Interviste
Ana Ivanovic: “Dopo un titolo Slam si è costretti a vincere. Mi mancano le luci dei riflettori”
A 12 anni dalla vittoria del Roland Garros, Ana si racconta a Barbara Schett su Instagram. “L’avversaria più tosta affrontata in carriera? Karolina Pliskova. Mi piacerebbe rigiocare la finale dell’Australian Open con Sharapova”

In un’intervista rilasciata live su Instagram a Barbara Schett di Eurosport, Ana Ivanovic ha detto la sua su tanti temi relativi al tennis: tra questi, il perché abbia dichiarato di non essersi goduta abbastanza la prima posizione mondiale, i suoi pensieri sul ritorno al tennis giocato di Kim Clijsters e la sua scelta riguardo all’avversaria più tosta mai incontrata.
Sebbene non venga citato se non indirettamente nell’intervista, questo articolo coglie anche l’occasione di ricordare l’unico trionfo Slam dell’ex tennista serba, giunto quasi esattamente dodici anni fa: era il 7 giugno 2008 quando Ana Ivanovic batteva 6-4 6-3 Dinara Safina per alzare al cielo il trofeo del Roland Garros. Sarebbe rimasta la sua ultima finale Slam, dopo le sconfitte del 2007 (sempre a Parigi, contro Henin) e dello stesso anno all’Australian Open, contro Sharapova.
Di seguito vi proponiamo la traduzione dell’intervista.
Come è cambiata la tua vita quando hai iniziato a vincere tornei dello Slam raggiungendo poi la prima posizione della classifica mondiale?
È stato tutto molto intenso. Avevo vent’anni quando ho vinto uno Slam diventando la numero uno al mondo. In quel momento cambia tutto nel tuo approccio al gioco. Prima si gioca per puro piacere, sia in allenamento che in partita. Poi, all’improvviso, si è costretti a vincere pena la perdita della prima posizione mondiale. Questo lo accusavo più del dovuto. Volevo solo fare quel che mi piaceva, giocare a tennis. Sono stata sotto i riflettori, ma il mio sogno non è mai stato diventare la numero uno del mondo, ma semplicemente giocare a tennis con leggerezza, divertirmi e vincere partite e tornei. Abituarsi alla nuova condizione è stato piuttosto difficile.
Chi è stata la giocatrice più difficile da affrontare per te nel circuito?
Ci sono giocatrici contro cui ti trovi bene e altre che ti mettono in difficoltà per il loro tipo di gioco. All’inizio della mia carriera, le battaglie più dure sono state contro Patty Schnyder. Partite che non dimenticherò mai. Ricordo ancora un fantastico quarto di finale a Berlino. Anche le partite contro Svetlana Kuznetsova sono sempre state complicate. Ma nell’intera mia carriera l’avversaria più tosta è stata Karolina Pliskova. Negli ultimi anni della mia carriera ci siamo incrociate diverse volte, lei era una che sapeva mascherare il suo gioco molto bene: era difficile leggere il suo servizio o capire da quale parte avrebbe tirato. Io sono brava a leggere il gioco delle avversarie e mi piaceva manovrare – e infatti amavo la terra battuta – ma con Pliskova è sempre stato molto complicato. Serve molto bene e non riesci a entrare nello scambio.
Quale è il match che ti piacerebbe rigiocare?
La finale dell’Australian Open 2008 contro Sharapova. Ci fu un primo set combattuto, lei a un certo punto stava servendo sul 4-4, 30-30. A campo aperto sul dritto optai per una smorzata che non superò la rete. Mi sono deconcentrata e poi, mi sembra, persi il set 7-5. Non riuscivo a scacciare quel punto dalla mia testa. Solitamente uno mette da parte il ricordo negativo e pensa al punto successivo, ma quella palla in qualche modo proprio mi è rimasta impressa. E dire che in quel torneo stavo giocando davvero bene. Questa è la partita che, potendo scegliere, mi piacerebbe rigiocare.
C’è qualcuna contro cui non hai mai giocato durante la tua carriera che avresti voluto affrontare?
Mi sarebbe piaciuto incontrare Monica Seles, ma le nostre carriere non sono state contemporanee. L’ho incontrata qualche volta dopo il suo ritiro: ha i piedi per terra, è molto timida e umile. Vorrei averci giocato contro. È una persona davvero meravigliosa.
Quanto ha influenzato la tua carriera il tuo connazionale Novak Djokovic?
Siamo cresciuti in Serbia insieme e abbiamo iniziato a giocare negli stessi anni (io un anno dopo di lui). Quando avevamo dieci o undici anni, giocavamo gli stessi tornei giovanili in Serbia. Poi, una volta entrati nel circuito mondiale, siamo diventati molto amici. Negli anni lui ha fatto il suo percorso e io il mio: quel che ha ottenuto è veramente incredibile.
Pensi che Novak possa terminare la sua carriera come recordman di vittorie nei tornei dello Slam?
Probabilmente sì perché il tempo è dalla sua. Ha decisamente ancora almeno un paio d’anni per farcela ed è uno dei suoi grandi obiettivi.

Cosa pensi del ritorno al tennis di Kim Clijsters?
Kim è stata la mia mentore quando mi sono affacciata al circuito maggiore. Parlavamo tantissimo e mi ha aiutata ad abituarmi al tour. Siamo diventate amiche, poi lei ha avuto la figlia Jada, è tornata e ha vinto uno Slam. Quel che ha ottenuto è fantastico. La rispetto ancora molto, tornare a giocare dopo aver avuto tre figli e dopo aver dato tutto quel che ha dato lei è difficile anche solo da immaginare. Non perché lei non sia in forma, ma perché il corpo reagisce diversamente. Quando competi ad alto livello ti rendi conto di quanto sia essenziale essere al top dal punto di vista fisico e lei di energie ne ha spese. Ho guardato alcuni dei suoi match e l’ho vista colpire la palla molto bene, spero davvero che riesca a tornare ai livelli di una volta. Ma personalmente non credo sarà facile.
Pensi che Serena possa vincere un altro Slam scrivendo una pagina di storia?
Penso che per quanto la riguarda, il tema principale sia la pressione mentale di vincere quello Slam in più piuttosto che la capacità di farlo. Conta il lato emozionale del fare quello step decisivo per vincere davvero un titolo.
Questa sosta prolungata del circuito aiuterà le giocatrici più anziane ed esperte o quelle più giovani?
Penso che sia una sfida impegnativa. Non mi piacerebbe affrontarla. Una volta sono stata infortunata per due mesi e già quello è stato duro abbastanza. C’è chi riesce a tornare al top più in fretta. Alcune giocatrici sono in grado di ritrovare se stesse in fretta dopo i lunghi stop, altre ci mettono più tempo. È qualcosa di soggettivo ma penso che questa situazione favorisca le più giovani perché per loro sarà più facile riprendere il ritmo giusto.
C’è qualcosa che ti manca della tua carriera tennistica?
Mi manca competere. È strano perché quando avevo 15-16 anni temevo il giorno in cui mi sarebbe toccato di giocare sui campi centrali più importanti. Rifuggivo le luci dei riflettori. Ora invece mi mancano. Quando guardo alcune amiche giocare nei tornei penso che mi piacerebbe fare ancora parte di quel mondo, perché mi piace viaggiare in giro per il mondo e incontrare persone amiche. Ma poi quando guardo a tutto il resto, sono felice della vita che faccio oggi.
Traduzione a cura di Gianluca Sartori
LA VIDEO-CHAT TRA IVANOVIC E BARBARA SCHETT IN VERSIONE INTEGRALE
Flash
Robin Haase: “Il livello complessivo si è alzato, ma i top 15 sono meno forti”
L’olandese Robin Haase, ex n. 33 ATP, fa paragoni tra il presente e i suoi primi anni nel Tour, parlando anche di stili e superfici. E suggerisce qualche nuova regola perché “il tennis dev’essere più veloce”

Classe 1987, Robin Haase ha raggiunto il 33° posto nel ranking nel 2012. Numero 3 del mondo da junior, due operazioni al ginocchio durante i primi anni di professionismo non hanno certo aiutato l’ascesa di questo olandese che rientra tra coloro che danno l’impressione di giocare meglio a tennis di quanto non dica la classifica. A una settimana dal trentaseiesimo compleanno, Robin ha parlato con Clay del futuro non solo suo bensì soprattutto del tennis, della necessità di renderlo più veloce, del livello attuale paragonato a quello di dieci anni fa, delle superfici e di altro ancora.
Forse doppio e coaching, ma con moderazione
Con il ranking sceso al n. 269, ora frequenta principalmente il circuito Challenger. Lo scorso gennaio ad Adelaide 2 è però arrivata una vittoria ATP rocambolesca non solo e non tanto per il 7-6 al terzo con match point annullato, quanto per come era arrivato a disputare quell’incontro. L’intenzione, a ogni modo, è di giocare in singolare il più possibile, per poi decidere se dedicarsi solo al doppio. Dopo diciotto anni, “non mi vedo ancora per molto tempo nel circuito” spiega. “Però dipende. Se hai un compagno e siete almeno in top 20 potendo giocare solo 18 tornei a stagione, ok. Ma devi trovare un compare che sia d’accordo”. Per ora ha ripreso il sodalizio con il connazionale Matwe Middelkoop, 14a coppia della Race. È anche un coach certificato e occasionalmente aiuta i giovani olandesi che “sono contenti quando dico loro qualcosa su cui lavorare”. Occasionalmente è la parte facile. “Ma il secondo giorno, il terzo, il giorno 245, cosa dici? Quella parte del coaching è sottostimata dai tennisti”. E, a proposito di parti, quella dei viaggi ogni settimana è da escludere. “Magari un part-time, come la Coppa Davis”.
Tiro dentro vs tiro forte: da dove si comincia?
Un’altra osservazione interessante è la differenza tra la sua generazione e quella attuale. “Noi abbiamo prima imparato a tenere in campo la palla, poi a colpire sempre più forte. Oggi i tennisti crescono tirando più forte possibile, poi iniziano a imparare a non commettere troppi errori. Anche le superfici sono cambiate negli ultimi vent’anni. Ora non importa se duro, terra o erba perché è ancora un po’ diverso il modo di muoversi, ma i rimbalzi sono sinili, quindi non ci sono più specialisti. Non molti che fanno servizio e volée o veri attaccanti né terraioli. Giochi più o meno allo stesso modo dappertutto. C’era più varietà, ma i più giovani stanno aggiungendo cose. Diventano più pericolosi e il loro gioco si sta evolvendo”.
Siamo qui per il tennis o per divertirci?
Sorprende un po’ vederlo allineato a quelle affermazioni estemporanee di Jessica Pegula e Frances Tiafoe, secondo i quali sarebbe incomprensibile dover starsene zitti durante quei pochi secondi di ogni scambio e non poter continuamente lasciare il proprio posto e tornarci facendo alzare tutta la fila – neanche fossero al cinema. Per Robin, in modo simile, è inconcepibile dover aspettare dieci minuti prima di poter accedere allo stadio. “Entra e siediti” è la sua soluzione. “Magari con qualche eccezione, tipo le prime file. Se comprassi un biglietto e dovessi aspettare dieci minuti, direi, ‘ma che è sta roba?”’. Una considerazione che rientra nel più ampio discorso secondo cui “nel tennis, l’unico divertimento è lo sport. Non c’è granché oltre quello. Niente musica, niente altro per la gente”. Qualcuno potrebbe obiettare che a volte, di musica, ce n’è anche troppa e di pessima qualità, ma è un’opinione (la qualità, la quantità è un dato oggettivo). Il tutto partendo dalla tecnologia delle chiamate elettroniche, con il sistema originale che incontra i favori del nostro: “Hawk-eye era molto divertente. I tennisti potevano chiedere il challenge e alla gente piaceva. Ora non c’è più interazione con il pubblico”. Qui sarebbe stata perfetta una citazione del tipo, “il progresso andava forse bene una volta, ma è durato troppo” (legge di Ogden Nash), ma Haase è una personcina seria. In definitiva, l’idea è che “le regole devono cambiare”. Quali regole?
L’inafferrabile concetto del let in battuta
“Non ha alcun senso il let sul servizio. L’unica argomentazione a favore è la tradizione, mentre quelle contrarie sono molto migliori” e fa l’esempio della pallavolo prima di analizzare le obiezioni. “Se tiro una bella battuta che sarebbe ace ma tocca appena il nastro, devo rigiocarla – perché? Se il nastro accomoda la palla per il ribattitore, è perché ho servito male. Poi, il marchingegno costa un sacco di soldi e neppure funziona bene”. Sul costo non siamo troppo sicuri, ma poi Haase cade nella solita retorica: “E, più importante di tutti, la gente non lo capisce”. Ok, Robin, togliamolo, ma che non sia per darla vinta agli stupidi o presunti tali.
Non importa dove, purché ci si vada in fretta
Se non pensa che il tennis sia esattamente noioso, ma dovrebbe andare più veloce e, in quest’ottica, il punteggio della spettacolare vetrina under 21 attualmente in cerca di una nuova casa con cinque set ai 4 game è meglio dei noiosi tre ai 6. Il motivo è presto detto. “Adesso ai giocatori non importa tanto dei primi game. Hai vinto il primo set, 1-1 nel secondo, l’altro è 40-15, a volte pensi, ‘vabbè, quel punto non mi interessa’. Invece, dovendo arrivare a quattro, è meglio che ti giochi quel punto perché non hai tante occasioni per brekkare. Non dico di cambiare adesso, ma possiamo sperimentarlo di più”.
Per Haase, rimane intoccabile il punteggio degli Slam anche perché i numeri in termini di presenze dicono che godono di ottima salute, ma lo stesso non vale per gli ATP 250 ed è lì che si potrebbe cambiare il punteggio: “Diamo al pubblico più divertimento”.
Poche palle, diamogliene di più
Non è però che gli siano venute queste idee ora che ha più anni nel Tour alle spalle che non davanti. “Le ho da 15 anni” assicura. “A casa ho uno schema con tutti questi suggerimenti, di quando ero nel Consiglio dei Giocatori. Nei Challenger, si gioca con quattro palline. Perché mai? Se ne possono usare sei come nell’ATP, non costano più così tanto. Se giochi con quattro, si deteriorano prima e, quando le cambi, è ancora più difficile controllarle. Eppure i Challenger sono parte del Tour ATP – perché non c’è la stessa situazione?
Una volta i top erano più forti, ma…
Lo scorso anno, Toni Nadal ha avuto occasione di affermare che il Rafa 2022 avrebbe perso dal Nadal passato, per esempio quello del 2013, 2011, 2008. Lo stesso valeva per Djokovic. E il fantastico Federer 2017? Inferiore a quello di dieci anni prima. Insomma, il livello si è abbassato. Robin c’era ed perfettamente d’accordo. A metà. “Dipende dal punto di vista. Dieci anni fa, la top 20 o la top 15 erano incredibili. Poche sorprese negli ottavi degli Slam. Roddick, Hewitt, Wawrinka, Davydenko, Nishikori… Toni ha ragione, quelle top ora sono più deboli. Tuttavia, la top 100, 250 o anche 400 sono molto più forti. Il livello complessivo è più alto. Una volta era più facile vincere i Challenger. Adesso è più dura e chi li gioca può far bene nel Tour ATP”.
Collegato a questo, il fatto che solo due Slam siano stati vinti da tennisti ora nei loro vent’anni fa dubitare della forza mentale di quella generazione. Haase vuole precisare la questione: “Se entri nei primi 100, sei fortissimo mentalmente. Chi sostiene che il numero 10 non è forte di testa non ha idea di quello che dice. Vincere uno Slam è diverso, è vero. Thiem e Medvedev ci sono risuciti, anche se Djokovic e Nadal provano di essere ancora migliori degli altri, pur non dominando com’erano abituati a fare – normale per via dell’età”.
Protezione o controllo?
La chiacchierata si conclude con il cambiamento della relazione fra tennisti e media. “Più soldi sono in ballo, più alta è la pressione. I manager e i coach vogliono proteggere i giocatori. Per i manager, tenerli lontani da certe situazioni significa controllarle e di conseguenza i tennisti non sempre sanno cosa stia succedendo. Nei Paesi Bassi, qualche giornalista si occupava solo di tennis, ora anche di calcio e pallavolo e quindi non viaggia più tanto. Ci vediamo una volta all’anno, stesse domande, non c’è più relazione ed è un problema per entrambe le parti. E ci sono i social che permettono ai tennisti di comunicare con i fan”.
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WTA Miami, Cirstea dopo la vittoria su Sabalenka: “Non le lo ho lasciato dettare i punti, il servizio mi ha aiutato nei momenti cruciali”
La rumena Sorana Cirstea torna in semifinale di un WTA 1000, dopo 10 anni: “Il mio livello è stato alto anche i passato, solo che mi è mancata continuità”

Dieci anni dopo la sua prima semifinale in torneo di categoria ‘mille’, ad una settimana dal suo 33esimo compleanno (compirà gli anni il 7 aprile), Sorana Cirstea ritorna ad assaporare il gusto della vittoria nei quarti di finale di un evento del circuito così prestigioso. Dal WTA 1000 di Toronto 2013 dove si arrese all’immarcescibile Serena Williams, al penultimo atto in Florida dove attende la vincente di Kvitova-Alexandrova – rinviata al programma odierno a causa della pioggia torrenziale abbattutasi su Miami nella serata di ieri -. Il successo su Sabalenka è stata per la romena l’occasione giusta per ripercorrere nel post-gara le vicissitudine di questo decennio di lontananza dall’élite del tennis femminile mondiale, con anche qualche curiosità venuta a galla come l’essere cresciuta a suon di gelati per via dell’azienda di famiglia.
D. Si è potuto notare svariate volte che Aryna [Sabalenka, ndr] durante i cambi di campo prima di sedersi si mettesse un impacco di ghiaccio in testa, per poi coprirsi il volto con un l’asciugamano. Si è capito dunque che stesse lottando tanto per contrastare il caldo. Tu invece mi sei sembrata molto più calma, quasi come se non stessi per nulla sudando. Com’è stato affrontare e vivere tutte queste situazioni? Potresti dire che sei stata in grado di approfittare della sua stanchezza?
Sorana Cirstea: “Ad essere onesta, non mi sono resa minimamente conto della sua sofferenza. Per quanto riguarda me, invece, posso solo dire di ritenermi estremamente fortunata dato che in tutta la mia carriera non ho mai avuto gravi problematiche in partita nel sopportare il caldo. Ad esempio posso dire di non sapere fortunatamente cosa si provi ad avere i crampi, non li ho mai avuti. In generale poi, non ho mai avuto problemi al riguardo. Anzi mi è sempre piaciuto molto giocare al caldo, non mi dispiace affatto. Dunque, dalla mia prospettiva è stato semplicemente un giorno di lavoro come un altro. Naturalmente, però, penso che il mio personale rapporto con certe condizioni atmosferiche abbia rappresentato indubbiamente un vantaggio decisivo nel match, tuttavia nel corso dei miei anni di carriera non ci ho mai prestato veramente attenzione. Ultimamente, però, sto iniziando a rendermi conto che io riesca ad esprimere il massimo delle mie potenzialità con un clima caldo più di quanto riescano a fare la maggiore parte delle altre giocatrici“.
D. Prima del torneo avevi parlato del tuo coach e di come ti aiuti ad affrontare ogni tipologia di avversaria. Alla luce di questo, volevo sapere quagli aspetti del tennis di Sabalenka credi tu sia stata in grado di sfruttare e far sì che fossero tuoi punti di forza? Inoltre sei sempre sembrata molto calma in tutti i momenti di tensione del match, dove ad esempio ci sono stati punti di rottura dell’equilibrio. Quindi non ti sei mai innervosita, neanche dentro di te, pensando alla grande opportunità che avevi davanti di poter andare in semifinale?
Sorana Cirstea: “Conoscevo perfettamente il modo in cui Aryna [Sabalenka, ndr] gioca, ed ero conscia che avrebbe impostato la partita alla ricerca della costante aggressività. Per cui, io e il mio team avevamo preparato a nostra volta la partita per incentrarla sull’aggressività, poiché appena le dai spazio e fai un piccolo passo indietro, sei semplicemente finita. Se contro di lei provi unicamente a contenere, non farai quasi mai punto. Io posso ritenermi fortunata da questo punto di vista, perché sono una giocatrice completa in grado all’occorrenza di modificare la sua attitudine in campo. Posso attaccare, ma posso anche difendere. Però devo dire, che se posso scegliere preferisco sempre e comunque attaccare. Il mio obiettivo principale era essere aggressiva non lasciando che fosse lei a dettare i punti, ma anche essere solida e servire bene; perciò avendo mantenuto tutto ciò che mi ero ripromessa di fare non posso che ritenermi altamente soddisfatta della mia prestazione. Anche se devo riconoscere che il servizio è stato continuo, tuttavia nei punti importanti mi ha aiutato un bel po“.
D. Riprendendo e ampliando quello che hai detto sul servizio, io ho avuto la sensazione che il tuo servizio alla T le abbia creato non pochi grattacapi. C’è stato qualcosa di specifico riguardo alla sfera del servizio, su cui tu il tuo coach avete lavorato più nel dettaglio? Poi ti volevo anche domandare, quanto è importante quando si affronta una battitrice così massiccia essere in grado di rispondere bene e in generale riuscire a reggere la potenza dei suoi colpo, specialmente nei punti che pesano di più?
Sorana Cirstea: “Sì, penso che il servizio sia stata probabilmente la parte del mio tennis sulla quale io e il mio allenatore abbiamo lavorato maggiormente negli ultimi mesi. L’anno scorso dopo lo US Open ho dovuto interrompere la mia stagione a causa di un infortunio alla spalla, per poi essere successivamente costretta a due mesi di riabilitazione. Una volta guarita, abbiamo iniziato a lavorare molto sul servizio. Naturalmente non abbiamo potuto lavorare fin da subito quanto volevamo, visto che ogni tanto la spalla mi faceva ancora un pò male. Sono andato in Australia con ancora un pò di dolore presente. Ciononostante abbiamo comunque lavorato tanto, perché sentivo che il servizio non fosse in linea, ma al di sotto, con il livello delle altre componenti del mio gioco. Anche perché sono comunque una tennista mediamente alta, seppur non tra le più alte del Tour, e dunque dovevo servire meglio e con maggiore incisività rispetto a quello che stavo facendo. Quindi abbiamo cercato di migliorare aumentando la velocità di palla. Tuttavia non ha dato i risultati sperati, quindi ci siamo detti di provare a migliorare cambiando qualcosina nel posizionamento. E alla fine dopo tanto lavoro abbiamo raggiunti l’obiettivo di fare diventare un’arma il mio servizio“.
D. Sei ritornata in semifinale in un WTA 1000 dopo dieci anni. Puoi raccontarci quale sia stato il processo per raggiungere il livello attuale? E quanto hai attinto dal percorso della tua carriera nel poter affrontare al meglio la numero due del mondo?
Sorana Cirstea: “Ancora una volta, come ho detto molte altre volte, non sono a conoscenza dei numeri e dei risultati che mi riguardano. Non ne ho mai tenuto traccia. Il mio percorso in questi dieci anni è stato abbastanza semplice, ho fatto quello che credo facciano quasi tutti i miei colleghi e le mie colleghe; concentrarsi maggiormente sul lavoro piuttosto che sulle classifiche e tutto il resto. Quindi penso di essere sempre stata una buona giocatore, anche durante questi anni che sono intercorsi tra una semi e l’altra. Ritengo di essere sempre stata una giocatrice molto pericolosa da ritrovarsi contro. Ho sempre fatto grandi partite, ma delle volte mi è mancata un po’ di costanza. Puntualmente, infatti, mi capitava che per quattro mesi giocavo davvero bene, e poi succedeva che all’improvviso abbassavo il livello, il ciclo infine si concludeva con un ritorno ad alti livelli e a grandi performances. Sulla carta sono passati dieci anni, ma ribadisco di credere di aver espresso un livello alto anche in questi dieci anni; solo che non sempre i risultati mi hanno dato ragione per mancanza di continuità. E su questo non smetto mai di lavorare per crescere ancora. Essere un tennista, è come fare un puzzle. Ed ora dopo diverso tempo, tutti i pezzi stanno andando al loro posto“.
D. Considerando il livello espresso da Sabalenka finora in stagione, che tipo di dimensioni assumere per te il torneo e come giudichi questo risultato?
Sorana Cirstea: “È difficile personalmente valutare certi risultati migliori rispetto ad altri, ma penso che questo risultato nella sua totalità mostri il lavoro che ho fatto. Anche perché negli ultimi due mesi ho lavorato davvero molto duramente. Dunque per me non solo questi risultati sono degni di nota, anche prima dei quarti qui ho battuto giocatrici forti. Poi naturalmente vincere contro Aryna, una campionessa Slam e finalista la scorsa settimana a Indian Wells, ha un sapore diverso anche perché poi lei è una giocatrice estremamente aggressiva e a me queste tipologie di giocatrici piacciono tanto; nonostante ciò non saprei dove effettivamente collocare questa vittoria. Ma sicuramente, però, mi infonde gioia e nello stesso tempo anche sollievo per tutto il lavoro svolto che ora sta dando i suoi frutti“.
D. Sei tra le tenniste più “anziane” di sempre ha raggiungere la seconda semifinale della carriera in un ‘1000. Vincere una partita come questa, che si va ad unire a molte altre grandi partite che ti hanno vista protagonista di recente, pensi possa essere fonte di ispirazione per altre giocatrici che hanno l’ambizione di giocare così a lungo?
Sorana Cirstea: “Sicuramente. Io poi sono arrivata in Tour quando ero ancora molto giovane, a 17 anni ero già in Top 100, e un anno dopo ero già ai ridosso della Top 30. Quindi ho avuto un grandissimo inizio di carriera, ma se tu mi avessi chiesto allora se a 32 anni mi sarei immaginata ancora in campo; probabilmente ti avrei risposto di no. Ma naturalmente con gli anni maturi e cominci a goderti il gioco ancora di più rispetto a quando sei giovane, in questo momento mi sto talmente divertendo che forse se vedessi adesso il mio approccio al tennis di quando avevo vent’anni non piacerebbe. Tuttavia, però, chiaramente vorrei avere 20 anni e ottenere i risultati di quel periodo ma allo stesso tempo sono molto orgogliosa della mia mentalità, della mia etica del lavoro, della mia disciplina e anche della mia convinzione; perché ho sempre creduto che il mio gioco potesse essere nocivo per le avversarie. Ho sempre creduto che con questo gioco fossi in grado di fare grandi cose. Ognuno però ha il suo percorso, alcuni giocatori hanno bisogno di più tempo, alcuni ne impiegano meno, ma sono comunque orgogliosa di tutto ciò che ho raggiunto nella mia carriera“.
D. Sono a conoscenza del fatto che tuo padre possieda un’azienda che produce gelati, dunque debbo dedurre che il gelato ti piaccia molto o sbaglio? Se è così, quel è il tuo gusto preferito?
Sorana Cirstea: “Sì, è il mio dessert preferito. Sono cresciuta con il gelato in estate, inverno, in tutte stagioni. In verità la piccola azienda è di entrambi i mie genitori. Sono persone che hanno lavorato e che lavorano tuttora sodo. Per quanto riguarda il mi gusto preferito, direi vaniglia-cocco-pistacchio. Questo è il mio trio“.
D. Già a Indian Wells avevi ottenuto un grande risultato, che però credo emotivamente tu l’abbia vissuto in maniera diametralmente opposta alla tua corsa qui in Florida perché comunque rappresentava una grande sorpresa?
Sorana Cirstea: “Hai perfettamente ragione. Ad Indian Wells è stato bello ottenere quelle due vittorie prima di perdere ai quarti contro Iga {Siwatek, ndr]. Però ho avuto la netta percezione che anche nei quarti di finale, avrei potuto giocare molto meglio di quanto effettivamente abbia fatto. Quindi arrivando qui con il carico di fiducia dopo la California, considerando il duro lavoro svolto negli ultimi due mesi mi sono detta che non potevo non sfruttare l’alto livello del tennis che stavo esprimendo per cogliere un risultato importante e prestigioso; ma che per farlo al meglio rispetto a IW avrei dovuto essere meno emotiva. E così è stato, poi è normale che con la fiducia e la consapevolezza di sé le cose diventino più automatiche in campo, il che è sempre molto positivo perché ti permette di essere più sicuro di te, cioè meno pensieri negativi che ti passano per la testa. Quindi direi che in queste due settimane sono stata più calma sotto il profilo dell’emotività, per preparare al meglio ogni singola partita“.
D. Come ti senti fisicamente? Cosa hai fatto dopo la partita, a livello di essercizi defaticanti e massaggi? Credo ci sia voluta più di un’ora e mezza prima che entrassi. Ci sono stati problemi? Qual è stato il processo che hai seguito dopo la partita?
Sorana Cirstea: “No, era soltanto la routine. Mi sento abbastanza bene fisicamente. Ripeto che penso di essere fisicamente migliore di quanto non fossi dieci anni fa, mi sento molto in forma. Sento che anche a livello di mobilità nella copertura del campo sono cresciuta tanto. Ci ho messo un pò di più del normale perché questa volta avevo più interviste con i media da fare. Poi ovviamente sono andata sulla cyclette, ho fatto una chiacchierata con il mio coach, poi stretching ed infine fisioterapia e bagno con ghiaccio. Insomma, la solita routine che faccio dopo ogni singola partita“.
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WTA Miami, Sabalenka: “Ho dovuto combattere contro il caldo, ora devo solo rimanere concentrata su me stessa”
“Orgogliosa della continuità di gioco espressa. Coerente e fede al percorso intrapreso”, parole positive per la bielorussa Arya Sabalenka nonostante la sconfitta con Cirstea

Un doppio 6-4, arrivato a piena maturazione quando l’orologio dell’Hard Rock Stadium del Miami Open Presented Bi Itaù comunicava che mancavano esattamente tre minuti allo scoccare dell’ora e mezza di gioco, quello inflitto dalla sorpresa del Sunshine Double 2023 Sorana Cirstea (oltre alla semifinale colta in Florida – e non è finita qui – bisogna aggiungere i quarti californiani) alla n. 2 del tabellone, e dunque favorita numero uno per la conquista del titolo vista l’assenza di Swiatek, Aryna Sabalenka che ha riportato in voga i fantasmi che furono e che invece sembravano stati finalmente riposti nel cassetto del dimenticatoio dopo il grande inizio di stagione della bielorussa con la ciliegina del primo Slam messo in cascina in Australia. Ecco come la finalista di Indian Wells ha commentato in sala stampa la cocente delusione, ora proverà già a voltare pagina per proiettarsi alla stagione sulla terra.
D. Questa è stata la prima volta che hai affrontato Sorana [Cirstea, ndr]. Cosa ha fatto talmente bene contro di te in questa partita per metterti così in difficoltà?
Aryna Sabalenka: “Sì è vero, è stato il nostro primo incontro. Io personalmente sono mancata in tanti aspetti cruciali del mio tennis, offrendole così diverse opportunità che lei è stata molto abile nel cogliere. Semplicemente nella partita odierna ha dimostrato di essere una giocatrice migliore di me, meritando dunque la la vittoria“.
D. Con quale parte del tuo gioco hai dovuto combattere di più, quale non ha funzionato come avresti voluto e perché?
Aryna Sabalenka: “Sicuramente non è stata la mia miglior partita. Ho dovuto lottare molto contro le condizioni di gioco, come ad esempio l’elevato caldo. Ho avuto la costante sensazione che una volta colpita, la pallina volasse troppo in aria e questo mi ha impedito di poter avere il controllo che desideravo. Pe cui, mi sono ritrovata a non essere in grado di controllare e gestire i miei colpi. A quel punto, nonostante le difficoltà ho provato a mettere sul campo il meglio che potevo fino all’ultimo punto del match. Purtroppo però, alla fine, anche con il passare dei minuti non sono mai riuscita ad adattarmi a queste condizioni. La prossima volta dovrò fare certamente meglio da questo punto di vista“.
D. Hai avuto un fantastico inizio di stagione. Per questo vorrei chiederti, se tu possa riflettere sui primi tre mesi del 2023 e dirci di quale dei miglioramenti che ha compiuto o dei traguardi che hai raggiunto tu sia più orgogliosa?
Aryna Sabalenka: “Credo che i primi tre mesi dell’anno siano stati fantastici per me. Sono solo molto orgogliosa della continuità di gioco che ho espresso, il mio augurio per il futuro è quello di poter continuare su questa strada non smettendo di lavorare per migliorare ancora. Dunque il mio unico obiettivo d’ora in poi, sarà fare sempre del mio meglio rimanendo coerente e fedele al percorso intrapreso“.
D. E allora, proprio a proposito di questa costanza di rendimento che vuoi mantenere inalterata; quale pensi possa essere la chiave di volta per tenere su questi livelli il tuo tennis anche durante la parte di stagione sulla terra battuta?
Aryna Sabalenka: “Penso che la chiave sia rappresentata esclusivamente dal rimanere sempre e solo concentrata su me stessa, cercando di non pensare a quello che viene detto sul mio conto sui social media e in generale non dando eccessiva importanza all’aspettative che gli altri hanno su di me. Concentrarsi soltanto su me stessa, questo è il motto da seguire. Se continuerò a fare le mie cose come in queste tre mesi, se la mia routine non subirà variazioni, sono sicura che sarà in grado di mantenere lo stello livello di gioco di questo inizio di stagione e forse addirittura fare anche meglio alzando ulteriormente: le vittorie arriveranno, anche sulla terra. Devo solamente continuare a lavorare sodo, se lo farò il prossimo futuro sarà roseo e pieno di soddisfazioni. Nonostante il mio avvio di 2023 sia stato decisamente positivo, ho comunque dovuto subire alcune battute d’arresto in questa prima parte della stagione. Sono state lezioni difficili da digerire ma imparerò (sorridendo), resetterò e ricomincerò a lavorare ancora più forte di prime come ho fatto durante la pre-season. Quello che posso assicurare con assoluta certezza è che darà tutte me stessa per portare il miglior livello di tennis anche sulla terra battuta“.