Le magie di Moutet e Dimitrov e il solito Nadal: tre hot shots da Bercy

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Le magie di Moutet e Dimitrov e il solito Nadal: tre hot shots da Bercy

Grande spettacolo nell’ultimo Masters 1000 della stagione: tre gemme in attesa di scoprire chi alzerà il trofeo

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Il mese di novembre inizia con un’intrigante giornata di quarti di finale a Parigi Bercy. Nelle scorse giornate non è certo mancato lo spettacolo: i protagonisti in campo hanno prodotto un gran numero di colpi “da circoletto rosso”, ed ecco quindi una piccola selezione.

Corentin Moutet non ha affatto sfigurato contro una versione poco brillante di Novak Djokovic. Nel terzo gioco del secondo set si è esibito in un pallonetto-tweener che ha fatto alzare in piedi tutto il Palais Omnisport. Non è la prima volta che RoboNole deve chinare il capo di fronte a un colpo del genere: i due casi che tornano subito in mente sono il passante-tweener di Federer agli US Open 2009 e quello di Nadal in pallonetto al Mutua Madrid Open 2011, una perla molto simile a quella di Moutet.

Grigor Dimitrov ci ha ormai abituati a soluzioni fuori dall’ordinario. Il colpo giocato a inizio secondo set contro Dominic Thiem è tanto bello quanto disarmante per il ragazzo austriaco, che ha dovuto mandar giù una sonora sconfitta. Il passante di rovescio in spaccata, con il polso bloccato e le spalle rivolte verso la rete è qualcosa di unico. Da togliere il fiato.

Last but not least, Rafael Nadal. Il maiorchino, sposo da due settimane, ha centrato la diciannovesima vittoria in ventidue confronti contro Stan Wawrinka. Nel mezzo di un match di grande solidità Rafa ha piazzato uno dei suoi marchi di fabbrica, il passante di dritto lungolinea, ma l’ha fatto rispondendo a uno smash di Stan!

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Federer di nuovo in campo a Berlino? L’organizzatore: “Ci proviamo”

Roger potrebbe partecipare all’esibizione in programma a luglio nella capitale tedesca insieme a Thiem, Zverev, Kyrgios e Sinner. O almeno così spera l’organizzatore dell’evento

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Roger Federer - Stoccarda 2018 (via Facebook, @Mercedescup)

Domandare è lecito, rispondere è cortesia. La pensa così anche Edwin Weindorfer, organizzatore del torneo di esibizione che si terrà a Berlino a metà luglio, in merito alla possibilità di inserire anche Roger Federer nel campo dei partecipanti. “Lo contatterò”, ha dichiarato Weindorfer, il quale, anche grazie all’aiuto di una nota casa automobilistica tedesca, è riuscito a convincere Federer a disputare il piccolo ATP 250 di Stoccarda nelle sue prime tre edizioni. Insomma, la chiamata ci sarà e c’è da credere che il sempre molto cortese fenomeno svizzero darà la sua risposta. Più difficile immaginare che sia anche positiva. Di recente il 38enne Federer, reduce da un intervento chirurgico al ginocchio, ha candidamente ammesso di essere del tutto fuori allenamento. Da qui a un mese il tempo non manca per ritrovare una condizione accettabile. Soprattutto per qualcuno dotato di un talento così smisurato. Staremo a vedere cosa deciderà Federer. 

La sua presenza sarebbe la più classica delle ciliegine sulle torte per la kermesse berlinese, che già può contare su una serie di tennisti di altissimo profilo e grande richiamo per il pubblico. A partire dal padrone di casa e n.7 al mondo Alexander Zverev. Oltre al tedesco, parteciperà al torneo anche un altro Top 10, Dominic Thiem, e due tennisti particolarmente attraenti per gli appassionati più giovani: il funambolico Nick Kyrgios e il nostro Yannik Sinner, trionfatore delle ultime Next Gen Finals. Oltre all’evento maschile, è programmata anche una serie di partite tra tenniste WTA. Anche in questo caso, già confermata la partecipazione di due Top 10: Elina Svitolina e Kiki Bertens. A loro si aggiungono due giocatrici di casa, Julia Goerges e Andrea Petkovic. Così come per Federer, Weindorfer farà un tentativo per Angelique Kerber. 

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Le pillole di Luca Bottazzi: quali sono i punti cardinali di una partita di tennis?

Uno, che ci viene tramandato dai tempi di Tilden, è che bisogna sempre cambiare il gioco perdente e mai quello perdente. Scopriamo gli altri tre

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Vi aggiorniamo sulla pubblicazione dei nuovi contenuti sul canale YouTube Bottazz Vincente di Luca Bottazzi, commentatore, scrittore e studioso del tennis oltre che grande amico di Ubitennis. Trovate qui la puntata precedente, nella quale Bottazzi ha parlato dell’importanza di saper perdere, l’abilità fondamentale per inseguire e raggiungere la vittoria.

Come Nord, Sud, Est e Ovest, i riferimenti per chiunque abbia bisogno di orientarsi in un dato posto del mondo, anche i tanti momenti di una partita di tennis possono essere ricondotti a quattro punti cardinali che aiutano il giocatore ad affrontare ‘la tempesta del confronto’. Secondo Bottazzi, sono questi qui:

  1. Osservare e raccogliere i dati ambientali
  2. Realizzazione di un piano di gioco
  3. Adattarsi alle condizioni della partita senza però snaturarsi
  4. Cambiare sempre il gioco perdente e mai quello vincente (massima Tildeniana)

Nella seconda ‘pillola’ che vi proponiamo oggi, vengono identificati i due riferimenti essenziali per rispondere alla domanda ‘Cosa bisogna fare per crescere?‘. Per prima cosa, è fondamentale avere il senso della misura ed evitare gli obiettivi troppo lontani; per utilizzare una metafora più concreta, è necessario ridurre l’ampiezza dei gradini di una scala per continuare a salire. Ciò che conta è non smettere di salire, e forse la storia di crescita che più si avvicina a questo concetto espresso da Bottazzi è l’ascesa di Matteo Berrettini.

 

La seconda cosa importante è il ‘saper fare’ sempre di più, riassumibile nella capacità di migliorare le proprie abilità giorno per giorno. La vittoria non deve dunque essere un obiettivo ossessivo, ma arriverà come naturale conseguenza dei progressi.

Bottazzi ci ricorda una cosa fondamentale: non tutti sono destinati ad arrivare in cima e soprattutto nessuno conosce la misura della ‘scala del tennis’.

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Quando Panatta ‘bullizzò’ Solomon: “E tu con quel fisico lì penseresti di battermi?”

L’Equipe rievoca il doppio miracolo di Panatta a Roma e Parigi nel 1976, con la frase di Adriano che turba l’americano davanti allo specchio poco prima della finale. “Gli 11 match point salvati contro Wawrwick? Mai pensato di perdere!”. Un giornalista piangerà in tribuna

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Adriano Panatta con il trofeo del Roland Garros 1976

In questi giorni in cui avrebbe dovuto svolgersi il Roland Garros, il giornale francese L’Equipe non ha mancato di rievocare lo storico trionfo del 1976 di Adriano Panatta. L’eccellente articolo di Vincent Cognet ripercorre l’exploit dell’unico tennista azzurro (tra gli uomini) ad aver conquistato uno Slam in singolare nell’Era Open. Prima di alzare al cielo il trofeo di Roma – peraltro proprio in questo giorno, era il 30 maggio 1976 – e del Roland Garros, Adriano vive in entrambi i tornei un percorso da brividi; si trova sull’orlo del baratro più e più volte, si salva in extremis per poi sbaragliare tutti al traguardo. Insomma, un vero e proprio festival di match point salvati all’ultimo respiro e all’ultimo tuffo, diventato leggenda.

Cognet ricorda dapprima l’incredibile rimonta di Max Decugis che all’Exposition Universelle di Bruxelles nel 1910 batte il neozelandese Tony Wilding 3-6 0-6 7-5 6-0 6-0 dopo essere stato in svantaggio per 6-3 6-0 5-0. “La polvere del tempo ha ricoperto quell’episodio incredibile, ma anche quel che accade in 10 settimane della primavera 1976 a Adriano Panatta non è da meno“. Al torneo di Nizza, l’italiano salva otto match point al primo turno contro il giapponese Jun Kuki (5-7 6-4 9-7). Un segno premonitore? Certamente un assaggio di quelli che avrebbe salvato quasi due mesi dopo, a Roma, ancora al primo turno, opposto all’australiano Kim Warwick (3-6 6-4 7-6). In svantaggio 2-5 al terzo set, Adriano salva la bellezza di undici match point per poi conquistare il torneo sconfiggendo in finale Guillermo Vilas.

Due settimane dopo, il tennista romano ottiene il sigillo più prestigioso in carriera, la vittoria al Roland Garros. Ancora una volta, il primo turno è da brividi. L’avversario, il cecoslovacco Pavel Hutka, ha il matchpoint per mandare a casa Panatta, ma questi sembra avere una bacchetta magica al posto della racchetta ed estrae dalle corde un salvataggio a dir poco miracoloso: “Francamente, non credo ci sia una ragione che possa spiegare tutto questo” ammette Adriano a L’Equipe, “non c’è un segreto per salvare 11 match point. Ci vuole fortuna. È un po’ il destino.. “.

 

All’epoca – ricorda Vincent Cognet – i giocatori non beneficiavano di una settimana di recupero tra il torneo di Roma e il Roland Garros. E Panatta non aveva davvero troppi punti in comune con l’ascetico Ivan Lendl. Non era davvero famoso per il suo rigore in fatto di alimentazione e stile di vita. Di sicuro non si era certo negato la gioia di festeggiare degnamente la vittoria romana”.

QUEGLI INCREDIBILI 11 MATCHPOINT, 10 SUL SERVIZIO DI WARWICK!

La cosa più incredibile – scrive ancora il collega francese riportando le parole del direttore Scanagatta (che lui definisce ‘la memoria vivente del giornalismo italiano’) – è che Adriano ha salvato dieci match point sul servizio di Warwick! Le prime due sul 5-2 40-15. Gli è riuscito tutto alla perfezione, tra cui una favolosa volée alta di rovescio, con la schiena rivolta alla rete, sulla nona palla del match. Soltanto una volta ha approfittato di una risposta sbagliata. Per il resto, è andato sempre lui a cercarsi i punti. Vi lascio immaginare l’atmosfera sul Centrale del Foro Italico. Ma la cosa più straordinaria è accaduta in conferenza stampa durante la quale Adriano ci ha confidato di non aver mai pensato di poter perdere quel match!.

Di solito giocavo meglio al Roland Garros che a Roma“, spiega Panatta a Cognet, “in Italia c’erano troppe aspettative. Ma, dopo aver battuto Warwick, credo di essermi sbloccato. Ho cominciato a giocare con una grande serenità. Rilassato, giocavo molto bene e tutto mi sembrava facile“.

Ma le emozioni non erano finite. A Roma, nell’incontro di quarti di finale contro Solomon, a causa dei precedenti numerosi errori arbitrali a favore dell’azzurro commessi dai giudici di linea – coloro che Gianni Clerici all’epoca aveva asserito essere “affetti da miopia patriottica” – è Panatta a suggerire di arbitrarsi da soli in caso di palle incerte. E sulle prime cinque chiamate discutibili proprio Panatta rende il punto in quattro occasioni all’americano. Solomon, indietro 4-0 nel terzo, conquista cinque giochi di fila e serve quindi per il match sul 5-4.

Il direttore Scanagatta – questo è sempre quanto scrive Vincent Cognet – ricorda che, sullo 0-15, “Panatta gioca un lob che viene giudicato buono. Salomon pensa sia fuori ma la chiamata ‘out’ non arriva. Colpisce allora la palla come può ma il suo dritto finisce fuori. Il giudice di linea e quello di sedia sono convinti che la palla di Panatta sia buona. Dopo il match ho chiesto a una trentina di spettatori che ritenevo neutrali cosa ne pensassero e molti di loro, tra cui Newcombe, si dichiararono d’accordo con gli arbitri. Ma Solomon, furioso, non ci sta. Sullo 0-30 rifiuta di continuare a giocare, se la decisione non viene modificata. Ovviamente il pubblico va in escandescenze. L’arbitro di sedia chiede ben otto volte a Solomon di riprendere l’incontro: ‘O giochi oppure te ne vai’. Lì Solomon prende le racchette sottobraccio e se ne va!”.

L’incidente non contribuirà a creare un’amicizia tra i due tennisti. Panatta si lamenterà: “Solomon si è comportato male con il pubblico e ancora di più con me“.

IL MIRACOLO PARIGINO, CON SOLITO BRIVIDO AL PRIMO TURNO

Due giorni dopo la vittoria in finale con Vilas a Roma, Panatta deve affrontare al primo turno del Roland Garros Pavel Hutka, un cecoslovacco dal gioco molto complicato (serviva con una mano, giocava il dritto con l’altra, il rovescio lo faceva con due; n.d.r.). Sarà una lunga via crucis. Al quinto set, l’azzurro salva un match point con un formidabile tuffo a rete degno del miglior Becker: “L’ho rivisto spesso” confessa Panatta, “perché Gil de Kermadec (fondatore del servizio audiovisivo della Federazione francese, n.d.r) aveva realizzato un filmato sul torneo. Beh, è un misto di fortuna e tecnica. Oggi viene chiamata ‘veronica’. Ma poi sono riuscito a recuperare e ho giocato molto bene”.

Ai quarti di finale, il suo cammino incrocia quello di Björn Borg: Dopo la mia vittoria agli ottavi contro Franulovic, sono tornato all’hotel a Saint-Germain-de-Prés. Poi, al Café des Arts ho guardato la sua partita con François Jauffret (vinta da Borg 10-8 al quinto set!). Facevo il tifo per Borg. Perchè perché mi piaceva affrontarlo mentre odiavo giocare contro François. È strano ma è così!“. (n.d.r. Panatta ha perso da Jauffret, che l’attaccava palla dopo palla sul suo rovescio, più d’una volta, inclusa una in Coppa Davis che di fatto ha comportato il successo della Francia sull’Italia).

Come già nel 1973, Adriano batte lo svedese (6-3 6-3 2-6 7-6) restando l’unico tennista ad averlo superato sulla terra parigina (Borg ha vinto sei edizioni del Roland Garros in otto partecipazioni; nelle altre due occasioni ha perso contro Panatta). “A Björn non piaceva giocare contro di me” dichiara Panatta, “perché non gli davo alcun ritmo. Variavo moltissimo e andavo sempre avanti. Con me ogni punto era diverso e lo facevo soffrire con le mie smorzate. Di dritto, con lo stesso movimento, riuscivo a giocare sia una smorzata, sia un vincente sia uno slice d’attacco. Così lo destabilizzavo. Poi cercavo di farlo venire a rete. Non volevo assolutamente che restasse a fondo a giocando al suo stesso ritmo“. I due erano, e lo sono sono tutt’ora, molto amici: “Alla base della nostra amicizia c’è un grande rispetto reciproco. Eppure lo prendevo spesso in giro: ‘A te non ti piace giocare contro di me eh?!” Ma Björn non si arrabbiava, dimostrava sempre sense of humour“.

In finale, due settimane dopo lo psicodramma di Roma, Panatta ritrova Solomon. Negli spogliatoi, Adriano stuzzica e non perdona: “Mi sono avvicinato a Solomon, che era davanti allo specchio ed era davvero piccolino (1,68 m) e lì gli ho proprio detto: ‘Ma dai su… guardati bene! Come puoi pensare di riuscire a battermi oggi?’ Beh, ok, non sono stato troppo… gentile ma è andata proprio così, è una storia vera“. Panatta diventa il primo giocatore italiano a imporsi a Roma e Parigi dopo Nicola Pietrangeli nel 1960. Ed entra nella storia.

All’epoca, per Ubaldo Scanagatta, era il primo Roland Garros da inviato. Alla vista di quanto accade, sul suo viso comparvero diverse lacrime. “Da junior facevo parte dei migliori giovani italiani ” racconta il Direttore a Cognet, “e (nel college di Formia) mi trovavo con Adriano, Paolo Bertolucci e diversi altri. Un giorno, tutti insieme, abbiamo fatto un patto: se uno di noi un giorno avesse vinto un torneo importante, sarebbe stata la vittoria di tutti. E allora, sul match point, ho ripensato a quel giorno e a quel momento. Ero così commosso da mettermi a piangere come un vitello. Accanto a me c’era una collega tedesca, davvero molto carina. Vedendomi in quello stato, mi ha abbracciato e mi ha detto: ‘Dai, su coraggio!‘ Posso proprio dire che è stato un bel momento!“.

Traduzione di Laura Guidobaldi

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