Il primo anno di Andrea Gaudenzi alla presidenza dell'ATP

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Il primo anno di Andrea Gaudenzi alla presidenza dell’ATP

Cosa è successo nei primi dodici mesi di Andrea Gaudenzi a capo dell’ATP, perché è nata la PTPA di Djokovic e Pospisil e perché non può coesistere con l’ATP. Il nodo, come sempre, sono i soldi (delle TV e per i giocatori)

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Manca un mese a quello che sarà un Natale (in teoria) festeggiato in modo diverso dal solito, seguito poi da una notte di San Silvestro che vivremo priva delle illusioni che da sempre l’accompagnano: ciò che ha funestato il 2020 non svanirà il primo di gennaio. La parte positiva è che alcuni buoni propositi, invece di essere traditi nel giro di pochi giorni, potrebbero rimanere validi per parecchio tempo – “andrò in palestra cinque volte alla settimana… se mai le riapriranno”.

Non si scappa invece per quanto riguarda l’anno tennistico, più precisamente il circuito ATP terminato domenica scorsa, la cui gestione può quindi essere valutata. Ce ne dà lo spunto l’intervista rilasciata da Andrea Gaudenzi a SportsPro, nella quale il presidente dell’Associazione dei Professionisti torna a parlare dei suoi progetti per il tennis tra le cui ruote la pandemia ha infilato più di un bastone. Vediamo allora dove si propone di arrivare e come intende farlo, Gaudenzi, ma anche come ha gestito la sua prima stagione, oggettivamente travagliatissima e non solo a causa della pandemia.

“Il tema è l’unità” esordisce. “Si tratta prima di tutto di trovare un modo perché giocatori e tornei possano davvero lavorare insieme e crescere nella stessa direzione invece di passare il 90 per cento del tempo in conversazioni deleterie che alla fine sottraggono energie, tempo e denaro. Dovendo ridiscutere i montepremi ogni due anni, è molto difficile ragionare su come risolvere i problemi e migliorare nel lungo periodo”. Com’è noto, il CdA dell’ATP, composto dal presidente, da tre rappresentanti dei tornei e da tre dei giocatori, è il luogo di composizione di questi interessi a prima vista (ma anche a seconda) contrapposti: più soldi per una parte significano meno soldi per l’altra. “La seconda cosa” prosegue Gaudenzi, “è cercare di convincere tutti a spostare l’attenzione sui fan perché, in ultima istanza, siamo al loro servizio. Sono loro che comprano i biglietti, guardano gli incontri in TV, leggono i media e sono i destinatari dei nostri sponsor”. L’idea è allora di lavorare insieme superando l’approccio di parte, sia esso dei tennisti o dei tornei.

 

PTPA E ATP: UNA CONVIVENZA IMPOSSIBILE

Va da sé, quindi, che la nascita della PTPA non poteva essere accettata di buon grado da Gaudenzi. Se l’assenza di un’associazione di categoria dei tennisti è sempre stata ingombrante, con i risultati ottenuti dai rappresentanti dei giocatori all’interno dell’ATP evidentemente ritenuti non adeguati, la tempistica di questa creazione, nel momento più complicato per il tennis con i circuiti pro appena ripartiti grazie a notevoli sforzi organizzativi, non ha contribuito ad attrarre simpatie urbi et orbi. Né hanno giovato dichiarazioni (poco) implicitamente belligeranti come quella di Vasek Pospisil, secondo il quale la neonata associazione nel breve termine, le due associazioni possono assolutamente coesistere. Non c’è neanche da leggere tra le righe. È come se Darth Vader dicesse che “ finché non terminiamo i lavori, la Morte Nera e il vostro inutile pianeta possono coesistere”. Ma, anche senza l’ausilio della cultura pop, è chiaramente impossibile la convivenza con l’ATP come è attualmente strutturata.

Novak Djokovic – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Per fare un esempio, diciamo che, all’interno del Board ATP, i rappresentanti dei tornei raggiungono un determinato accordo con i rappresentanti dei giocatori; poi, arrivano quelli della PTPA e dicono che quell’accordo non va bene e vogliono negoziare altre condizioni per i loro affiliati: non può funzionare. Inoltre, è stata introdotta, ad hoc e all’ultimo minuto, la regola peraltro ineccepibile secondo cui, detta semplicemente, chi vuole ‘demolire’ l’ATP non può ricoprire cariche all’interno dell’ATP stessa. L’effetto, invero sbalorditivo, della nuova sigla è stato di compattare tutti gli organi che governano il tennis internazionale, immediatamente allineati alla risposta dell’ATP. Sbalorditivo perché il disallineamento di ATP, WTA, ITF e dei quattro Slam è il tratto distintivo dell’ultima decade tennistica. Andrea è da poco tornato sull’argomento ribadendo che “è l’ora dell’unità non dei conflitti. Combatterci non porta a nulla e ci perdono tutti. I tornei hanno bisogno dei giocatori e i giocatori hanno bisogno dei tornei”.

Non va neppure dimenticato, tuttavia, che tra la primavera e l’estate erano state diverse le voci dei giocatori ad alzarsi critiche nei confronti di Andrea Gaudenzi. Marco Trungelliti riteneva opportuno un taglio delle retribuzioni da parte dei dirigenti, un gesto dall’innegabile valore simbolico. Nick Kyrgios non usava mezzi termini nel suo “Amico, ti sei davvero preso cura dei giocatori in questo periodo… Sul serio, che ne dici di collaborare davvero con noi?”. Gilles Simon twittava (anche se in fretta cancellava) “Cari Massimo [Calvelli, il CEO dell’ATP] e Andrea, vi faccio solo sapere che siamo tornati in campo. Le vacanze sono finite. Spero di vedervi presto”, subito sostenuto da Reilly Opelka.

Certo, gli animi erano particolarmente inquieti perché lo stop forzato del Tour significava nessun reddito e non si possono non considerare le difficoltà oggettive legate alla gravità di una situazione senza precedenti, ma, probabilmente, la comunicazione di quel periodo avrebbe meritato una più attenta gestione. Per questo, che si parlasse di un sindacato dei giocatori ormai dagli anni ’90 ma che la sua creazione sia avvenuta quest’anno, è forse dipeso anche da un altro motivo, vale a dire che la nuova leadership ATP era percepita come debole, almeno rispetto alle precedenti.

PARLIAMO DI SOLDI: DIRITTI TV E MONTEPREMI

Durante la precedente esperienza triennale come amministratore non esecutivo per ATP Media, Andrea ha capito quanto sia importante cogliere le opportunità offerte dall’era digitale per uno sport con le caratteristiche del tennis che sembrano studiate per farlo apparire un prodotto poco appetibile alla TV lineare: l’aleatorietà di orari di inizio e durate dei match, il non sapere quando gioca chi fino alla sera prima. Senza abbandonare la fetta di appassionati che fruiscono dei servizi tradizionali (“ancora molto significativa; nella musica ci sono voluti quindici anni per invertire il rapporto di acquisto 80/20 tra CD fisici e digitale”), Gaudenzi rileva che le società media OTT, distribuendo tramite internet contenuti accessibili da diversi dispositivi, rappresentano la soluzione perfetta: “Campi multipli, disponibilità quotidiana, globale”.

E sottolinea l’importanza di un prodotto forte sia maschile sia femminile in correlazione con un pubblico altrettanto eterogeneo, circostanza che rende enormemente valida la cosiddetta ‘argomentazione esclusiva di vendita’. A questo proposito, è spuntata l’idea di una fusione tra ATP e WTA. Non bisogna però dimenticare che gli introiti del circuito femminile ammontano a poco più di un quarto dell’omologo maschile e per questo una tale proposta non ha l’appoggio incondizionato di tutti gli attori. Per completezza di informazione, i ricavi dei quattro Slam insieme valgono il 58% della torta. Una torta che è però troppo piccola rispetto alle potenzialità.

Fonte: documento confidenziale ATP di 92 pagine (visionato da Open Court)

Secondo i dati raccolti dal chairman, il quarto sport al mondo per popolarità con oltre un miliardo di fan racimola appena l’1,4 per cento della totalità della vendita dei diritti ai media, una cifra inferiore ai 700 milioni di dollari. “Ogni fan porta un’entrata di 50 centesimi di dollaro; per il golf è di 3 dollari”. Il problema, di nuovo, è la frammentarietà dell’offerta, addirittura all’interno della stessa ATP. Si torna così al discorso di assumere una posizione comune mettendo i fan davanti a tutto, perché i detentori dei diritti “parlano alle stesse persone. Inoltre, non sono in competizione tra loro, dal momento che occupano spazi diversi nel calendario. Wimbledon non è in concorrenza con l’Australian Open, proprio come i nostri tornei non sono in competizione diretta con loro”.

L’idea del faentino è di fissare un incremento annuo dei montepremi pari al 2,5%, la divisione a metà dei profitti tra organizzatori e tennisti (con tanto di revisori contabili indipendenti per valutare i bilanci dei tornei), l’allargamento di alcuni Masters 1000 in termini di tabelloni e durata, con ATP 250 programmati durante la seconda settimana, la concessione di un determinato status ai tornei per un periodo più lungo per offrire più certezze agli investitori e dunque opportunità di crescita (sul modello di Indian Wells, il fiore all’occhiello del Tour, forte della sua licenza trentennale).

Nell’attesa di sviluppi in questo senso, è stata senza dubbio apprezzabile e apprezzata la decisione di comprimere il prize money destinato a chi arriva in fondo a favore di un aumento della somma destinata ai perdenti dei primi turni negli eventi disputati dalla ripresa. A questo riguardo, un’altra nota positiva è l’essere riuscito a offrire una seconda parte di stagione quasi completa, con anche l’introduzione di quattro nuovi tornei e relativi piccoli incentivi per gli organizzatori; una differenza enorme rispetto a quanto è riuscita a fare WTA, per quanto penalizzata in misura molto maggiore dalla cancellazione dello swing asiatico e, forse, dall’assenza totale o parziale di alcune protagoniste come Barty, Andreescu e Halep.

Ottima anche la gestione del coup del Roland Garros, egoisticamente lanciatosi su due settimane che non gli appartenevano, evitando una dura contrapposizione e negoziando invece uno slittamento che ha permesso la disputa di una breve stagione sul rosso. Da mettere su un piatto della bilancia (ognuno decida su quale dei due) anche l’adozione del nuovo sistema di classifica biennale, nelle dichiarate intenzioni volto a proteggere chi non può o non vuole viaggiare durante la pandemia, ma che ha prodotto storture anche enormi nel ranking – per tacere di iniziative estemporanee, come i punti delle ATP Finals 2019 sottratti all’inizio della scorsa settimana e poi di nuovo aggiunti dopo un paio di giorni.

Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tornando ai piani del romagnolo trapiantato nel Regno Unito, si ripresenta il tema della frammentazione. I nostri tornei hanno 64 siti web, 64 app. Una ridondanza non necessaria e controproducente che si traduce nella mancanza di dati per gestire strategicamente i rapporti con gli attuali fruitori e quelli potenziali. Biglietti, merchandising, abbonamenti TV:Non siamo in grado di offrire un luogo unico in cui trovare tutto il tennis perché non abbiamo quel tipo di piattaforme”. Superare questa lacuna non può che portare a un’ulteriore diffusione del nostro sport.

Se da un lato il coronavirus ha distratto sforzi e impegno dalla realizzazione dei piani originariamente studiati, ha anche “mostrato chiaramente che dobbiamo lavorare insieme”. Il riferimento di Gaudenzi è sempre ai vari enti del tennis. “In questo momento, abbiano i quattro Slam, la WTA, l’ATP, alcuni ‘250’ e l’ITF che vanno sul mercato in cicli differenti, separatamente, con strategie diverse”. Per fare l’esempio dell’Italia, pure con il vantaggio dell’eccezionalità di Supertennis che trasmette in chiaro il Tour WTA e la maggior parte degli ATP 500 e 250, occorre rivolgersi ad altre due piattaforme (Sky ed Eurosport) per vedere gli Slam e i Masters 1000. Una possibilità presa in considerazione è il modello di GolfTV, canale monotematico realizzato grazie ad un accordo a lungo termine sui diritti con il PGA Tour. Perché il COVID-19, con gli stadi vuoti, ha anche accelerato la tendenza della necessità di raggiungere gli appassionati attraverso i media. Anche perché, meno dell’uno per cento di quel miliardo è raggiungibile in loco, per definizione”.

L’opportunità è chiara e presente, i mezzi per coglierla e sfruttarla altrettanto, ma il percorso per arrivarci è ancora molto lungo e accidentato. Tra critiche e buoni propositi, Andrea Gaudenzi merita comunque di poter portare a termine il proprio mandato triennale, con l’augurio che nei prossimi due anni possa essere il tennis – e non la gestione del virus – al centro del progetto.

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Opinioni

Naomi Osaka: “Atleti, fate sentire la vostra voce. Io non resterò zitta a palleggiare”

“Anche noi siamo vittime di pregiudizi e razzismo, proprio come chiunque altro. Perché affermare il contrario?”

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @naomiosaka)

Questo è un articolo tratto da Turning Points, una rubrica che analizza quali momenti critici del 2020 potranno avere effetto sul 2021. Comparso sul New York Times, lo abbiamo tradotto integralmente. Si tratta di un testo scritto in prima persona da Naomi Osaka.


Turning Point (l’accaduto): A seguito delle pressioni da parte dei loro giocatori e dei tifosi, le squadre delle quattro leghe sportive più importanti d’America cancellano partite e allenamenti per protestare contro il razzismo e la violenza da parte della polizia.

“Zitto e palleggia” (Shut up and dribble).

 

Questo è quello che una giornalista televisiva [Laura Ingraham di Fox News, ndr] ha suggerito di fare a LeBron James dopo che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a ESPN nel 2018, ha parlato di razzismo, di politica e delle difficoltà di essere un personaggio pubblico afroamericano.

Inutile dire che il consiglio non sia stato seguito. LeBron, l’attivista, ha attirato la mia attenzione nel 2012. Lui e i suoi compagni di squadra dei Miami Heat hanno postato una foto di loro incappucciati per protestare contro la morte di Trayvon Martin, un adolescente afroamericano della Florida che indossava un cappuccio mentre veniva ucciso a colpi di pistola da George Zimmerman, il coordinatore della ronda di quartiere locale. 

Nel 2014 Eric Garner, un afroamericano, muore a Staten Island dopo essere stato strangolato da alcuni agenti di polizia, una manovra al tempo proibita dalla polizia e che è successivamente divenuta illegale nello Stato di New York. Poco più tardi, in un riscaldamento pre-partita, LeBron ha indossato una maglietta con le ultime parole di Garner – “I can’t breathe” (Non riesco a respirare) – facilmente udibili in un video che ritrae i poliziotti mentre lo strangolano. Il resto della lega lo ha seguito, ma James è stato il punto focale.

Fast forward a quest’anno e lui è ancora sotto i riflettori. LeBron ha la voce più potente sulla piattaforma più grande e la usa per protestare contro il razzismo sistematico, l’ineguaglianza e l’abuso di potere da parte della polizia, il tutto mentre continua a giocare alla grande a dispetto di proteste senza precedenti, di una pandemia globale e di profonde ferite personali, inclusa la tragica scomparsa del nostro amico Kobe Bryant.

LeBron è indomito nel suo sostegno costante alla comunità afroamericana; è risoluto, schietto e appassionato. Sul parquet o al microfono lui è un’ispirazione, semplicemente inarrestabile. È dedito al suo lavoro come nel suo supporto alla comunità, nonostante continui a combattere contro un sistema consolidato che vuole zittire gli atleti che alzano la voce.

I musicisti cantano e scrivono sempre (e da sempre) di movimenti sociali, attivismo e uguaglianza. Gli attori danno voce alle loro opinioni e appoggiano personalmente candidati politici, organizzando raccolte fondi e feste. Ci si aspetta quasi che uomini d’affari, autori e artisti abbiano opinioni a proposito delle ultime notizie e difendano pubblicamente il loro punto di vista. Ma quando lo facciamo noi atleti, siamo sempre criticati se esprimiamo le nostre opinioni.

Naomi Osaka e LeBron James

Possibile che le persone ci considerino nient’altro che corpi – individui che raggiungono quello che è fisicamente quasi impossibile per tutti gli altri, e che divertono il pubblico spingendosi oltre i propri limiti? Possibile che si meraviglino che un insieme di muscoli, ossa, sangue e sudore possa anche esprimere un’opinione? Può lo sport essere solo sport e la politica essere solo politica?

Il messaggio è sempre lo stesso. Colpisci la palla. Fai canestro. Zitto e palleggia.

Ma qualunque sia l’argomento, si tende a ignorare un fatto importante: quando non giochiamo, viviamo nello stesso Paese di tutti gli altri. E come la maggior parte degli atleti può affermare, questo significa che anche noi siamo vittime delle stesse ingiustizie e diseguaglianze che hanno portato alla morte persone proprio come noi, ma che non dispongono delle stesse protezioni garantite dalla nostra fama, nonché dalla protezione e dal sostegno che riceviamo. Basta chiedere al giocatore NBA Sterling Brown, colpito con un taser da degli agenti di polizia, o al mio collega James Blake, scaraventato a terra e ammanettato dalla polizia per 15 minuti mentre era fuori da un albergo di New York (i poliziotti hanno poi dichiarato che si è trattato di uno “scambio d’identità”). Solo perché siamo atleti questo non significa che non siamo influenzati da quello che succede nel paese, o che siamo obbligati a tenere la bocca chiusa.

Lo sport non è mai stato apolitico, e finché continuerà ad essere giocato da esseri umani non lo sarà mai.

Muhammad Ali è stato per anni la voce della giustizia, anche quando venne condannato a cinque anni di reclusione per via del suo rifiuto alla leva obbligatoria, motivata dal suo credo religioso. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos vennero fischiati quando alzarono i pugni guantati di nero sul podio, e affrontarono successivamente una marea di critiche da parte del pubblico e dai media quando tornarono negli Stati Uniti.

Colin Kaepernick ha messo a rischio la propria carriera quando si è inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita della NFL, rischiando di non giocare più in una partita di lega per via del suo gesto.

Megan Rapinoe è una convinta sostenitrice del movimento LGBTQ+ e della parità salariale, anche se ciò ha dovuto significare tenere testa al presidente degli Stati Uniti e rifiutare un invito della Casa Bianca.

Venus Williams ha fatto molto più di quanto molti sappiano per portare avanti le battaglie di Billie Jean King e garantire uguaglianza per le donne nel tennis. Coco Gauff, nonostante la sua giovane età, è una fiera e appassionata sostenitrice del movimento Black Lives Matter, sia online che in pubblica presenza.

Nonostante i progressi ottenuti, continuo a pensare che noi atleti abbiamo ancora molta strada da fare. Oggi, data la copertura televisiva e il risalto sui social media, noi atleti disponiamo delle più grandi e visibili piattaforme mai esistite. Per come la vedo io, questo significa avere maggiore responsabilità di far sentire la nostra voce. Non resterò zitta a palleggiare.

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ATP

ATP Delray Beach: Korda non ne ha più, secondo titolo per Hurkacz

Hubert Hurkacz vince il titolo a Delray Beach senza perdere un set. Sebastian Korda, seppur sconfitto, bussa alla Top100

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Hubert Hurkacz con il trofeo di Delray Beach 2021 (foto Twitter @DelrayBeachOpen)

(4) H. Hurkacz b. S. Korda 6-3 6-3

Il futuro può attendere ancora un po’ per il figlio d’arte Sebastian Korda (ATP n. 119), ma non ci sono dubbi che la strada intrapresa sia quella giusta. Dopo una settimana quasi trionfale, durante la quale quattro giocatori classificati più in alto di lui (Kwon, Paul, Isner e Norrie), l’ex campione juniores dell’Australian Open 2018 ha dovuto cedere il passo in finale alla maggiore esperienza e alla maggiore freschezza atletica del polacco Hubert Hurkacz, n. 35 ATP e testa di serie n. 4 del tabellone.

Entrato in campo con grande spavalderia, Korda ha subito ottenuto il break a zero aggredendo l’avversario con la risposta. Hurkacz tuttavia non si è fatto impressionare dalla partenza a razzo del suo avversario, e dall’1-3 del primo set ha infilato cinque giochi consecutivi per chiudere il primo parziale 6-3 in 34 minuti. Decisivo l’ottavo gioco, nel quale Korda ha ceduto la battuta da 30-0, iniziando ad avvertire il fastidio alla gamba sinistra che lo ha costretto poco dopo a chiedere un medical time-out. “Ho giocato diverse partite piuttosto lunghe questa settimana, ho cominciato a sentire un dolore all’adduttore che si propagava fino all’inguine ogni volta che atterravo dal servizio – ha spiegato Sebastian dopo la partita – In ogni modo non si tratta di una scusa, dal 2-1 del primo set è stato lui il giocatore migliore”.

 

L’intervento del fisioterapista sull’1-2 del secondo set non ha potuto far molto per migliorare la situazione della gamba di Korda, che ha continuato a fare esercizi di allungamento tra un punto e l’altro ed ha subito il break decisivo subito dopo, siglato da un doppio fallo e due errori gratuiti da fondocampo.

Secondo sigillo in carriera per Hurkacz, dopo il successo di Winston-Salem nel 2019, che gli vale l’ingresso nei Top 30 e nelle teste di serie per il prossimo Australian Open. Per il diciannovenne Korda, invece, un po’ di riposo a casa con la sua famiglia, che era in tribuna a Delray Beach per sostenerlo durante la finale: oltre a papà Petr (camipione dell’Australian Open 1998) e a mamma Regina (ex n. 26 WTA) c’erano anche le sorelle Jessica e Nelly, entrambe golfiste professioniste. Korda si è infatti cancellato dal Challenger di Istanbul della settimana prossima e raggiungerà il suo preparatore atletico in Repubblica Ceca per una sessione di rafforzamento fisico. “Anche se mi piacerebbe giocare quanti più tornei possibile, il mio corpo ha bisogno di riposo e di rinforzarsi – ha spiegato Korda – Sono fortunato che il mio preparatore è un ottimo comunicatore e dopo essermi riposato qui in Florida andrò da lui”.

Nel frattempo con questo risultato Korda si è avvicinato alla Top 100: a partire da lunedì prossimo salirà fino al n. 103, suo miglior ranking in carriera.

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ATP

Il battesimo del figlio d’arte: Sebastian Korda giocherà la prima finale a Delray Beach

Bella vittoria in due set su Cameron Norrie: il figlio di Petr Korda sfiderà Hurkacz per vincere il primo titolo in carriera ed entrare in top 100

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A quasi ventitré anni – era il 1° febbraio 1998 – dal primo, unico e contestatissimo successo Slam di papà Petr sui campi di Melbourne, il mondo del tennis deve volgere lo sguardo a Sebastian Korda, 20 anni, che raggiunge la prima finale della sua giovane carriera all’ATP 250 di Delray Beach.

Sui campi che guardano la costa della Florida opposta alle rive su cui è nato Sebastian – gli ha dato i natali Bradenton, ‘terra di tennis’ per via dell’accademia di Nick Bollettieri – Sebastian ha battuto in due set e con insospettabile saggezza Cameron Norrie, mancino dal tennis assai interessante. “Sono veramente gasato, non potrei essere più felice” ha detto Korda dopo il successo, tradendo tutta l’eccitazione dei vent’anni. “Mi sono allenato con il mio coach (Dean Goldfine, è nel team assieme a papà Petr – e chissà che non si aggiunga Agassi a breve, come da rumors), lui colpisce molto piatto. Ha funzionato. Norrie ha un gioco super estroso, il rovescio incrociato è di livello mondiale e il dritto è difficile da difendere. Sono contento del modo in cui ho giocato l’intera partita, per come sono rimasto aggressivo“.

Dicevamo dell’insospettabile saggezza perché dopo aver corsa di testa praticamente per tutto il match, sul 6-3 5-4 e servizio a disposizione il giovane Sebastian ha sentito un po’ la pressione e ha mancato due match point. “Sul primo è stato bravo lui, ma sul secondo ho fatto doppio fallo“. In realtà Korda ha buttato via entrambi i punti (il primo con un dritto abbastanza comodo in corridoio), ma ha ricevuto un piccolo aiuto dal suo avversario che nel game successivo gli ha reso il favore del doppio fallo; ottenuto così un altro break di vantaggio, lo statunitense ha rimesso in moto il suo tennis di pressione da fondocampo, sempre guidato dal dritto, e si è guadagnato la sua prima finale tra i grandi.

 

Non partirà favorito nel match contro Hubert Hurkacz, che da un lato ha fatto percorso netto – nessun set ceduto e due soli turni di servizio non difesi in tre partite – ma dall’altro non ha dovuto affrontare alcun top 100; tra quarti e semifinale, ha addirittura superato un giocatore che occupa la top 300 per un soffio (Quiroz) e un altro (Christian Harrison) che ha iniziato il torneo da numero 789 del mondo. Non certo un campo minato per il polacco, che ringrazia e oltre ai favori del pronostico in finale si prende anche la certezza di una testa di serie all’Australian Open (al momento la 29°); non a scapito di Lorenzo Sonego, per fortuna dell’italiano, poiché i forfait di Isner e Garin consentono al torinese di mantenere la 31° piazza nel seeding. Con Sinner che attende alla finestra: un altro forfait e ci sarà spazio anche per lui tra le teste di serie.

Il tabellone completo di Delray Beach

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