Simona Halep si racconta: "Non c'è nulla di magico nello sport. Devi lavorare e basta"

Flash

Simona Halep si racconta: “Non c’è nulla di magico nello sport. Devi lavorare e basta”

La giocatrice rumena segreti e debolezze. “A rete, è come se il campo si restringesse. Non so dove tirare e la tiro fuori”. Coach Cahill la paragona al diavolo della Tasmania: “A volte gioca anche contro sé stessa”

Pubblicato

il

Simona Halep - Internazionali d'Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)
 
 

Simona Halep si sta allenando in vista della partenza dell’Australia. Quattro o cinque giorni di pausa, ancora qualche palla da colpire e il viaggio in aereo. Il team la prende bonariamente in giro mentre lei si stiracchia sul foam roller, un rullo in gommapiuma per allenarsi. Coach Cahill si informa se Simo ha parlato bene della squadra. “Nella media” risponde il regista. “Gliela faremo pagare”.

Accadeva circa un anno fa, ma il video è stato pubblicato lo scorso 1° dicembre in occasione della Giornata della Grande Unione, festa nazionale rumena. Non che i piani siano molto diversi quest’anno, per quanto tutto sia diverso. Di sicuro, Halep prenderà parte all’Australian Open – e non era affatto scontato, dopo aver centellinato le apparizioni nella stagione 2020, parte II: Praga, Roma, Parigi e di nuovo a casa. Tra palestra, atletica e il noto rettangolo con la rete in mezzo, Simona si apre su obiettivi, esagerazioni folli e divertenti, ironizza sui cambi di umore repentini (una costante del racconto), nella sua versione più rilassata e loquace che il suo allenatore ha contribuito a crescere.

DI COSA PARLIAMO – “Tutto ciò che faccio quotidianamente è in funzione del tennis. Non vado a letto tardi, non esco perché mi stanco e il giorno dopo non sono al meglio. Può apparire molto professionale o forse un po’ triste, ma è un incipit che sgombra il campo da qualsiasi dubbio sul suo genere di approccio allo sport. “La gente non capisce che non funziona ogni giorno allo stesso modo ai massimi livelli. Dopo una pausa di due o tre settimane, il primo giorno non colpivo un solo cono [la vediamo sul campo intenta a sparare dritti verso i bersagli o ‘cinesini’]. Ci vuole pratica. Ciò che fai in allenamento sono le stesse cose che devi fare in partita. Ho voglia di colpire cento, duecento volte, forse anche più, finché inizio a sentirmi la palla nella mano, finché non sento che non è più la racchetta a connettermi con la palla. Diventa parte di me.

 

Un risultato che si ottiene con le ripetizioni. “Quando la mia mente è determinata a fare qualcosa, posso farla. Ma devo avere qualcun al mio fianco, non ho mai fatto cose da sola. Neanche un esercizio. Faccio sempre quello che mi si dice. Anche se mi lamento, ‘perché devo farlo?’, lo faccio sempre.

IN PALESTRA – “Teo [Cercell, il preparatore] sa come prendermi: se mi lamento troppo, smette con certi esercizi; se mi lamento solo un po’, mi spinge a continuare. Non mi è mai piaciuto correre per lunghi tratti, come dieci chilometri. Mi fanno male le ginocchia, le caviglie, mi annoio. La nuova squadra applica il principio di allenamenti più brevi ma più intensi. A tennis non devi correre a lungo, lo dice Cahill. Lavorare in sala pesi ti logora perché usi molto i tendini, specialmente quelli dei polsi. Se carico le spalle, la schiena inizia subito a farmi male e le mie prestazioni crollano per una o due settimane. Ecco perché evitavo la parte sulla forza. Ma ho ricominciato perché invecchio e ho bisogno di incrementare la massa muscolare in modo che protegga tendini e ossa”.

GLI INSEGNAMENTI DI VITA – “Ho scelto Darren perché mi è piaciuta la sua pedagogia, come parla, perché mi ha capita. Ha cercato di cambiarmi ma secondo il mio stile. Le sue battute mi rilassano. Prima di incontrarlo non scherzavo, pensavo che, sul lavoro, dovessi essere inaccessibile. Mi ha aiutata ad aprirmi portandomi in un ambiente sereno e giochi dei gran match quando sei rilassata”. Simona ci ha ha messo un po’ a metabolizzare questa positività degli australiani. Per loro, perdi un incontro e ‘andiamo a farci una birra, domani è un altro giorno’. Io no, restavo arrabbiata e triste per tre giorni.

Simona Halep – Roland Garros 2018 (foto via Twitter, @rolandgarros)

TAZ-MANIA – Tornato al suo fianco dopo una breve pausa, Cahill paragona la sua pupilla al Diavolo della Tasmania, il personaggio dei fumetti che gira vorticosamente su sé stesso, corre velocissimo ed è sempre un po’ arrabbiato. “Il coach è importante, la chimica, gli allenamenti, la strategia, ma alla fine è il tennista che fa le cose” spiega Darren. “Andare in campo, dare tutto, se dai il massimo non importa il risultato: tutta questa filosofia da coach è spazzatura. “I giocatori hanno una piccola finestra di dieci, dodici anni, quindi ogni volta che vanno in campo vogliono vincere”. Non ci gira attorno, l’uomo di Adelaide. “Simona è emotiva e si preoccupa sempre della prestazione, ecco perché la vedi arrabbiarsi con sé stessa. A volte non gioca solo contro l’avversaria, ma contro la panchina, contro di sé.

L’AVVERSARIA DENTRO DI TE – Simo conferma che stress ed emozioni sono endogene. “Non penso mai ‘ohi, questa arriva tirandomi chissà quante palle e mi batte’. No, devo giocare anche contro il mio umore, la mia condizione mentale, le mie emozioni”. E c’è chi crede che si tratti solamente di colpire una palla. Le è stato insegnato a non litigare con gli altri. Sembra un buon insegnamento, purché non lo si prenda cavillosamente alla lettera. La parte negativa è che litigo da sola. Quando sono in campo c’è sempre qualcosa di me che mi disturba”.

UN’ENORMITÀ DI TRE MILLIMETRI – “Un singolo punto o colpo possono cambiare completamente lo stato d’animo. I tre millimetri di margine di errore di Hawk-eye, un nastro, un colpo facile che l’altra sbaglia, girano tutto e finisci per dominare un incontro senza neppure rendertene conto. Sei al settimo cielo, sbagli una palla e crolli”. La vediamo imporre la sua velocità di crociera sul mare domato, ma è tempesta tra le paratie. “È demoralizzante lavorare senza sosta per settimane e perdere al primo turno dopo che il tuo gioco era perfetto in allenamento. Non c’è più ragione di lavorare, hai di questi pensieri. Per un periodo, ho giocato così male che volevo solo scappare dal campo. Ci impegniamo tutti nella squadra, lavoriamo insieme, poi io vado in campo e non riesco a fare quello che dovrei. Mi vergogno di me e per loro.

ECCO CHE ARRIVA IL DOLORE – “Il momento peggiore della mia carriera è stato quando mi sono dovuta ritirare a causa del dolore. Preferisco non entrare in campo che iniziare e dovermi fermare. Ma succede che entri con un dolore a livello due e all’improvviso diventa otto, insopportabile, e devi smettere. È frustrante”. Halep è senz’altro riconosciuta come una delle ragazze più atletiche e fisicamente in forma del circuito, ma qualcosa scricchiola. “I movimenti del tennis sono rischiosi per la colonna vertebrale perché non puoi controllare la velocità alla quale ruoti o quanto ti allunghi per raggiungere una palla. Ho quattro ernie, non sono facili da gestire; devo rinforzare molto i muscoli vicini alla colonna in modo che tengano i dischi allineati”. Si aggrappa a una frase di Rafa Nadal, la stessa con cui i suoi compari la stuzzicavano all’inizio del video: se non fa male, c’è qualcosa di sbagliato. “Si convive con il dolore” conclude.

BAMBINA CATTIVA – “Quello che mi piace del tennis è che ogni giorno è un nuovo inizio a prescindere. Vinci, perdi, il giorno dopo fai esattamente la stessa cosa, punto dopo punto. Quando sbatto o lancio violentemente la racchetta per terra rovinandola è perché non sopporto quello che sto facendo, errori da principiante. Poi mi sento in colpa, era una racchetta buona e preziosa. Mi prendo cura delle mie racchette, sono mie amiche. Ma non in quei momenti. Sulle immagini dell’allenamento che rendono queste parole una didascalia perfetta, Simona ride di queste sue affermazioni. Sì, perché quando parte con qualche filippica da farti pensare che si lamenterebbe di meno lavorando come operaia turnista in un’azienda stagionale che inscatola sugo di pomodoro, la mette sempre sul ridere, conscia delle sue esagerazioni, delle sue manie.

“Quando sto così, ho la sensazione che quelli del mio team non soffrano con me e allora mi arrabbio. Sono un po’ sulle montagne russe durante gli incontri, ma loro lo capiscono e ormai non si arrabbiano più. Non ho più l’impulso di straparlare e incolpare qualcuno. Il mio maggiore progresso è stato dimenticare immediatamente l’errore e andare avanti. Ma sono ancora una ragazzina, posso incazzarmi e succede anche spesso. A essere onesta, mi diverte.

CANALIZZARE – La diverte e le serve, fa parte del suo gioco. “Mi libera dallo stress. Mi tiro delle racchettate in testa, mi schiaffeggio, mi maledico, ma è un po’ il sale della faccenda. In un doppio capita che ti colpiscano quando sei a rete. Stavano vincendo 6-0 e la tipa mi tira addosso così forte che penso di venire istantaneamente sfigurata. Abbiamo vinto il set 6-1 e poi il match perché ero talmente arrabbiata che non volevo lasciare andare un solo punto. È un bene quando l’avversaria mi fa arrabbiare perché mi motiva.

UNA RAGAZZA NORMALE – “Non voglio nascondere i nervi, il cattivo umore e neanche la gioia in campo. Ma non sono neanche capace di strafare. Non mi sono buttata a terra [quando ho vinto] al Roland Garros , perché avrei dovuto? Ho guardato in alto perché è quello che sentivo e ho guardato quelli del mio angolo perché con loro avevo lavorato giorno dopo giorno. Ero pronta a vincere i grandi tornei visto l’impegno che ci metto e il numero di incontri importanti che ho perso. È normale che qualcosa di buono mi accadesse. Quando ho vinto, ho detto ‘ ragazzi, ho meritato davvero’”.

THE WALL – “Non sono il tipo di giocatrice che serve a 200 km/h. Proprio no. È frustrante sul campo quando ti sparano tre ace in fila. Giochi con Pliskova che tira a 190 e oltre e tu ti sposti da un lato all’altro. È irritante”. A ognuna le proprie caratteristiche. Halep punta su corsa, agilità e allungo, reparti in cui è in vantaggio rispetto alle giocatrici alte. Spesso le altre mi chiamano il muro, ma è il mio punto di forza correre da un angolo all’altro e mettere a segno punti incredibili da posizioni strane, lontanissima dal campo. Toglie loro le armi, le rende più vulnerabili ed è in quel momento che spingo a tutta sull’acceleratore”.

INTRAPPOLATA NELLA… – Che Halep non sia a proprio agio nei pressi della rete è fin troppo evidente. Ma l’abbiamo vista in difficoltà anche quando viene attaccata costantemente, come ha fatto Taylor Townsend allo US Open 2019. “Vedo l’avversaria venire avanti ed è come se il campo si restringesse. Non so più dove tirare e la tiro fuori. Mancare undici metri di campo mi fa arrabbiare”. Dal divano, quella sera, avremmo tutti giocato qualche lob.

NOT A KIND OF MAGIC – “Secondo mio padre, se non mi diverto sul campo, non sarò in grado di fare tutto. Mi diverto” assicura la protagonista, “ma quando hai il punto del game e sbagli, set point e sbagli, match point, sbagli e perdi, non resta granché del divertimento”. Ma, per la ventottenne di Costanza, essere da anni fra le primissime senza mai il desiderio di fermarsi è prova che il tennis le piaccia, senza dimenticare che non c’è alcunché di magico nello sport. Devi lavorare e basta. Il mio obiettivo principale è vedere quanto brava posso diventare. Mi piacerebbe trovarmi di nuovo in una certa situazione e cercare di fare meglio alcune cose. Cose diverse nei match che ho perso. È così che vorrei raggiungere il vertice, per vedere se ho fatto progressi come essere umano”.

SEMBRA IERI CHE… – “C’è un’altra sfida adesso con quelle giovani, la next generation, diciannove, vent’anni. Quando sono entrata in classifica a 21-22 anni, pensavo che una di 28-30 fosse vecchia. Signore anziane. E ora ci sono arrivata io. A Shenzhen, quando ho visto che ero la seconda più vecchia dopo Kvitova, ho pensato ‘però, è cambiato tutto’. Potrebbe anche essere una specie di preparazione alla vita in generale, perché alcune cose cambiano quando arrivi quasi a trenta.

Continua a leggere
Commenti

Flash

Djokovic: “Ho ancora fame e passione, il mio ritiro non dipenderà dal numero degli Slam”

Nel Media Day dell’ATP di Tel Aviv, Novak parla di ritiri, della sua formula per il successo e del ricambio generazionale, ma avverte, “io e Nadal non ci arrenderemo facilmente”

Pubblicato

il

Novak Djokovic – ATP Tel Aviv 2022 press conference (foto via Twitter @telavivopen)

Non gioca un torneo da Wimbledon, dove peraltro ha alzato il suo settimo trofeo, non partecipa a un evento del Tour che distribuisce punti dal Roland Garros e, soprattutto, da parecchi anni non cammina sul suolo israeliano. Da questa settimana, però, Novak Djokovic può finalmente coniugare questi verbi all’imperfetto. Reduce dall’esibizione ufficiale della Laver Cup dove ha dominato Frances Tiafoe – che avrebbe poi giocato insieme a Sock lo storico doppio contro Federer e Nadal con annesse polemiche nostrane – e perso da Auger-Aliassime lamentando un problema al polso, Nole è infatti già stato in campo all’International Convention Center per il suo primo allenamento in attesa di esordire giovedì al Tel Aviv Watergen Open contro il vincente fra Andujar e Monteiro. E ha anche avuto modo di parlare con i rappresentanti dei media della sua stagione “particolare”, del segreto del suo successo, del ritiro non solo di Roger e di altro ancora. Si parte naturalmente con la sua presenza in Israele.

“Sono contento di essere di nuovo in Israele dopo un bel po’ di anni. Credo fosse il 2006, per il tie di Coppa Davis tra Israele e Serbia [allora Serbia e Montenegro, ndr] al Canada Stadium di Ramat Hasharon, una delle atmosfere migliori e più rumorose mai vissute. Persone davvero appassionate e mi piace questa passione, questo amore della gente per lo sport. E’ la seconda volta ho visitato Gerusalemme, ma ormai ho dimenticato alcune cose che ho visto e quindi spero di trovare il tempo per tornare a vedere i luoghi improtanti. Ma questa settimana si tratta principalmente di giocare a tennis.”

La successiva domanda, scontata e quasi retorica, è cosa ci faccia all’ATP 250 di Tel Aviv il 21 volte campione Slam.

 

“Mi sono perso un paio di grossi tornei quest’anno per circostanze che… non mi permettevano di viaggiare, poi pensavo alla mia programmazione, quali tornei giocare. Avevo l’impegno della Laver Cup a Londra e poi volevo giocare due o tre settimane di fila, quindi Tel Aviv era perfetto da questo punto di vista. E, naturalmente, anche perché non venivo da tanto e allora avevo avuto un’esperienza fantastica. Ho anche collaborato per anni con persone israeliane, come il mio preparatore atletico, il mio manager.”

Djokovic è anche presente nel tabellone di doppio. Pochi giorni dopo aver assistito dalla panchina al match di addio di Roger Federer, Nole sarà invece in campo per accompagnare un altro addio al tennis professionistico, quello di Jonathan Erlich, israeliano, ex quinto giocatore del mondo di specialità e attualmente 317°, posizione tutt’altro che disprezzabile parlando di un classe 1977. Alla domanda sul perché abbia accettato di giocare con lui, Novak risponde partendo con una battuta che gli fa guadagnare simpatie e consensi:

“È il contrario, è lui che ha accettato di giocare con me! Sono onorato di essergli al fianco nel suo ultimo torneo, davanti ai suoi connazionali. Cercheremo di vincere più incontri possibile. Siamo entrambi agonisti, ci piace vincere… Sarà attraversato da tante emozioni diverse dentro e fuori dal campo. Non l’ho ancora visto qui, sono arrivato ieri. Avrò la possibilità di vederlo tra stasera e domani e ci alleneremo un po’ insieme”.

Gli viene poi domandato come si mantenga in forma dal punto di vista mentale e fisico non avendo potuto disputare diversi tornei.

“Non è una situazione comune. Gioco come professionista da vent’anni, sono stato fortunato per aver ottenuto alcuni grandi successi, perché la mia traiettoria verso il vertice è stata quasi sempre verso l’alto, nella giusta direzione, e per aver mantenuto quel livello nel tempo. Ma negli ultimi anni ho iniziato a dare la priorità anche al tempo con la famiglia, con i figli, cercando di trovare un equilibrio, quindi ho cercato di selezionare gli eventi a cui partecipare e dove giocare il mio miglior tennis. Purtroppo quest’anno non ho potuto partecipare a due tornei dello Slam. Non è tanto difficile mantenere il giusto stato fisico ed emotivo. Più complicato quello emotivo per via delle circostanze che non avevo mai affrontato in vita mia. Mi sono tenuto in forma fisicamente, ma il lato negativo è non giocare match ufficiali. Più ne giochi, più ti senti a tuo agio. Per questi non vedo l’ora di giocare qui, sperando di arrivare in fondo.”

Un giornalista gli cita una sua presunta dichiarazione (“finché gioca, Rafa è il mio principale avversario”). È autentica? E a Tel Aviv chi è l’antagonista per eccellenza?

“Chiunque sia in campo contro di me è un rivale e io voglio batterlo. Ma il mio più grande rivale è senza dubbio Nadal, tra noi ci sono stati più match che in qualsiasi altra rivalità nella storia del tennis. Spero che avremo l’opportunità di giocare tante altre volte perché è eccitante per noi ma anche per gli appassionati. Poi, certo, c’è Alcaraz, numero 1 del mondo, leader della giovane generazione – Medvedev, Zverev, Tsitsipas, Rublev, ragazzi che sono da un po’ stabilmente al vertice. È il ciclo naturale, le cose cambiano, altri giocatori hanno la responsabilità di sostenere il tennis. Ma io e Rafa non ci arrenderemo facilmente.”

Si va poi su argomenti diverse ma parimenti delicati: l’aver guardato da casa i due Slam a cui non ha potuto partecipare e la situazione del polso. Novak parte da quella facile:

“Oggi mi sono allenato per quasi due ore ed è andato tutto bene, sono felice di essermi lasciato alle spalle questo mini-infortunio”. Un sospiro e via con l’altra: “Non è mai facile guardare i match degli Slam sapendo di essere preparato e pronto per andare a giocare, ma è una situazione che devo accettare, perché ho preso una decisione e queste sono le conseguenze”.

Una giornalista vuole sapere le chiavi del successo di Djokovic nel corso degli anni – qui sono tanti quelli pronti a prendere appunti.

“Non c’è un unico segreto o una chiave che risolva ogni problemi. È una combinazione di fattori che fanno parte del tuo carattere, del tuo ambiente, del modo in cui cresci, chi sei, come ti alleni, qual è il tuo stile di vita, e che creano un’immagine completa del successo. È una formula che ha funzionato per me, ma cambio e innovo costantemente anche me stesso perché non credo nella stagnazione, si regredisce o si progredisce. Negli ultimi due anni con i giovani, soprattutto Alcaraz, pieni di adrenalina, motivati a comandare il gioco e vincere i grossi tornei, devi continuamente capire cosa migliorare e come portarti a un livello più alto in modo da sopportare la pressione che arriva da questi ragazzi.”

Il ritiro di Federer pochi giorni fa ha fatto pensare un po’ tutti alle circostanze del ritiro degli altri due terzi del Big 3 e non è azzardato supporre che i primi ad averci riflettuto siano proprio Rafa e Nole, sebbene quest’ultimo vanti ancora uno stato di forma eccellente. Il “quando” di Novak ha a che fare solo con il numero di Slam?

“Prima di tutto, parlo di Roger. Ho un grande rispetto per lui, per quanto ha contribuito al nostro sport dentro e fuori dal campo. Ha avuto una carriera epica di cui dev’essere fiero. Ha lasciato un’eredità e un un’impronta che rimarranno in eterno. Ha trasceso il tennis. Non avrebbe potuto pensare a uno scenario migliore per l’addio, con i rivali sul campo, gli amici, la famiglia, il suo team. Vedere lì i suoi figli, la sua famiglia, mi ha fatto emozionare e ammetto di aver pensato a come sarà per me. Anche a me in quel momento piacerebbe avere accanto la mia famiglia, le persone più care e i miei più grandi rivali perché aggiungono qualcosa di speciale. Sono stato fortunato per il successo e per essere rimasto in salute durante mia carriera, raggiungendo praticamente tutto quello che si può raggiungere nel tennis. Ma ho ancora fame, ancora passione per il gioco, mi piace sempre allenarmi. I tornei dello Slam e i principali eventi dell’ATP sono quelli che contano di più, anche giocare per il mio Paese mi realizza profondamente. Finché avrò questa predisposizione, questa motivazione, continuerò. Non ho in mente un numero di anni o di tornei, semplicemente andrò avanti.”

Continua a leggere

Flash

ATP Seoul: Shapovalov sul velluto. Buone prestazioni anche per Daniel e Albot

Per il canadese adesso un quarto di finale contro il moldavo Albot, giustiziere di Johnson

Pubblicato

il

Denis Shapovalov - US Open 2022 (foto Twitter @tenniscanada)

Terza giornata di gare all’ATP 250 di Seul con sole tre partite e avanza ai quarti di finale uno dei protagonisti più attesi, Denis Shapovalov. Sfiderà il moldavo Radu Albot. Domani entreranno in scena i principali protagonisti del torneo: Casper Ruud, Cameron Norrie e Taylor Fritz.

D. Shapovalov – J. Munar 7-5 6-4

Una buona vittoria quella per Shapovalov negli ottavi di finale dell’ATP di Seoul. Il canadese ha sconfitto in due set lo spagnolo Jaume Munar con il punteggio di 7-5 6-4.

 

Solida la prestazione al servizio per Shapovalov che ha concesso poco allo spagnolo in risposta. La chiave della partita sta nel computo vincenti/errori del canadese, che ha sì commesso più errori, 23, ma a fronte di ben 31 vincenti; a differenza di Munar che ha commesso meno errori, 10, ma anche meno vincenti, 11. Nel primo set comunque la partita è equilibrata, il primo break per Shapo arriva nel settimo gioco ma nemmeno il tempo di realizzarlo che lo restituisce subito nel game successivo. Munar si dimostra caparbio, un grande combattente, ma all’ennesimo assalto canadese non può nulla, e sul 5-6 consegna il break che decide il set per Shapovalov.

Il secondo set è simile al primo come andamento: prima breakka Shapovalov, poi contro-breakka Munar. Nel settimo gioco il canadese arriva a palla break, che ha le sembianze più di un match point. Dopo aver strappato il servizio allo spagnolo Shapovalov comincia a giocare a braccio sciolto, diventa padrone del campo e padrone di vincere la partita.

T. Daniel – E. Gomez 6-4 6-4

Ottima prestazione per il giapponese Daniel contro l’ecuadoregno Gomez. Partita mai in discussione per il nipponico che vive una notevole giornata al servizio; fondamentale con cui spesso fa fatica ad imporsi.

Nel primo set Daniel conquista un doppio break nel primo e nel quinto gioco. Daniel si rilassa forse troppo, conscio delle situazione di largo vantaggio, e restituisce uno dei due break dopo un lunghissimo ed estenuante ottavo gioco. Niente di grave tutto sommato, Daniel ritarda solo l’inevitabile vittoria del primo parziale per 6-4. Nel secondo set il break che fa la partita arriva nel terzo game; Daniel non si guarda più indietro e chiude agevolmente set e partita 6-4 6-4.

R. Albot – S. Johnson 7-6 (3)7-6(3)

Vittoria del moldavo Albot sull’americano Johnson con un doppio 7-6. Primo set sulle montagne russe con break da tutte le parti: il primo è di Johnson dall’alto dei suoi otto ace (solo nel primo set). Poi Albot torna in partita, breakka lo statunitense, poi perde il servizio, poi breakka nuovamente: insomma si va al tie-break. Anche qui una sequenza di break e contro-break da mal di testa consegnano il primo set al moldavo.

Nel secondo set i break sono due, nel quinto e nel decimo gioco e mandano la resa dei conti al tie-break, forse la più degna delle conclusioni. Qua due brutti passaggi a vuoto costano due punti consecutivi a Johnson che consegna così tie-break e vittoria ad Albot.

QUI IL TABELLONE DELL’ATP 250 DI SEOUL

Continua a leggere

ATP

ATP Race to Turin: Berrettini e Sinner, per entrare tra i primi sette serve un gran finale di stagione

Ai due azzurri serve una mezza impresa per partecipare alla kermesse di fine anno e la concorrenza è folta: la situazione

Pubblicato

il

Matteo Berrettini - Laver Cup 2022 (Twitter @LaverCup)
Matteo Berrettini - Laver Cup 2022 (Twitter @LaverCup)

Si infiamma la corsa per la qualificazione alle Nitto ATP Finals di Torino, in programma dal 13 al 20 novembre 2022. A meno di due mesi dalla manifestazione, la situazione vede Matteo Berrettini e Jannik Sinner dover compiere un mezzo miracolo per riuscire a entrare direttamente tra gli otto maestri che si sfideranno al PalaAlpitour. La situazione è complicata dal fatto che Novak Djokovic, vincitore di Wimbledon, è già quasi sicuro del posto (gli basta terminare tra i primi 20 della Race). Il target per i due azzurri dunque diventa il settimo posto della Race, attualmente occupato da Felix Auger-Aliassime. Jannik questa settimana è di scena all’ATP 250 di Sofia, dove difende il titolo; Matteo, dopo aver preso parte alla Laver Cup (che non assegna punti ATP), prenderà parte salvo sorprese all’ATP di Firenze a partire dal 10 di ottobre.

Al momento sono invece due i giocatori già sicuri al 100% di un posto nei primi otto, gli spagnoli Carlos Alcaraz e Rafael Nadal. Quali altri sono i potenziali protagonisti di Torino? Quanto manca agli azzurri per arrivare tra i primi otto?

La classifica ATP aggiornata è disponibile al seguente link, che porta alla sezione “Sotto Rete” del sito web di Intesa Sanpaolo, main sponsor della manifestazione e partner di Ubitennis.

 

Clicca qui per leggere la classifica ATP aggiornata!

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement