Clerici, “Tennis, arte e Wimbledon” (Carlo Annovazzi, La Repubblica)

Il signore del tennis continua ad amare la sua passione come la prima volta. Gianni Clerici è un instancabile osservatore e cantore del gioco della racchetta, la sua ultima battaglia è la creazione di un circolo della pallacorda con l’istituzione del club delle Balette, ovvero le palline con le quali si giocava al tennis prima che la gomma fosse scoperta in Sudamerica. […] Che lui ha cercato e, quando possibile, acquistato in giro per il mondo e che ha raccolto in un libro “Il tennis nell’arte — Racconti di quadri e sculture dall’antichità ad oggi”, uscito per Mondadori nella metà bassa dello scorso anno. Stasera Clerici, firma di Repubblica, ne parlerà a Zelbio nel festival curato da Armando Besio, con lui la storica di arte antica Milena Naldi. Premessa. Nelle interviste si dà rigorosamente del lei. Ma stavolta dobbiamo andare oltre le regole, giusto? «Dobbiamo darci del tu, siamo sulla stessa barca». Bene, via allora. Qual è, Gianni, il pezzo artistico di cui vai più fiero? «Il primo è un quadro che purtroppo non mi appartiene. È di un pittore fiammingo, Lucas Gassel, del 1540. Ce ne sono nove copie in giro per il mondo, una è al Louvre, tre a Londra. In primo piano ci sono le figure di Davide e Uria, il marito di Betsabea. Sullo sfondo, come in secondo piano, si vede una sorta di campo di tennis. È il protoquadro del tennis. Ma io non lo possiedo, ahimè. Pensa che una copia l’aveva una famiglia di Como, la corteggiai ma mi chiesero 70 milioni negli anni Sessanta e non li avevo. La prima vera opera d’arte che ritrae il tennis, però, è in Spagna». Dove? «Nella cattedrale di Barcellona. Un bassorilievo ligneo firmato Pere Salgada, in una sedia del coro si riconoscono due monaci con due simil racchette. Me lo ha fatto scoprire una bambina figlia di un collega che segue il tennis. Non lo aveva mai notato nessuno perché quando la cattedrale è aperta li si siede il coro. Il periodo è tra il 1394 e il 1399». Ma il tennis è ancora arte? «Probabilmente lo è ancora. Anche se non ne sono sicurissimo». E perché? «Perché non è più stato rappresentato nell’arte. Non ci sono quadri che ritraggono un contemporaneo, che so, Venus e Serena Williams, Rod Laver. Ormai solo fotografie. È questo mi fa dubitare che il tennis possa essere ancora percepito come arte». Chi è stato il più artista degli infiniti giocatori che hai visto? «È una bellissima domanda a cui però non so rispondere, citandone uno farei torto a un altro». Don Budge? «Mah, lui è stato uno dei più grandi ma aveva mutuato il gesto dal baseball e non so se possiamo definire arte un colpo di baseball, forse si». Qual è invece il luogo di tennis più artistico? «Wimbledon. Perché lì c’è tutto, la storia visto che è nato nel 1874, io non mi ricordo quasi il mio anno di nascita invece quello di Wimbledon mi viene di getto e questo significa quanto io vi sia legato. C’è il museo, ci sono i campi in erba, c’è sempre un torneo dello Slam. Dopo Wimbledon, direi Newport». Dove tu sei protagonista. «Protagonista è eccessivo ma sì, sono nella Hall of Fame in quel bellissimo museo del tennis grazie ai 500 anni di tennis che è, dei ventotto, il mio scritto più famoso al mondo. Il presidente Todd Martin, ex giocatore, è un amico, è stato a casa mia a vedere la collezione e vorrebbe portarla proprio nel museo di Newport, visto che in Italia nessuno ha mostrato interesse. E poi come terzo luogo c’è Forest Hills, raffinatissimo». Gianni, dopo così tanti anni che cosa è ancora per te il tennis? «Un vizio, un’abitudine. Le ore che ho trascorso in o presso un campo sono la mia vita». A Zelbio Alle ore 21 Gianni Clerici parlerà di tennis, di arte e del suo libro edito da Mondadori a Zelbio Cult, giunto alla dodicesima edizione

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Fognini e Berrettini, sempre più in salita la corsa alle Finals (Scanagatta). “Basta negatività” (Azzolini)

La rassegna stampa del 21 settembre

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Fognini e Berrettini, sempre più in salita la corsa alle Finals (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

IERI non è stato un giorno felice per il tennis italiano. Matteo Berrettini che era giunto nei quarti di finale dell’ATP 500 di San Pietroburgo conquistando per 5 punti ATP l’ottavo posto nella Race 2019 al posto di Nishikori — oggi Matteo sarebbe fra gli otto Masters per le finali mondiali di Londra (traguardo mai più raggiunto da un italiano dopo Barazzutti nel ’78) — ha perso dal “qualificato” bielorusso Gerasimov, n.119, 76(75) 76(73). Fosse andato avanti nel torneo avrebbe conquistato altri punti preziosi e magari raggiunto Fognini all’undicesimo posto del ranking mondiale ATP (che tiene conto dei risultati degli ultimi 12 mesi e non solo del 2019). Due avversari alti un metro e 96 cm: è stato un match dominato dai servizi. Neppure un break. Berrettini ha salvato 6 palle -break, Gerasimov 3. Ma il bielorusso è stato più solido nei due tiebreak, nei quali ha fatto 14 punti contro 8. E a Ginevra, dove si gioca la terza edizione della Laver Cup, apparentemente sbilanciata a favore del Team Europa che ha vinto le prime due (a Praga e Chicago) e che qui ha 5 top-ten (Nadal, Federer, Thiem, Tsitsipas e Zverev più il n.11 Fognini) contro Team World che ha il solo americano Isner tra i top-20, Fognini all’esordio ha perso 61 76 dall’americano Jack “Calzino” Sock, ex n. 8 e attuale n. 210 dopo un 2019 fin qui disastroso: 4 sconfitte in 4 incontri dopo un infortunio che lo ha bloccato per 18 mesi. I consigli di Borg, Federer e Nadal, non sono bastati a Fognini per recuperare il pessimo inizio e i tanti game persi nel primo set dopo essere stato invano avanti 0-30 in due game, 0-40 in un altro. Su www.ubitennis tutto sui 3 singolari e il doppio della Laver Cup di Ginevra, le interviste di Fognini e Federer.

“Basta negatività” (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Giornate così invitano a volgere gli occhi altrove. Certo non verso Ginevra, ma nemmeno verso San Pietroburgo… Dai fasti della Laver Cup, così come dalle spartane ristrettezze dell’Atp250 russo, giungono sconfitte contro natura, ma pur sempre di legnate si tratta. Va sotto un treno Fabio Fognini, frenato dalla caviglia in attesa d’intervento, obnubilato dalla sua stessa emotività e alla fine sbrecciato dalle poderose spallate di un Sock ritrovato; e si accomoda fuori dalla porta anche Matteo Berrettini, respinto dal bielorusso Gerasimov, di bassa classifica (119) ma di bel tennis, che gli si oppone con buona parte delle armi che il nostro riteneva sue, quanto meno per diritto di classifica. Così, meglio rivolgere l’attenzione alla disfida in atto, che terrà banco da qui ai primi di novembre, verso il traguardo fissato alle Atp Finals. Disfida, non duello, dato che non riguarda solo i due italiani. In quest’ottica, Berrettini ha perso un’occasione: battere Gerasimov gli avrebbe garantito di bussare meno timidamente alla porta del Master, ma non si può avere tutto e resta il fatto che Matteo esca dalla parva russa con l’ottavo posto nella Race, cioè la classifica che tiene conto solo dei punti conquistati nella stagione. In questa, Berretta ha scavalcato Kei Nishikori, ma solo di 5 punticini, dote cui dovrà essere aggiunta non poca sostanza nei tornei che verranno. Al momento, Bautista Agut è 7° con 2.350 punti, Matteo 8° con 2.185, Nishikori 9° con 2.180, seguono Zverev (campione uscente) con 2.120, poi Goffin e Monfils a 2.080 e Fognini, 13°, a 1.965. Se Fabio non riuscirà rapidamente a fare punti, la sua classifica potrebbe volgere al brutto, dopo una stagione vissuta nell’agio della Top Ten. Ma non sarà facile. Nella classifica Atp Fabio ha ancora dalla sua i 405 punti ottenuti un anno fa nei tornei di ottobre: le semifinali a Pechino (180) e Stoccolma (90), gli ottavi a Parigi Bercy (90) e Vienna (45). Un impegno gravoso rifare lo stesso bottino, date anche le condizioni fisiche. Berrettini sta meglio: già negli otto del Master, potrà crescere anche nel Ranking Atp scartando i soli 101 punti guadagnati nel 2018 fra Pechino, Chengdu e Shanghai, ai quali potrebbe aggiungere Parigi Bercy, tutti i tornei nei quail Matteo dovrebbe ricevere un “bye” al primo turno. Quattrocento (o 500) punti potrebbero metterlo al sicuro per Londra (è incerta la partecipazione di Djokovic, fra l’altro), e trascinarlo nella Top Ten. Ottobre è il mese delle decisioni, a patto che il rendimento dei due italiani migliori rispetto a quanto mostrato ieri. Fognini si è misurato contro un Sock redivivo (4 match in singolare nel 2019: l’intervento al pollice l’ha fermato 6 mesi) e con le sue emozioni, ha sbagliato l’impossibile nel primo set e quando si è rimesso in carreggiata («basta negatività» gli suggeriva Federer con lui nell’Europa) ha trovato un avversario poco disposto a collaborare, anzi. Berrettini con Gerasimov ha fatto e disfatto, ha avuto le prime tre palle break (due nel set iniziale), ha dovuto annullare due 0-40 al bielorusso. Nei tie break ha giocato alla pari solo fino a metà, poi ha regalato una smorzata orribile nel primo e un doppio fallo nel secondo. È stato poco lucido e un po’ superficiale. Avrà modo di meditarci sopra. Infine, una domanda… Le vittorie in Laver Cup, ora che è sotto l’egida dell’Atp, avranno un conio ufficiale? Forse no, ma nel caso, Federer (che ne ha vinte due) salirebbe a 104 successi, a meno 5 dal record di Connors

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Berrettini tira dritto: vola ai quarti e vede già le “Finals” (Cocchi). Berrettini prenota il volo per Londra (Guerrini). Fognini alla Laver Cup. Sfida tra Europa e il resto del mondo (Il Secolo XIX)

La rassegna stampa di venerdì 20 settembre 2019

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Berrettini tira dritto: vola ai quarti e vede già le “Finals” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Il ranking live parla chiaro: numero 8 della Race to London, virtualmente alle Finals di novembre. E vero che la strada è ancora lunga, però Matteo Berrettini, esordendo con una vittoria al 250 di San Pietroburgo, ha virtualmente scavalcato Kei Nishikori che occupava l’ottavo e ultimo posto per il Masters. Troppo forte Matteo per lo spagnolo Carballes Baena, numero 77 del mondo: 88% di punti con la prima, 75% con la seconda, nessuna palla break concessa. Segno che le fatiche americane sono state smaltite. Oggi nei quarti, il romano numero 13 al mondo, affronterà il qualificato bielorusso Egor Gerasimov, numero 119 Atp, che ha eliminato il mancino francese Adrian Mannarino. Sempre a San Pietroburgo si ferma invece Salvatore Caruso, numero 114, sconfitto 6-3 6-4 dal norvegese Casper Ruud, numero 60. A Metz esce di scena anche Lorenzo Sonego, battuto al secondo turno per 6-1 6-4 dal francese Lucas Pouille, 26 Atp, vincitore di questo torneo nel 2016. Fabio Fognini oggi sarà invece tra i protagonisti della Laver Cup a Ginevra insieme a Federer, Nadal e agli altri big europei che sfideranno il Resto del Mondo fino a domenica guidati dai capitani Borg e McEnroe. Camila Giorgi ha conquistato l’accesso ai quarti di Osaka (cemento). La 27enne di Macerata, numero 54 del ranking mondiale, si è sbarazzata per 6-0 6-3, in un’ora e un quarto di partita, della statunitense Sloane Stephens, numero 14. Oggi intorno alle 11 italiane affronterà la belga Elise Mertens, numero 24. Sfuma invece la prima semifinale Wta per Jasmine Paolini a Guangzhou (cemento) battuta da Sofia Kenin (20) per 7-5 6-1.

Berrettini prenota il volo per Londra (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

E’ che non siamo abituati. Non ancora, perlomeno. Non è abitudine di un giocatore azzurro vincere sempre da favorito, crescendo partita dopo partita. Matteo Berrettini invece è così, si nutre di sfide e accumula certezze. Ieri, ad esempio ha lasciato 3 giochi allo spagnolo Roberto Carballes Baena nell’Atp 250 di San Pietroburgo, dove debuttava al secondo turno perché n. 3 del tabellone: 6-1 6-2 il risultato finale in nemmeno un’ora di gioco, con soli 6 punti concessi sul proprio servizio. La sicurezza cresce di pari passo con il gusto della sfida. E a suo modo questa vittoria comoda, dimenticabile, può essere storica. Già, Matteo – che è ufficialmente n. 13 – ha superato Kei Nishikori che nella corsa verso Londra e le Atp Finals lo sopravanzava, all’ottavo posto. Ora c’è lui, il ventitreenne di Roma: 2185 punti a 2180. C’è un’altra buona notizia. A Metz è uscito subito uno dei rivali che inseguono, il belga David Goffin. E Matteo può allungare, perché nei quarti del torneo russo trova nel terzo match di oggi il bielorusso Egor Gerasimov, n. 119 Atp tour emerso dalle qualificazioni. C’è poi un orizzonte più importante cui guardare e mirare. E non è soltanto Londra, le Atp Finals, che distano 51 giorni (10-17 novembre) e ancora troppi tornei per illudersi. C’è altro, il primato in Italia. Se Berrettini conquistasse il torneo, aggancerebbe all’ 11° posto mondiale Fabio Fognini. […]

Fognini alla Laver Cup. Sfida tra Europa e il resto del mondo (Il Secolo XIX)

Prima di rituffarsi nel circuito a caccia di punti per le Atp Finals di Londra, è tempo di Laver Cup a Ginevra. La città svizzera ospita da oggi a domenica la 3′ edizione e tra i protagonisti c’è anche Fabio Fognini. Roger Federer è l’artefice dell’evento: una sua idea sviluppata con il management group “Team 8” (dello svizzero e del manager Tony Godsick) . Novità e tradizione, con il nome pesante di Rod Laver come trademark, portando un format simile alla storica Ryder Cup di golf nel mondo del tennis. La prima edizione nel 2017 a Praga, la seconda nel 2018 a Chicago: in entrambi i casi si è imposta la selezione europea. Articolato il regolamento: un team europeo di 6 giocatori (Rafael Nadal, Federer, Dominic Thiem, Alexander Zverev, Stefanos Tsitsipas e Fognini) sfida una squadra con 6 tennisti del resto del mondo (John Isner, Milos Raonic, Nick Kyrgios, Taylor Fritz, Denis Shapovalov e Jack Sock). I capitani sono Bjorn Borg per l’Europa e John McEnroe per il team World, a riproporre una delle più iconiche rivalità di ogni epoca. La Laver Cup si svolge su tre giornate, in ognuna tre match di singolare e un doppio a chiudere, al meglio dei tre set con un tiebreak a 10 punti al posto del classico terzo set. Un match vinto al venerdì vale 1 punto; al sabato 2 punti; alla domenica 3 punti. Sono in palio 24 punti, vince la squadra che se ne aggiudica 13. Ogni membro del team deve giocare almeno un match in singolare nei primi due giorni, ma solo due singolari nell’intero weekend. Almeno 4 dei 6 componenti devono giocare un doppio, ma una coppia non può scendere di nuovo in campo, escluso l’eventuale doppio di spareggio alla domenica in caso punteggio sul 12 pari.

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Shiffrin intervista Federer: “A Wimbledon ho pianto” (Bergonzi). Berrettini, parte in Russia la rincorsa al Masters (Cocchi)

La rassegna stampa di giovedì 19 settembre 2019

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Shiffrin intervista Federer: “A Wimbledon ho pianto” (Pier Bergonzi, Gazzetta dello Sport)

Roger Federer si comporta come un re nel suo castello. Saluta tutti con elegante trasporto, ride, scherza, mette tutti a proprio agio. L’appuntamento è in una spettacolare villa con vista sul lago di Ginevra. L’occasione è la vigilia della Laver Cup […] Roger fa gli onori di casa accanto a Mikaela Shiffrin, la regina dello sci che lo intervista […] L’iniziativa è di Barilla, lo sponsor italiano che i due numeri uno hanno in comune, oltre all’amore per la pasta […] L’ultima volta che ha pianto? «Beh…. Direi due mesi fa a Wimbledon… in campo e anche alla premiazione ho trattenuto le lacrime che erano lì sul confine. Poi appena sceso negli spogliatoi, al primo commento “che sfortuna, ci eri vicino…” sono crollato e qualche lacrima è scappata». La sua domenica ideale? «Alzarmi senza una sveglia, senza programmi prestabiliti per fare qualcosa con i miei figli. Montagne o mare comunque al sole, all’aria aperta lontano dal tennis, dovunque con i miei figli. Solo una vittoria a Wimbledon mi farebbe cambiare idea. A quel punto la domenica perfetta sarebbe quella. Ma ne parleremo un’altra volta. Ultimamente ne ho passata una davvero brutta» […] Un personaggio storico con cui passerebbe una serata? «In passato sognavo di incontrare Pete Sampras o Stefan Edberg. All’epoca sognavo di incontrare i miei idoli sportivi, come Michael Jordan. Ho incontrato il Papa a Roma, è stato pazzesco. Mi sarebbe piaciuto conoscere Nelson Mandela, sarebbe stato stimolante da molti punti di vista, è stato davvero un grande uomo. Ora la situazione è diversa e sono contento di incontrare chiunque, davvero. Non deve esserci chissà quale conversazione. Mi rendo conto di trovarmi in una posizione privilegiata e ho la fortuna di incontrare moltissime personalità. È molto bello». Un regalo che le piacerebbe ricevere? «Non ho bisogno di regali, in realtà. E non mi piacciono le sorprese. Ma so che succederà per i miei 40 anni. Proprio ieri Mirka mi ha chiesto che cosa voglio fare per il mio compleanno. Io ho risposto che vorrei solo qualche amico, magari sei… E lei mi ha detto: “Cosa?”. Mi sa che sta tramando qualcosa. Mi piace quando i miei figli esprimono la propria creatività e mi fanno dei regali. Magari disegnano o fanno qualcosa di artistico. Comunque una cosa semplice. La verità è che i regali preferisco farli. Sono felice quando vedo che le altre persone sono felici». Riso o pasta? «Pasta… Barilla naturalmente. Amo gli spaghetti pomodoro e basilico. Sono un classico. Ma anche la carbonara, magari non tutti i giorni». C’è qualcosa che non mangia? «Non riesco proprio ad affrontare le lumache e le rane». Durante i match che cosa mangia? «Dovrei mangiare delle barrette energetiche, ma non lo faccio. Tempo fa mangiavo una banana. Adesso bevo soltanto acqua. Sono della vecchia scuola». Vino o birra? «Vino, non riesco a dire di no a un buon bicchiere di champagne per festeggiare una vittoria». Si è mai ubriacato? «Sì, è successo una volta dopo aver vinto uno Us Open. Ci ho messo tre giorni e mezzo per recuperare completamente. Il torneo era finito alla domenica sera e mi sono ripreso soltanto al giovedì. Non so che cosa mi sia successo… anzi, lo ricordo bene: il bar stava per chiudere, allora abbiamo ordinato drink in anticipo per le ore successive. Ci siamo accorti che ne avevamo ordinati troppi, ma credo che sia successo a tutti. Chi non l’ha mai fatto provi a vincere uno Us Open! Oddio, ma ho detto davvero quello che ho detto…?» […] Il mondo comunque vi guarda e cerca ispirazione in voi. «Credo che alla fine la cosa importante sia essere educati e rispettosi. Giocare pulito, essere solidali. Se hai queste qualità e riesci a trasmetterle è già una cosa molto positiva. Ci credo molto, mi piace insegnare queste cose ai miei figli. Lo faccio tutti i giorni. Dico loro di parlarsi in maniera tranquilla, di salutare sempre, di darsi la mano, di guardare gli altri negli occhi. Penso ne valga la pena. Spero che un giorno diventeranno dei bravi cittadini, questo è il mio obiettivo principale». Ha mai pensato se, dopo il ritiro, andrà a vedere le partite dagli spalti? «Ottima domanda, forse sì, mi sembrerebbe di fare un torto a tutto quello che il tennis mi ha dato se mi ritirassi per non tornare mai. Lo farò, e se i miei figli vorranno accompagnarmi, sarà un motivo in più. Questo sport mi piace troppo per staccarmene completamente. Forse all’inizio mi sembrerà strano star seduto a guardare». Non è stanco di rispondere alla domanda su quando si ritirerà? «Non più. Penso fosse più strano dieci anni fa. Avevo appena vinto il Roland Garros e già mi chiedevano del ritiro. E io dicevo: “Cosa? Ho soltanto 28 anni!”. Credevo avrei giocato almeno fino a 32, 33 anni… Mi sembrava fosse troppo presto per pensare a cose del genere. Ed è andata così per gli anni successivi. Ora sembra che in ogni intervista debbano farmi questa domanda. Perché potrebbe essere che proprio in quel momento io decida di annunciarlo. I giornalisti ci sperano. Ma non è così, mi spiace deludere le persone. Sono tranquillo a riguardo, perché non lo so nemmeno io, davvero. Vorrei avere un’idea precisa e poterlo dire. Non adesso».

Berrettini, parte in Russia la rincorsa al Masters (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

 

Un anno fa, il primo titolo in carriera a Gstaad, oggi Matteo Berrettini inizia la rincorsa ai punti decisivi per le Atp Finals. Il romano, reduce dalla straordinaria semifinale Slam di New York, battuto solo da Nadal, vincitore del torneo, si trova al momento in nona posizione nella Race to London a un passo dalla qualificazione nel torneo dei migliori da cui l’Italia manca dal 1978 con Corrado Barazzutti. Kei Nishikori, che occupa l’ottava posizione è ad appena 20 punti dall’azzurro, e tra i due sarà testa a testa […] Pochi giorni fa, in una intervista al sito dell’Atp, Berrettini ha ricordato la gioia del primo successo e ha spiegato che oltre al lavoro con il tecnico Vincenzo Santopadre e Umberto Rianna, in questi anni è stato fondamentale l’appoggio della famiglia: «I miei genitori non mi hanno mai spinto al successo a tutti i costi ma sono sempre stati vicini quando ne avevo bisogno. Non potrò mai ringraziarli abbastanza per i sacrifici che hanno fatto per me». Da qualche tempo Matteo ha anche trovato l’amore sul campo da tennis: Ajla Tomlianovic, la giocatrice croata naturalizzata australiana, si è vista spesso nel suo box durante gli Us Open, e ora Matteo conferma il legame: «Stiamo insieme. Ci siamo conosciuti a Wimbledon – ha detto il n.13 al mondo -. Mi ha fatto molto piacere che lei sia venuta a vedermi durante la partita con Rublev a New York, io poi ho fatto lo stesso con lei. È bello il fatto che siamo riusciti a ritagliarci un po’ di spazio» […]

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