Sinner: "Molta gente fisicamente è più forte di me, ci devo lavorare"

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Sinner: “Molta gente fisicamente è più forte di me, ci devo lavorare”

Il 19enne altoatesino riconosce i suoi limiti dopo la sconfitta agli Internazionali di Roma contro Dimitrov: “Più andavo avanti nella partita, più la condizione fisica andava giù”. Ma la cosa non lo preoccupa: “Non mi metto fretta”

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Jannik Sinner - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)
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Si è arrestata al terzo turno la corsa di Jannik Sinner agli Internazionali d’Italia. Un passo avanti rispetto allo scorso anno quando vinse un solo incontro e risultati del genere si possono ottenere solamente con l’allenamento costate. “In un anno si può crescere parecchio e io devo ancora farlo. Alla fine conta solo crescere, migliorare e fare del proprio meglio; mettere in campo quanto fai in allenamento. Fisicamente devo ancora crescere parecchio, il tennis ovviamente migliora se giochi giorno dopo giorno. Dopo un anno di lavoro è difficile non migliorare. Io lavoro bene ogni giorno perché lo voglio io, non lo faccio per un altro: voglio migliorarmi”.

Dopo questo preambolo rilasciato in perfetta lingua inglese, Jannik ha parlato di più in italiano, e inizialmente si è concentrato sulla partita persa in tre set contro Grigor Dimitrov. “Sapevo che questa era la partita più difficile perché sia io che lui avevamo già fatto due partite qui ed entrambi ci siamo sentiti bene in campo. Gli alti e bassi li devi accettare e devi trovare la soluzione giusta. Oggi è stata una sconfitta dura e io devo cercare di trarne il massimo, parlerò col team e poi vedremo cosa fare. Lui ha giocato bene, anche io ho giocato bene ma non ho giocato da Dio. Su questo non mi posso lamentare; giocare bene tutte le partite non è possibile. Anche con Tsitsipas entrambi non abbiamo giocato al massimo. Lì c’era anche vento e ti devi adattare a ogni condizione. Oggi ho provato a spingere di più verso la fine e sono risalito 5-4; poi quel game lì è andato un po’ così…”.

Il discorso del 19enne si è spostato poi sul fisico, attualmente il suo punto debole. Più andavo avanti nella partita e più la condizione fisica andava giù, quell’aspetto lo devo migliorare per andare alla pari col gioco. Per il momento devo accettare la cosa. Ho perso un paio di partite, questa e quella con Khachanov, che potevo vincere per questo motivo; vedremo cosa ne verrà fuori tra qualche anno. Molta gente fisicamente è più forte di me, così come certi giocatori devono accettare che magari hanno un problemino col dritto o col rovescio. Io ho un problemino col fisico, lo devo accettare e trovare delle soluzioni. La cosa positiva è che sul fisico ci posso lavorare. Io non mi metto fretta, gioco tranquillo. Ci potrò mettere uno, due, anche dieci anni, o forse fra due settimane mi sentirò già meglio”. Ovviamente il coach Riccardo Piatti farà il possibile affinché si propenda più verso questa seconda ipotesi.

 

Da queste parole, pronunciate con la classica pacatezza che lo contraddistingue anche in campo, emerge il ritratto di una persona sì delusa – come ha ammesso lui stesso dicendo che “non era la fine che volevo” – ma il cui spirito da gran lavoratore non viene minimamente intaccato. Anzi forse Sinner sarà ancora più spronato a fare bene e anche Matteo Berrettini, che lo ha incontrato a fine match, può confermare: Era amareggiato, ma già l’ho visto con l’occhio pronto per i prossimi appuntamenti“.

A parlare di lui in conferenza stampa post-partita è stato anche il suo avversario Dimitrov. Al bulgaro è stato chiesto come vede il futuro del giovane azzurro, con la puntualizzazione di non dare la solita risposta banale. Grigor non si è lasciato pregare e da ex enfat prodige ha ammesso schiettamente: “Io dico sempre che finché non diventi un campione non puoi dire di essere un campione. Questo è secondo me uno dei più grandi errori commessi quando io stavo emergendo, tutti mi dicevano: ‘Oh, diventerai un campione un giorno, sarai n.1’. Io non ho mai ascoltato questi discorsi e così sta facendo lui. Non dovrebbe ascoltare tutte quelle cose, bensì seguire la sua strada”.

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Sonego dopo aver battuto Djokovic: “Ho capito di aver vinto alla fine. In semi uno vale l’altro”

“Ho preparato questa partita come tutte le altre, senza pensare a chi c’era dall’altra parte della rete”. Così Sonego ha sorpreso il giocatore più forte del mondo

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Lorenzo Sonego - ATP Vienna 2020 (via Twitter, @atptour)

I risultati non arrivano mai subito, bisogna lavorare tanto e con continuità. Ci sta subire sconfitte a questo livello, perché dalle sconfitte si impara sempre. Ho imparato tanto anche da quella con Bedene“. Sono queste le ultime parole di Lorenzo Sonego nella conferenza stampa successiva allo splendido successo con Djokovic, il settimo di un tennista italiano contro un numero 1 del mondo in carica. La sconfitta con Bedene a cui fa riferimento è quella dell’ultimo turno di ‘quali’ qui a Vienna, poiché Sonego è entrato in tabellone da lucky loser. E da lucky loser giocherà la sua prima semifinale indoor nel circuito maggiore, dopo aver strapazzato un Nole inaspettatamente remissivo.

È stata la miglior partita della mia vita. Fino all’ultimo non ho pensato di poter vincere, sono rimasto focalizzato sul match, per giocare ogni punto” ha raccontato Lorenzo. “A fine partita ho capito di aver vinto. Prima di quel momento, col numero 1 del mondo, che ha questa esperienza, non bisogna mai abbassare la guardia o pensare di aver vinto“.

Con il solito eloquio tranquillo, in netto contrasto con lo spirito combattivo che mostra in campo, Sonego ha svelato che la chiave è stata preparare il match nel mondo consueto. Con la stessa meticolosità, ma senza timori reverenziali. “Ero in fiducia e ho le armi per contrastare tutti i giocatori. Oggi è stato importante servire bene e rispondere aggressivo, mettendo i piedi in campo. Ho preparato questa partita come tutte le altre, senza pensare a chi c’era dall’altra parte della rete“. Ha funzionato, eccome.

 

VERSO LA SEMI – “Tutta le gente con cui gioco oggi ha vinto partite importanti, hanno tutti esperienza e un bagaglio più grande del mio” mette in guardia Sonego, in vista della semifinale contro Dan Evans o Grigor Dimitrov. “Io devo continuare a fare quello che sto facendo adesso: sarà una partita durissima, se non addirittura più dura, ma non avrò niente da perdere. Devo solo lavorare su come stare in campo e sull’atteggiamento, perché ogni partita ha delle difficoltà diverse e io devo essere bravo a superarle”. Preferenze? Non ce ne sono, per il 25enne di Torino. “Sono due giocatori molto simili come caratteristiche, tutti e due giocano tanto il back e spingono di dritto, servono bene; uno vale l’altro, voglio solo godermi questa semifinale e basta. Non mi interessa chi ci sarà dall’altra parte“.

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Djokovic: “Ho qualche rimpianto per lo US Open e per il Roland Garros”

Il N.1 ATP ha tenuto una conferenza stampa a Belgrado, parlando anche della PTPA e dei suoi piani per l’Australian Open

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Novak Djokovic - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)

Dopo una sessione di allenamento nella sua Academy a Belgrado, Novak Djokovic si è prestato ad una conferenza stampa all’aperto nel parcheggio del circolo. Nei giorni scorsi, Nole ha annunciato i suoi piani per il finale di stagione, che comprenderanno la prima comparsata al 500 di Vienna in 13 anni e le ATP Finals, mentre stavolta Nole non andrà a Bercy, dov’è il giocatore più vincente nella storia del torneo. Nella giornata di ieri, invece, ha spaziato su molte questioni che lo vedono protagonisti, sia dentro che fuori dal campo.

IMPRESSIONI SU QUESTA STAGIONE E OBIETTIVI PER IL 2021

Pur avendo vinto più di tutti in questa stagione, il serbo non è riuscito a portare a casa nessuno dei due Slam giocati post-lockdown, non riuscendo ad accorciare le distanze dai 20 titoli di Federer e anzi perdendo terreno da Nadal, che ha raggiunto lo svizzero grazie alla tredicesima vittoria parigina. Alla domanda su come si senta a riguardo, Djokovic ha risposto: “Ho qualche rimpianto perché non ho vinto né a New York né a Parigi sebbene fossi in grandissima forma in entrambi i tornei. All’Open di Francia il mio avversario mi è stato superiore in finale e io non ho giocato al mio solito livello, mentre a New York c’è stato un incidente spiacevole“.

Rimane però consapevole di aver giocato una grande stagione: “Comunque ho vinto sia Cincinnati che Roma, e se non contiamo la squalifica dello US Open ho perso solo un match quest’anno, quindi posso liberamente affermare che forse sto giocando il mio miglior tennis di sempre. La stagione è andata com’è andata, ma nonostante l’interruzione ho vinto tante partite, quindi posso paragonare il mio rendimento a quello del 2011 o del 2015″. Sul lungo periodo, inoltre, si sente vicino a traguardi di una portata altrettanto storica: “I miei obiettivi sono chiari – voglio chiudere l’anno al N.1 e accumulare il maggior vantaggio possibile per i primi tre mesi del 2021, così da battere il record di settimane in testa alle classifiche, uno dei miei traguardi più importanti”.

 

La domanda che sorge spontanea, e che infatti è stata posta, è se creare questo tipo di aspettative possa essere deleterio: “La pressione fa parte della mia vita di atleta professionista, dobbiamo accettarla e cercare di usarla per caricarci, cosicché non abbia l’effetto opposto. Forse alcuni hanno un problema con il modo in cui esprimo i miei obiettivi e le mie ambizioni, ma sono stato educato ad essere sincero, non mi piace fingere. Il mio obiettivo è di battere il record di settimane in testa alla classifica e sto lavorando per raggiungerlo. Mi sto davvero divertendo; potrei ritirarmi domani ed essere comunque soddisfatto di ciò che ho ottenuto, ma traggo ancora gioia dalla competizione e dall’idea di imbracciare la racchetta. Finché sarà così continuerò a giocare. Sono un professionista ed è normale avere delle ambizioni – in quel caso non è solo pressione quella che si crea, ma anche motivazione”.

Lo scorso gennaio, Djokovic ha vinto 13 partite su 13 in Australia fra ATP Cup e Melbourne, ma nel 2021 la situazione potrebbe essere più complicata a livello logistico, soprattutto per il nuovo torneo a squadre che si disputa in tre città, Sydney, Brisbane e Perth: “Non so ancora quando andrò in Australia… Le restrizioni sono quello che sono, speriamo che il periodo di quarantena una volta giunti nel Paese non sia troppo lungo. Se la situazione non cambia, molti di noi voleranno lì anticipatamente, saremo costretti a farlo. L’Australian Open è decisamente in programma per me; per quanto riguarda la ATP Cup parlerò con il mio team appena sarà finita la stagione e decideremo”.

LA NUOVA ASSOCIAZIONE GIOCATORI E LA TECNOLOGIA NEL TENNIS

L’incidente occorso a Flushing Meadows con una lineswoman ha in qualche modo dato centralità alla posizione di Djokovic in tema di innovazione; il serbo si è infatti detto a favore dell’utilizzo di Hawk-eye su ogni punto, di fatto rimpiazzando la categoria dei giudici di linea, e la sua opinione non è cambiata: “Molte persone di grande reputazione nel mondo del tennis, come Boris Becker e Patrick Mouratoglou, sono state criticate per aver parlato di innovazione nel tennis, e lo stesso è capitato a me per aver detto che bisognerebbe prendere in considerazione l’idea di sostituire i giudici di linea. Sono molti anni che lo penso, non ha niente a che fare con la mia squalifica allo US Open“.

“A New York la tecnologia è stata usata a tempo pieno in uno Slam per la prima volta, ed è andata benissimo, non c’era margine per l’errore umano. Non sono uno che non può fare a meno della tecnologia, anzi, penso che la società si sia spinta troppo oltre in certi casi, ma perché non dovremmo cercare di essere più efficienti e precisi nel tennis, se ne abbiamo la possibilità? I giudici di linea volontari potrebbero trovare altri impieghi all’interno dei tornei”.

Come molti ricorderanno, durante il torneo di Cincinnati/New York Djokovic ha fondato, assieme a Vasek Pospisil, la Professional Tennis Players Association, o PTPA, un nuovo sindacato dei giocatori su cui Nole si è soffermato lungamente alla fine della conferenza: “C’è stata grande resistenza, molti hanno provato a dissuaderci, e so che tanti la vedono in maniera diversa. Questa, tuttavia, non è una cosa che ci siamo inventati noi, è un’idea di cui si parla da vent’anni: il mio coach, Goran Ivanisevic, era stato parte della prima generazione che aveva provato a creare qualcosa di simile. Ci sono stati numerosi tentativi, ma non hanno mai avuto successo per diverse ragioni. Il tennis è uno sport globale, popolare ovunque, eppure non è neanche fra i primi dieci quando si tratta di massimizzare il suo potenziale“.

Al di là della capacità del tennis di monetizzare la propria popolarità, un punto centrale anche per Andrea Gaudenzi, lo scopo dell’iniziativa è un altro: C’è un monopolio che controlla questo sport, un sistema che esiste da decenni, ed è normale che chi sta al potere non abbia interesse a promuovere il cambiamento. Non ho partecipato alla creazione della PTPA per pestare i piedi a qualcuno, vogliamo solo rappresentare i giocatori e le giocatrici, visto che al momento non esiste un organo che lo faccia in maniera esclusiva – l’ATP rappresenta al 50 percento i giocatori e al 50 percento i tornei, e ci sono tanti conflitti d’interessi.

Inoltre, c’è una concentrazione eccessiva sui top players, la gente pensa che questo sia uno sport ricco perché noi facciamo un sacco di soldi, ma la realtà è che ci sono soltanto un centinaio di persone che vivono di tennis senza affanni economici. Stiamo solo cercando di dare una voce ai giocatori con una classifica più bassa che stanno cercando di far sapere che non è tutto così splendido nel nostro mondo. Prima di creare la nuova associazione ho parlato con Federer e Nadal, che hanno deciso di non farne parte. Non li sto criticando, si chiama democrazia. Ovviamente sarei felice se si unissero a noi, ma continueremo a sforzarci per creare un’organizzazione che rappresenti tutti come meritano”.

Infine, secondo il N.1 ATP non ci saranno problemi a gestire la propria carriera e un ruolo di rappresentanza: “Questa nuova iniziativa non mi distrae, anche se a volte mi innervosisco, nessuno è perfetto. Per me la PTPA è una vocazione, è una responsabilità che avverto di usare la mia posizione per dare una voce e del potere a chi non ce l’ha. Non sono il solo, ogni settimana abbiamo nuove adesioni. Sento che questa sarà la mia eredità, ed è sia un obbligo che un piacere per me portarla avanti. Non ne traggo dei benefici, sto solo cercando di agire coerentemente con i miei valori come persona”.

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[ESCLUSIVA] Carlos Martinez, allenatore di Daria Kasatkina, punta al ritorno in Top 10

Dopo quasi 20 settimane di allenamenti in Spagna durante il lockdown, l’allenatore di Daria Kasatkina, Carlos Martinez, racconta a UbiTennis i prossimi passi per tornare al vertice del tennis mondiale

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Daria Kasatkina - Aleksej Filippov/Sputnik

Daria Kasatkina sta vivendo un periodo non particolarmente brillante al quale si aggiunge, di tanto in tanto, anche un pizzico di sfortuna. Proprio mentre stava giocando una delle migliori partite del 2020, a Roma contro Azarenka, un infortunio alla caviglia – che per fortuna non si è rivelato grave – l’ha costretta a ritirarsi tra le lacrime. Adesso la giocatrice russa (numero 75 del mondo) si trova a Ostrava, dove ha superato le qualificazioni ed esordirà al primo turno contro la numero 6 del seeding Elena Rybakina

Poco dopo la ripartenza del circuito abbiamo intervistato il suo allenatore Carlos Martinez. L’intervista è stata condotta da Adam Addicott di ubitennis.net circa due mesi fa: trovate qui l’originale


Sono passati soltanto due anni da quando Daria Kasatkina veniva descritta come la nuova faccia del tennis russo e una stella in divenire. Già campionessa juniores dell’Open di Francia, Kasatkina ha ottenuto prima di compiere 22 anni dei traguardi a cui altre potevano soltanto aspirare. La sua ascesa è cominciata nell’aprile 2017 quando, diciannovenne, sconfisse Jelena Ostapenko e vinse il suo primo titolo WTA al Charleston Open. La definitiva esplosione avvenne l’anno successivo, quando perse da Naomi Osaka la finale di Indian Wells e si aggiudicò un altro torneo Premier a Mosca. Inoltre, ottenne due quarti di finale Slam consecutivi al Roland Garros e a Wimbledon, raggiungendo il suo miglior piazzamento di N.10 del ranking nell’ottobre del 2018.

 

Sembrava che il tennis stesse assistendo alla scalata di una futura numero 1, con una traiettoria simile a quella di Naomi Osaka. Poi però è arrivato un 2019 opaco, un forte monito su quanto sia difficile la scalata alla vetta e quanto sia, invece, facile la caduta. La scorsa stagione ha perso al primo turno in 11 tornei, faticando a ripetere i risultati dei due anni precedenti.

È ovvio che dovremo aggiustare un po’ di cose per tornare a quel livello. Lo stiamo facendo negli allenamenti, per restituirle delle buone sensazioni”, racconta Carlos Martinez ad Ubitennis. È proprio Martinez, un allenatore spagnolo, ex giocatore di doppio numero 180 del mondo e noto per aver già lavorato con Svetlana Kuznetsova, a farsi carico della sfida di riportare Kasatkina ai vertici del tennis mondiale.

La stagione 2020 di Martinez, contrassegnata da alti e bassi degni di una corsa sulle montagne russe, è cominciata in febbraio, quando Kasatkina sembrava aver riguadagnato un po’ di forma arrivando alle semifinali del torneo di Lione, in Francia. Era il settimo torneo dell’anno per la giocatrice russa, ma il primo in cui era riuscita a vincere più di due partite consecutive nel tabellone principale. Una settimana dopo, il Tour si è fermato per quella che si è rivelata una pausa lunga cinque mesi per via della pandemia da COVID-19.

È stato molto triste per noi, perché aveva cominciato a trovare un gran bel ritmo dopo Lione”, riflette Martinez. “A mio parere, ha perso [quella semifinale, ndr] nel modo giusto, perché lei è una giocatrice che ha bisogno di vincere partite e di ritrovare un po’ di fiducia nel suo gioco. In quelle condizioni, aveva ottime possibilità di fare bene ad Indian Wells. [La pausa] non è stata una buona notizia per noi e ora dobbiamo ritrovare quel ritmo, ma sono certo che tornerà di nuovo al suo livello più alto. Da noi stessi ci aspettiamo di giocare bene ogni giorno”.

Impossibilitati a competere, i due sono stati in ogni caso fortunati ad avere la possibilità di continuare ad allenarsi durante il lockdown al Club de Tenis Mollet, alle porte di Barcellona, un’Academy di proprietà dello stesso Martinez. Durante lo stop non programmato, il coach ha proseguito il lavoro con Kasatkina con uno scopo ben preciso in mente: renderla più aggressiva.

Abbiamo lavorato per cercare di rendere il suo gioco più aggressivo, perché lei è una giocatrice abbastanza consistente. Il tentativo è di farla stare un po’ più vicina al campo quando sente di avere l’opportunità di farlo. In sostanza, stiamo lavorando su questo e sul renderla più regolare al servizio, così da ottenere qualche vittoria in più”.

Carlos Martinez


IL RITORNO ALLE COMPETIZIONI

Avendo scelto di non giocare alcun match di esibizione durante la pausa, si è trattato di attendere e vedere se il duro lavoro avrebbe dato i suoi risultati. Pochi potrebbero dubitare dell’impegno di Kasatkina, ma, così come per molte altre sue colleghe, si trattava di vedere come se la sarebbe cavata dopo cinque mesi di lontananza dal Tour.

Il primo appuntamento è stato nella città italiana di Palermo, da dove l’intero circuito è ripartito. Sfortunatamente, Kasatkina ha subito un altro duro colpo, infortunandosi a una gamba durante gli allenamenti precedenti al torneo. È stata in ogni caso in grado di giocare, ma ha finito col perdere una maratona al primo turno contro Jasmine Paolini. Fortune alterne hanno atteso Kasatkina anche al torneo successivo, il Western & Southern Open a New York, dove ha perso due delle tre partite disputate. È riuscita ad entrare nel tabellone principale soltanto come lucky loser.

Non ha potuto giocare al suo meglio a Palermo, perché si era fatta male la gamba il giorno prima in allenamento. Non poteva di certo essere pronta al 100% per competere. È vero, ha giocato tre ore e dieci contro Paolini, ma onestamente, non avrebbe potuto fare di più. La gamba non le consentiva di correre”, riflette Martinez.

A Cincinnati [torneo che quest’anno è stato trasferito a New York] ha giocato tre partite, la seconda delle quali era un’ottima possibilità per qualificarsi al tabellone principale, ma ha sprecato alcune opportunità nel secondo set”. Al primo turno di Cincinnati, poi, Kasatkina ha perso da Anett Kontaveit.

Ma qual è la ragione di tutte queste sconfitte premature? Sono dovute soltanto al fatto che l’attuale numero 75 del mondo ha perso un po’ della forma di due anni fa oppure c’è qualche possibile spiegazione più complessa?

Martinez è convinto che ciò che frena Kasatkina in questo momento sia l’aspetto mentale del gioco. Se gli si domanda quanto la sua giocatrice sia vicina alla forma che l’ha portata al numero dieci del mondo, l’allenatore crede fermamente che non sia affatto distante. Tuttavia, il problema ricorrente continua ad essere la mentalità.

Il gioco ce l’ha, perché quando si allena mostra un livello davvero buono. Quando compete contro giocatrici di vertice, molte volte vince”, dice. “Il problema non è il suo gioco, il problema è che ha bisogno di credere un po’ di più in sé stessa. Di scendere in campo pensando di essere molto valida. Il modo in cui gioca è davvero una diretta conseguenza di questi pensieri. Non le manca molto per raggiungere questi traguardi. Dal punto di vista del gioco, dobbiamo solo continuare ad aggiustare poche cose e tornerà di sicuro [in top 10]. Non so quando, ma tornerà al top”.

LA PAZIENZA È UNA VIRTÙ

Nelle settimane che verranno, Kasatkina non dovrà preoccuparsi troppo della posizione in classifica grazie al cambiamento delle regole dovuto al COVID-19. La WTA di recente ha infatti modificato il proprio regolamento, introducendo il “Better of 2019 and 2020”, in cui la posizione di una giocatrice è determinata dai suoi migliori 16 risultati ottenuti tra marzo 2019 e dicembre 2020.

Per fortuna quest’anno non abbiamo pressione e questa è una cosa che lei deve capire. Tutto ciò che dobbiamo fare quest’anno è sistemare un po’ di cose, ricominciare e tornare a competere dopo il lockdown”, sottolinea Martinez. “Non ci sono obiettivi legati ai risultati. Il mio scopo è invece ristabilire di nuovo gli schemi di gioco che lei deve utilizzare quando è in campo. È molto importante per noi. So che se applicherà questi schemi e tornerà a credere in sé stessa, potrà fare bene”.

Alla luce di queste dichiarazioni, non dovrebbero preoccupare troppo i risultati in chiaroscuro di queste ultime settimane. Kasatkina ha patito una sconfitta molto dura al primo turno dello US Open, contro Marta Kostyuk, e dopo quattro buone vittorie a Roma (due nelle quali, due nel main draw) è incorsa nel succitato infortunio contro Azarenka. Quindi ha affrontato il Roland Garros senza grosse aspettative, superando il primo turno ma fermandosi al cospetto di un’altra bielorussa, Aryna Sabalenka, al secondo.

La cosa importante è comprendere la filosofia del gioco, perché, tenendo a mente quella, Daria otterrà gli obiettivi che ci aspettiamo per il futuro. Certamente, per noi si tratta di tornare in Top 10, perché lei ha la capacità di farlo. Dobbiamo soltanto essere pazienti e lavorare su questa mentalità”, conclude Martinez.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

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