Iga Swiatek in isolamento, per colpa del presidente polacco

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Iga Swiatek in isolamento, per colpa del presidente polacco

La campionessa del Roland Garros e il suo team sono in quarantena dopo il contatto con il presidente della Polonia Andrzej Duda. Per il momento nessuno di loro ha avuto sintomi della malattia

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Iga Swiatek - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Iga Swiatek è in isolamento dopo essere venuta in contatto con una persona che è risultata positiva al Covid-19. Ma non si tratta di una persona comunque. Bensì del presidente polacco Andrzej Duda. Swiatek ha incontrato Duda a Varsavia il 23 ottobre in occasione della propria premiazione come ambasciatrice della Polonia in seguito alla vittoria del Roland Garros. Durante il meeting, entrambi indossavano guanti e mascherina. Tuttavia, rispettando le procedure, la n.17 del ranking WTA e il suo team hanno comunque deciso di mettersi in quarantena a scopo precauzionale. 

Per il momento, fortunatamente, pare che nessuno registri sintomi della malattia. “Né io né io membri del mio team abbiamo sintomi del Coronavirus. Ci testiamo regolarmente. Secondo le procedure, siamo tutti in quarantena. Ripeteremo il test tra tre giorni. Vi auguro a tutti di stare in salute”, scrive Swiatek su Twitter. Anche il presidente Duda ci ha tenuto a mostrare di essere in buone condizioni un video. 

 

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Tanti giovani interessanti nei Challenger di Lima e San Paolo

Nessun italiano al via. Il 19enne Tirante nei quarti in Perù, in Brasile subito fuori Monteiro e Seyboth Wild

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Thiago Seyboth Wild - Santiago 2020 (via Twitter, @chile_open)

LIMA CHALLENGER 80

Nessun italiano ai nastri di partenza di questo penultimo appuntamento stagionale su terra battuta se non il baby peruviano Gianluca Ballotta, di chiare origini italiane, che con i suoi 17 anni scarsi si è magnificamente difeso nel primo turno delle qualificazioni contro l’esperto connazionale Sergio Galdos (n.208 ATP), che lo ha sconfitto in rimonta (4-6 6-4 6-1). Di questo talentuoso mancino risentiremo parlare, non ci sono dubbi. Da tenere d’occhio anche i due 19enni argentini Thiago Agustin Tirante e Juan Manuel Cerundolo, fratello minore di Francisco, fresco vincitore a Guayaquil.

Tirante (n.509 ATP), capello ossigenato e fisico compatto, è felicemente approdato ai quarti battendo il portoghese Pedro Sousa (n.112 ATP) e lo spagnolo Oriol Roca Batalla. (n.335 ATP). Ora lo aspetta il connazionale Francisco Cerundolo (n.162 ATP) che, dopo aver battuto nel derby la testa di serie n.1 Federico Coria, può ragionevolmente essere considerato il grande favorito del torneo. Meno fortunato il fratellino Juan Manuel Cerundolo (n.349 ATP) che si ferma al secondo turno, battuto dall’ucraino Sachko e da qualche problema fisico, pur lasciando intravvedere lampi di gioco davvero interessanti.

SAO PAULO CHALLENGER 80

Nel Challenger brasiliano, sempre su terra battuta, poca fortuna per le prime due teste di serie, i brasiliani Thiago Monteiro, eliminato al secondo turno da Maxime Janvier (7-6 6-7 6-4), e Thiago Seyboth Wild (ricordate la finale 2018 degli US Open Junior contro Musetti?) fermato subito dal connazionale Orlando Luz (7-5 1-6 6-3). Favoriti a questo punto potrebbero essere il francese Janvier o il kazako Dmitri Popko anche se tutta la nostra attenzione va al 19enne brasiliano Matheus Pucinelli de Almeida che a noi piace tantissimo. La sua classifica è quella di un esordiente (n.863 ATP) ma il suo piglio in campo e la sua sfrontatezza a rete lasciano immaginare ben altri scenari.

Massimo Gaiba

 

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In memoria di Diego Maradona, eternamente giovane

Le ragioni del cordoglio unanime per il più discusso calciatore della storia

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Mi ha telefonato mia sorella oggi. Vive da anni lontana dalla mia città. Piangeva lei e piangevo io. Ci siamo chiesti il perché. Nessuno di noi conosceva Maradona personalmente. Nessuno di noi aveva mai avuto il piacere di una foto, di un incontro. Maradona, nella nostra vita di bambini napoletani di un tempo, era solo un coro, una casa a Posillipo, il battito di ali di una farfalla distante, nello spazio e nel tempo, capace oggi di scatenare l’uragano.

Ma non siamo gli unici a piangere e disperarsi. Le prefiche abbondano ovunque, e paiono persino portatrici di strazi sinceri. Si fatica a comprendere come mai, in morte, Maradona stia riscuotendo i consensi che la vita da un bel po’ gli aveva negato. L’uomo divisivo, manicheo, bianco o nero, sembra sparito. L’uomo che, o eri con lui o eri contro di lui (ma coma facevi ad essere con lui? dove era lui?), in queste prime ore della sua morte sembra essere riuscito a riscrivere di colpo la sua intera biografia. Miracolo, l’ultimo di una lunga serie.

Quello che gli stanno tributando tutti, non è il rispettoso e spesso ipocrita parce sepulto. Qui tutti sembrano amarlo per davvero. Diremmo di più: sembrano averlo amato. Tutti salgono sulla barca Diego. Ti guardi in giro e sono tutti argentini, tutti per i deboli dell’umanità, tutti Maradona è megl ‘e Pelé. Da buon napoletano, la cosa non mi convince. Cca nisciun è fess e la gelosia, noi napoletani, la mettiamo nel caffè.

 

Lasciamo perdere Napoli e l’Argentina, non fanno testo. Una città ed una nazione incoerenti fino al midollo, almeno sul punto saranno fedeli alla linea. Pensiamo piuttosto alle società di calcio italiane, che lo hanno detestato, che hanno riso delle sue patetiche vicende extracalcistiche. Oggi quasi ringraziano Maradona per i gol segnati contro di loro. Pensiamo ai comici, che si sono costruito una carriera facendo la battuta delle strisce del campo tirate su per il naso, e che oggi dicono che è morto il più grande. Pensiamo ai tifosi dell’Olimpico, che gli fischiarono l’inno nazionale in mondovisione in una finale mondiale, e che oggi raccontano a figli e nipoti di avere avuto l’onore ed il privilegio di averlo visto giocare.

Chissà se parlerà Andoni Goikoetxea, il macellaio di Bilbao, l’uomo che nel 1983 gli spezzò la caviglia in Spagna. Sono certo che anche lui si dirà affranto, dirà che Diego era il suo idolo e per commozione infilerà il piede sotto il primo tir di passaggio verso i Pirenei.

Guardandoci in giro, sembra davvero affetto sincero. Perché d’improvviso lo amano tutti? Perché si piange per l’immenso giocatore che da circa trent’anni aveva lasciato il campo al discutibile uomo?

Discutibile per non dire “pessimo” come fanno in tanti. Nel suo dizionario dei luoghi comuni Flaubert aggiungerebbe questa frase: “Diego Armando Maradona è un giocatore immenso in campo, ma fuori dal campo un pessimo uomo”.

Si sentono dire molte cose, sin da quando giocava, su Diego Armando Maradona. Sono sempre più o meno le stesse e sono tutte vere. Vale la pena riassumerle. Cocainomane, evasore fiscale, adulterino. Frequentatore di camorristi nelle notti napoletane. Ha impiegato vent’anni per riconoscere un figlio. Uomo kitsch, non elegante nel look e nelle sembianze, un po’ indio, un poco meridionale. Tracagnotto, godereccio, dionisiaco, quasi satiro. Ebbene, secondo molti così avremmo definito un uomo, e invece abbiamo definito i benpensanti.

C’è almeno un personaggio pubblico amatissimo, venerato, per ognuno dei difetti o attributi appena elencati. Ci sono state rock star che celebriamo da decenni morte con l’ago in vena. Campioni dello sport, imprenditori a capo di multinazionali, che hanno patteggiato con il fisco italiano e che ancora inviteremmo per il tè. I frequentatori di camorristi sono stati e forse sono ancora in parlamento, e a differenza di Maradona frequentavano i camorristi proprio perché gli serviva la camorra, non per una serata in discoteca. Quanto agli adulterini, ai kitsch e ai meridionali, beh quelli siamo noi: alle volte solo uno dei tre. Altre volte non ci vergogniamo di essere tutto.

Poi c’è il Maradona “politico”, il più pasticciato. Il nazional-comunista, un po’ peronista, un po’ bolivariano. L’amante della rivoluzione cubana, amico di Castro, Chavez e Maduro, ma anche colui che eliminando l’Inghilterra dai mondiali volle vendicare la sconfitta militare alle Falkland/Malvinas della dittatura fascista di Videla.

L’uomo del popolo, quello di Villa Fiorito lo è sempre restato. Roberto Benigni accogliendo un Oscar disse che ringraziava i suoi genitori per avergli dato il regalo più grande, la povertà. Maradona non sarebbe mai stato in grado di esprimere un concetto così nobile e così paraculo al tempo stesso. Ma la povertà se l’è portata addosso, in eterno. Cucita insieme a una dose di beata ignoranza. Il Maradona che con i suoi limitati mezzi culturali tuonava contro la Fifa, Havelange e Blatter, Platini e Pelé, la Federazione Argentina, ha bene o male sempre avuto ragione. Solo che a tutti è sempre sembrato che ciò fosse un caso, una schedina fortunata giocata insieme alle Marlboro morbide di sabato sera, e non la sfacciata sincerità di una persona che il sistema non è mai riuscita a contenere e a corrompere.

Volete l’uomo? Bene, chiedete a chi gli è stato amico. Chiedete dell’uomo. Fatevi spiegare cosa voleva dire per dei ricchi professionisti andarlo a recuperare a casa, la mattina degli allenamenti, strafatto di coca dalla nottata, per portarlo sul campo, quantomeno a farsi vedere.  Chiedete cosa fosse lui per loro mentre lo sollevavano dal letto senza sollevargli la vergogna di dosso, e gli facevano il caffè. Diego si svegliava che non li riconosceva neppure. Ma loro sapevano chi era e perciò erano lì. Chiedete a loro dell’uomo Maradona, dell’amico Maradona, del figlio Maradona, del padre Maradona. Vi diranno cose belle. Del marito no, non chiedete. Ma qui parliamo di uomini, anche di quelli che sbagliano.

Chiedete loro di uno spogliatoio prima di una partita a Milano. Della loro tensione, della loro ansia, quando qualcuno tirò fuori dal nulla una arancia ed iniziò a palleggiare. Apparentemente senza motivo. Chiedete chi fu l’uomo che per distrarre e rilassare la sua squadra, decise in uno spogliatoio di San Siro di battere il record mondiale di palleggi con arancia, mentre tutti ritmicamente battevano le mani e dimenticavano la paura.

Spiegare Maradona non è possibile. Non con le lacrime agli occhi. Principalmente perché si deve camminare sulle impronte lasciate da centinaia prima di te, che magari lo hanno davvero conosciuto e hanno scritto fiumi di bellissime parole sul più discusso calciatore mai esistito. Ripercorrere i sentieri già battuti con le lacrime agli occhi non è facile.

Allora tanto vale provare una strada nuova. Un profilo differente. Qualcosa che chi scrive conosce meglio. Cambiamo almeno la versione della storia su Napoli e Maradona. Hanno raccontato la Napoli storicamente sottomessa e umiliata che grazie a Maradona ha sollevato la testa. Hanno detto che è per questo che Napoli lo ha così amato. Fermate chi fa questo discorso, non lo state ad ascoltare. Hanno confuso l’amore con la gratitudine e a Napoli è peccato mortale. I trentenni che oggi piangono, e si radunano al San Paolo di notte, perché non avranno mai un funerale, di quell’alzata di capo non possono ricordarsi.

L’amore della città per Maradona è certamente anche l’amore per l’idolo sportivo. Ma Maradona sarebbe stato amato anche a Roma, a Milano e a Torino, città che la testa non avevano certo bisogno di sollevarla. Perché quest’uomo pessimo, in verità, al calciatore immenso un poco somigliava.

Chi gli stava vicino lo amava. Era inevitabile. Chi lo vedeva in televisione si infatuava di un sorriso. Alcune persone hanno questa qualità. Qualità che non si allena, come non si allenava Diego, ma con cui si nasce. Si chiama carisma, simpatia, leadership. Come si chiama si chiama, Maradona grondava di questa qualità. Essa dilagava in campo e fuori. Napoli era solo più ricettiva di altri posti per chi possiede questo estro, per chi è capace di farti stare meglio con un’arancia negli spogliatoi. Solo l’odio calcistico, che è sentimento forte e atroce, poteva impedire di esserne coinvolti. Si dice che l’avvocato Gianni Agnelli avesse Maradona in gran simpatia. Onore all’avvocato. E onore anche a Maradona.

Ma dopo trent’anni, questo dolore e questo cordoglio ancora non si spiegano. Quest’uomo di 60 anni, bruciatosi nell’incapacità di vivere e di esistere, giunto al limite del proprio corpo, muore. Ci sarebbe da essere tristi, fatalisti, ma non affranti.

Ecco che allora, l’unica spiegazione plausibile, è che forse non stiamo vedendo morire il sessantenne consumato da ogni vizio. Noi che non possiamo raccontare quelle mattine passate a fargli il caffè, che ne conosciamo solo una logorata immagine pubblica, vediamo morire un uomo di trent’anni, rimasto fermo lì al palo della vita, ancora in pantaloncini a maglia numero 10, mentre noi tutti andavamo verso l’età adulta.

È come se Maradona, per me e per tutti quelli che oggi lo piangono, dai 30 anni in poi non fosse più esistito. Tra droga, alcol, doping e squalifiche, odio cieco verso il sistema, figli illegittimi, orecchini sequestrati all’aeroporto, bypass gastrici, disintossicazioni, sigari e Fidel, scene sguaiate, separazioni, giornalisti sparati a sale, Maradona ha scelto di non esistere gli ultimi 30 anni. Nessun ricordo si è sovrapposto su quelli di lui in campo. Per quanto abbia penato nella seconda parte della sua vita, e fatto di tutto per gettare giù dal piedistallo la divinità, quei primi trenta anni di diamante non sono stati scalfiti.

Non è mai esistito un Maradona adulto. Non ne ho traccia, non ne ho memoria. L’adulto fuori dal campo è stato solo un’eco del ragazzo inarrestabile, riverberatasi a lungo, perché la nota di gioventù era limpida e duratura. È morto un ragazzo di trent’anni, ecco perché piango. E non parlo di me e del pezzo di me che se ne va con lui. A quei pezzi che perdiamo per la via ci stiamo tutti facendo il callo. Parlo di Diego Maradona che è rimasto là, a palleggiare con le arance, mentre noi tutti scappavamo via.

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Il torneo di Rotterdam del 2021 si farà, ma ancora non si sa quando

Il direttore Richard Krajicek prova a fare chiarezza sul prossimo 500 olandese. “L’edizione 2021 è sicura, le date ancora incerte. Dipende tutto dall’Australian Open, se verrà rinviato o meno. In ogni caso, capienza ridotta a 3500 posti”

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I molti dubbi circa la possibilità di confermare il prossimo Open d’Australia nella finestra originale (da lunedì 18 a domenica 30 gennaio) condizionano profondamente il resto del calendario ATP. Viste le sempre più concrete chance che il primo Major della stagione venga spostato “di un paio di settimane”, come lasciato intendere dal ministro dello sport dello Stato di Victoria Martin Pakula, i tornei immediatamente successivi saranno obbligati ad adeguarsi alle conseguenze.

L’evento più prestigioso previsto nel mese di febbraio è certo quello di Rotterdam, diretto da Richard Krajicek. Il campione di Wimbledon ’96 ha provato a fare ordine sulle prospettive della manifestazione, confermando con assoluta certezza che l’anno prossimo in Olanda si giocherà, anche se ancora non si sa quando. “Se l’Australian Open inizierà il primo di febbraio dovremo per forza di cose trovare un’altra sistemazione nel calendario – ha detto Krajicek -, ma se a Melbourne si dovesse giocare addirittura in primavera manterremmo la nostra collocazione originaria. I tennisti avranno bisogno di mettere nelle gambe partite di livello, e il nostro torneo è di livello assoluto“.

Prima di dare il via al reclutamento delle star, il direttore naturalmente attende di vederci chiaro. “Quando sapremo le date inizieremo a pensare al tabellone. Per ora non possiamo muoverci, e nemmeno i giocatori possono allo stato delle cose. Dunque no, non ho ancora sentito nessuno, nemmeno Roger Federer“. A prescindere dal periodo dell’anno in cui si giocherà, i vertici del torneo di Rotterdam hanno già deciso le modalità con cui adeguarsi alle esigenze imposte dalla pandemia. “L’Ahoy Rotterdam – il palazzetto in cui si svolge la manifestazione – sarà aperto al pubblico, ma dovremo ridurre la capienza da 10 mila posti a 3500. Ci saranno i raccattapalle, non i giudici di linea“. Poche certezze in una situazione fluida, come si suol dire.

 

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