In memoria di Diego Maradona, eternamente giovane

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In memoria di Diego Maradona, eternamente giovane

Le ragioni del cordoglio unanime per il più discusso calciatore della storia

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Mi ha telefonato mia sorella oggi. Vive da anni lontana dalla mia città. Piangeva lei e piangevo io. Ci siamo chiesti il perché. Nessuno di noi conosceva Maradona personalmente. Nessuno di noi aveva mai avuto il piacere di una foto, di un incontro. Maradona, nella nostra vita di bambini napoletani di un tempo, era solo un coro, una casa a Posillipo, il battito di ali di una farfalla distante, nello spazio e nel tempo, capace oggi di scatenare l’uragano.

Ma non siamo gli unici a piangere e disperarsi. Le prefiche abbondano ovunque, e paiono persino portatrici di strazi sinceri. Si fatica a comprendere come mai, in morte, Maradona stia riscuotendo i consensi che la vita da un bel po’ gli aveva negato. L’uomo divisivo, manicheo, bianco o nero, sembra sparito. L’uomo che, o eri con lui o eri contro di lui (ma coma facevi ad essere con lui? dove era lui?), in queste prime ore della sua morte sembra essere riuscito a riscrivere di colpo la sua intera biografia. Miracolo, l’ultimo di una lunga serie.

Quello che gli stanno tributando tutti, non è il rispettoso e spesso ipocrita parce sepulto. Qui tutti sembrano amarlo per davvero. Diremmo di più: sembrano averlo amato. Tutti salgono sulla barca Diego. Ti guardi in giro e sono tutti argentini, tutti per i deboli dell’umanità, tutti Maradona è megl ‘e Pelé. Da buon napoletano, la cosa non mi convince. Cca nisciun è fess e la gelosia, noi napoletani, la mettiamo nel caffè.

 

Lasciamo perdere Napoli e l’Argentina, non fanno testo. Una città ed una nazione incoerenti fino al midollo, almeno sul punto saranno fedeli alla linea. Pensiamo piuttosto alle società di calcio italiane, che lo hanno detestato, che hanno riso delle sue patetiche vicende extracalcistiche. Oggi quasi ringraziano Maradona per i gol segnati contro di loro. Pensiamo ai comici, che si sono costruito una carriera facendo la battuta delle strisce del campo tirate su per il naso, e che oggi dicono che è morto il più grande. Pensiamo ai tifosi dell’Olimpico, che gli fischiarono l’inno nazionale in mondovisione in una finale mondiale, e che oggi raccontano a figli e nipoti di avere avuto l’onore ed il privilegio di averlo visto giocare.

Chissà se parlerà Andoni Goikoetxea, il macellaio di Bilbao, l’uomo che nel 1983 gli spezzò la caviglia in Spagna. Sono certo che anche lui si dirà affranto, dirà che Diego era il suo idolo e per commozione infilerà il piede sotto il primo tir di passaggio verso i Pirenei.

Guardandoci in giro, sembra davvero affetto sincero. Perché d’improvviso lo amano tutti? Perché si piange per l’immenso giocatore che da circa trent’anni aveva lasciato il campo al discutibile uomo?

Discutibile per non dire “pessimo” come fanno in tanti. Nel suo dizionario dei luoghi comuni Flaubert aggiungerebbe questa frase: “Diego Armando Maradona è un giocatore immenso in campo, ma fuori dal campo un pessimo uomo”.

Si sentono dire molte cose, sin da quando giocava, su Diego Armando Maradona. Sono sempre più o meno le stesse e sono tutte vere. Vale la pena riassumerle. Cocainomane, evasore fiscale, adulterino. Frequentatore di camorristi nelle notti napoletane. Ha impiegato vent’anni per riconoscere un figlio. Uomo kitsch, non elegante nel look e nelle sembianze, un po’ indio, un poco meridionale. Tracagnotto, godereccio, dionisiaco, quasi satiro. Ebbene, secondo molti così avremmo definito un uomo, e invece abbiamo definito i benpensanti.

C’è almeno un personaggio pubblico amatissimo, venerato, per ognuno dei difetti o attributi appena elencati. Ci sono state rock star che celebriamo da decenni morte con l’ago in vena. Campioni dello sport, imprenditori a capo di multinazionali, che hanno patteggiato con il fisco italiano e che ancora inviteremmo per il tè. I frequentatori di camorristi sono stati e forse sono ancora in parlamento, e a differenza di Maradona frequentavano i camorristi proprio perché gli serviva la camorra, non per una serata in discoteca. Quanto agli adulterini, ai kitsch e ai meridionali, beh quelli siamo noi: alle volte solo uno dei tre. Altre volte non ci vergogniamo di essere tutto.

Poi c’è il Maradona “politico”, il più pasticciato. Il nazional-comunista, un po’ peronista, un po’ bolivariano. L’amante della rivoluzione cubana, amico di Castro, Chavez e Maduro, ma anche colui che eliminando l’Inghilterra dai mondiali volle vendicare la sconfitta militare alle Falkland/Malvinas della dittatura fascista di Videla.

L’uomo del popolo, quello di Villa Fiorito lo è sempre restato. Roberto Benigni accogliendo un Oscar disse che ringraziava i suoi genitori per avergli dato il regalo più grande, la povertà. Maradona non sarebbe mai stato in grado di esprimere un concetto così nobile e così paraculo al tempo stesso. Ma la povertà se l’è portata addosso, in eterno. Cucita insieme a una dose di beata ignoranza. Il Maradona che con i suoi limitati mezzi culturali tuonava contro la Fifa, Havelange e Blatter, Platini e Pelé, la Federazione Argentina, ha bene o male sempre avuto ragione. Solo che a tutti è sempre sembrato che ciò fosse un caso, una schedina fortunata giocata insieme alle Marlboro morbide di sabato sera, e non la sfacciata sincerità di una persona che il sistema non è mai riuscita a contenere e a corrompere.

Volete l’uomo? Bene, chiedete a chi gli è stato amico. Chiedete dell’uomo. Fatevi spiegare cosa voleva dire per dei ricchi professionisti andarlo a recuperare a casa, la mattina degli allenamenti, strafatto di coca dalla nottata, per portarlo sul campo, quantomeno a farsi vedere.  Chiedete cosa fosse lui per loro mentre lo sollevavano dal letto senza sollevargli la vergogna di dosso, e gli facevano il caffè. Diego si svegliava che non li riconosceva neppure. Ma loro sapevano chi era e perciò erano lì. Chiedete a loro dell’uomo Maradona, dell’amico Maradona, del figlio Maradona, del padre Maradona. Vi diranno cose belle. Del marito no, non chiedete. Ma qui parliamo di uomini, anche di quelli che sbagliano.

Chiedete loro di uno spogliatoio prima di una partita a Milano. Della loro tensione, della loro ansia, quando qualcuno tirò fuori dal nulla una arancia ed iniziò a palleggiare. Apparentemente senza motivo. Chiedete chi fu l’uomo che per distrarre e rilassare la sua squadra, decise in uno spogliatoio di San Siro di battere il record mondiale di palleggi con arancia, mentre tutti ritmicamente battevano le mani e dimenticavano la paura.

Spiegare Maradona non è possibile. Non con le lacrime agli occhi. Principalmente perché si deve camminare sulle impronte lasciate da centinaia prima di te, che magari lo hanno davvero conosciuto e hanno scritto fiumi di bellissime parole sul più discusso calciatore mai esistito. Ripercorrere i sentieri già battuti con le lacrime agli occhi non è facile.

Allora tanto vale provare una strada nuova. Un profilo differente. Qualcosa che chi scrive conosce meglio. Cambiamo almeno la versione della storia su Napoli e Maradona. Hanno raccontato la Napoli storicamente sottomessa e umiliata che grazie a Maradona ha sollevato la testa. Hanno detto che è per questo che Napoli lo ha così amato. Fermate chi fa questo discorso, non lo state ad ascoltare. Hanno confuso l’amore con la gratitudine e a Napoli è peccato mortale. I trentenni che oggi piangono, e si radunano al San Paolo di notte, perché non avranno mai un funerale, di quell’alzata di capo non possono ricordarsi.

L’amore della città per Maradona è certamente anche l’amore per l’idolo sportivo. Ma Maradona sarebbe stato amato anche a Roma, a Milano e a Torino, città che la testa non avevano certo bisogno di sollevarla. Perché quest’uomo pessimo, in verità, al calciatore immenso un poco somigliava.

Chi gli stava vicino lo amava. Era inevitabile. Chi lo vedeva in televisione si infatuava di un sorriso. Alcune persone hanno questa qualità. Qualità che non si allena, come non si allenava Diego, ma con cui si nasce. Si chiama carisma, simpatia, leadership. Come si chiama si chiama, Maradona grondava di questa qualità. Essa dilagava in campo e fuori. Napoli era solo più ricettiva di altri posti per chi possiede questo estro, per chi è capace di farti stare meglio con un’arancia negli spogliatoi. Solo l’odio calcistico, che è sentimento forte e atroce, poteva impedire di esserne coinvolti. Si dice che l’avvocato Gianni Agnelli avesse Maradona in gran simpatia. Onore all’avvocato. E onore anche a Maradona.

Ma dopo trent’anni, questo dolore e questo cordoglio ancora non si spiegano. Quest’uomo di 60 anni, bruciatosi nell’incapacità di vivere e di esistere, giunto al limite del proprio corpo, muore. Ci sarebbe da essere tristi, fatalisti, ma non affranti.

Ecco che allora, l’unica spiegazione plausibile, è che forse non stiamo vedendo morire il sessantenne consumato da ogni vizio. Noi che non possiamo raccontare quelle mattine passate a fargli il caffè, che ne conosciamo solo una logorata immagine pubblica, vediamo morire un uomo di trent’anni, rimasto fermo lì al palo della vita, ancora in pantaloncini a maglia numero 10, mentre noi tutti andavamo verso l’età adulta.

È come se Maradona, per me e per tutti quelli che oggi lo piangono, dai 30 anni in poi non fosse più esistito. Tra droga, alcol, doping e squalifiche, odio cieco verso il sistema, figli illegittimi, orecchini sequestrati all’aeroporto, bypass gastrici, disintossicazioni, sigari e Fidel, scene sguaiate, separazioni, giornalisti sparati a sale, Maradona ha scelto di non esistere gli ultimi 30 anni. Nessun ricordo si è sovrapposto su quelli di lui in campo. Per quanto abbia penato nella seconda parte della sua vita, e fatto di tutto per gettare giù dal piedistallo la divinità, quei primi trenta anni di diamante non sono stati scalfiti.

Non è mai esistito un Maradona adulto. Non ne ho traccia, non ne ho memoria. L’adulto fuori dal campo è stato solo un’eco del ragazzo inarrestabile, riverberatasi a lungo, perché la nota di gioventù era limpida e duratura. È morto un ragazzo di trent’anni, ecco perché piango. E non parlo di me e del pezzo di me che se ne va con lui. A quei pezzi che perdiamo per la via ci stiamo tutti facendo il callo. Parlo di Diego Maradona che è rimasto là, a palleggiare con le arance, mentre noi tutti scappavamo via.

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A Madrid si respira aria di normalità

MADRID – Il primo 1000 europeo con pubblico da quando il mondo è cambiato. In una città dove si sfida il virus con coraggio. Forse troppo

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Caja Magica, pubblico - Madrid 2021 (ph. Mateo Villalba)

dal nostro inviato a Madrid

Il tennis ce la sta mettendo tutta per tentare di riacquistare una parvenza di normalità, e l’evento di Madrid sembra essere una tappa importante lungo questa strada. Dopo aver assistito all’Australian Open con pubblico e al combined di Miami con qualche tifoso sugli spalti (non erano molti, ma nel complesso dell‘Hard Rock Stadium qualcuno è potuto entrare), il Mutua Madrid Open ha aperto i cancelli (teoricamente) al 40% della capienza dell’impianto, primo Masters 1000 ad accogliere un numero tanto ampio di tifosi da quando il Tour è ripreso.

Nei primi giorni dell’evento, in cui si sono disputati i primi turni femminili e le qualificazioni maschili, la risposta è stata un po’ timida ma anche in condizioni pre-Covid l’affluenza difficilmente sarebbe stata maggiore. Negli ultimi giorni invece, complici anche le giornate di festa – il 1° maggio, festa dei lavoratori, e il 2 maggio, la festa della mamma qui in Spagna – si sono viste molte più persone.

 

I dati in nostro possesso smentiscono parzialmente il limite del 40%, considerando che l’organizzazione del torneo ha comunicato un tetto di ingressi giornalieri attorno ai 4800-5000 spettatori. Siamo più vicini a una capienza del 20-25%: riportando le proporzioni tra le varie aree aperte ai tifosi, da una nostra stima risulta che il Manolo Santana (capienza totale circa 10.000 spettatori, secondo il sito del torneo) è aperto a sole 2000 persone e l’Arantxa Sanchez a circa 700, cifre a cui vanno aggiunti i biglietti venduti per i campi secondari (ground).

Di biglietti per il centrale ne sono rimasti pochissimi e ci si aspetta il tutto esaurito per i prossimi giorni. Il sito del torneo, infatti, riporta che i biglietti sono ‘venduti al 99%’ con l’eccezione di due soli slot, che però sembrano essersi riempiti proprio nelle ultime ore: fino a poco fa era ancora possibile acquistare posti per le sessioni diurne di venerdì (giornata di quarti di finale maschile) e sabato (una semifinale maschile) al prezzo di circa 100 euro, mentre durante la settimana i prezzi per il Manolo Santana Stadium hanno oscillato tra 30 e 60 euro a seconda del giorno e della sessione. Per l’Arantxa Sanchez Stadium invece, il secondo per capienza, il prezzo si aggira attorno ai 50 euro, ma già a partire da venerdì 7 il campo verrà utilizzato solamente per il torneo di doppio e in quel caso il prezzo si dimezzerà.

Come vi abbiamo già raccontato, il campo 3 (anch’esso provvisto di tetto) resterà chiuso al pubblico per tutta la durata del torneo. La motivazione sembra essere l’impossibilità economica di garantire la sicurezza e l’igienizzazione anche di un terzo stadio.

Caja Magica – Madrid 2021 (photo MMO21)

All’interno dell’impianto, a differenza delle passate edizioni, sono completamente assenti i gazebo delle varie marche sportive e l’unico luogo in cui è possibile fare acquisti è un piccolo bancone con prodotti brandizzati del torneo (cappellini, magliette, grosse palle da tennis per gli autografi). In compenso ci sono molti stand dei principali sponsor del torneo: una compagnia telefonica, un’assicurazione, il quotidiano Marca, Mercedes per citarne alcuni.

L’unica attività concessa al pubblico oltre alla possibilità di guardare tennis è… mangiare, e in questo caso la scelta è un po’ più varia.

A circa 10 euro ci sono dei panini, con calamari o con prosciutto spagnolo, mentre con una quindicina d’euro si può pranzare con un burger o una pizza, bibita inclusa. L’offerta nel complesso non è molto varia, ma se si considera che dodici mesi fa questo torneo neanche si è potuto disputare, dopo vari tira e molla, può essere considerata una ripartenza più che dignitosa. Una ripartenza decisamente in linea con l’atmosfera che si respira nella città di Madrid, dove i tutti i locali sono aperti – anche all’interno – rigorosamente fino alle 23. In giro per le vie tutte le persone indossano la mascherina, ma dentro i locali la cosa cambia e diventa discrezionale: i camerieri la portano, ma la maggior parte dei clienti no.

Per quanto riguarda lo spostamento in metro, purtroppo risulta impossibile mantenere il distanziamento e non ci sono posti sui quali non è possibile sedersi (come succede ad esempio sui treni), il che contribuisce a creare dei veri e propri assembramenti. Il discorso diventa vero soprattutto dalle 22:30 in poi, quando tutti (con una certa calma) rientrano a casa per rispettare il coprifuoco. Di forze dell’ordine se ne vedono tante in giro, anche per via delle elezioni locali per eleggere il Presidente della Comunità di Madrid che si sono svolte martedì. I toni della campagna elettorale negli ultimi giorni hanno raggiunto picchi preoccupanti e le numerose manifestazioni nelle piazze principali della città necessitavano dunque di supervisione.

L’impressione abbastanza ovvia è che queste riaperture così estese – in contrasto con il resto del paese – siano state una scelta politica da parte delle forze di centro destra uscenti per accumulare consensi, e i sondaggi sembrano dargli ragione.

Tornando alla Caja Mágica, invece l’atmosfera che si respira è molto distesa tanto che ieri il pubblico, invitato più volte a lasciare il campo al termine de tie-break tra Muchova e Sakkari per motivi di coprifuoco, ha sì sovrastato il messaggio della speaker con i fischi, ma giunta l’ora di andarsene proprio nel momento clou, ha lasciato il Manolo Santana Stadium ordinatamente e senza polemiche. Inoltre forse c’è quest’aria di distensione perché dei Big Three è presente il solo Nadal (non era mai successo da quando il torneo si gioca su terra, ovvero dal 2009) e dunque qualsiasi dibattito su chi sia il migliore è rimandato ad altra sede e altri tornei.

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WTA

WTA Madrid: Muchova e Pavlyuchenkova vincono due autentiche maratone

MADRID – Fuori Brady e Sakkari, che avrà parecchio da recriminare per la rimonta sfumata. Muchova vince a una manciata di minuti dalla mezzanotte, con lo stadio vuoto

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Karolina Muchova - WTA Madrid 2021 (ph. Mateo Villalba)

dal nostro inviato a Madrid

In ogni torneo che si rispetti, non può mancare una maratona fatta di continui ribaltamenti di fronte. Ebbene, oggi a Madrid – anche se ormai è già… domani – se ne sono disputati due. Uno ha avuto per protagoniste Anastasia Pavlyuchenkova e Jennifer Brady, il secondo è quello che ha chiuso il programma e ha visto Karolina Muchova prevalare su Maria Sakkari.

Pavlyuchenkova è riuscita a spuntarla per 7-5 6-7(8) 6-3 dopo due ore e 46 minuti. Va detto che è stata anche lei a metterci un po’ del suo per complicarsi il pomeriggio, non concretizzando un match point nel tie-break del secondo set, ma ormai abbiamo imparato a conoscere il carattere combattivo di Brady (n.14 del mondo) la quale ha ribaltato il punteggio e per poco non completava la rimonta anche nel terzo set.

 

Qui però la tensione ha iniziato a prendere il controllo delle operazioni e su otto game si sono registrati cinque break. La n. 41 del mondo, che qui sta giocando decisamente il suo miglior torneo della stagione, è sempre stata con la testa avanti e alla fine ha chiuso mantenendo la battuta a quindici. Pavlyuchenkova ha deciso di condividere il merito di questo successo con il fratello maggiore, da poco tornato nel suo box col ruolo di allenatore. “Sono super contenta per questo. Mi ha allenata da quando ho 14 anni, poi ad un certo punto ha deciso di riprovare con la carriera da tennista in doppio. Mi piace l’alchimia che c’è tra di noi ed mi dice sempre la verità anche quando non voglio sentirla; è una delle poche persone delle quali ho piena fiducia”. Pavlyuchenkova torna dunque a giocarsi i quarti di finale di un torneo WTA 1000 per la prima volta da Wuhan 2018, e dall’altra parte troverà una Muchova assai galvanizzata.

Dal canto suo, Sakkari ci metterà un bel po’ prima di digerire la sconfitta arrivata dopo due ore e trentotto minuti e dopo che la greca era stata dominata nel primo set (perso 6-0) e aveva salvato due match point nel tie-break del secondo. Muchova è stata semplicente impeccabile sotto il piano del gioco nel primo set, ma poi si è trovata davanti una giocatrice che aveva assunto tutt’altro piglio e pian piano, sostenuta anche dal pubblico non numerosissimo ma partecipe, Maria ha fatto sì che il suo gioco monocorde prendesse il sopravvento su quello molto più vario della ceca. Per tutto il secondo parziale Muchova è stata lì lì per cedere e anche nel tie-break si era trovata sotto 5-0. Non troppo sorprendentemente, vista la poca cattiveria della greca nei momenti chiave, Karolina aveva poi rimontato ma alla fine a lei è mancato il cinismo per chiudere subito l’incontro. Lo confermano i due match point sciupati nel tie-break, uno col servizio a disposizione.

Terminato il tie-break palpitante – 11 punti a 9 in favore di Sakkari – tutto il pubblico è stato invitato a lasciare il Manolo Santana Stadium per via del coprifuoco che a Madrid parte alle 23. L’assenza del sostegno comunque non ha impensierito la n. 19 del mondo la quale, galvanizzata dalla possibile rimonta, ha continuato a spingere ed è stata la prima a passare in vantaggio. Anche nel terzo non sono mancati continui break e contro-break e la prima a servire per il match è stata proprio la greca. Le energie di entrambe erano al lumicino e riuscire a trovare un vincente sembrava impossibile. La condotta di gioco è quindi diventata questa: far muovere l’avversaria con colpi profondi e angolati in attesa dell’errore. Quella che ha preso più rischi è stata Sakkari, ma alla fine è anche quella che ne ha pagato le conseguenze peggiori: avanti 5-4, infatti, non ha più vinto un game.

L’urlo del coach di Muchova è risuonato nel silenzio di un’arena vuota al momento del diritto lungo di Sakkari. Quest’ultima, disperata dopo una rimonta vana durata 2 ore e 35 minuti, si e sfogata lanciando una pallina fin quasi sopra il tetto aperto. Muchova si è limitata ad alzare le braccia al cielo, stremata e forse in parte anche condizionata dal fastidio agli addominali, che durante il match ogni tanto è sembrato fare capolino. Per sua sfortuna, non ci sarà un giorno di riposo a darle respiro e la sfida con Pavlyuchenkova è in programma quest’oggi, mercoledì, in chiusura di programma sull’Arantxa Sanchez Stadium.

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ATP

ATP Madrid: Berrettini ingiocabile, è suo il derby con Fognini

MADRID – Un break per set basta al n. 10 del mondo per avere la meglio sul tennista ligure. Agli ottavi troverà uno tra Delbonis e Ramos Vinolas

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dal nostro inviato a Madrid

[8] M. Berrettini b. F. Fognini 6-3 6-4

Non c’è stata storia nel tanto atteso derby italiano tra Matteo Berrettini e Fabio Fognini, secondo turno del Masters 1000 di Madrid. Il tennista romano ha trionfato 6-3 6-4 in un’ora e 22 minuti e per farlo ha avuto bisogno di un solo break per set, entrambi presi in apertura, senza mai concedere occasioni sul suo servizio e addirittura lasciando che Fognini raggiungesse i vantaggi una sola volta. Questa vittoria gli consente di raggiungere gli ottavi di finale, dove sfiderà uno tra Federico Delbonis e Albert Ramos-Viñolas.

 

LA PARTITA – L’unico precedente era andato a favore del giocatore ligure per 6-1 6-3, un primo turno a Roma nel 2017, ma era troppo indietro nel tempo per poter trarne informazioni. In quattro anni infatti Berrettini si è evoluto considerevolmente mentre Fognini, alla soglia dei 34, come ha ammesso lui stesso “ogni giorno ho qualcosa di nuovo da dover trattare fisicamente.”

Per anni Fabio è stato il numero 1 d’Italia mentre adesso questo ruolo, che presto si contenderà con Sinner, gli è stato sottratto da Matteo dopo l’exploit agli US Open 2019. Al momento infatti è Berrettini che in termini di ranking guida il florido movimento azzurro, quindi era inevitabile che una delle possibili chiavi di lettura di questo match corrispondesse al classico ‘cambio della guardia’. La maggior potenza da fondo di Berrettini tuttavia, abbinata alle condizioni di gioco più veloci per via dell’altura in cui ci troviamo, hanno impedito lo svolgersi di un match davvero equilibrato. Lo stesso Fognini ieri in conferenza si era augurato un bello spettacolo per il pubblico dell’Arantxa Sanchez Stadium, ma forse con quelle parole era come se avesse previsto l’andamento dall’incontro.

Raramente infatti gli scambi hanno superato i tre colpi – soprattutto nel primo set – e con estrema disinvoltura il n. 10 del mondo è riuscito a servire sopra i 215km/h, col picco a 232km/h. Inoltre la concomitanza del match sul centrale di Bautista Agut contro Cecchinato ha ridotto considerevolmente la presenza di pubblico sull’Arantxa Sanchez, privando Fognini di un altro elemento di forza. La partenza lampo di Berrettini ha deciso il primo set in suo favore: si è fatto bastare un break al secondo game mantenuto fino al 6-3 per chiudere in 35 minuti. Fognini in una sola occasione (in tutto il match) è arrivato ai vantaggi ma come detto i servizi di Matteo sono stati ingestibili. Se non c’era la prima potente, rimediava con la seconda alta e carica di effetto.

Il match, che non è mai decollato a livello di spettacolo, nel secondo set si è spento definitivamente già al terzo game quando uno scarico Fognini si è fatto brekkare senza opporre troppa resistenza. In risposta si è preso tutto lo spazio che il campo 2 aveva da offrire ma comunque non è bastato e in più occasioni ha persino rischiato di scontrarsi con i giudici di linea per recuperare sui colpi di Berrettini. Gli spettatori hanno avuto qualche sussulto nel finale quando il n. 28 del mondo ha mostrato la sua classe con un paio di vincenti di rovescio, ma così come il sole volgeva al tramonto durante gli ultimi game del match anche la sua carriera sembra sempre più addentrata nella parte conclusiva. Per il 25enne Berrettini invece, alla sua prima apparizione nel tabellone principale di Madrid, subito un ottavo di finale in uno spicchio di tabellone che, volgendo lo sguardo verso l’ipotetica semifinale, è presidiato da Daniil Medvedev. Considerando la scarsa attitudine alla superficie del russo, pensare in grande è lecito.

Il tabellone completo di Madrid con i risultati aggiornati

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