La matematica può dire chi vincerà un match di tennis?

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La matematica può dire chi vincerà un match di tennis?

Sul suo blog, Martin Ingram ha costruito un grafico che considera le probabilità del singolo giocatore di vincere un punto in risposta e al servizio. Chi sono i tre dominatori? Ma Nadal e Djokovic davanti a Federer

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Djokovic e Nadal - Finale Australian Open 2012

Se volessimo semplificare al massimo le dinamiche di una partita di tennis, diremmo che un giocatore A con elevata probabilità di tenere il servizio e strapparlo all’avversario batte un giocatore B con meno probabilità di tenere il servizio e strapparlo al suo avversario. Sappiamo bene che non sarà mai così semplice descrivere uno sport che può essere deciso da una manciata di punti, e che in un match e – più in generale in un torneo – entrano in gioco altre centinaia di variabili che potrebbero influenzare negativamente o positivamente l’uno o l’altro atleta. Dunque non osserviamo così spesso un rapporto causale così netto tra probabilità di vincere game di servizio e risposta e probabilità di vincere una partita, descritto nell’ipotesi “minima” con cui abbiamo iniziato quest’analisi.

È comunque interessante testare la sua veridicità, o almeno studiare i dati che ci portano a tenerla in considerazione. Se n’è occupato il blogger Martin Ingram, che ha sviluppato un’idea di due matematici (evidentemente appassionati di tennis) della Swinburne University in Australia, Tristan Barnett e Stephen R. Clarke. I due hanno pubblicato a metà degli anni Duemila un paper che spiega come analizzare i dati statistici di un match per predire come andrà a finire, tramite l’utilizzo di funzioni e grafici. Ingram ha preso in considerazione l’idea che le caratteristiche di ogni giocatore si possano dividere in “serve skill” e “return skill“, efficienza al servizio e in risposta.

La funzione dalla quale si parte per costruire una tavola di regressione logistica è p(punto-vinto-al-servizio) = abilità del servitore – abilità del ribattitore + intercetta. Se non vi piace la matematica (non la ama nemmeno chi ne sta scrivendo), non è un problema, come specifica Ingram. Basta sapere che questo lavoro preliminare è utile per categorizzare i giocatori. Infatti nel circuito può esserci un John Isner che grazie alla sua altezza ha un’altissima probabilità di tenere il servizio, ma è carente nei turni di risposta. Al contrario un atleta come David Ferrer, non avendo un servizio straordinario, si trovava molto più a suo agio nei turni di risposta che nei suoi turni battuta. È quindi interessante capire cosa viene fuori combinando le due probabilità.

 

Lo studio di Ingram è stato possibile grazie alla mole di dati presenti sul sito Tennis Abstract, che permette di risalire fino al 1991 e quindi includere nel modello anche giocatori che hanno ormai appeso la racchetta al chiodo. Come si legge il grafico? Innanzitutto i valori ottenuti sono stati modulati per variare su una scala da 0 a 1. Sull’asse orizzontale si ha la probabilità di vincere un punto al servizio contro un giocatore medio, mentre sull’asse verticale la probabilità di vincere un punto in risposta contro un giocatore medio. Ingram spiega inoltre che per ottenere una più facile lettura del grafico il “giocatore medio” ha probabilità di vincere un punto alla battuta e in risposta uguale a zero. Giocatori che si collocano in alto a destra nel piano avranno la più elevata probabilità di vincere le partite, che diminuirà man mano che ci si avvicina all’origine degli assi (in basso a sinistra).

Probabilità di vincere un punto al servizio e in risposta contro un giocatore medio
(grafico a cura di Martin Ingram)

Combinando le due probabilità otteniamo una ‘nuvola’ di punti più o meno omogenea. Sono presi in considerazione i migliori 50 giocatori considerando entrambe le componenti. Analizzando i singoli casi emergono considerazioni già anticipate in precedenza, ovvero la presenza di casi “estremi”. Milos Raonic, in basso a destra, vince quasi il 75% dei punti al servizio, ma ha meno del 40% in risposta. Discorso simile per Andy Roddick. All’altro estremo ci sono giocatori come Coria e Ferrer, che hanno probabilità di vincere appena due punti su tre al servizio, ma quasi il 50% in ribattuta.

Tra i migliori ribattitori troviamo anche Andy Murray, che assieme ad altri dieci atleti costituisce un gruppo di casi che si discostano dai valori medi. Murray si posiziona sulla stessa linea di Agassi e Sampras, subito dietro troviamo del Potro e più un basso Roddick. Nonostante questa similitudine statistica, il palmares parla chiaro, poiché Agassi e Sampras contano assieme ventidue titoli Slam, mentre Roddick, Murray e delPo solo cinque. Ma lo sappiamo, nel tennis i punti non sono tutti uguali. All’interno della nuvola dei punti si collocano tanti vincitori Slam, come Wawrinka, Cilic, Courier, Chang, Becker ed Edberg (ma i dati di tanti giocatori degli anni ’90 sono incompleti).

Infine, ben lontani dagli altri colleghi, tanto che potremmo definirli statisticamente casi “anomali” o outliers, troviamo i Big Three. I dati confermano la sensibile distanza che esiste tra Federer, Nadal e Djokovic e il resto dei tennisti delle ultime due o tre generazioni. E qui non parliamo solo dei trofei vinti. Nadal e Djokovic sono praticamente sullo stesso punto del grafico: la loro probabilità di vincere un punto in risposta è la più elevata, 50%. D’altro canto, nonostante non abbiano il servizio di Sampras o Roddick, superano il 70% dei punti vinti al servizio. Federer, pur avendo dati al servizio secondi solo a Roddick e Raonic rimane leggermente indietro.

Il grafico di Ingram ci dimostra principalmente una cosa: è quasi impossibile nel tennis essere sia un servitore infallibile che un ribattitore straordinario. C’è una sorta di relazione negativa tra le due parti del gioco, che presuppone che una grande abilità da un lato sia compensata da qualche lacuna sull’altro. Senza dimenticare però i limiti del modello, che l’autore stesso sottolinea. Oltre a non possedere i dati pre-1991, lo studio dà un’immagine statica del giocatore, ma sarebbe interessante (per quanto complicatissimo) isolare e confrontare “versioni” diverse dello stesso atleta (il Federer del 2013 è diverso dal Federer del 2005 o del 2020, ad esempio), poiché il tennista si evolve, acquisisce esperienza e invecchia. Inoltre i dati racchiudono in un’unico calderone tutti i tornei, senza distinzione di superficie, una variabile che sicuramente darebbe risultati diversi, ma soprattutto permetterebbe alla nostra analisi di essere molto più accurata.

Roger Federer – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

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Il Covid non ferma l’entusiasmo per Torino: 40.000 biglietti già venduti. Ma il ranking resta congelato

Sono stati già staccati quasi un quarto dei 180.000 biglietti a disposizione, per un incasso momentaneo di 5 milioni. C’è fiducia per un evento a porte aperte

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O2 Arena - ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

Un anno ancora una volta incerto attende l’Italia. Un anno che ha però una grande certezza: vedrà svolgersi la prima edizione delle ATP Finals ospitate dalla città di Torino. Giovedì 14 gennaio nel grattacielo Intesa San Paolo del capoluogo piemontese si è tenuta la presentazione del torneo, con Andrea Gaudenzi, presidente ATP, e Angelo Binaghi, presidente FIT, tra i presenti. Oltre alle parole dette in sede di presentazione, Gaudenzi ha parlato anche con le stampa italiana, non solo del grande evento che ospiterà l’Italia il prossimo autunno. Ad ogni modo, l’enorme risonanza è più che giustificata. Come ha riportato Riccardo Crivelli sulla Gazzetta dello Sport, i numeri per ora sorridono alle Finals torinesi.

La prevendita dei biglietti è iniziata il 30 novembre 2020 e nel primo mese sono arrivate richieste per 40.000 biglietti su un totale di 180.000 a disposizione per l’intero evento. Un dato ottimo, considerando le incertezze dovute al Covid-19: la situazione attuale non suggerirebbe un’apertura al pubblico, ma mancano ancora dieci mesi al Master 2021 e questi numeri ci dicono che la speranza vive ancora. In aggiunta, il 20% degli acquisti sinora registrati provengono da Paesi fuori dall’Europa, come confermato da Gaudenzi in conferenza stampa, citando aree remote come Giappone e Australia. L’incasso momentaneamente ammonta a quasi 5 milioni di euro.

Un’altra notizia importante data dal presidente dell’ATP riguarda un argomento abbastanza spinoso, che speriamo ben presto non si dovrà più trattare: il “congelamento” del ranking ATP. Nella sua intervista alla Gazzetta dello Sport ha detto che da marzo vorrebbe “riprendere con il ranking classico e avere una race con i soli risultati stagionali. A patto di poter disputare un numero elevato di tornei”.

 

Tuttavia il ritorno al sistema di classifica che conosciamo non avverrà a breve. L’ATP ha approvato un’estensione di due settimane del nuovo sistema di classifiche, approvato la scorsa estate, che rimarrà valido fino al 15 di marzo. Non verranno quindi scalati i punti conquistati a Indian Wells 2019. Il Masters 1000 californiano è stato rinviato a data da destinarsi per il 2021.

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Gaudenzi: “Il tennis sopravviverà al ritiro di Federer, Nadal e Djokovic”

Il presidente ATP ha parlato con la Gazzetta dello Sport, dalle Finals di Torino alle questioni legate a ranking e calendario. La sinergia con WTA e ITF e i danni economici causati dalla pandemia

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Andrea Gaudenzi (foto ATP Tour 2019)

Andrea Gaudenzi si sta preparando alla sua seconda stagione a capo dell’ATP, e ha parlato con Riccardo Crivelli delle sfide affrontate in questo primo anno segnato prima dagli incendi australiani e dall’interruzione del circuito per via della pandemia. Senza dubbio si è trattato del momento più complicato per il tennis (e non solo) dalla seconda guerra mondiale ad oggi, ma secondo Gaudenzi la crisi ha comunque avuto un piccolo risvolto positivo, cioè quello di “[u]nire le varie anime del tennis. La pandemia ha portato solo una cosa di buono: abbiamo lavorato finalmente in sinergia con WTA e ITF. Del resto le settimane sono 52 per tutti ed è inutile forzare la mano da una parte o dall’altra. Ci sono troppe regole diverse, troppe complessità organizzative: è il momento di superarle“.

Per questo motivo, il dirigente non guarda con favore al terzo grande scoglio emerso nel 2020, cioè la secessione operata dalla PTPA di Djokovic e Pospisil, un progetto che a suo parere non può portare benefici: “Ci sono tre giocatori nel board dell’ATP, nessuna decisione può essere presa contro il loro interesse. Siamo aperti al confronto e ai suggerimenti, ma la divisione non porterà da nessuna parte“.

Gaudenzi ha rivelato che presto le classifiche potrebbero tornare alla normalità: Da marzo vorremmo riprendere il ranking classico, e avere una Race con i soli risultati stagionali. A patto di poter disputare un numero elevato di tornei”. Proprio la densità del calendario, però, è la questione più complicata da dirimere al momento: “Siamo ancora in piena pandemia, pur sforzandoci non possiamo ragionare troppo a lungo termine. Per questo aggiorneremo il calendario ogni trimestre: fino all’estate avremo delle preoccupazioni, poi credo che dall’autunno, grazie al vaccino, ci avvicineremo alla normalità. In ogni caso al momenti tutti i tornei in programma da aprile in poi sono confermati”.

 

La problematica, tuttavia, non è solamente legata agli impedimenti generati da questa ondata del coronavirus, ma anche ai danni economici causati ai tornei minori da quella precedente, e Gaudenzi lo sa bene: “Stiamo ancora studiando le carte, certamente è stato un periodo durissimo. Tutti i tornei giocati dopo il lockdown hanno subito perdite, gli Slam e i Masters 1000 più o meno hanno resistito, il problema sono stati, e saranno, i 250. Ma per loro gli aiuti economici arriveranno più corposi”.

C’è poi una potenziale asperità a lungo termine, vale a dire l’impatto sul circuito maschile del ritiro di Federer, Nadal e Djokovic, che ormai non può essere troppo distante. Il numero uno ATP, tuttavia, non si dice troppo preoccupato: “Ho cominciato a giocare con Sampras e Agassi e si diceva che dopo di loro ci sarebbe stato il diluvio. Gli Internazionali d’Italia o Wimbledon mantengono la loro grandezza a prescindere dai protagonisti”. In Italia, in particolare, il gioco sembra destinato a crescere sempre di più, un po’ per le Finals, un po’ per la presenza di tanti grandi realtà e prospetti, Jannik Sinner su tutti. Qual è il parere di Gaudenzi sull’altoatesino? Ha testa e talento, è solido, arriverà lontano. Lo aspettiamo a Torino, ovviamente. Con gli altri italiani fortissimi”.

A proposito di Torino, Gaudenzi si è detto felice di quanto fatto finora per prepararle: “Un grande lavoro, di cui stiamo già valutando la bontà. Siamo molto ambiziosi, abbiamo uno standard molto alto fissato a Londra in 12 anni con più di 3 milioni di spettatori. Siamo fiduciosi che Torino, il Piemonte, l’Italia, faranno ancora meglio. Noi, come ATP, possiamo garantire la qualità dello show e del prodotto tennis a chi acquista il biglietto, ma sull’indotto serve l’impegno delle istituzioni sportive e politiche. Mi sembra che siamo sulla buona strada”.

L’ultima domanda dell’intervista ha invece riguardato il dibattito su potenziali cambiamenti regolamentari per rendere lo sport più rapido e appetibile, ma secondo Gaudenzi il lifting di cui ha bisogno il tennis riguarda la vendita del prodotto, non il prodotto in sé: Non sono fautore del cambiamento delle regole. Piuttosto pensiamo di rendere questo tennis più fruibile attraverso le nuove piattaforme. Dopo, magari, penseremo alle regole”.

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Naomi Osaka: “Atleti, fate sentire la vostra voce. Io non resterò zitta a palleggiare”

“Anche noi siamo vittime di pregiudizi e razzismo, proprio come chiunque altro. Perché affermare il contrario?”

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @naomiosaka)

Questo è un articolo tratto da Turning Points, una rubrica che analizza quali momenti critici del 2020 potranno avere effetto sul 2021. Comparso sul New York Times, lo abbiamo tradotto integralmente. Si tratta di un testo scritto in prima persona da Naomi Osaka.


Turning Point (l’accaduto): A seguito delle pressioni da parte dei loro giocatori e dei tifosi, le squadre delle quattro leghe sportive più importanti d’America cancellano partite e allenamenti per protestare contro il razzismo e la violenza da parte della polizia.

“Zitto e palleggia” (Shut up and dribble).

 

Questo è quello che una giornalista televisiva [Laura Ingraham di Fox News, ndr] ha suggerito di fare a LeBron James dopo che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a ESPN nel 2018, ha parlato di razzismo, di politica e delle difficoltà di essere un personaggio pubblico afroamericano.

Inutile dire che il consiglio non sia stato seguito. LeBron, l’attivista, ha attirato la mia attenzione nel 2012. Lui e i suoi compagni di squadra dei Miami Heat hanno postato una foto di loro incappucciati per protestare contro la morte di Trayvon Martin, un adolescente afroamericano della Florida che indossava un cappuccio mentre veniva ucciso a colpi di pistola da George Zimmerman, il coordinatore della ronda di quartiere locale. 

Nel 2014 Eric Garner, un afroamericano, muore a Staten Island dopo essere stato strangolato da alcuni agenti di polizia, una manovra al tempo proibita dalla polizia e che è successivamente divenuta illegale nello Stato di New York. Poco più tardi, in un riscaldamento pre-partita, LeBron ha indossato una maglietta con le ultime parole di Garner – “I can’t breathe” (Non riesco a respirare) – facilmente udibili in un video che ritrae i poliziotti mentre lo strangolano. Il resto della lega lo ha seguito, ma James è stato il punto focale.

Fast forward a quest’anno e lui è ancora sotto i riflettori. LeBron ha la voce più potente sulla piattaforma più grande e la usa per protestare contro il razzismo sistematico, l’ineguaglianza e l’abuso di potere da parte della polizia, il tutto mentre continua a giocare alla grande a dispetto di proteste senza precedenti, di una pandemia globale e di profonde ferite personali, inclusa la tragica scomparsa del nostro amico Kobe Bryant.

LeBron è indomito nel suo sostegno costante alla comunità afroamericana; è risoluto, schietto e appassionato. Sul parquet o al microfono lui è un’ispirazione, semplicemente inarrestabile. È dedito al suo lavoro come nel suo supporto alla comunità, nonostante continui a combattere contro un sistema consolidato che vuole zittire gli atleti che alzano la voce.

I musicisti cantano e scrivono sempre (e da sempre) di movimenti sociali, attivismo e uguaglianza. Gli attori danno voce alle loro opinioni e appoggiano personalmente candidati politici, organizzando raccolte fondi e feste. Ci si aspetta quasi che uomini d’affari, autori e artisti abbiano opinioni a proposito delle ultime notizie e difendano pubblicamente il loro punto di vista. Ma quando lo facciamo noi atleti, siamo sempre criticati se esprimiamo le nostre opinioni.

Naomi Osaka e LeBron James

Possibile che le persone ci considerino nient’altro che corpi – individui che raggiungono quello che è fisicamente quasi impossibile per tutti gli altri, e che divertono il pubblico spingendosi oltre i propri limiti? Possibile che si meraviglino che un insieme di muscoli, ossa, sangue e sudore possa anche esprimere un’opinione? Può lo sport essere solo sport e la politica essere solo politica?

Il messaggio è sempre lo stesso. Colpisci la palla. Fai canestro. Zitto e palleggia.

Ma qualunque sia l’argomento, si tende a ignorare un fatto importante: quando non giochiamo, viviamo nello stesso Paese di tutti gli altri. E come la maggior parte degli atleti può affermare, questo significa che anche noi siamo vittime delle stesse ingiustizie e diseguaglianze che hanno portato alla morte persone proprio come noi, ma che non dispongono delle stesse protezioni garantite dalla nostra fama, nonché dalla protezione e dal sostegno che riceviamo. Basta chiedere al giocatore NBA Sterling Brown, colpito con un taser da degli agenti di polizia, o al mio collega James Blake, scaraventato a terra e ammanettato dalla polizia per 15 minuti mentre era fuori da un albergo di New York (i poliziotti hanno poi dichiarato che si è trattato di uno “scambio d’identità”). Solo perché siamo atleti questo non significa che non siamo influenzati da quello che succede nel paese, o che siamo obbligati a tenere la bocca chiusa.

Lo sport non è mai stato apolitico, e finché continuerà ad essere giocato da esseri umani non lo sarà mai.

Muhammad Ali è stato per anni la voce della giustizia, anche quando venne condannato a cinque anni di reclusione per via del suo rifiuto alla leva obbligatoria, motivata dal suo credo religioso. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos vennero fischiati quando alzarono i pugni guantati di nero sul podio, e affrontarono successivamente una marea di critiche da parte del pubblico e dai media quando tornarono negli Stati Uniti.

Colin Kaepernick ha messo a rischio la propria carriera quando si è inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita della NFL, rischiando di non giocare più in una partita di lega per via del suo gesto.

Megan Rapinoe è una convinta sostenitrice del movimento LGBTQ+ e della parità salariale, anche se ciò ha dovuto significare tenere testa al presidente degli Stati Uniti e rifiutare un invito della Casa Bianca.

Venus Williams ha fatto molto più di quanto molti sappiano per portare avanti le battaglie di Billie Jean King e garantire uguaglianza per le donne nel tennis. Coco Gauff, nonostante la sua giovane età, è una fiera e appassionata sostenitrice del movimento Black Lives Matter, sia online che in pubblica presenza.

Nonostante i progressi ottenuti, continuo a pensare che noi atleti abbiamo ancora molta strada da fare. Oggi, data la copertura televisiva e il risalto sui social media, noi atleti disponiamo delle più grandi e visibili piattaforme mai esistite. Per come la vedo io, questo significa avere maggiore responsabilità di far sentire la nostra voce. Non resterò zitta a palleggiare.

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