Panatta 70: arte e incoscienza (Azzolini). Adriano Panatta: "Ho portato il tennis fra le classi popolari" (Rossi)

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Panatta 70: arte e incoscienza (Azzolini). Adriano Panatta: “Ho portato il tennis fra le classi popolari” (Rossi)

La rassegna stampa di giovedì 9 luglio 2020

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Panatta 70: arte e incoscienza (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Sono settanta Adriano… Auguri. A cosa ti fanno pensare? «Mah. Sono un mucchio… Direi un Mucchio Selvaggio. Tanti e sempre di corsa. Non mi lamento, ma un po’ mi girano. Nell’insieme me la sono cavata, sono stato fortunato e anche bravo, credo. I momenti belli sono stati più numerosi di quelli grigi. E gli amici in maggioranza rispetto ai nemici. E anche migliori. Però sì, mi girano. Un po’». […] Già. Settanta anni e un solo nemico… «Sì, uno». Lo dici tu? «Nessun segreto. La noia. Se mi annoio, la testa mi cappotta, come quei tennisti che per tentare una smorzata sono obbligati a eseguire un tuffo carpiato con avvitamento rovesciato, tanto è estrema l’impugnatura che utilizzano. Mi butto in qualsiasi impresa per sconfiggere la noia. Sono un cacciatore di noia». Nel tennis, il primo grande attaccante per noia… «È un’estremizzazione, ma c’è del vero. L’attacco era funzionale alla tattica, la presa della rete uno dei dettami del tennis che mi hanno insegnato, nel quale la prima sfida era cogliere le altrui debolezze, mentre oggi, lo sapete, è sommergere di botte l’avversario. Ma è vera una cosa: stare a fondo campo a spallettare mi faceva venire due… Come posso dire? Due…» Palloni pressostatici? Mongolfiere? Zeppelin? «Ecco, due mongolfiere grandi come dirigibili. E allora andavo avanti per vedere subito come finiva quel punto, e ricominciare da capo. All in… Tutto in uno. E non sono mai stato un giocatore di poker». All in… Anche a Parigi nel ’76, con Hutka. Sul match point hai attaccato sulla seconda di servizio, appoggiato una volée, annullato un pallonetto con la veronica e ottenuto il punto con una volée smorzata in tuffo. Arte o incoscienza? «Perché, l’una esclude l’altra? L’ho rivisto Hutka, proprio di recente. Ero al ritiro bagagli dell’aeroporto di Parigi, mi sento chiamare… Vedo un tipo bello, biondo, fascinoso. E tu chi sei, gli chiedo. Sono Pavel, mi fa. Ma chi, quel Pavel? Mi abbraccia e mi dice: quel match point me lo sono sognato per anni, poi l’ho rivisto di recente su internet e ho pensato che solo tu potevi giocarlo in quel modo. E stato un bel complimento». Con Kim Warwick è andata diversamente, mi sembra. «Situazione assurda, più unica che rara. Undici match point a Roma, primo turno del 1976. E vabbè, questa è storia nota… Lo incontro dopo un anno, al Queens, sull’erba, ottavi di finale. Vince il primo set e va avanti nel secondo. Arriva al match point e glielo annullo. Poi altri tre o quattro prima del tie break che si giocava sull’8 pari. Lì andiamo al faccia a faccia e mi costringe a fare i salti mortali. Alla fine, gli cancello altri undici match point. Ripeto… Undici. Incredibile. E vinco il tie break. Vedo Kim che si affloscia, come un bucatino stracotta Salgo 2-0 nel terzo set e lui ferma il gioco, mi chiama a rete. Mi fa.. «Io con te non gioco più». Ma dai, ma via, non te la prendere, siamo amici. Mi guarda con gli occhi vuoti. «Mai più», ripete quasi in lacrime, e se ne va dal campo. L’arbitro se la rideva, il pubblico non capiva. Chiesi se potevo tentare di riportarlo indietro. E mi precipito alla ruota di Kim. Dite, si è mai visto uno inseguire l’avversario per pregarlo di non ritirarsi? Niente, non volle sentire ragioni». L’hai più incontrato? «In campo no. Per sua fortuna». E fra i pallettari, il peggiore? «Higueras. Noioso e lamentoso. Al suo confronto Barazzutti aveva la verve di Jerry Lewis. Una volta in America terminai il mio match poco prima che i due scendessero in campo. Me ne andai al ristorante, mi intrattenni un po’ con gli amici, presi il caffè e l’ammazzacaffè. Quando tornai erano ancora sul 2-1 del primo set, e il pubblico tirava le lattine di Cola in campo». Che avversario fu Barazzutti? «Tosto. Era difficilissimo batterlo». Mai amici, però… «Mah, che vuoi che ti dica, siamo opposti per carattere e visione della vita, e gli anni hanno finito per depositare nuove scorie sul nostro rapporto. Non è stato mai l’amico del cuore, ma ci conosciamo fin troppo bene, eravamo parte di una squadra che si faceva rispettare. Una grande squadra. Non sono cose che si dimenticano. Una volta giocammo insieme anche in doppio…». Varsavia, 1919. Panatta/Barazzutti contro Fihak/Novicki «Vincemmo?» Sì, in quattro set. Ci fosse mai una volta che ti ricordi se un match l’hai vinto oppure no. Ci fai o ci sei? «Ci sono, ci sono… Ma guarda, è il mio antidoto. Con la complicità della memoria sbadata prendo le distanze dal tennis. Mi piace parlarne, ma a grandi linee, per massimi sistemi. Mi piace raccontarne le storie. E poi, nella mia vita ho fatto tante altre cose, per fortuna». La motonautica. A proposito di imprudenza… […] Settanta. Gli anni Settanta… «Troppo tennista per godermeli fino in fondo, ma anche troppo italiano per non avvertirne la carica negativa. La rabbia, le tensioni, la politica delle armi, la notte della Repubblica. All’inizio, pero, anni strepitosi, di inventiva e di voglie mai più sopite. Sentirsi liberi di costruire la propria vita. Un dono che, se solo potessi, farei alle generazioni di oggi. Il tennis era una piccola riserva indiana, ma con un privilegio, quello di offrirmi un passepartout per osservare un mondo che voleva cambiare, ovunque. Credo che le proteste degli anni Settanta siano state il primo movimento davvero globale, in tempi in cui la globalizzazione nemmeno esisteva sul vocabolario». Diciotto anni nel Sessantotto… «Sì, metà junior, metà già tennista, grandi pensieri e faccia da bambino. A Londra mi dicevano che somigliavo a Paul McCartney. Non era così vero, ma con le ragazze funzionava. Fu l’anno del cambiamento, l’inizio della cosiddetta Era Open. Lo sport dei ricchi apriva le porte alla popolarità, e lo faceva nel momento giusto. In fondo, nel sostituirsi ai re e all’aristocrazia come classe dirigente, la borghesia volle appropriarsi di un unico sport, il tennis, che simboleggiava uno status regale. L’Era Open fu l’ultimo passaggio, l’apertura definitiva alle masse». Per te furono anche gli anni di Formia. «Ogni tanto mi torna alla mente qualcosa e ci rido da solo. Dormivo all’Hotel Fagiano, in una stanzetta minima, due letti, l’altro era per Bertolucci. Di notte un freddo mai più sentito. Mettevamo la papalina e ci coprivano con le pagine dei giornali infilate sotto il pigiama. Di giorno, due campetti e tanto tennis, nel centro che ospitava anche gli azzurri dell’atletica. Mitici. Al grande Berruti quelli della velocità combinavano scherzi atroci. Un giorno riuscirono a parcheggiargli la macchina appena acquistata sopra un albero. Come abbiano fatto resta un mistero. Noi aspettavamo Pietrangeli, che di tanto in tanto si allenava con il gruppo. Io lo attaccavo e lui si spazientiva. “Aha, ariecchilo che m’attacca ‘st’impunito”. Poi urlava cercando Belardinelli, il nostro papà coach: “Belardaaa, questo m’attacca, glielo dici tu, o lo meno io?” Si rideva, e anche Nicola si divertiva». La tua prima vittima, Pietrangeli «Mah, era arrivato il momento. Fu un passaggio di consegne che prima o poi sarebbe giunto per vie naturali. Lui era un grande tennista, e io lo cercavo per batterlo. Nei tornei italiani chiedevo agli organizzatori di mettermi dalla sua parte del tabellone. Ma il match della svolta fu la prima finale agli Assoluti. Lo rimontai nel quinto set, lui gioco un match da leone e quando vinsi lo vidi triste e mi dispiacque. Ma abbiamo avuto sempre un tratto in comune, io e Nicola, non soffriamo di gelosie né di invidie. Zero, su tutta la linea. Negli anni successivi mi fece da chaperon in giro per tornei. Mi ha fatto conoscere attori, grandi personaggi, e anche il suo modo di vivere, un’autentica filosofia. Siamo amici da sempre, qualche volta ci sentiamo, ma ci vediamo giusto a Parigi, nei giorni del Roland Garros. Lui mi aspetta, perché vuole che lo porti in giro, nei locali che ama di più». E chi è stato… «Stai per chiedermi chi sia stato il più forte. Non farlo…» … Sì, invece. Chi? «Lui ha vinto di più in un tennis più facile del mio, e ha battuto grandissimi campioni. Io ho vinto di meno in un tennis più difficile del suo, e ho battuto grandissimi campioni. La conclusione? Non mi è mai fregato nulla di sapere chi sia stato il più forte, giuro. Di sicuro i miei anni hanno coinciso con l’affermazione del tennis in Italia. Credo di aver dato una mano, in quel senso». E il più forte di domani? Questo lo puoi dire. «Fognini ha ancora tempo per stupire, gioca un tennis di alto livello. Sinner è messo bene, anche di testa, cosa che alla sua età fa impressione. Occhio però all’eccessiva esposizione mediatica, data l’età, ma è forte e si vede. Piatti sta facendo un ottimo lavoro. Berrettini è la mia passione. Romano, bravo figlio, ma con l’aria di chi la sa lunga. Uno che gioca per migliorarsi, che poi è il segreto dei più forti. Sembra intenzionato ad andare di più a rete, e fa bene. Può ottenere punti facili e risparmiare un po’ di corse. Agli Us Open dell’anno scorso ho fatto un tifo becero per Matteo. Gli auguro di vincere molto più di me. Le doti non mancano». […] La questione Djokovic e i casi di Coronavirus. Ora lo chiamano DjoCovid… «Le regole si rispettano, punto. Altrimenti si fa la guerra al potere e si traggono le dovute conseguenze. Djokovic non ha fatto niente di tutto questo. Una brutta pagina. Peccato. Era una iniziativa benefica, ma si è trasformata in un disastro. Nole sembra assillato dall’idea di piacere a tutti i costi al pubblico, ma il confronto con Federer ormai è perso, gli appassionati hanno scelto Roger e al suo fianco pongono Nadal. Goat e bi-Goat. Nole è un grandissimo giocatore, ma alla fine, come sempre, non sarà decisiva la conta dei titoli vinti». Un consiglio ai ragazzi che cercano di ribaltare il vertice del tennis. «Si va in campo per vincere. E questo lo sanno benissimo. Ma lo spettacolo deve valere il prezzo del biglietto, e questo ogni tanto se lo scordano. Migliorare sempre, mettersi in discussione, è l’unica via». Chi ci riuscirà? Un nome solo… «Tsitsipas. Ha qualcosa in più». Alla fine, Adriano, la differenza sostanziale fra il tuo tennis e quello di oggi, qual è? «Sembrano due mondi differenti. Noi non scendevamo in campo per sopraffare l’avversario, ma per studiarlo, conoscerlo, e capire come batterlo. E poi, il Tour creava amicizie che durano ancora oggi. Con Bertolucci ho condiviso quasi tutto, con Nastase e Borg mi sento spesso al telefono, poi Tiriac, e Gerulaitis, povero Vitas, che dispiacere quando se n’è andato. Newcombe e Hoad, che mi dava del coglione perché non mi decidevo a vincere Wimbledon. Anche Dibbs. E Vilas, che ora non sta bene, per il quale provo un affetto grande così. Amici… Con cui condividevo storie bellissime e talvolta stupidissime». Ne racconti una? «Le conosci tutte, dai… Quella in Portogallo, con Nastase, Borg e Vitas, per esempio. Tornavamo in macchina dopo una serata parecchio folle, ed era ormai mattina. Il giorno dopo avevamo un’esibizione. Nastase era alla guida. Nel rimbecillimento generale, lo sento mugolare: se non faccio pipi, muoio. Vedo un posto, poco lontano, con un sacco di gente. Fermati lì, gli faccio. Ci fermiamo, chiediamo di indicarci il bagno, “Al secondo piano” dicono. Ci precipitiamo. C’era il cartello: bagno. Porta aperta con corrimano rosso. Però, che eleganza. Entriamo “Guarda questo pitale – ci dice Ilie sollevato, perché finalmente si liberava – ha perfino delle scene di caccia al cervo dipinte di lato”. Eravamo finiti nella residenza di campagna della famiglia reale, che era aperta al pubblico come museo». […]

Adriano Panatta: “Ho portato il tennis fra le classi popolari” (Paolo Rossi, Repubblica)

[…] Tanti Auguri, Adriano Panatta. È felice, consapevole di quello che ha realizzato nella sua vita? «Beh, sono felice di aver spinto il movimento, di averlo aperto a tutti. Ai miei tempi il tennis era come un giardino insormontabile, un mondo molto chiuso. La classe media e la classe operaia mai pensavano di potervi accedere e far giocare a tennis i propri figli». Come ha fatto a non farsi travolgere dal delirio di onnipotenza? «Io sentirmi onnipotente? Ma no, semplicemente non ho mai pensato di essere chissà chi. È bastato solo usare il cervello, sono sempre rimasto me stesso: quello che pensavo vent’anni fa lo penso anche adesso. Capisco che oggi basta vincere due partite e l’ultimo str**o va in televisione a pontificare. Ma non è mai stato il mio caso». Merito dell’educazione. O del carattere? «Sarà per l’educazione ricevuta dal miei genitori, ma anche per il mio modo di fare: non mi sono fatto travolgere, ho sempre parlato con tutti, con grande umiltà. Ripeto, non ho mai pensato di essere chissà chi perché tiravo delle palline all’incrocio delle righe». Suo papà, Ascenzio, cosa direbbe oggi? «Penso sarebbe orgoglioso di me, di quello che ho fatto. Oggi che la gente si ricorda ancora di me. Se penso a come veniva al Foro Italico a vedermi: sempre in maniera molto tranquilla, mai a vantarsi del figlio campione: lui si sedeva nella tribuna giocatori e, con grande discrezione, assisteva ai miei match». […] E oggi Ascenzio cosa direbbe di questo tennis moderno? «Sorriderebbe, vedendolo. Sì, credo proprio che avrebbe un sorriso un po’ ironico. Lo guarderebbe esattamente come lo guardo io. Così». Anche a lei non piace? «Non è questo. In fondo il tennis è cambiato per forza di cose: è, come definirlo, esasperato? Pieno di divismo. Guardate i giocatori, si muovono come stessero facendo chissà cosa». Invece le sue tante vite come sono state? «Vite? No, una sola e intensa. Una vita con tanti interessi, tanta voglia di curiosare e imparare a fare nuove cose. Perché non me n’è mai fregato niente di essere un campione, e non c’è niente di più faticoso di vivere la vita dell’ex campione. Per questo mi sono messo a fare altre cose: qualche volta ci sono riuscito, altre no». Come il suo tennis. «Esatto, lo esprimevo anche nel tennis. Ma perché c’è un motivo di fondo: io mi annoio facilmente, quindi ho bisogno di cose nuove, non sono un metodico. Ma capisco che ognuno ha il proprio carattere: io ho sempre voglia di mettermi in gioco, errori inclusi, come capita a tutti. È normale, no?». Il ciuffo ribelle le è rimasto. «Ribelle? Non so se è corretto. Ripeto, non ho mai finto di essere qualcun altro. Sono sempre stato così, per cui se per gli altri sono stato un ribelle va bene, ma io non sono mai cambiato e sono rimasto coerente a me stesso». Cosa ha lasciato al tennis? Quale eredità, o messaggio? «Spero in un bel ricordo, che la gente si sia divertita nel vedermi. Che si sia anche un po’ incazzata quando ho giocato sotto tono. Spero di aver lasciato un’emozione, perché penso che lo sport sia una forma di spettacolo e quindi quando esco vorrei andarmene con un’emozione. Come a teatro». […] Va bene: senta, ma tra il tennis e gli italiani che rapporto c’è? «Il tennis è perfetto per noi, che abbiamo estro e fantasia. Fattori che purtroppo oggi contano meno…». Ci fossero ancora le racchette di legno, chissà… «Sarebbe stato un altro gioco, completamente diverso. Ma probabilmente se i Federer, i Nadal e i Djokovlc avessero iniziato anche loro con il legno penso che sarebbero riusciti a trovare le soluzioni: ormai la palla si colpisce in maniera diversa». La sua soddisfazione più grande, Il Roland Garros? «L’essere nonno: ho figli e nipoti bellissimi, questa è la mia soddisfazione più grande». […] È il giorno del desideri: l’ultimo sfizio che vorrà togliersi? «Vivere gli ultimi anni della mia vita in serenità, umiltà, tranquillità e coerenza. In linea con quella che è stata la mia vita. Tutto qua».

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Show della Giorgi ma non basta. Ferro la piega e vola in finale (Vannini). Camila torna a convincere (Bertellino). Serena c’è: «New York e poi Parigi, che voglia…» (Chinellato)

La rassegna stampa di domenica 9 agosto 2020

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Show della Giorgi ma non basta. Ferro la piega e vola in finale (Paolo Vannini, Corriere dello Sport)

Camila ha fatto sognare Palermo, portando il suo tennis ricco di emozioni e privo di mezze misure, ma non è riuscita a regalarsi la sua prima finale su terra della carriera oltre che prima dei 2020. Dopo la straordinaria vittoria notturna in rimonta sulla Yastremska, a cui aveva annullato due match ball, è scesa in campo per la semifinale appena 18 ore dopo ed ha finito per cedere 7-5 al terzo ad una avversaria che spara tutti i colpi come lei, la francese Fiona Ferro il cui papà è di Padova anche se lei non parla italiano. Oggi, contro la estone Kontaveit (ore 19,30), la Ferro cercherà il suo secondo titolo dopo quello vinto a Losanna un anno fa. In un torneo impreziosito dai risultati azzurri, la Giorgi ha confermato di essere la nostra numero uno (domani sarà 71°, 18 posti recuperati). Il lockdown non l’ha affatto cambiata: la sua idea è sempre quella di tentare di dominare i match cercando le linee ad ogni colpo. Un prendere o lasciare che il pubblico ha apprezzato. I 100 spettatori rimasti fino alle 1,25 di venerdì notte, ad esempio, si sono gustati il “corpo a corpo” con l’ucraina Yastremska, numero 25 del ranking, in cui entrambe hanno giocato colpi spettacolari, ma la Giorgi qualcuno in più. Sforzo forse pagato ieri quando Camila, dopo un inizio sprint (5-0 poi 6-2 nel 1°), ha subito la rimonta della Ferro. Nella partita finale, altri batticuore: la Giorgi sembra ko, sul 4-5 opera il break poi però cede di nuovo la battuta. Questione di dettagli su cui Camila alla fine recrimina: «Quel game sul 5 pari è stato fondamentale, forse ho forzato troppo la seconda, dovevo giocare un colpo più sicuro. Ma nessun rammarico, ho fatto una semifinale al primo torneo dopo tanti mesi, credo di aver espresso il mio tennis ed avere giocato bellissimi incontri». Oggi la Giorgi vola a Praga, dove nel 2018 ha raggiunto un’altra semifinale sul rosso: è in tabellone principale ed esordirà contro una qualificata. Un’altra estone in finale 10 anni dopo Kaia Kanepi. Anett Kontaveit, numero 22 del mondo, ha facilmente sconfitto una pallida Petra Martic, testa di serie numero 1 che per tutta la settimana non era stata troppo brillante, ed anche ieri ha confermato delle difficoltà, apparendo poco reattiva anche per problemi fisici. Nel 2° set in cui aveva recuperato da 2-5 a 4-5 ha chiamato medical time out uscendo dal campo per un fastidio alla coscia, ed al rientro, quando poteva tentare l’aggancio col servizio a disposizione, ha perso 4 punti di fila senza mai mettere la prima, consegnando di fatto il match alla Kontaveit.

Camila torna a convincere (Roberto Bertellino, Tuttosport)

 

Camila Giorgi non riesce nell’impresa, ma mostra chiari segnali positivi nel gioco e nella tenuta. Palermo si appresta oggi a consegnare il primo titolo del circuito maggiore Wta dopo la lunga pausa per emergenza sanitaria e al termine di un’intensa settimana di ripartenza ufficiale, tra sorprese, rispetto dei protocolli del periodo, comunque tanta voglia delle protagoniste di tornare a competere. Saranno l’estone Anett Kontaveit, numero 22 Wta e la francese Fiona Ferro, numero 53 del mondo, a giocarsi l’ambito trofeo, con avvio non prima delle 19.30. La transalpina ha interrotto in semifinale i sogni di gloria dell’ultima azzurra in gara, la Giorgi appunto, in tre set e sul filo di lana (2-6 6-27-5). Partenza a razzo di Camila Giorgi. Per la marchigiana un 5-0 denso di significati tecnici, con due break e soprattutto un bel recupero nel quinto gioco da 0-40. Fiona Ferro si è sbloccata nel sesto gioco conquistandolo per l’1-5 parziale. Ha replicato nel successivo con il suo primo break nel set (2-5). Chiusura di Camila sul 6-2, con nuovo break, di forza e potenza pura. La seconda frazione ha visto il match cambiare completamente. Ferro più precisa e Giorgi più fallosa. La Ferro ha restituito ugual moneta all’azzurra (6-2) facendo fin dal avvio corsa di testa. Nel terzo set un break in favore della francese ha condizionato l’andamento del testa a testa. Brava la Giorgi a rimettersi in corsa al decimo gioco (5-5). Fatale però un suo attimo di rilassamento. Ferro nuovamente avanti e abile nel chiudere subito dopo. Per Camila in ogni caso un buon torneo che le frutterà domani un balzo di 18 posizioni sulla nuova poltrona mondiale di numero 71. La prima semifinale ha regalato invece una parziale sorpresa con la vittoria della quarta testa di serie, l’estone Anett Kontaveit, sulla numero 1 del seeding Petra Martic per 6-2 6-4. […]

Serena c’è: «New York e poi Parigi, che voglia…» (Davide Chinellato, La Gazzetta dello Sport)

Non gioca una partita ufficiale da febbraio. Ha passato gli ultimi mesi «reclusa» in Florida, temendo il coronavirus e le sue conseguenze per una persona come lei, con capacità polmonare ridotta. Serena Williams è pronta a riprendere la scalata, ora che la pandemia consente di tornare sotto rete. Con un obiettivo principale: lo Us Open che comincia a fine mese, pandemia permettendo. E nella sua testa c’è anche il Roland Garros a settembre in Francia. «Se si gioca, voglio farli entrambi» ha detto. Il cammino della quasi 39enne Serena verso il 24° titolo di uno Slam della sua leggendaria carriera comincia domani a Lexington, Kentucky, nel primo torneo Wta negli Usa dopo lo stop per il virus. Serena si è tenuta in forma e a casa sua ha addirittura ha costruito un campo con lo stesso cemento usato per gli Us Open. «Me l’ha costruito mio marito – ha raccontato ieri in conference call -, io invece mi sono occupata della palestra che però non è ancora finita. Il campo è immediatamente diventato il mio santuario, tanto che mi sono chiesta perché non l’ho fatto prima». La Williams, che ora è numero 9 nel ranking Wta, però è la prima a sapere che gli allenamenti casalinghi non bastano, che per ritrovare la condizione deve giocare e ha bisogno dei tornei. Ha in programma dopo Lexington il torneo newyorkese che precede lo Us Open, prima di giocare in quello che sarà il secondo Slam di questo strano 2020 (nel primo, l’Australian Open a gennaio, si era fermata al terzo turno). Per ora però Serena preferisce non fare programmi troppo a lungo termine: «Non penso al futuro, voglio concentrarmi su un torneo alla volta, anche perché con la pandemia non sai mai cosa può succedere». Serena in Kentucky sarà la testa di serie numero 1 di un tabellone che comprende anche la sorella Venus, Sloane Stephens, Victoria Azarenka, Aryna Sabalenka, Johanna Konta e Coco Gauff. «Non ci saranno i tifosi – dice Serena -, ma va bene lo stesso. Sono rimasta a casa per sei mesi, visto che ho cominciato a praticare il distanziamento sociale a marzo, e non mi capitava da quando ero una ragazzina. Anche quando sono rimasta incinta ho continuato a viaggiare. Ma con la salute sono super attenta: non sono sicura di cosa mi succederebbe se prendessi il coronavirus e preferisco non scoprirlo. Giocare a tennis è bello, ma qui si tratta della mia vita e della mia salute: giusto essere un po’ nevrotici. E portarsi dietro anche 50 mascherine».

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Giorgi raggiunge Errani e Cocciaretto. Che trio nei quarti (Cocchi). Baby Cocciaretto “copia” Errani (Vannini). Sinner va in America. US Open e Cincinnati, ma prima la quarantena (Barana)

La rassegna stampa di venerdì 7 agosto 2020

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La Giorgi raggiunge Errani e Cocciaretto. Che trio nei quarti (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Camila Giorgi cede un set alla slovena Juvan, rischia la rimonta, ma supera l’ostacolo 3-6 6-2 6-4 raggiungendo ai quarti le altre due azzurre Elisabetta Cocciaretto e Sara Errani. Oggi il trio azzurro sarà protagonista sulla terra rossa di Palermo a caccia di un posto in semifinale (Supertennis dalle 16). Sara, che a Palermo è arrivata grazie a una wild card e che sulla terra siciliana ha già vinto due volte nei tempi migliori, aveva bisogno di ritrovare risultati incoraggianti dopo essere precipitata fmo al numero 169 del mondo. Oggi, intorno alle 19, nel terzo match di giornata, si troverà di fronte la francese Fiona Ferro: «Sono più tranquilla rispetto allo scorso anno – ha spiegato la romagnola – sono sempre dentro la partita. La Ferro è una giocatrice impegnativa, ci siamo già allenate insieme. E giovane e molto potente». Prima di Sara entrerà in campo la 19enne Cocciaretto, che continua a migliorare i suoi record e punta alla prima semifinale Wta della carriera: «Sono emozionata ma molto contenta di come ho gestito queste partite – ha spiegato dopo aver battuto la Vekic, n. 24 al mondo – e voglio ringraziare il pubblico per avermi aiutata a vincere una partita contro una giocatrice forte e che ammiro. Ricordo che quando avevo 6 anni vedevo in tv Errani, Vinci, Pennetta e Schiavone proprio qui a Palermo, mentre adesso ci sono io ed è un’emozione forte, anche se in ogni caso questo deve essere solo un punto di partenza».

Baby Cocciaretto “copia” la Errani (Paolo Vannini, Corriere dello Sport)

 

Tante italiane così avanti in un torneo importante non è un fenomeno troppo comune negli ultimi tempi. L’ultima prova Wta con tre italiane nei quarti risale al 2015, Hobart, Australia: il terzetto azzurro era formato da Knapp, Vinci e Giorgi. E proprio Camila, impegnata nel match di ieri fino a tarda sera, era attesa a completare il gruppo già formato da Errani e da Elisabetta Cocciaretto, per la prima volta a questi livelli nel circuito maggiore. Gli Open siciliani invece sono sempre stati terreno fertile per il nostro tennis, tanto che già in 7 occasioni tre italiane sono arrivate almeno nei quarti (dal 1990 fino al 2010) e peraltro due straordinarie finali, Pennetta-Errani nel 2009 e Vinci-Errani nel 2013 sono stati dei derby interamente azzurri. La Errani è ancora qua a dire la sua, ha ritrovato sorriso e motivazioni sui campi che la lanciarono già giovanissima, e oggi, se il giorno di riposo le sarà servito per recuperare energie, non parte certo battuta contro Fiona Ferro, anche se l’unico precedente, a Rabat l’anno scorso, le è sfavorevole, ma solo dopo 3 set molto combattuti. Adesso Donna Vekic se la sarà scolpita bene in mente la ragazzina marchigiana che aveva candidamente ammesso di non conoscere prima del match di mercoledì notte. Ribadendo il suo tennis aggressivo, caratterizzato da una evidente voglia di emergere, la 19enne Elisabetta Cocciaretto ha lasciato 6 giochi alla numero 24 del Mondo, decisamente sorpresa dalla sua avversaria e forse un pizzico distratta. Con la seconda vittoria eccellente dopo quella sulla Hercog, la prima su una top 30, Cocciaretto fa segnare numeri indicativi della sua crescita, soprattutto considerando che ha pochissimi match Wra alle spalle: è per la prima volta nei quarti di un torneo importante, è la più giovane italiana a raggiungere un simile risultato 14 anni dopo proprio Sara Errani (Budapest 2006), la più giovane anche a centrare i quarti a Palermo a 8 anni dall’inglese Laura Robson, che appena 18enne tocco anche le semifinali. Comunque sia, a fine torneo firmerà il miglior ranking della carriera. Piace di Elisabetta, l’inquadramento mentale che le permette di mantenere la misura anche dopo un risultato eccezionale. «La Vekic? Normale che abbia detto di non conoscermi, io sono da poco nel circuito, piano piano giocando tutte mi conosceranno meglio. Il match? Inizio combattutissimo, poi piano piano mi sono sciolta e anche l’atmosfera del campo centrale, dove giocavo per la prima volta, mi ha aiutato. Ora non voglio sentire responsabilità. Sono felicissima al solo pensare di stare facendo bene nel torneo che da bambina vedevo in Tv sognando di arrivarci un giorno da protagonista». Per lei adesso un altro ostacolo molto impervio: l’estone Kontaveit, numero 22 del mondo. […]

Sinner va in America. Us Open e Cincinnati, ma prima la quarantena (Francesco Barana, Corriere dell’Alto Adige)

L’America è vicina. Jannik Sinner ha sciolto (quasi) tutte le riserve e sarà al via il 18 agosto al Masters di Cincinnati e il 31 all’Us Open, quest’anno entrambi (anche il torneo dell’Ohio) eccezionalmente sui campi del Billie Jean King Tennis Center di Flushing Meadows, nel Queens a New York, storica sede dello slam americano. In tempi normali si tratterebbe di una non-notizia, ma in epoca di Covid e dopo le rumorose rinunce di grossi calibri come Nadal, Federer, Monfils e Fognini nulla ormai è scontato. Lo stesso Jannik il 19 luglio, parlando con un cronista americano, aveva messo in dubbio la sua partecipazione ai due tornei: “Se mi fanno fare 14 giorni di quarantena al ritorno in Europa non vado” era stato il succo del suo ragionamento. L’obbligo di quarantena ad oggi, seppur non ancora ufficialmente, è stato ridotto a 4 giorni sia in entrata che in uscita dagli Usa. Sinner arriverà a New York già la settimana prossima e dal 16 avrà accesso al Billie Jean King. Due giorni dopo sarà in campo per le qualificazioni. L’Usta ha fatto sapere che sta mettendo a punto con i governi europei un protocollo di sicurezza per scongiurare un «fermo» più lungo. Riccardo Piatti, coach di Sinner, conferma che a queste condizioni si può fare: «Se la situazione procede come ora Sinner sarà a New York sia per Cincinnati che per l’Us Open» dice. Il protocollo di sicurezza di cui sopra prevede una «bolla» per tennisti e staff, che dovranno limitare i loro spostamenti tra campi e i due alberghi messi a disposizione dall’organizzazione. I tennisti più facoltosi che sceglieranno di soggiornare in appartamento invece saranno videosorvegliati. […]

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Roma con tre giorni in più? Ma solo con il pubblico (Gazzetta dello Sport). Errani gran rimonta: batte Pliskova e pioggia (Vannini)

La rassegna stampa di giovedì 6 agosto 2020

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Roma con tre giorni in più? Ma solo con il pubblico (Gazzetta dello Sport)

La cancellazione di Madrid apre nuove prospettive per gli Internazionali. Il presidente Fit Angelo Binaghi ha infatti rivelato che l’Atp ha chiesto di allungare il torneo italiano da 7 a 10 giorni (attualmente sarebbe in calendario dal 20 al 27 settembre) e con 96 iscritti anziché 56, pagando anche la differenza di montepremi: «Ne riparleremo dopo il prossimo Dpcm, se ci verrà data la possibilità di aprire il torneo al pubblico allora è una possibilità che vogliamo percorrere. Altrimenti, con soli costi in più non potremmo permettercelo. Può succedere pure che il torneo non finisca di domenica». Un’edizione a 96 giocatori, ha aggiunto Binaghi, renderebbe il torneo una sorta di Masters 1500. Il ministro dello sport, Spadafora e il governo sono fiduciosi che l’evento possa svolgersi anche alla luce di risultati epidemiologici migliori di quanto sta accadendo in Francia o in Spagna. La Fit ha presentato al ministro e al Comitato Tecnico Scientifico una proposta di accesso al Foro con posti solo numerati e col 50% della capienza […]

Errani gran rimonta: batte Pliskova e pioggia (Paolo Vannini, Corriere dello Sport)

Evidentemente è vero che soprattutto nel tennis, ci sono luoghi del cuore, dove, quando meno te l’aspetti, ritrovi improvvisamente sensazioni che pensavi dimenticate e emozioni capaci di rilanciarti. Per Sara Errani il centrale di Palermo è certamente uno di questi. Omaggiata di una wild card, ritenuta in fase calante col suo n. 169 in classifica, con le incognite della ripresa agonistica dopo il lockdown, sul campo dove ha vinto due titoli e conquistato altre due finali, Sara risponde ergendosi fino ai quarti di finale del torneo con una stupenda vittoria in cui ribalta Kristyna Pliskova, gemella mancina della numero 3 del mondo ma comunque sia una delle migliori battitrici del circuito. Sono i numeri a spiegare quale patrimonio rappresenti ancora la Errani per il nostro tennis: 80° quarto di finale Wta raggiunto in carriera, 180a vittoria sulla terra rossa, rientro fra le prime 8 di un torneo dopo Bogotà 2019. Che il suo modo di arrivare alle vittorie sia costruito sul sacrificio non è una novità. Ma chi avrebbe scommesso su di lei dopo l’inizio choc in cui la Pliskova ha vinto i primi 13 punti del match? Invece la Errani ha iniziato a scavare la roccia con pazienza, è entrata in partita, ha aspettato che la ceka calasse leggermente, e perso il 1° set, non ha mollato di un centimetro. Tatticamente la partita era facile da leggere: se lo scambio finiva nei primi tre colpi, il punto era di Pliskova, se si allungava la sapienza di Sara aveva quasi sempre la meglio. Nel set decisivo, l’emiliana non si smontava neppure per 4 palle break fallite sull’1-1 e volava a 4-2 e poi a 5-3. Qui l’inattesa sorpresa: un fortissimo scroscio di pioggia faceva sospendere il match per 10′. Ma al rientro, la Pliskova al servizio cedeva di schianto e i tifosi rimasti sugli spalti gioivano con la Errani […] Pomeriggio sbagliato invece per Paolini, che pure veniva da una splendida rimonta contro l’ex top ten Kasatkina e che qui doveva difendere i quarti di finale brillantemente conquistati un anno fa. Sin dal primo scambio Jasmine ha mostrato di non reggere il ritmo della bielorussa Sasnovich, rodata dalle qualificazioni e comunque in possesso di un tennis che in passato le ha fatto toccare il numero 30 del ranking. La vistosa fasciatura alla coscia sinistra con cui la Paolini è scesa in campo non è pesata: «No, il fastidio non ha influito – ha sostenuto con onestà la campionessa italiana – in realtà sin dall’inizio ho fatto fatica a muovermi e lei non mi ha dato molte chances. La Sasnovich è stata molto solida e io non sono riuscita a trovare le giuste contromisure». […] Jasmine è apparsa crucciata ma determinata a proseguire per la sua strada: non uscirà dalle prime 100 del mondo (è 95) in base alla norma della Wta adeguata al dopo pandemia, e giocherà gli Us Open dove è pronta a riscattarsi […]

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