Podcast Off-Court: il tennis di febbraio, tra indoor e outdoor

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Podcast Off-Court: il tennis di febbraio, tra indoor e outdoor

Ritornano le chiacchierate transoceaniche tra Gibertini e Baldissera

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Vanni Gibertini (a sinistra) e Luca Baldissera (a destra) se ne vanno da Indian Wells alla fine del torneo

Smaltito le fatiche e il fuso orario dell’Australian Open, Vanni Gibertini e Luca Baldissera si ritrovano per parlare del mese della “diaspora tennistica”, quando il circuito si disperde ai quattro angoli dei globo. Nei tornei indoor europei Sinner prova a salire qualche altro gradino in classifica, mentre Fognini prova a continuare l’attività senza allontanarsi troppo dalla neonata Farah. Cecchinato è alla ricerca del livello perduto sulla terra sudamericana, e la squadra azzurra di Fed Cup ha fatto vedere che forse qualcosa si muove nel settore femminile.

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Editoriali del Direttore

Madrid e Roma con tabelloni da 48 giocatori e finali al martedì

Per salvare entrambi i Masters 1000, anche in caso di disputa dell’US Open e aspettare i big, ecco le soluzioni di compromesso. Montepremi pesantemente ridotti per tutti. Il 15 giugno la data ultima per la decisione finale?

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Il campo centrale del Foro Italico a Roma 2019 (foto Twitter @InteBNLdItalia)

Ogni giorno la situazione del calendario tennistico sembra evolversi. Le varie ipotesi di programmazione estiva e post estiva si succedono a velocità vertiginose.

Solo 24 ore fa ho scritto un lungo e circostanziato articolo sulla situazione dell’US Open che condiziona un po’ tutto il calendario a venire, sui possibili riflessi su Madrid e Roma se a New York si dovesse giocare regolarmente (più o meno…) l’US Open.

Infatti sono emerse novità che paiono cambiare certi scenari, anche per Madrid e Roma i cui montepremi e tabelloni verrebbero ridotti sensibilmente (il 40 o 50% di montepremi in meno per draw limitati a 48 tennisti, con 16 bye) e le cui finali non si disputerebbero più di domenica, ma al martedì con alcune regole imposte ai vari tornei a protezione della copertura televisiva delle stesse finali.

 

Del resto anche i virologi paiono dirne di nuove tutti i giorni, spesso contraddicendosi fra loro e perfino con se stessi. Il mondo del tennis non può farvi eccezione.

Intanto pare trapelare – così si suol dire – un diverso ottimismo ovunque, quasi che si fossero diffuse globalmente le sensazioni di un coronavirus progressivamente meno letale (come del resto è quasi sempre successo con l’arrivo dell’estate).

Avevo segnalato che negli Stati Uniti si era fortemente caratterizzata la volontà di dar luogo all’US Open e lo conferma quanto ha detto la CEO dell’USTA Stacey Allaster pur a seguito di una cauta premessa “Non abbiamo preso alcuna decisione, ma tutto è…fluido”.

La Allaster, in un’intervista concessa telefonicamente allìAssociated Press, fa tuttavia capire che nel caso si decida entro il 15 giugno (questa pare per tutti la data limite) di confermare la disputa dell’US Open, l’USTA sa già dove andrà a parare.

In sintesi, ma meglio leggere il ben più esteso articolo illustrativo di Vanni Gibertini, si prevedono voli charter per trasportare i giocatori con team ristretti e solo da certi aeroporti (Roma e Milano non ci sono fra quelli…), test COVID-19 prima dell’inizio del viaggio, controlli quotidiani delle temperature al National Tennis Center di Flushing Meadows. Scartate fantasiose ipotesi tipo Indian Wells etcetera. Porte chiuse al pubblico. Pochi officials, spogliatoi chiusi nei giorni di allenamento.

Ma torno su Madrid e Roma. La deadline per tutte le decisioni sembra essere stata fissata per il 15 giugno. Se il virus ci avesse dato tregua in Europa e non a New York non ci sarebbero problemi né per Madrid né per Roma. Madrid potrebbe disputarsi poco dopo inizio settembre, Roma subito dopo.

Altrimenti l’ultima idea è quella di prolungare la durata di Madrid, che potrebbe cominciare nei primi giorni della settimana che va dal 14 settembre al 20, ma per concludersi martedì 22. Ciò consentirebbe, con un tabellone di 48 tennisti e 16 bye, di attendere gli eventuali finalisti di New York per diversi giorni in più. In teoria questi potrebbero scendere in campo per il loro primo turno (secondo del torneo) giovedì 17 o perfino venerdì 18. Ci sarebbero cinque giorni utili a portare avanti il torneo (che ha tre tetti retraibili in caso di pioggia), da venerdì a martedì.

Nel frattempo gli Internazionali d’Italia avrebbero potuto avere il loro regolare svolgimento, cominciando anche di lunedì 21 o martedì 22 settembre, ma a protezione dei diritti tv di Madrid, nel giorno della finale castigliana (martedì 22) Roma per un giorno non dovrebbe poter mostrare le sue partite in tv. O forse potrebbe essere tenuta a un black-out televisivo solo per quelle partite in contemporanea con la finale di Madrid (l’anno scorso a Madrid la finale femminile fu giocata di sabato, il giorno prima rispetto a quella maschile, mentre Roma le fa giocare nella stessa giornata).

Le finali di Roma dovrebbero giocarsi lunedì 28 settembre, in contemporanea con il secondo giorno del Roland Garros. Per l’Italia non ci dovrebbero essere problemi di conflitti televisivi: i Masters 1000 sono diffusi da Sky, il Roland Garros da Eurosport.

Parigi e Roma, Federtennis Francese e ATP con Federtennis Italiana dovrebbero quasi certamente trovare un accordo per non darsi fastidio per problemi di diritti tv. E’ una situazione d’emergenza e tutti dovrebbero capirlo. Giocatori compresi: a loro si chiede di rinunciare a un bel po’ di montepremi – un sacrificio che gli organizzatori vorrebbero del 50%, forse si metteranno d’accordo sul 40% o anche sul 35% – ma va trovata una soluzione anche per quei giocatori che sarebbero entrati nei tabelloni a 56 o 64 giocatori e invece adesso ne saranno fuori. Ma insomma, pare che la buona volontà, anche fra interessi contrastanti, finirà per prevalere.

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Uno contro tutti: il magico 1984 di McEnroe e il duello per la vetta con Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi parliamo del testa a testa tra John e Ivan

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(credit foto: Eurosport)

L’anno del grande fratello orwelliano, del controllo su tutto e tutti, si esprime nel tennis con le fattezze e il genio di John McEnroe. Con Borg ormai fuori dal circuito e Connors che resiste al terzo posto ma non sembra possedere più l’energia per tenere il passo dei primi due, la lotta per il vertice del ranking ATP si identifica nel duello tra il mancino nato a Wiesbaden e cresciuto a New York e Ivan Lendl, nato a Ostrava in Cecoslovacchia ma con tutte le intenzioni di diventare cittadino americano.

Quando inizia la stagione 1984, è Lendl il n.1 ma nei due tornei che disputa perde altrettante finali proprio con McEnroe (a Filadelfia e Bruxelles) e con quelle la leadership. Dopo averci perso sette volte consecutive, adesso Mac sembra aver trovato le misure al grande rivale tanto da averlo battuto in cinque delle ultime sei sfide. In realtà, McEnroe ha innalzato la qualità del suo tennis ad un livello irraggiungibile per chiunque altro. Compreso il Masters di New York (che appartiene al 1983 ma si è disputato in gennaio nella consueta sede del Madison Square Garden), John ha infilato 24 vittorie consecutive per tornare n.1 (il 12 marzo) ma l’entità della sua dittatura si esplica ancora meglio conteggiando i set persi: appena 3 contro 51 conquistati.

Se però qualcuno pensa che il traguardo di aver conquistato la vetta per la decima volta in carriera (alla fine saranno ben quattordici, nessuno come lui) abbia avuto l’effetto di calmarlo, deve ben presto ricredersi. Dopo Filadelfia, Richmond, Madrid e Bruxelles, McEnroe domina le WCT Finals a Dallas e non si placa nemmeno sulla terra (verde) di Forest Hills e (rossa) della World Team Cup in programma a Dusseldorf. In entrambe le occasioni ritrova Lendl e lo liquida sempre in due set, portando a 36 gli incontri vinti uno dietro l’altro. Ma la vendetta, lo sanno tutti, è un piatto freddo, anche se arriva in un caldo e assolato pomeriggio parigino.

Sì perché nella finale del Roland Garros (mandata in onda ieri da Eurosport, a riaprire le ferite dei tifosi di Mac) accade l’imponderabile: avanti due set a zero esprimendo una qualità offensiva forse mai tradotta con tale efficacia sul centrale di Parigi, il n.1 subisce la lenta ma inesorabile rimonta di Lendl che alla fine vince il suo primo Slam con lo score di 3-6 2-6 6-4 7-5 7-5. È la prima delle tre sole sconfitte a cui andrà incontro l’americano nella stagione ma ha una valenza enorme nonché doppia. Perché Ivan, dopo aver perso le prime quattro finali Slam disputate, si è sbloccato e quando l’uragano McEnroe sarà passato, lui sarà pronto per succedergli; e perché, anche se solo per una settimana, torna ad essere il primo della lista.

Forse ebbro di gioia, Lendl approda al Queen’s da numero 1 e fa vivere a Leif Shiras il suo mercoledì da leone. Classificato oltre la centesima posizione, lo statunitense che ha studiato Shakespeare a Princeton ha un gioco che ben si adatta all’erba londinese e – dopo aver battuto Ivan 7-5 6-3 – si spinge fino all’atto finale dove strappa un set anche a McEnroe. Il ritorno alla vittoria diventa l’ennesima occasione di cambio della guardia e l’americano può difendere il titolo di Wimbledon da n.1 ma, nonostante sia lui che Lendl ribadiscano lo stesso risultato dell’anno prima, il cecoslovacco si riprende la vetta il 9 luglio. Non è sempre semplice spiegare un meccanismo che può sembrare perverso ma, lo ribadiamo una volta di più, il sistema di calcolo del punteggio non tiene sempre conto dell’esito del campo e in un caso come questo – con McEnroe che gioca forse il miglior incontro della sua vita battendo 6-1 6-1 6-2 quel Jimmy Connors che in semifinale aveva regolato proprio Lendl – diventa quasi incomprensibile.

 

Tuttavia, nelle cinque settimane successive Lendl scende in campo solo in Coppa Davis contro la Francia e perde in tre set con Henri Leconte mentre Mac supera in scioltezza gli argentini Clerc e Jaite. Il 13 agosto, alla vigilia degli Open del Canada a Toronto, anche il computer smette di fare le bizze e si adegua a ciò che il campo ha ripetutamente evidenziato: John McEnroe ridiventa n.1 e questa volta vi rimarrà per oltre un anno. Saranno due i passi falsi di John fino al termine di una stagione che chiuderà con lo stratosferico bilancio di 82-3; al primo turno di Cincinnati, dove a sorprenderlo è Vijay Amritraj, e nella prima giornata della finale di Coppa Davis a Goteborg.

È il 16 dicembre e siamo veramente agli sgoccioli di un anno memorabile per McEnroe, ma quando scende in campo per il secondo incontro della prima giornata gli Stati Uniti sono già sotto di un match perché Wilander ha battuto Connors nettamente. Nonostante entrambi gli americani abbiano miglior ranking rispetto ai due padroni di casa, sulla terra soffice stesa all’interno dello Scandinavium sia Mats che il ventenne Henrik Sundstrom (peraltro rispettivamente n.4 e n.6 del ranking) sono ossi duri. Infatti, dopo un primo set infinito, alla lunga McEnroe cede a Sundstrom con lo score di 13-11 6-4 6-3 e la Svezia ipoteca l’insalatiera. Tuttavia, ancora più profonda è la ferita del giorno dopo, quando la coppia più bella del mondo, quella composta dallo stesso McEnroe e Peter Fleming, viene battuta in quattro set da Edberg/Jarryd e vede interrotta la sua imbattibilità nella competizione, che durava da 13 incontri.

Poche settimane dopo la disavventura in Scandinavia, John McEnroe si conferma campione del Masters a New York prendendosi la rivincita su Jarryd e Wilander e regolando in finale Lendl 7-5 6-0 6-4. In buona parte, il 1985 sarà un anno simile al precedente per il mancino di Wiesbaden; da un Masters (Grand Prix) all’altro (WCT) McEnroe infila altre 19 vittorie e fa suoi gli indoor di Filadelfia, Houston, Milano e Chicago lasciando per strada appena due set. Ma a Dallas è ancora uno dei tanti “nipotini” di Borg a sbarrargli la strada: Joakim Nystrom. Dopo aver vinto il primo parziale per 6-4, il n.12 del mondo salva quattro set point nel secondo e fa suo il tie-break per 7-5 con Mac che si infuria per la chiamata di un fallo di piede; nel terzo (si gioca al meglio dei cinque) il n.1 riesce finalmente a strappare la battuta al rivale ma per lui non è proprio giornata e si arrende 6-3 sconcertando anche il pubblico.

Il passo falso in Texas viene parzialmente rimediato in Georgia, dove Mac fa suo il torneo di Atlanta ma con l’arrivo della terra arrivano anche altre tre sconfitte, due delle quali lasciano intendere che Ivan Lendl è pronto per spodestare nuovamente il re del tennis. Sia a Forest Hills (dove l’americano aveva già rischiato grosso nei quarti contro un sorprendente Claudio Panatta, che rimpiangerà otto palle break non capitalizzate nel secondo parziale e perderà solo 7-5 al tie-break decisivo) che a Dusseldorf, il n.2 anticipa quello che potrebbe succedere nel ben più prestigioso teatro del Roland Garros ma a Parigi il duello non si rinnova perché McEnroe trova sul suo cammino l’intera nazionale svedese e, dopo aver eliminato sia Sundstrom che Nystrom, in semifinale si arrende a Mats Wilander.

La grande quantità di punti da difendere costringe McEnroe a mantenere ritmi elevatissimi praticamente in ogni torneo e a Wimbledon solo il KO negli ottavi di Lendl (battuto da Leconte) attenua la sua secca sconfitta nel turno successivo contro Kevin Curren. Sudafricano di nascita ma appena naturalizzato statunitense, Curren non è nuovo a ottimi exploit nei grandi tornei, pur senza arrivare mai al successo: la sua grande occasione l’ha avuta sempre a Wimbledon nel 1983, quando ha perso in semifinale con Chris Lewis, ma anche agli Australian Open del 1984 avrebbe potuto vincere dopo aver eliminato Lendl e invece si fermò all’ultimo atto contro Wilander, nonostante l’erba fosse una superficie a lui più congeniale. Qui, McEnroe viene letteralmente annichilito (6-2 6-2 6-4) e dopo di lui Connors, che in semifinale si deve accontentare di cinque giochi, ma in finale il 27enne di Durban patisce l’emozione molto più del suo giovane avversario e consegna alla storia il talento precoce di Boris Becker.

Nell’estate americana John tiene a distanza Lendl battendolo in due set nelle finali di Stratton Mountain e Montreal ma la sfida decisiva è quella degli US Open e questa volta i primi due rispettano il pronostico trovandosi regolarmente di fronte nella finale. Oltre al titolo, è in palio anche lo scettro di n.1 del mondo e il verdetto è inappellabile: Lendl vince 7-6 6-3 6-4 e si mette comodo in poltrona, perché ci rimarrà per ben 157 settimane consecutive, sfiorando il record di Connors (160). Al contempo, si chiude qui la lunga stagione di McEnroe con numeri di assoluta qualità: 258 incontri (226-32) in 170 settimane e 51 tornei, di cui 30 vinti; infine, è il n.1 che, tuttora, ha il record di riconquiste della vetta (14). Degli anni di Ivan Lendl parleremo nella ottava puntata, che ci farà arrivare al 1988.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SETTIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN36 63 36 67FILADELFIAS
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN16 36BRUXELLESS
1984McENROE, JOHNLENDL, IVAN63 62 46 57 57ROLAND GARROSC
1984LENDL, IVANSHIRAS, LEIF57 36QUEEN’SG
1984LENDL, IVANLECONTE, HENRI36 68 46DAVIS CUPS
1984McENROE, JOHNAMRITRAJ, VIJAY76 26 36CINCINNATIH
1984McENROE, JOHNSUNDSTROM, HENRIK1113 46 36DAVIS CUPC
1985McENROE, JOHNNYSTROM, JOAKIM46 67 36DALLAS WCTS
1985McENROE, JOHNLENDL, IVAN36 36FOREST HILLS WCTC
1985McENROE, JOHNLENDL, IVAN76 67 36WORLD TEAM CUPC
1985McENROE, JOHNWILANDER, MATS16 57 57ROLAND GARROSC
1985McENROE, JOHNCURREN, KEVIN26 26 46WIMBLEDONG
1985McENROE, JOHNLENDL, IVAN67 36 46US OPENH

Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
Uno contro tutti: Bjorn Borg
Uno contro tutti: da Borg a McEnroe
Uno contro tutti: Lendl

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Racconti

Quando Panatta ‘bullizzò’ Solomon: “E tu con quel fisico lì penseresti di battermi?”

L’Equipe rievoca il doppio miracolo di Panatta a Roma e Parigi nel 1976, con la frase di Adriano che turba l’americano davanti allo specchio poco prima della finale. “Gli 11 match point salvati contro Wawrwick? Mai pensato di perdere!”. Un giornalista piangerà in tribuna

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Adriano Panatta con il trofeo del Roland Garros 1976

In questi giorni in cui avrebbe dovuto svolgersi il Roland Garros, il giornale francese L’Equipe non ha mancato di rievocare lo storico trionfo del 1976 di Adriano Panatta. L’eccellente articolo di Vincent Cognet ripercorre l’exploit dell’unico tennista azzurro (tra gli uomini) ad aver conquistato uno Slam in singolare nell’Era Open. Prima di alzare al cielo il trofeo di Roma – peraltro proprio in questo giorno, era il 30 maggio 1976 – e del Roland Garros, Adriano vive in entrambi i tornei un percorso da brividi; si trova sull’orlo del baratro più e più volte, si salva in extremis per poi sbaragliare tutti al traguardo. Insomma, un vero e proprio festival di match point salvati all’ultimo respiro e all’ultimo tuffo, diventato leggenda.

Cognet ricorda dapprima l’incredibile rimonta di Max Decugis che all’Exposition Universelle di Bruxelles nel 1910 batte il neozelandese Tony Wilding 3-6 0-6 7-5 6-0 6-0 dopo essere stato in svantaggio per 6-3 6-0 5-0. “La polvere del tempo ha ricoperto quell’episodio incredibile, ma anche quel che accade in 10 settimane della primavera 1976 a Adriano Panatta non è da meno“. Al torneo di Nizza, l’italiano salva otto match point al primo turno contro il giapponese Jun Kuki (5-7 6-4 9-7). Un segno premonitore? Certamente un assaggio di quelli che avrebbe salvato quasi due mesi dopo, a Roma, ancora al primo turno, opposto all’australiano Kim Warwick (3-6 6-4 7-6). In svantaggio 2-5 al terzo set, Adriano salva la bellezza di undici match point per poi conquistare il torneo sconfiggendo in finale Guillermo Vilas.

Due settimane dopo, il tennista romano ottiene il sigillo più prestigioso in carriera, la vittoria al Roland Garros. Ancora una volta, il primo turno è da brividi. L’avversario, il cecoslovacco Pavel Hutka, ha il matchpoint per mandare a casa Panatta, ma questi sembra avere una bacchetta magica al posto della racchetta ed estrae dalle corde un salvataggio a dir poco miracoloso: “Francamente, non credo ci sia una ragione che possa spiegare tutto questo” ammette Adriano a L’Equipe, “non c’è un segreto per salvare 11 match point. Ci vuole fortuna. È un po’ il destino.. “.

 

All’epoca – ricorda Vincent Cognet – i giocatori non beneficiavano di una settimana di recupero tra il torneo di Roma e il Roland Garros. E Panatta non aveva davvero troppi punti in comune con l’ascetico Ivan Lendl. Non era davvero famoso per il suo rigore in fatto di alimentazione e stile di vita. Di sicuro non si era certo negato la gioia di festeggiare degnamente la vittoria romana”.

QUEGLI INCREDIBILI 11 MATCHPOINT, 10 SUL SERVIZIO DI WARWICK!

La cosa più incredibile – scrive ancora il collega francese riportando le parole del direttore Scanagatta (che lui definisce ‘la memoria vivente del giornalismo italiano’) – è che Adriano ha salvato dieci match point sul servizio di Warwick! Le prime due sul 5-2 40-15. Gli è riuscito tutto alla perfezione, tra cui una favolosa volée alta di rovescio, con la schiena rivolta alla rete, sulla nona palla del match. Soltanto una volta ha approfittato di una risposta sbagliata. Per il resto, è andato sempre lui a cercarsi i punti. Vi lascio immaginare l’atmosfera sul Centrale del Foro Italico. Ma la cosa più straordinaria è accaduta in conferenza stampa durante la quale Adriano ci ha confidato di non aver mai pensato di poter perdere quel match!.

Di solito giocavo meglio al Roland Garros che a Roma“, spiega Panatta a Cognet, “in Italia c’erano troppe aspettative. Ma, dopo aver battuto Warwick, credo di essermi sbloccato. Ho cominciato a giocare con una grande serenità. Rilassato, giocavo molto bene e tutto mi sembrava facile“.

Ma le emozioni non erano finite. A Roma, nell’incontro di quarti di finale contro Solomon, a causa dei precedenti numerosi errori arbitrali a favore dell’azzurro commessi dai giudici di linea – coloro che Gianni Clerici all’epoca aveva asserito essere “affetti da miopia patriottica” – è Panatta a suggerire di arbitrarsi da soli in caso di palle incerte. E sulle prime cinque chiamate discutibili proprio Panatta rende il punto in quattro occasioni all’americano. Solomon, indietro 4-0 nel terzo, conquista cinque giochi di fila e serve quindi per il match sul 5-4.

Il direttore Scanagatta – questo è sempre quanto scrive Vincent Cognet – ricorda che, sullo 0-15, “Panatta gioca un lob che viene giudicato buono. Salomon pensa sia fuori ma la chiamata ‘out’ non arriva. Colpisce allora la palla come può ma il suo dritto finisce fuori. Il giudice di linea e quello di sedia sono convinti che la palla di Panatta sia buona. Dopo il match ho chiesto a una trentina di spettatori che ritenevo neutrali cosa ne pensassero e molti di loro, tra cui Newcombe, si dichiararono d’accordo con gli arbitri. Ma Solomon, furioso, non ci sta. Sullo 0-30 rifiuta di continuare a giocare, se la decisione non viene modificata. Ovviamente il pubblico va in escandescenze. L’arbitro di sedia chiede ben otto volte a Solomon di riprendere l’incontro: ‘O giochi oppure te ne vai’. Lì Solomon prende le racchette sottobraccio e se ne va!”.

L’incidente non contribuirà a creare un’amicizia tra i due tennisti. Panatta si lamenterà: “Solomon si è comportato male con il pubblico e ancora di più con me“.

IL MIRACOLO PARIGINO, CON SOLITO BRIVIDO AL PRIMO TURNO

Due giorni dopo la vittoria in finale con Vilas a Roma, Panatta deve affrontare al primo turno del Roland Garros Pavel Hutka, un cecoslovacco dal gioco molto complicato (serviva con una mano, giocava il dritto con l’altra, il rovescio lo faceva con due; n.d.r.). Sarà una lunga via crucis. Al quinto set, l’azzurro salva un match point con un formidabile tuffo a rete degno del miglior Becker: “L’ho rivisto spesso” confessa Panatta, “perché Gil de Kermadec (fondatore del servizio audiovisivo della Federazione francese, n.d.r) aveva realizzato un filmato sul torneo. Beh, è un misto di fortuna e tecnica. Oggi viene chiamata ‘veronica’. Ma poi sono riuscito a recuperare e ho giocato molto bene”.

Ai quarti di finale, il suo cammino incrocia quello di Björn Borg: Dopo la mia vittoria agli ottavi contro Franulovic, sono tornato all’hotel a Saint-Germain-de-Prés. Poi, al Café des Arts ho guardato la sua partita con François Jauffret (vinta da Borg 10-8 al quinto set!). Facevo il tifo per Borg. Perchè perché mi piaceva affrontarlo mentre odiavo giocare contro François. È strano ma è così!“. (n.d.r. Panatta ha perso da Jauffret, che l’attaccava palla dopo palla sul suo rovescio, più d’una volta, inclusa una in Coppa Davis che di fatto ha comportato il successo della Francia sull’Italia).

Come già nel 1973, Adriano batte lo svedese (6-3 6-3 2-6 7-6) restando l’unico tennista ad averlo superato sulla terra parigina (Borg ha vinto sei edizioni del Roland Garros in otto partecipazioni; nelle altre due occasioni ha perso contro Panatta). “A Björn non piaceva giocare contro di me” dichiara Panatta, “perché non gli davo alcun ritmo. Variavo moltissimo e andavo sempre avanti. Con me ogni punto era diverso e lo facevo soffrire con le mie smorzate. Di dritto, con lo stesso movimento, riuscivo a giocare sia una smorzata, sia un vincente sia uno slice d’attacco. Così lo destabilizzavo. Poi cercavo di farlo venire a rete. Non volevo assolutamente che restasse a fondo a giocando al suo stesso ritmo“. I due erano, e lo sono sono tutt’ora, molto amici: “Alla base della nostra amicizia c’è un grande rispetto reciproco. Eppure lo prendevo spesso in giro: ‘A te non ti piace giocare contro di me eh?!” Ma Björn non si arrabbiava, dimostrava sempre sense of humour“.

In finale, due settimane dopo lo psicodramma di Roma, Panatta ritrova Solomon. Negli spogliatoi, Adriano stuzzica e non perdona: “Mi sono avvicinato a Solomon, che era davanti allo specchio ed era davvero piccolino (1,68 m) e lì gli ho proprio detto: ‘Ma dai su… guardati bene! Come puoi pensare di riuscire a battermi oggi?’ Beh, ok, non sono stato troppo… gentile ma è andata proprio così, è una storia vera“. Panatta diventa il primo giocatore italiano a imporsi a Roma e Parigi dopo Nicola Pietrangeli nel 1960. Ed entra nella storia.

All’epoca, per Ubaldo Scanagatta, era il primo Roland Garros da inviato. Alla vista di quanto accade, sul suo viso comparvero diverse lacrime. “Da junior facevo parte dei migliori giovani italiani ” racconta il Direttore a Cognet, “e (nel college di Formia) mi trovavo con Adriano, Paolo Bertolucci e diversi altri. Un giorno, tutti insieme, abbiamo fatto un patto: se uno di noi un giorno avesse vinto un torneo importante, sarebbe stata la vittoria di tutti. E allora, sul match point, ho ripensato a quel giorno e a quel momento. Ero così commosso da mettermi a piangere come un vitello. Accanto a me c’era una collega tedesca, davvero molto carina. Vedendomi in quello stato, mi ha abbracciato e mi ha detto: ‘Dai, su coraggio!‘ Posso proprio dire che è stato un bel momento!“.

Traduzione di Laura Guidobaldi

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