Uno contro tutti: il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras

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Uno contro tutti: il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. L’undicesimo nome è quello di Pete Sampras, che inizierà una lunga monarchia

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Peter Sampras allo US Open 1988

Terminato il 1992 in testa alla classifica mondiale, Jim Courier sceglie di non giocare alcun torneo prima degli Australian Open. A Melbourne difende il titolo conquistato l’anno precedente battendo in finale Stefan Edberg e il risultato si ripete pressoché identico dodici mesi più tardi. Il n.1 arriva in finale senza aver perso alcun set e domina lo svedese per metà partita; poi Edberg si riprende, fa suo il terzo e nel quarto spreca diverse occasioni per trascinare il rivale al tie-break prima di arrendersi per 7-5. Due settimane dopo, a Memphis, Jim allunga la sua striscia ma stavolta è chiamato a risolvere diverse situazioni complicate e in finale il connazionale Todd Martin sfiora il colpaccio. Neanche il tempo di gioire che dal Tennessee è già ora di spostarsi a Philadelphia e lì Courier perde al primo turno con Derrick Rostagno.

Il ragazzo, di origini italiane ma nato a Hollywood, è famoso soprattutto per essersi trovato avanti di due set a zero contro Boris Becker al secondo turno degli US Open 1989 e di aver avuto due match-point a favore nel tie-break del quarto set, il secondo dei quali annullato dal tedesco – che poi avrebbe vinto il titolo – con l’ausilio del nastro. In Pennsylvania però Rostagno non trema e porta a casa la sua unica vittoria in carriera contro un numero 1 del mondo, carriera che si chiuderà con un solo titolo all’attivo (New Haven 1990) ma diverse vittorie contro tennisti di primissimo livello.

Il ko di Philadelphia ha dato modo a Courier di rifiatare e gli effetti si vedono subito a Indian Wells, dove arriva il terzo titolo stagionale battendo Ferreira in finale ma la sensazione è che la programmazione del numero 1 sia troppo intensa, tanto che a metà aprile sono già otto i tornei disputati. Il settimo, di questi tornei, gli è però fatale. Dopo aver perso con Woodforde a Miami e con Mansdorf a Osaka, è Tokyo la città del sorpasso. Nella capitale del Giappone Courier si fa sorprendere al terzo turno da Jonathan Stark mentre Pete Sampras mette le mani sulla coppa e gli soffia la prima posizione nel ranking ATP. Il cambio della guardia avviene il 12 aprile ma Courier, che da numero 2 otterrà ottimi risultati (le finali al Roland Garros e Wimbledon e i titoli di Roma e Indianapolis), avrà l’opportunità di aggiungere le ultime tre settimane al suo regno in prossimità e durante gli US Open. A New York, Jim perde negli ottavi con Pioline e il francese lo sostituisce in finale dove però rimedia solo undici giochi con Pete Sampras. In totale il regno di Courier è durato 58 settimane, durante le quali ha giocato 100 incontri (79 vinti) e 25 tornei (6 vinti).

Per chiudere il discorso relativo a Jim Courier, abbiamo cronologicamente trascurato i primi giorni della lunga monarchia di Pete Sampras. Ancora una volta, lo scettro mette pressione al detentore e nemmeno Sampras si sottrae alla regola. Vero è che, dopo il debutto vittorioso a Hong Kong (battendo proprio Courier in finale), Sampras si sposta sulla superficie meno amata (la terra) ma il ko di Atlanta con l’olandese Jacco Eltingh, n.87 del mondo, è duro da digerire mentre è più comprensibile la sconfitta in semifinale a Roma con Ivanisevic. Alla vigilia del Roland Garros il nuovo n°1 decide di continuare il rodaggio partecipando con gli USA alla World Team Cup di Dusseldorf e aggiunge un trofeo alla sua lista battendo Stich nella vittoriosa finale con la Germania. L’unica nota negativa della settimana è stata la pesante sconfitta con Bruguera (6-3 6-1), antipasto del replay che avviene a Parigi nei quarti di finale, dove Sampras lotta un po’ di più ma perde in quattro set dal futuro vincitore del torneo.

 

L’impatto con l’erba, ovvero il terreno che gli darà le maggiori soddisfazioni negli anni a venire, è a dir poco traumatico. Al Queen’s, Pete esce subito per mano di Grant Stafford; il sudafricano è appena il settimo tennista classificato oltre la centesima posizione del ranking ad aver battuto il re in quasi vent’anni di classifiche stilate dal computer. Peraltro, dopo tante settimane passate a “pedalare” sul rosso, un ingresso zoppicante sull’erba ci può anche stare; l’importante è non perseverare e infatti Sampras fuga subito ogni dubbio alzando la coppa di Wimbledon dopo aver eliminato nei quarti il campione uscente Agassi e in finale di nuovo Jim Courier in quattro set.

Forse appagato, Sampras rimedia quattro sconfitte in preparazione agli US Open ma se a Montreal, con Brett Steven, si arrende in due partite, nelle altre tre occasioni gli è fatale il tie-break del terzo set: con Krajicek a Los Angeles, con Edberg a Cincinnati e infine con Patrick Rafter (altro over-100) a Indianapolis. Ma, come abbiamo ricordato in precedenza, quando arriva lo Slam Pete cambia marcia e a New York gli unici a strappargli un set sono Daniel Vacek e Michael Chang; troppo poco per impedirgli di tornare sul trono degli US Open (tre anni dopo la prima volta) e su quello mondiale. Il settennato di Pete non sarà esente da minacce e in questo lungo periodo Sampras si vedrà usurpare il trono ben 11 volte e conoscerà sette nuovi re ma non perderà mai di vista quello a cui tiene maggiormente, ovvero essere in testa alla fine della stagione.

La prima delle sei consecutive (1993-1998) che chiude al comando è dunque quella in corso, la cui coda sul sintetico lo vede protagonista in Europa. I titoli di Lione a Anversa mitigano la prematura eliminazione a Stoccolma (battuto da Carlos Costa) e il ko rimediato nei quarti a Bercy per mano di Ivanisevic. I due Masters in terra tedesca lo vedono favorito ma sia a Francoforte che a Monaco il trofeo lo alzano altri; nell’ATP World Tour Championship conquista la finale imbattuto ma due tie-break lo condannano alla sconfitta con Michael Stich (7-6 2-6 7-6 6-2) e ancora peggio va nella semifinale della Grand Slam Cup in cui Korda si impone 3-6 7-6 3-6 7-6 13-11 dopo aver salvato ben cinque match-point.

L’inizio del 1994 fa ben sperare gli avversari del n.1 del mondo. A Doha, Sampras diventa il secondo leader ATP a perdere da un tennista classificato oltre la duecentesima posizione mondiale: a eliminarlo al debutto è infatti il marocchino Karim Alami (205), qualificato e già in procinto di partire per Jakarta, dove avrebbe dovuto disputare le qualificazioni. Sampras inizia bene ma, come ammetterà lui stesso, “ad un certo punto ho perso il servizio e non l’ho più ritrovato”. C’è anche chi sostiene che Pete, incassato l’ingaggio, non si sia impegnato più di tanto per rimanere a lungo nel caldo umido del Qatar e quanto succede in Australia parrebbe corroborare questa tesi. Tra Sydney e Melbourne, infatti, lo statunitense torna padrone del vapore e solo un giovane russo, al secondo turno dello slam di Flinders Park, lo fa tremare tenendolo in campo fino al 9-7 del quinto set: Yevgeny Kafelnikov. Per il resto, battendo Todd Martin in finale Sampras entra nei libri di storia quale secondo tennista nell’Era Open capace di aggiudicarsi tre Slam consecutivi e questo gli darà ulteriore motivazione per ben figurare al Roland Garros.

Anche se Parigi è lontana quasi cinque mesi, Sampras sembra intenzionato a tenere un ritmo elevatissimo e, dopo aver perso di nuovo con Eltingh a Philadelphia (peraltro con lo stesso score di Atlanta 1993, ovvero 7-6 6-4), il n.1 spazza via la concorrenza per cinque tornei consecutivi: Indian Wells, Miami, Osaka, Tokyo e Roma. Il Sampras che travolge Becker 6-1 6-2 6-2 nella finale degli Internazionali d’Italia può legittimamente aspirare a far centro anche al Roland Garros e non è certo la sconfitta subita a Dusseldorf in World Team Cup contro Stich ad abbassarne la fiducia. In Francia, i primi quattro turni non presentano grosse difficoltà ma nei quarti è l’orgoglio di Jim Courier a interrompere il sogno del “Sampras-Slam” alimentando l’idiosincrasia di Pete nei confronti del major parigino.

Nonostante la sconfitta in finale al Queen’s per mano del connazionale Todd Martin, l’erba ridona il sorriso a Sampras che si conferma campione a Wimbledon perdendo appena un set – proprio contro Martin in semifinale – nell’intero torneo. Dopo una complicata sfida di Davis a Rotterdam, in cui gli Stati Uniti battono l’Olanda 3-2 ma è Jim Courier a rimediare alla sconfitta di Pete con Krajicek nella terza giornata, il n.1 salta l’intera stagione americana a causa di una tendinite e si presenta agli US Open a corto di condizione. Sperando di trovare la forma nel corso del torneo, Sampras supera i primi tre turni senza eccessive difficoltà ma in un caldo e afoso pomeriggio di ottavi di finale si fa trascinare al quinto set dal peruviano Jaime Yzaga, tennista in cui il talento e la rapidità hanno sopperito a un deficit di potenza. La sfida resterà negli annali del torneo e Sampras, pur dando fondo a tutte le sue energie, deve cedere con lo score di 3-6 6-3 4-6 7-6 7-5. Negli spogliatoi, Pete trova l’amico Gerulaitis a dargli conforto senza sapere che sarà il loro ultimo incontro; Vitas morirà tragicamente un paio di settimane più tardi, avvelenato dal monossido di carbonio di una stufa difettosa.

Nel rush finale del 1994, Sampras deve vedersela quattro volte con Magnus Larsson. Riesce a batterlo in Davis Cup (dove però gli USA cedono in trasferta alla Svezia), a Stoccolma e nella finale di Anversa ma nell’ultimo torneo stagionale, la Grand Slam Cup, lo scandinavo gli nega l’impresa di aggiudicarsi entrambi i Masters battendolo in finale 7-6 4-6 7-6 6-4. Certo, la vittoria nell’ATP World Tour Championship ha maggiore rilievo (anche perché ottenuta battendo Becker in finale dopo essere stato sconfitto dal tedesco nel round-robin) ma la doppietta sarebbe stato un risultato di grande spessore. L’appuntamento però è solo rimandato di qualche anno; ne riparleremo nella prossima puntata.


TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – TREDICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1993COURIER, JIMROSTAGNO, DERRICK67 16FILADELFIAH
1993COURIER, JIMWOODFORDE, MARK36 62 26MIAMIH
1993COURIER, JIMMANSDORF, AMOS57 67OSAKAH
1993COURIER, JIMSTARK, JONATHAN46 26TOKYOH
1993SAMPRAS, PETEELTINGH, JACCO67 46ATLANTA  C
1993SAMPRAS, PETEIVANISEVIC, GORAN67 26ROMAC
1993SAMPRAS, PETEBRUGUERA, SERGI36 16WORLD TEAM CUPC
1993SAMPRAS, PETEBRUGUERA, SERGI36 64 16 46ROLAND GARROSC
1993SAMPRAS, PETESTAFFORD, GRANT75 57 46QUEEN’SG
1993SAMPRAS, PETESTEVEN, BRETT67 36CANADA OPENH
1993SAMPRAS, PETEKRAJICEK, RICHARD46 63 67LOS ANGELESH
1993SAMPRAS, PETEEDBERG, STEFAN76 57 67CINCINNATIH
1993SAMPRAS, PETERAFTER, PATRICK67 76 67INDIANAPOLISH
1993COURIER, JIMPIOLINE, CEDRIC57 76 46 46US OPENH
1993SAMPRAS, PETECOSTA, CARLOS67 62 16STOCCOLMAS
1993SAMPRAS, PETEIVANISEVIC, GORAN67 57PARIGI BERCYS
1993SAMPRAS, PETESTICH, MICHAEL67 62 67 26MASTERS S
1993SAMPRAS, PETEKORDA, PETR63 67 63 67 1113GRAND SLAM CUPS
1994SAMPRAS, PETEALAMI, KARIM63 26 46DOHAH
1994SAMPRAS, PETEELTINGH, JACCO67 46FILADELFIAS
1994SAMPRAS, PETESTICH, MICHAEL63 67 26WORLD TEAM CUPC
1994SAMPRAS, PETECOURIER, JIM46 75 46 46ROLAND GARROSC
1994SAMPRAS, PETEMARTIN, TODD67 67QUEEN’SG
1994SAMPRAS, PETEKRAJICEK, RICHARD62 57 67 57DAVIS CUPH
1994SAMPRAS, PETEYZAGA, JAIME63 36 64 67 57US OPENH
1994SAMPRAS, PETEEDBERG, STEFAN36 RIT.DAVIS CUPS
1994SAMPRAS, PETEBECKER, BORIS46 46STOCCOLMAS
1994SAMPRAS, PETEAGASSI, ANDRE67 57PARIGI BERCYS
1994SAMPRAS, PETEBECKER, BORIS57 57MASTERS S
1994SAMPRAS, PETELARSSON, MAGNUS67 64 67 46GRAND SLAM CUPS


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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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