Il primo anno di Andrea Gaudenzi alla presidenza dell'ATP

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Il primo anno di Andrea Gaudenzi alla presidenza dell’ATP

Cosa è successo nei primi dodici mesi di Andrea Gaudenzi a capo dell’ATP, perché è nata la PTPA di Djokovic e Pospisil e perché non può coesistere con l’ATP. Il nodo, come sempre, sono i soldi (delle TV e per i giocatori)

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Manca un mese a quello che sarà un Natale (in teoria) festeggiato in modo diverso dal solito, seguito poi da una notte di San Silvestro che vivremo priva delle illusioni che da sempre l’accompagnano: ciò che ha funestato il 2020 non svanirà il primo di gennaio. La parte positiva è che alcuni buoni propositi, invece di essere traditi nel giro di pochi giorni, potrebbero rimanere validi per parecchio tempo – “andrò in palestra cinque volte alla settimana… se mai le riapriranno”.

Non si scappa invece per quanto riguarda l’anno tennistico, più precisamente il circuito ATP terminato domenica scorsa, la cui gestione può quindi essere valutata. Ce ne dà lo spunto l’intervista rilasciata da Andrea Gaudenzi a SportsPro, nella quale il presidente dell’Associazione dei Professionisti torna a parlare dei suoi progetti per il tennis tra le cui ruote la pandemia ha infilato più di un bastone. Vediamo allora dove si propone di arrivare e come intende farlo, Gaudenzi, ma anche come ha gestito la sua prima stagione, oggettivamente travagliatissima e non solo a causa della pandemia.

“Il tema è l’unità” esordisce. “Si tratta prima di tutto di trovare un modo perché giocatori e tornei possano davvero lavorare insieme e crescere nella stessa direzione invece di passare il 90 per cento del tempo in conversazioni deleterie che alla fine sottraggono energie, tempo e denaro. Dovendo ridiscutere i montepremi ogni due anni, è molto difficile ragionare su come risolvere i problemi e migliorare nel lungo periodo”. Com’è noto, il CdA dell’ATP, composto dal presidente, da tre rappresentanti dei tornei e da tre dei giocatori, è il luogo di composizione di questi interessi a prima vista (ma anche a seconda) contrapposti: più soldi per una parte significano meno soldi per l’altra. “La seconda cosa” prosegue Gaudenzi, “è cercare di convincere tutti a spostare l’attenzione sui fan perché, in ultima istanza, siamo al loro servizio. Sono loro che comprano i biglietti, guardano gli incontri in TV, leggono i media e sono i destinatari dei nostri sponsor”. L’idea è allora di lavorare insieme superando l’approccio di parte, sia esso dei tennisti o dei tornei.

 

PTPA E ATP: UNA CONVIVENZA IMPOSSIBILE

Va da sé, quindi, che la nascita della PTPA non poteva essere accettata di buon grado da Gaudenzi. Se l’assenza di un’associazione di categoria dei tennisti è sempre stata ingombrante, con i risultati ottenuti dai rappresentanti dei giocatori all’interno dell’ATP evidentemente ritenuti non adeguati, la tempistica di questa creazione, nel momento più complicato per il tennis con i circuiti pro appena ripartiti grazie a notevoli sforzi organizzativi, non ha contribuito ad attrarre simpatie urbi et orbi. Né hanno giovato dichiarazioni (poco) implicitamente belligeranti come quella di Vasek Pospisil, secondo il quale la neonata associazione nel breve termine, le due associazioni possono assolutamente coesistere. Non c’è neanche da leggere tra le righe. È come se Darth Vader dicesse che “ finché non terminiamo i lavori, la Morte Nera e il vostro inutile pianeta possono coesistere”. Ma, anche senza l’ausilio della cultura pop, è chiaramente impossibile la convivenza con l’ATP come è attualmente strutturata.

Novak Djokovic – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Per fare un esempio, diciamo che, all’interno del Board ATP, i rappresentanti dei tornei raggiungono un determinato accordo con i rappresentanti dei giocatori; poi, arrivano quelli della PTPA e dicono che quell’accordo non va bene e vogliono negoziare altre condizioni per i loro affiliati: non può funzionare. Inoltre, è stata introdotta, ad hoc e all’ultimo minuto, la regola peraltro ineccepibile secondo cui, detta semplicemente, chi vuole ‘demolire’ l’ATP non può ricoprire cariche all’interno dell’ATP stessa. L’effetto, invero sbalorditivo, della nuova sigla è stato di compattare tutti gli organi che governano il tennis internazionale, immediatamente allineati alla risposta dell’ATP. Sbalorditivo perché il disallineamento di ATP, WTA, ITF e dei quattro Slam è il tratto distintivo dell’ultima decade tennistica. Andrea è da poco tornato sull’argomento ribadendo che “è l’ora dell’unità non dei conflitti. Combatterci non porta a nulla e ci perdono tutti. I tornei hanno bisogno dei giocatori e i giocatori hanno bisogno dei tornei”.

Non va neppure dimenticato, tuttavia, che tra la primavera e l’estate erano state diverse le voci dei giocatori ad alzarsi critiche nei confronti di Andrea Gaudenzi. Marco Trungelliti riteneva opportuno un taglio delle retribuzioni da parte dei dirigenti, un gesto dall’innegabile valore simbolico. Nick Kyrgios non usava mezzi termini nel suo “Amico, ti sei davvero preso cura dei giocatori in questo periodo… Sul serio, che ne dici di collaborare davvero con noi?”. Gilles Simon twittava (anche se in fretta cancellava) “Cari Massimo [Calvelli, il CEO dell’ATP] e Andrea, vi faccio solo sapere che siamo tornati in campo. Le vacanze sono finite. Spero di vedervi presto”, subito sostenuto da Reilly Opelka.

Certo, gli animi erano particolarmente inquieti perché lo stop forzato del Tour significava nessun reddito e non si possono non considerare le difficoltà oggettive legate alla gravità di una situazione senza precedenti, ma, probabilmente, la comunicazione di quel periodo avrebbe meritato una più attenta gestione. Per questo, che si parlasse di un sindacato dei giocatori ormai dagli anni ’90 ma che la sua creazione sia avvenuta quest’anno, è forse dipeso anche da un altro motivo, vale a dire che la nuova leadership ATP era percepita come debole, almeno rispetto alle precedenti.

PARLIAMO DI SOLDI: DIRITTI TV E MONTEPREMI

Durante la precedente esperienza triennale come amministratore non esecutivo per ATP Media, Andrea ha capito quanto sia importante cogliere le opportunità offerte dall’era digitale per uno sport con le caratteristiche del tennis che sembrano studiate per farlo apparire un prodotto poco appetibile alla TV lineare: l’aleatorietà di orari di inizio e durate dei match, il non sapere quando gioca chi fino alla sera prima. Senza abbandonare la fetta di appassionati che fruiscono dei servizi tradizionali (“ancora molto significativa; nella musica ci sono voluti quindici anni per invertire il rapporto di acquisto 80/20 tra CD fisici e digitale”), Gaudenzi rileva che le società media OTT, distribuendo tramite internet contenuti accessibili da diversi dispositivi, rappresentano la soluzione perfetta: “Campi multipli, disponibilità quotidiana, globale”.

E sottolinea l’importanza di un prodotto forte sia maschile sia femminile in correlazione con un pubblico altrettanto eterogeneo, circostanza che rende enormemente valida la cosiddetta ‘argomentazione esclusiva di vendita’. A questo proposito, è spuntata l’idea di una fusione tra ATP e WTA. Non bisogna però dimenticare che gli introiti del circuito femminile ammontano a poco più di un quarto dell’omologo maschile e per questo una tale proposta non ha l’appoggio incondizionato di tutti gli attori. Per completezza di informazione, i ricavi dei quattro Slam insieme valgono il 58% della torta. Una torta che è però troppo piccola rispetto alle potenzialità.

Fonte: documento confidenziale ATP di 92 pagine (visionato da Open Court)

Secondo i dati raccolti dal chairman, il quarto sport al mondo per popolarità con oltre un miliardo di fan racimola appena l’1,4 per cento della totalità della vendita dei diritti ai media, una cifra inferiore ai 700 milioni di dollari. “Ogni fan porta un’entrata di 50 centesimi di dollaro; per il golf è di 3 dollari”. Il problema, di nuovo, è la frammentarietà dell’offerta, addirittura all’interno della stessa ATP. Si torna così al discorso di assumere una posizione comune mettendo i fan davanti a tutto, perché i detentori dei diritti “parlano alle stesse persone. Inoltre, non sono in competizione tra loro, dal momento che occupano spazi diversi nel calendario. Wimbledon non è in concorrenza con l’Australian Open, proprio come i nostri tornei non sono in competizione diretta con loro”.

L’idea del faentino è di fissare un incremento annuo dei montepremi pari al 2,5%, la divisione a metà dei profitti tra organizzatori e tennisti (con tanto di revisori contabili indipendenti per valutare i bilanci dei tornei), l’allargamento di alcuni Masters 1000 in termini di tabelloni e durata, con ATP 250 programmati durante la seconda settimana, la concessione di un determinato status ai tornei per un periodo più lungo per offrire più certezze agli investitori e dunque opportunità di crescita (sul modello di Indian Wells, il fiore all’occhiello del Tour, forte della sua licenza trentennale).

Nell’attesa di sviluppi in questo senso, è stata senza dubbio apprezzabile e apprezzata la decisione di comprimere il prize money destinato a chi arriva in fondo a favore di un aumento della somma destinata ai perdenti dei primi turni negli eventi disputati dalla ripresa. A questo riguardo, un’altra nota positiva è l’essere riuscito a offrire una seconda parte di stagione quasi completa, con anche l’introduzione di quattro nuovi tornei e relativi piccoli incentivi per gli organizzatori; una differenza enorme rispetto a quanto è riuscita a fare WTA, per quanto penalizzata in misura molto maggiore dalla cancellazione dello swing asiatico e, forse, dall’assenza totale o parziale di alcune protagoniste come Barty, Andreescu e Halep.

Ottima anche la gestione del coup del Roland Garros, egoisticamente lanciatosi su due settimane che non gli appartenevano, evitando una dura contrapposizione e negoziando invece uno slittamento che ha permesso la disputa di una breve stagione sul rosso. Da mettere su un piatto della bilancia (ognuno decida su quale dei due) anche l’adozione del nuovo sistema di classifica biennale, nelle dichiarate intenzioni volto a proteggere chi non può o non vuole viaggiare durante la pandemia, ma che ha prodotto storture anche enormi nel ranking – per tacere di iniziative estemporanee, come i punti delle ATP Finals 2019 sottratti all’inizio della scorsa settimana e poi di nuovo aggiunti dopo un paio di giorni.

Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tornando ai piani del romagnolo trapiantato nel Regno Unito, si ripresenta il tema della frammentazione. I nostri tornei hanno 64 siti web, 64 app. Una ridondanza non necessaria e controproducente che si traduce nella mancanza di dati per gestire strategicamente i rapporti con gli attuali fruitori e quelli potenziali. Biglietti, merchandising, abbonamenti TV:Non siamo in grado di offrire un luogo unico in cui trovare tutto il tennis perché non abbiamo quel tipo di piattaforme”. Superare questa lacuna non può che portare a un’ulteriore diffusione del nostro sport.

Se da un lato il coronavirus ha distratto sforzi e impegno dalla realizzazione dei piani originariamente studiati, ha anche “mostrato chiaramente che dobbiamo lavorare insieme”. Il riferimento di Gaudenzi è sempre ai vari enti del tennis. “In questo momento, abbiano i quattro Slam, la WTA, l’ATP, alcuni ‘250’ e l’ITF che vanno sul mercato in cicli differenti, separatamente, con strategie diverse”. Per fare l’esempio dell’Italia, pure con il vantaggio dell’eccezionalità di Supertennis che trasmette in chiaro il Tour WTA e la maggior parte degli ATP 500 e 250, occorre rivolgersi ad altre due piattaforme (Sky ed Eurosport) per vedere gli Slam e i Masters 1000. Una possibilità presa in considerazione è il modello di GolfTV, canale monotematico realizzato grazie ad un accordo a lungo termine sui diritti con il PGA Tour. Perché il COVID-19, con gli stadi vuoti, ha anche accelerato la tendenza della necessità di raggiungere gli appassionati attraverso i media. Anche perché, meno dell’uno per cento di quel miliardo è raggiungibile in loco, per definizione”.

L’opportunità è chiara e presente, i mezzi per coglierla e sfruttarla altrettanto, ma il percorso per arrivarci è ancora molto lungo e accidentato. Tra critiche e buoni propositi, Andrea Gaudenzi merita comunque di poter portare a termine il proprio mandato triennale, con l’augurio che nei prossimi due anni possa essere il tennis – e non la gestione del virus – al centro del progetto.

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WTA Tenerife: Giorgi ai quarti in scioltezza

Camila gioca una partita quasi perfetta e vola ai quarti, dove aspetta Minnen o Rus. Zheng e Begu vincono alla distanza contro Tauson e Vekic

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[4] C. Giorgi b. D. Kovinic 6-1 6-2

Dopo la rocambolesca vittoria al primo turno contro Bolsova, Camila Giorgi ha disputato un match pressoché perfetto liquidando Danka Kovinic con un sonoro 6-1 6-2 e guadagnandosi l’accesso ai quarti di finale. L’azzurra è apparsa lontana parente della Camila estremamente nervosa e fallosa vista all’esordio nel torneo ed è riuscita a ridurre ai minimi termini l’avversaria nello scambio con una prova balistica davvero di prim’ordine.

Camila fronteggia e salva una palla break nel primissimo game dell’incontro, poi cambia marcia in maniera repentina. Il ritmo imposto dall’italiana è insostenibile per Kovinic, che molto spesso si ritrova a dover osservare impotente i vincenti che le scorrono accanto. Dopo 19 minuti Camila è già avanti 4-0 e poco dopo sale 5-0. Un moto d’orgoglio evita a Kovinic l’onta del bagel, ma non la perdita del primo set che si chiude 6-1 in mezz’ora circa di gioco. Anche nel secondo set Giorgi parte alla grande e si invola sul 3-0. Qui si registra l’unico momento di incertezza dell’azzurra che commette tre doppi falli nello stesso game e restituisce uno dei due break. Camila ha l’occasione di riprendersi subito il doppio vantaggio, ma non converte una palla break e Kovinic ne approfitta per avvicinarsi sul 3-2. Giorgi però non incappa in nessun cedimento nervoso e si scrolla subito di dosso quanto successo. Un parziale di dodici punti a due le spalanca le porte dei quarti di finale, dove troverà la vincente tra Greet Minnen e Arantxa Rus.

 

GLI ALTRI MATCH – Decisamente più lottati gli altri incontri di giornata. Saisai Zheng ha impiegato quasi tre ore per avere la meglio su Clara Tauson con il punteggio di 7-6(4) 2-6 6-4, in un match nel quale si sono visti ben tredici break. Brutta sconfitta per Donna Vekic contro Irina Camelia Begu. Dopo aver vinto il primo set 6-4, la croata è sparita dal campo nel secondo, perso con un netto 6-2, e finendo sotto 2-0 nel terzo. Vekic è subito rientrata in partita, ma è apparsa in grande difficoltà per tutto il corso del set. Begu infatti ha servito due volte per il match (nel decimo e dodicesimo game) subendo però sempre il controbreak. Nel tiebreak la romena è finalmente riuscita a trovare lo strappo decisivo sul 4-4, chiudendo l’incontro dopo 3 ore e 11 minuti.

Il tabellone completo

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ATP

I prezzi dei biglietti per il torneo di Montecarlo (9-17 aprile 2022): “Meglio 8 giorni che 12”

Il direttore del torneo Zeljko Franulovic ha presentato l’edizione 2022 del Rolex Masters 1000 del Principato

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La data è 9-17 aprile e a 6 mesi dal torneo non si può sapere quale sarà la situazione della pandemia. Ma al momento si prevede la necessità del Green Pass o del test-tampone per tutti gli spettatori e anche per i giocatori che, ove non volessero vaccinarsi, dovranno però sottoporsi ai tamponi secondo le regole che stabilirà il Governo francese, sotto la cui giurisdizione cade il Country Club di Montecarlo che risiede in territorio francese, a Roquebrune.

Sotto il profilo logistico poche saranno le novità, dopo che nel 2020 il torneo fu cancellato e nel 2021 si è giocato senza pubblico ma il torneo (vinto da Tsitsipas su Rublev che battè Nadal) è stato ugualmente coperto televisivamente da 113 Paesi. Ma negli ultimi anni il Country Club ha visto sorgere due nuovi edifici, una players lounge con ristorante per i giocatori, una sala interviste e altro.

Nel 2019, l’edizione vinta da Fabio Fognini, gli spettatori furono 130.000 e Franulovic, che ha spiegato come la ripartizione degli incassi sia collegata per un 30% alla biglietteria, per un altro 30% agli sponsor (e l’anno prossimo ce ne saranno almeno due in più, entrambi italiani, Generali e Maserati), per un altro 30% ai diritti tv e media (“che speriamo di veder crescere…”) e il restante 10% a merchandising, ha raccontato che a seguito del traguardo raggiunto da Fognini (a spese di Nadal e dopo la sconfitta anche di Djokovic e Zverev) nel 2019 “ci furono cancellazioni di biglietti da parte di inglesi, tedeschi e spagnoli, ma arrivarono prenotazioni da parte degli italiani che di solito acquistano fra il 30 e il 40% dei biglietti che si vendono a Montecarlo”.

 

Il buon momento del tennis italiano naturalmente potrebbe giovare in modo consistente al successo del torneo del Principato.

Se le cose andranno bene nel 2022, quando ancora non si può prevedere se la capienza sarà piena al 100% – ma ovviamente tutti ce lo auguriamo – Franulovic ha detto che il Country Club programmerà la copertura del campo 2, che oggi ha un tetto non all’altezza della necessità.

Per acquistare i biglietti del torneo basterà collegarsi al sito del torneo, ma intanto Franulovic ha subito avvertito che “nel caso disposizioni governative  di concerto con le autorità sanitarie al tempo del torneo decidessero di ridurre il numero dei biglietti, i biglietti verrebbero immediatamente rimborsati”.

Questo è un aspetto non secondario, dopo quanto è invece a suo tempo successo agli Internazionali d’Italia. Franulovic non ha menzionato ipotesi di voucher sostitutivo per il mancato utilizzo dei biglietti, ma soltanto di rimborso.

 I prezzi, aumentati soltanto del 2/3% rispetto al 2019, prevedono forbici (a seconda della posizione dei psoti) fra i 30 e i 60 euro per i giorni del weekend delle qualificazioni, i primi turni (dal lunedì)  dai 39 euro ai 90, nei gg più importanti (tipo il venerdì quando si giocano tutti i quattro quarti di finale) da 5 a 155/160la finale da 75 a 180, mentre gli abbonamenti per 9 gg dai 415 euro ai 1465. Franulovic li ha definiti prezzi competitivi rispetto agli altri tornei della stessa categoria.

Franulovic ha espresso soddisfazione anche per la decisione dell’ATP, portata avanti da Andrea Gaudenzi, di stabilire e bloccare i montepremi per i prossimi 10 anni. Sulla partecipazione dei migliori giocatori Franulovic si è detto fiducioso. Le presenze di Djokovic, Medvedev, il campione in carica Tsitsipas e dei migliori italiani che oltretutto risiedono nel Principato (Berrettini, Sinner, Musetti più Sonego)  non si dubita. Ovviamente si spera che Nadal abbia risolto i suoi problemi fisici (il piede) e Franulovic ha  anche buttato lì…il seme della speranza. “Sono certo che Federer farà di tutto per tornare a giocare l’anno prossimo, anche se ancora nessuno può sapere dove. Però forse per lui, piuttosto che cimentarsi sui 3 su 5 del Roland Garros, potrebbe esser meglio giocare qualche torneo sulla terra battuta sui due set su tre, tipo Montecarlo e, perché no?, Roma…”.

Se Madrid e Roma puntano ad ampliare il numero dei giorni di gara, e vorrebbero averne 12 invece degli attuali 8, a Montecarlo invece sono contenti di averne solo 8. E’ anche vero che nel Principato non c’è il torneo femminile…

Altre cose interessanti Franulovic le ha detto nel video esclusivo che abbiamo qui messo su Ubitennis.com in italiano, e altre cose ancora sul video che Ubitennis.net metterà on line fra stasera più tardi e domani

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Focus

Chi l’ha visto? Ernests Gulbis, Mr Genio e Sregolatezza

Ripercorriamo la carriera di uno dei tennisti più talentuosi e meno continui dell’ultimo ventennio

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Ernests Gulbis - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Questa rubrica nasce come approfondimento su tennisti che negli ultimi anni sono stati dimenticati a causa della loro clamorosa discesa nel ranking ATP, nonostante qualche stagione prima fossero stati in grado di raggiungere l’elite del tennis mondiale. Cerchiamo di capire le ragioni di questo calo e soprattutto diamo un occhio al futuro, per ipotizzare se un grande ritorno è possibile.

La prima puntata è dedicata a uno dei più grandi talenti degli ultimi anni, Ernests Gulbis. Un giocatore che ha fatto parlare di sé non solo per i suoi risultati sul campo ma anche per alcune vicissitudini nella sfera privata che hanno probabilmente contribuito a una caduta da cui il lettone pare non avere più la forza di rialzarsi. Girovagando tra un challenger e l’altro, negli ultimi anni è quasi caduto nell’anonimato. Uno status quasi assurdo per un tennista che sette stagioni fa, nel 2014, chiudeva da numero tredici del mondo dopo aver raggiunto la sua prima semifinale Slam nel giugno dello stesso anno a Parigi. Dopo quel risultato, si era addirittura issato fino alla decima posizione del ranking ATP.

I PRIMI EXPLOIT

Personaggio per certi versi fuori dagli schemi, Ernests Gulbis si affaccia al grande tennis per la prima volta allo US Open del 2007. Il lettone, senza testa di serie, mette in riga Potito Starace, Michael Berrer e soprattutto Tommy Robredo senza perdere nemmeno un set. Lo spagnolo addirittura si presentava a quell’edizione dello US Open da testa di serie numero otto, ma Ernests gli concederà la miseria di sei game. Agli ottavi la sua corsa s’interrompe contro Carlos Moyà in quattro set in un match condizionato dal vento e dalla scarsa precisione con il dritto, colpo che ha sempre costituito il punto debole di Gulbis.

 

Grazie soprattutto a questo exploit, Gulbis finisce per la prima volta in carriera la stagione dentro la top 100, precisamente al numero 61. Dopo alcuni mesi di up and down il talento di Riga, al Roland Garros del 2008, si presenta definitivamente al mondo del tennis raggiungendo i quarti di finale, favorito anche da un tabellone alla portata. La testa di serie più alta che elimina è James Blake, numero 7 del mondo, al secondo turno. Da buon americano nato negli anni ‘80 James non ha mai amato la terra battuta e ha vinto due partite consecutive al Roland Garros solo una volta in carriera, nel 2006. Successivamente Ernests sconfigge Lapentti nettamente per ripetersi al turno successivo contro Llodra. Si arrenderà a Novak Djokovic, in quel momento numero tre del mondo e all’ombra dei suoi rivali Federer e Nadal, in tre set equilibrati.

La terra battuta sarà la superficie preferita di Gulbis durante tutta la carriera. Dotato di un ottimo servizio e un rovescio a due mani fantastico (potesse prestarlo a Berrettini, vincere uno Slam sarebbe tutt’altro che un miraggio!) il lettone ha sempre avuto nel dritto il colpo chiave del suo tennis. Il movimento (attuale, poi vi spiegheremo il perché di questa puntualizzazione) è molto particolare; la mano sinistra è protesa in avanti con il palmo aperto come a indicare la pallina, mentre il braccio destro porta la testa della racchetta nel punto più lontano raggiungibile. Questa esecuzione, criticata da molti, è sempre stata più efficace sulla terra dal momento che ha più tempo per preparare il movimento.

Ma Ernests, sin da giovane, conferma che non gli si può chiedere di essere continuo per 52 settimane all’anno. Il suo tennis, puramente offensivo, è in grado di produrre fiammate che possono creare molti grattacapi ai migliori. Soprattutto a Federer; lo svizzero ha sempre sofferto il gioco del lettone. Con il rovescio Gulbis ha grande manualità e dunque soffre poco lo slice di Roger che, dovendo tenere la diagonale senza l’aiuto del suo amato back, va spesso in difficoltà. Poi, nelle giornate migliori, Ernests era in grado di dare un buon top spin alla palla anche con il dritto, obbligando Federer a rimanere lontano dalla riga di fondo.

Ernests Gulbis (foto Art Seitz)

Così, nel giro di due settimane, prima a Madrid (siamo nel 2010) Federer si salva vincendo contro il lettone 6-4 al terzo mentre la settimana seguente, sulla terra battuta più lenta di Roma, lo svizzero è costretto alla sconfitta all’esordio (7-5 al terzo set). La corsa di Gulbis però non finisce qui, dal momento che si arrenderà solo in semifinale al futuro campione Rafael Nadal a cui strapperà perfino un set. Così, all’inizio del Roland Garros del 2010, Gulbis sembra pronto a spiccare il volo. Dopo alcune stagioni d’alti e bassi, il lettone ha 24 anni e pare aver trovato la sua dimensione. D’altra parte non gli era mai accaduto di giocare due quarti di finale consecutivi in un 1000.

La fortuna, però, non è dalla sua parte. Un infortunio al bicipite femorale lo costringe a ritirarsi al primo turno del torneo parigino e dovrà aspettare un anno e mezzo per assaporare ancora la vittoria in un torneo dello Slam.

IL PRIMO RITORNO

Dopo una prima discesa fuori dalla top 100 a causa di altri problemi fisici, Gulbis torna nuovamente a prendersi la scena e a dare l’illusione a tutti gli appassionati che il futuro è suo. Il 2014 è l’anno migliore della sua carriera. Vince l’Open 13 a Marsiglia, raggiunge i quarti a Indian Wells e Madrid e si aggiudica il sesto torneo della carriera sulla terra battuta di Nizza. All’inizio del Roland Garros 2014 si trova nella stessa posizione di quattro stagioni prima, quando dopo una grande prima parte di stagione le aspettative su di lui per il secondo Slam dell’anno erano molto alte. Questa volta non delude: gioca il torneo della vita e agli ottavi di finale batte nuovamente Roger Federer, al termine di una battaglia in quattro set in cui il lettone gioca senza alcun timore reverenziale. Si conferma una piccola bestia nera per lo svizzero. Ancora una volta la sua corsa non si ferma dopo la vittoria su Federer: tritura in tre set Tomas Berdych e si arrende solo al quarto set contro Novak Djokovic. Il lunedì che segue la fine del Roland Garros festeggia il best ranking, numero 10 del mondo.

È l’inizio della fine. Non solo dopo la sconfitta con Djokovic perde il prize money di 557.000 dollari in un casinò in Lettonia ma da quel momento la sua discesa sarà inesorabile. Quel 2014 sarà l’ultimo anno concluso nei primi cinquanta giocatori del mondo.

SWEET ILLUSIONS

Dal 2016 a oggi Gulbis ha finito solo un anno, il 2018, tra i primi 100 – precisamente al 95° posto del ranking. Nonostante questi numeri impietosi, Il talento di Riga non era sparito completamente dal tennis di alto livello prima dell’inizio della pandemia. Qualche exploit nel corso degli anni lo aveva piazzato, ma quello che li era mancato era la continuità. Continuità che pareva aver trovato a inizio 2020 quando all’Australian Open si era spinto addirittura al terzo turno dopo aver eliminato al primo turno Felix Auger Aliassime. Qualche settimana dopo avrebbe conquistato anche il challenger di Pau battendo in finale Jerzy Janowicz, un altro grande talento falcidiato dai troppi infortuni. In quel momento si poteva pensare che forse Ernests, dopo anni di limbo, potesse almeno tornare stabilmente in top 100 ma è arrivata la sospensione del tour e da quel momento il suo livello è sceso talmente tanto da non riuscire più a qualificarsi per alcun tabellone principale di Slam.

Allargando il discorso, dalla ripresa del tour all’ultimo US Open, contando anche le qualificazioni, Ernests ha perso ben 27 partite e ne ha vinte solo 16. È bene sottolineare come di queste 16 vittorie solo 6 sono arrivate nel tabellone principale di un torneo, ma tutte a livello challenger; nessuna a livello di circuito maggiore.

Ernsts Gulbis al World Team Tennis

In questo modo la situazione è precipitata e la sua classifica attuale è numero 193 al mondo. E se negli anni scorsi almeno entrava nel tabellone principale di tutti i Challenger, ora deve addirittura passare dalle qualificazioni anche nei tornei minori.

ATTRAVERSO LE FORCHE CAUDINE

Dal 2015, anno in cui è iniziata la sua discesa, Gulbis ha frequentato moltissimi tornei Challenger e, nonostante il grande talento, non ha ottenuto nessun particolare risultato se si eccettua la vittoria a Pau nel 2020. Questo probabilmente per tre ragioni: in primo luogo, rispetto alla stragrande maggioranza di chi frequenta i tornei minori, Gulbis ha giocato sui campi più belli e importanti al mondo, quindi soffre di più probabilmente il fatto di giocare in piccoli campi senza o con poco pubblico. Inoltre la sua famiglia è la terza più ricca di tutta la Lettonia, quindi spesso si trova davanti giocatori che a differenza sua hanno disperatamente bisogno di quella vittoria per continuare a giocare. In più, è importante sottolineare come il livello di questi Challenger non è assolutamente basso. Basti pensare che lo stesso Gulbis nel 2020 ha perso per ben quattro volte in poche settimane contro Aslan Karatsev che qualche mese dopo si sarebbe spinto fino alla semifinale dell’Australian Open.

Da questo punto di vista, è molto interessante un pensiero espresso da Novak Djokovic alcuni anni fa: “A livello di colpi non c’è differenza tra il numero uno e il numero 100. È una questione di chi ci crede di più e chi vuole maggiormente la vittoria. Quale giocatore è mentalmente più forte? Quale giocatore combatterà più duramente nei momenti importanti? Queste sono le cose che fanno la differenza in un campione”. Queste parole si addicono perfettamente al caso di Gulbis. Oggettivamente Karatsev non è così tanto più forte di Ernests da batterlo ben quattro volte consecutive in due mesi. È una questione di testa. Aslan giocava con il coltello tra i denti mentre Gulbis, purtroppo, non riesce a uscire dal pantano dei Challenger in cui i valori tecnici sono più azzerati. Come a dire, se gioca contro il numero 150 sul centrale di Parigi ha più chance di batterlo rispetto allo stesso match giocato su un campo semi-vuoto in un challenger.

RAPPORTI BURRASCOSI

Anche la carta d’identità non sorride di più al lettone. A trentatré anni non è il momento migliore per dover giocare le qualificazioni anche nei Challenger. Infatti un problema durante la sua carriera sono stati anche gli infortuni, che probabilmente si possono collegare a una preparazione spesso superficiale.

Non solo ho preso cattive decisioni, ma più che altro non ho prestato attenzione a quello che facevo, a come trattavo il mio corpo, a come mi allenavo” disse Ernests prima del Roland Garros 2014 che si è rivelato il torneo della vita fino a questo momento. Le cose probabilmente da questo punto di vista non sono migliorate. Per dare una scossa alla sua carriera, nel 2016 si è allenato per qualche mese con Larry Stefanki, ex allenatore tra gli altri di McEnroe, Rios, Gonzalez e Roddick. La loro collaborazione non era intesa per tutti i tornei ma per aiutare Gulbis a migliorare il dritto grazie a un movimento più corto e fluido. “Voglio che il mio dritto sia solido tanto quanto il mio rovescio” aveva affermato Ernests. 

La scelta di affidarsi a Stefanki era stata considerata come un serio tentativo da parte del lettone di tornare al top. D’altronde, l’americano aveva aiutato McEnroe a tornare in semifinale a Wimbledon nel 1992 dopo anni in cui John non otteneva più grandi risultati e, quando seguiva Roddick, era riuscito a insegnare a Andy lo slice di rovescio che lo avrebbe poi aiutato nella sua corsa fino alla finale di Wimbledon 2009. Seppur le premesse sembrassero buone, e nonostante un movimento di dritto rinnovato, Gulbis non è riuscito a tornare ai suoi livelli.

Ernests Gulbis (FOTO DI FABRIZIO MACCANI)

Il coach con cui sicuramente ha avuto il rapporto più lungo e duraturo è Gunter Bresnik: i due hanno lavorato dal 2012 al 2016 e poi dal 2018 fino al 2021. Il coach austriaco sembrava la persona ideale per Ernests, rigido e molto disciplinato, ma probabilmente non se l’è sentita di dedicare tutta la sua attenzione a Gulbis che qualche anno fa era dispiaciuto di essere passato in secondo piano quando Dominic Thiem, anche lui allenato da Bresnik, aveva conquistato la top 10. “Ho deciso di rimanere con il tennista che lavora più duramenteaveva spiegato il coach austriaco molto schiettamente.

FIAMMATE D’AUTORE

Da quella semifinale a Parigi nel 2014, Guibis ha regalato ancora qualche sprazzo del suo talento. Nel 2015 a Montreal, contro Djokovic che stava giocando forse il suo miglior tennis di sempre, ha avuto a disposizione due match point per sconfiggere il serbo in due set ma è poi stato sconfitto al terzo set. Nel 2017 a Wimbledon aveva battuto Del Potro per arrendersi ancora a Djokovic al terzo turno e, sempre ai Championships, ma nel 2018, si era spinto fino a gli ottavi battendo Zverev al terzo turno, allora già numero quattro del mondo. Fino all’Australian Open del 2020, torneo in cui – come abbiamo già detto – era arrivato al terzo turno. “Ogni due anni riesco a fare un bel torneo. Vediamo dove posso arrivare questa volta” aveva detto dopo la vittoria contro Bedene al secondo turno degli Australian Open 2020, “poi mi prendo una pausa per altri due anni” aveva aggiunto sorridendo.

Questi exploit dicono che Gulbis è un giocatore da grandi palcoscenici. Deve provare a tornare a calcare i campi più importanti al mondo perché è lì che trova il suo miglior tennis. E può tornare solo a essere stabilmente un top 50 se si dedica totalmente al tennis. Affidandosi a un coach che creda totalmente in lui. Prendendosi cura dei dettagli. Così, lentamente, può cominciare a vincere Challenger e superare qualche turno nei tornei ATP per riaffacciarsi negli Slam.

Anche dal punto di vista della personalità, con mille contraddizioni, è un personaggio che spiccherebbe in questi tempi in cui vige la diplomazia. “Rispetto Federer, Djokovic, Nadal e Murray, ma tutti e quattro sono noiosi. Le loro interviste sono noiose. È Federer che ha iniziato questa moda con la sua immagine di svizzero gentleman” disse Gulbis nel lontano 2013. Non c’è dubbio che il tennis abbia bisogno di personalità come Ernests; quindi seppur sia molto difficile da immaginare, non abbandoniamo la speranza di rivederlo ad alto livello.

Articolo a cura di Marco Lorenzoni

Le 30 perle di Ernests Gulbis

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