Sinner, la scalata. Un anno da "maestro" per giocare in casa le ATP Finals (Cocchi). Covid-season, parte 2a. Berrettini e la fiducia: "Meglio di un anno fa". Sonego e le Finals: "Per me un sogno" (Azzolini). Tutte le volte che Federer era finito (Mecca)

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Sinner, la scalata. Un anno da “maestro” per giocare in casa le ATP Finals (Cocchi). Covid-season, parte 2a. Berrettini e la fiducia: “Meglio di un anno fa”. Sonego e le Finals: “Per me un sogno” (Azzolini). Tutte le volte che Federer era finito (Mecca)

La rassegna stampa del 2 gennaio 2021

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Sinner, la scalata. Un anno da “maestro” per giocare in casa le ATP Finals (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Tra pochi giorni inizierà ufficialmente il 2021 del tennis. Una stagione che si spera il più possibile vicino alla normalità e che vedrà la sua conclusione con le Atp Finals di Torino. L’atto conclusivo del circuito maschile arriva per la prima volta in Italia dove rimarrà, sempre nel capoluogo piemontese, fino al 2025. Si giocherà al Pala Alpitour dal 14 al 21 di novembre con la speranza di vedere un italiano tra gli otto qualificati in singolare. Mai come adesso le possibilità sono alte, con Matteo Berrettini che inizia la stagione da numero 10 al mondo, Fabio Fognini nuovo di zecca dopo la doppia operazione alle caviglie e, soprattutto, con Jannik Sinner (nella foto) lanciato verso la top 20. Senza dimenticare il numero 3 italiano Lorenzo Sonego che alla fine della stagione 2020 è riuscito nell’impresa di battere Novak Djokovic, numero 1 al mondo, nei quarti di finale di Vienna. […] Osservato speciale Sinner ha chiuso il 2020 da numero 37 al mondo ma se non fosse stato per il congelamento delle classifiche, lo avremmo trovato già tra primi 20 della classifica mondiale. Il 19enne altoatesino allenato da Riccardo Piatti non ama parlare di obiettivi di classifica ma quello che ha messo in mostra nel mozzicone di stagione 2020 non può che essere incoraggiante. Quarti di finale al Roland Garros contro Nadal a cui ha strappato un set, primo titolo Atp a metà novembre a Sofia, Jannik è già l’osservato speciale numero 1 per l’anno appena iniziato. Tanto che lo stesso Rafa lo ha voluto come compagno di allenamento nella bolla di Melbourne alla vigilia dell’Australian Open che partirà l’8 febbraio, primo Slam del 2021. Un primo passo verso il sogno Finals? Jannik cammina coi piedi di piombo: «Tutt vorrebbero raggiungere un traguardo così importante — ha detto dopo la vittoria del titolo Sofia —. Per ora il mio obiettivo ì giocare almeno 60 partite»

Covid-season, parte 2a (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Non è la normalità che il tennis andava cercando. C’è poco da fare. Chi “s’ingrugna fa due fatiche; dicono a Roma. Si va verso la seconda stagione con l’asterisco, da affidare agli almanacchi con una nota a margine: Covid Season, dove niente fu come prima. Si comincia il 7. Delray Beach, Florida, è un torneo che esiste da sempre (si giocava a febbraio). Antalya, Turchia, un torneo invece che esiste da pochissimo, ma sa come vendersi (o svendersi). Tre anni fa era su terra rossa, l’anno dopo su erba (lo vinse Sonego), quest’anno su cemento. L’Australian Open si sposta di tre settimane causando uno tsunami. Cancella gli approdi di Brisbane e Sydney e li spinge a Melbourne, organizzati in una unica “bolla” anti-covid con lo Slam. Chi accetta paga dazio e resta al confino in città, un mese e mezzo con annessa quarantena. Indian Wells ha comunicato che per marzo non ce la fa, ma non intende cancellarsi. Essendo una creatura del Paperone Larry Ellison nessuno metterà fretta. Miami è il primo “big event” confermato nelle sue solite date, va in scena il 24 marzo. Se il vaccino darà una mano, sarà quella la prima data “covid free”? Troppo presto per dirlo. […] Il tennis, anno per anno, crea un suo racconto. Non si può saltare dei capitoli senza smarrirne il filo. E’ la continuità a fare da voce narrante, a distribuire le fatiche e i perché. Il blocco di marzo, protrattosi fino a giugno, ha prodotto un tennis quasi imbarazzante. Il Cincinnati a Flushing Meadows una mostruosità. US Open inguardabili, con una finale priva di senso, giocata da uno (Zverev) e vinta dall’altro (Thiem). Parigi sulla terra bagnata, uno scherzo della natura, con palle che nel corso della partita diventavano nodi come chihuahua (e c’è chi giura, fra i tennisti, di averle sentite abbaiare). Gli unici match da ricordare sono giunti alle Finals, a rodaggio ultimato. Una corrida emozionante in semifinale fra Thiem e Nadal e una finale fra Medvedev e Thiem che il russo ha confezionato con mano da scacchista. Una normalità nella quale continua a non ritrovare il suo posto Federer. Abbandonata l’idea di trascinarsi agli Australian Open (intendiamo sul campo, per il resto c’è la first class), Roger tiene con il fiato sospeso metà del tennis, anche se nessuno lo vede più da un anno. La spiegazione del nuovo stop solleva apprensioni: non è in forma come vorrebbe, lui che non ha mai faticato a trovare le migliori condizioni. Si teme una terza operazione al ginocchio destro, le conseguenze soprattutto. Dovesse saltare anche i mesi di mezzo, con Wimbledon e i Giochi Olimpici, i suoi obiettivi dichiarati, rivederlo in campo rientrerebbe nella categoria dei miracoli. Altrimenti, probabile una ripartenza sul sintetico di Rotterdam a fine febbraio. Su Antalya punta il grosso della truppa azzurra. Hanno deciso per la Turchia Berrettini (prima testa di serie), Fognini (terza), Sinner (settima), Travaglia e Caruso. Da Cecchinato il primo forfait. Mager è in partenza per Delray Beach. Sonego comincerà direttamente in Australia, ma viene da uno stage con Nadal nell’Academy con il toro sul logo. I numeri ci sono (a Melbourne già 9 in tabellone), le qualità anche ma dovranno presto rimettersi in circolo, fluenti e generose. Berrettini ha risolto i problemi alla caviglia. E’ voglioso. Dovrà ritrovare il passo che nel 2019 gli permise di resistere agli scontri più cruenti. Nel 2020 è parso preda d’incertezze causa di irreparabili blocchi. Si sa, sforzarsi di mettere da parte i dubbi – da sempre il segno dell’intelligenza di un individuo – è impresa ardua. Meglio gestirli invitandoli a visitarlo in orari lontani dai match. Il Fogna ricomincia da Mancini. Nuovo coach, antichi obiettivi. Strana coppia, destinata magari a funzionare benissimo. Ma non più strana delle precedenti (Davin e Barazzutti). La scelta di Fabio da tempo cade su coach che da tennisti furono quanto mai distanti dal suo gioco, dalle sue fragilità, quasi il nostro voglia dare forza e contenuti alla parte più instabile di sé. «Voglio togliermi soddisfazioni – annuncia, assicurando che sarà nel Tour per altre tre stagioni – ma tra Finals e Montecarlo scelgo il bis nel Principato». Chi ancora non si pone simili domande è Sinner. Sta facendo tutto in fretta, ma gli chiedono tutti di darsi una mossa. Non il suo team, per fortuna. Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette… L’obiettivo giusto sembra quello indicato, giocare un numero alto di partite. Significa restare nei tornei più a lungo e moltiplicare le possibilità di battersi con i molto forti. Intanto, con i forti Jannik si allea (e si allena). Dato che la bolla di Melbourne consente di allenarsi con un unico partner, Semola si è fatto ingaggiare da Nadal. Se l’obiettivo è diventare campioni, i campioni vanno studiati.

Berrettini e la fiducia:”Meglio di un anno fa” (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«Riparto in condizioni migliori rispetto a un anno fa. Il 2019 è stato un anno speciale, ma ho giocato cosi tanto che la mia caviglia ne ha sofferto. Sono rientrato a Melbourne nel 2020 da infortunato, poi c’è stato il lungo stop per il covid, e tutto è diventato più difficile. […] IL PROBLEMA. «Sono diventato un giocatore da battere, un top ten. Ora è più difficile, ma è il giusto prezzo da pagare. Il mio team mi sostiene, Santopadre è convinto che la mia ascesa sia stata cosi rapida da non concedermi il tempo di immagazzinare e sedimentare tutte le svolte che si sono succedute. Da questo punto di vista, un 2020 senza grandi scosse alla classifica può tradursi in un vantaggio. La voglia di crescere è intatta». GLI OBIETTIVI. «Facile dirlo. Giocare tutti i tornei più importanti. A cominciare dagli Australian Open. Mi porto dietro alcuni risultati del 2019 da confermare e magari migliorare. C’è un ottavo a Wimbledon, insieme con tutta la bella stagione sull’erba. E sullo sfondo, c’è la possibilità di giocare le prime Finals italiane a fine stagione. Il confronto si presenta affascinante»

Sonego e le Finals:”Per me un sogno” (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«I giorni trascorsi a Manacor, nell’Accademia di Nadal, sono stati importanti per l’entusiasmo che mi hanno messo addosso. L’anno parte con una buona notizia, in Australia sarò testa di serie grazie al forfait di Federer. Un peccato non vederlo in campo, con Roger i tornei acquistano sempre un rilievo diverso, ma per me un piccolo tesoro da far fruttare». IL PROBLEMA. «Nessuno in particolare, ma il confronto è ormai di quelli duri da sostenere. Occorre crescere ancora, non smettere di farlo. […] Sono stato tra gli ultimi a battere Djokovic (a Vienna; ndr), un momento esaltante, ma so che ripartire da lì non è facile. E come potrebbe esserlo?» GLI OBIETTIVI. «Il sogno sono le Atp Finals a Torino, la mia città. Ma può prendere forma solo da come riuscirò a giocare i tornei più importanti. Nel 2020 per la prima volta ho raggiunto un ottavo negli Slam, al Roland Garros. La voglia di dare seguito e migliorare questo tipo di risultati è tanta. Essere testa di serie in Australia mi può aiutare, ma il resto ce lo devo mettere io»

Tutte le volte che Federer era finito (Giorgio Mecca, Il Messaggero)

“Non vedremo mai più il Roger Federer di una volta”. Così scriveva Simon Barnes sul Times il 27 giugno del 2013. Il giorno prima era stato costretto ad assistere all’eliminazione del campione in carica, sconfitto al secondo turno da Sergiy Stakhovsky, il numero cento e qualcosa del ranking mondiale. Non succedeva da nove anni, ovvero da trentasei edizioni del Grande Slam, che lo svizzero venisse eliminato prima dei quarti di finale. Basta una sconfitta a fare tabula rasa del passato: sette volte Wimbledon, diciassette Slam, settantasette titoli conquistati fino a quel momento smettono di significare qualcosa. […] Superati i trent’anni le sconfitte non sono mai sconfitte e basta, ma campanelli d’allarme, rappresentano piccoli terremoti, avvicinano di un passo il baratro, il sipario, l’ultima stretta di mano, la parola ex che compare davanti al proprio nome, il momento in cui sarebbe conveniente, elegante e rispettoso nei propri confronti ammettere la resa, dichiarare che lo spettacolo è terminato, game over, finito per sempre. Smetto quando voglio. Due mesi dopo, durante gli Us Open, viene scagliata un’altra pietra. “È evidente che Roger Federer si trovi davanti alla fase finale della sua carriera”, sentenzia Chris Evert commentando la sconfitta del tennista agli ottavi di finale contro Tommy Robredo. “Adesso basta, Roger mio, basta, fermati, ti prego”, lo supplica Gianni Clerici che non vuole assistere allo strazio e all’ostinazione di una leggenda che sembra non accettare che il proprio tempo sia scaduto. Federer in quel momento ha trentadue anni e quando gli chiedono se gli capita mai di pensare al ritiro lui risponde secco di averci già pensato. “E quindi cosa hai deciso di fare?”. “E quindi ho deciso che continuo a giocare”. Quattro anni e zero titoli, “una piccola eternità”, come scrive il giornalista svizzero Renè Stauffer nel suo libro Roger Federer. La biografia definitiva (SperlingeKupfer). Nel 2014 lo svizzero cambia racchetta e allenatore, sceglie di affidarsi all’esperienza di Stefan Edberg che lo aiuta a inventare un nuovo colpo, la Sabr, ovvero Sneak Attack by Roger, cioè attacco a sorpresa di Roger, definito dal New York Times “una mezza volée da kamikaze”. Dal punto di vista dei risultati, che nel tennis professionistico sono la cosa più importante, non raccoglie che le briciole, ai Championships perde due finali consecutive contro Novak Djokovic, il nuovo re: “Adesso basta Roger mio, ti prego fermati”. Come ci si rassegna al declino, al passo indietro durante le premiazioni, agli applausi obbligati nei confronti del vincitore, all’onore delle armi che ti viene concesso, “bravo comunque”, “grazie tante”? Nel 2009, dopo aver perso in finale agli Australian Open contro Rafa Nadal, dopo cinque set, quattro ore e ventitré minuti di partita, Federer non era riuscito a trattenere le lacrime. “It’s killing me”, ammise durante il discorso di premiazione, quella sconfitta lo stava uccidendo. In quel momento aveva ventotto anni, aveva giocato un match perfetto e non era bastato, stava cadendo, ma si sarebbe rialzato. Sette anni dopo anche il fisico, macchina perfetta fino ad allora, lo abbandona. Nei primi mesi della stagione, la numero diciotto da professionista, si rompe il menisco sinistro. Dopo il ginocchio, la schiena, poi di nuovo il ginocchio. Per la prima volta nella sua carriera, dopo sessantacinque apparizioni consecutive nei tornei del Grande Slam, è costretto a rinunciare a giocare il Roland Garros. E l’inizio della fine, i titoli a tal proposito si sprecano, prima di dare forfait a Parigi agli Internazionali d’Italia, aveva perso al terzo turno contro Dominic Thiem, una sconfitta che non gli aveva fatto male come le altre. Il suo obiettivo quel giorno, dirà in seguito, non era vincere, sperava solo di uscire dal campo indenne, senza sentire troppo dolore. Dopo l’uscita in scena dello svizzero, Nadal come al solito razionale, fa notare l’inevitabile: “Guardate che non siamo eterni”. Federer non partecipa nemmeno agli Us Open; “Se vuole tornare a essere competitivo”, assicurano dallo staff, “deve prendersi una pausa più lunga e rinunciare a metà della stagione”. […] La fine del 2016 appare l’anteprima di ciò che è imminente. “Non siamo eterni”. Roger Federer è vecchio, si è rotto, è stato ricucito: basterà? Le domande che lo riguardano sono sempre le stesse e sono tutte lecite: tornerà? Si, ma come? Saremo costretti a vederlo zoppicante, lento, immobile? Può ancora vincere? A trentasei anni e dopo tutta quella gloria non sarebbe meglio, non sarebbe più dignitoso, dire addio? Dopo centosettanta giorni senza tennis, più di mille giorni senza uno straccio di Slam e una clessidra che non si ferma, agli occhi di chi lo guarda scendere in campo, Roger Federer appare come un sopravvissuto, revenant: sguardo scavato, pieno di rughe, pallido, contratto, nessuno lo aveva mai visto sudare, adesso suda, “un’immagine sfocata e un bianco e nero di un vecchio televisore mal sintonizzato”, scrivono sul Daily Mail. Sarà straziante, vergognoso, una rockstar che non tiene più il tempo, a cui all’improvviso manca la voce, farà venire voglia di spegnere il televisore, di abbandonare il campo, di implorargli il ritiro. Meglio la nostalgia della pietà. Sono questi i pensieri che inaugurano gli Australian Open del 2017. Federer, pochi giorni prima, ospite all’Academy di Rafa Nadal a Maiorca, si era limitato a dire: “Sapevo già che la vita è bella anche senza tennis, ma ho la sensazione di avere ancora qualcosa da dire in questo sport”. Aveva ragione lui, come dimostra a Melbourne dove, da testa di serie numero diciassette, sconfigge uno a uno vecchi e nuovi campioni: Nishikori, Berdych, Wawrinka e poi, in finale, Nadal, dopo quasi cinque anni di niente e al termine di una delle partite più belle della storia di questo sport. “Avrei accettato anche il pareggio”, dirà lo svizzero alla fine della partita. E poi: “Spero di rivedervi il prossimo anno. E se non dovesse succedere è stato tutto meraviglioso e non potrei essere più felice di cosi”. Federer vince ancora, nello stesso anno, a Wimbledon, il diciannovesimo titolo della carriera. Per gli amanti dei cerchi che si chiudono e di poco altro, con la clessidra sempre in mano a fare il conto alla rovescia, quello era il momento migliore per dire addio. Come se, dal 2017 in poi, ogni occasione fosse quella buona per ritirarsi. Come scrive Matteo Codignola nel suo Vite brevi di tennisti eminenti (Adelphi) raccontando la carriera di Ken Rosewall, l’australiano numero uno al mondo negli anni Settanta, “Quando da un certo punto in avanti le domande erano tutte diventate perifrasi di una sola, `non pensi sia arrivato il momento di smettere?’, Kenny stupiva i cronisti con un’espressione attonita, o forse con un’espressione e basta”. La verità era che giocare a tennis gli piaceva ancora, e tutto sommato riusciva ancora a togliersi delle soddisfazioni. Alla domanda “Perché continuare?” Federer risponde con un’altra domanda, opposta. “Tutto sommato, perché smettere?”. […] E, ancora oggi, il numero cinque del mondo, non un vecchio mostro sacro che si trascina nel circuito per mancanza di alternative. Proprio per questo, perché smettere? L’undici dicembre scorso lo svizzero ha postato su Twitter un video della Atp, commentando: “Sono eccitato per quello che accadrà”. Pochi giorni dopo il suo manager ha annunciato che non giocherà gli Australian Open, ridando voce a ormai vecchie insinuazioni sui sipari, la fine che si avvicina, che forse è già arrivata, i quarant’anni come sentenza definitiva, la brutta ombra di un grande nome, quella domanda, che oltre a essere noiosa è anche una coltellata da ricevere, anche dopo sette anni: insomma non pensi che sia il caso di smettere, soprattutto dopo due interventi allo stesso ginocchio? Billie Jean King un giorno ha detto che uno dei suoi più grandi rimpianti è stato quello di avere smesso troppo presto (aveva quarant’anni). Secondo l’ex numero uno al mondo ogni giocatore dovrebbe aspirare ad avere una carriera soddisfacente, fatta di alti e di bassi, come accade nella vita reale. Non è obbligatorio ritirarsi da numeri uno, dopo un trofeo alzato al cielo. Soprattutto non c’è nessuno che abbia il diritto di dire a un campione che è arrivato il momento di smettere, nemmeno se pensa di farlo per il suo bene, perché non lo fa mai per il suo bene. Solo chi sta in campo conosce ciò a cui sarà costretto a rinunciare quando gli toccherà uscire per sempre. E cosi bisognerebbe aspettare il ritorno di Federer senza allusioni, domande in sospeso, giudizi sommari, senza paura del giocatore che si presenterà a Wimbledon nel 2021. Il suo obiettivo continua a essere quello di vincere le Olimpiadi di Tokyo, bisognerebbe dargli un’opportunità. Sul campo centrale dell’All England Club continua a esserci il suo nome sul tabellone che mostra il risultato della finale del 2019, vinta da Novak Djokovic 13 a 12 nel quinto set. Il tabellone non indica i due match point che ha avuto lo svizzero. Li ha persi, ci sono stati, non è finita. 

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Matteo e Jannik, coppia da urlo (Mastroluca, Crivelli, Azzolini). Medvedev passa ma che fatica (Bertellino)

La rassegna stampa di martedì 25 gennaio 2022

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La nuova era dell’Italtennis (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

E’ grande Italia a Melbourne. Per la prima volta in uno Slam diverso dal Roland Garros, due azzurri centrano i quarti di finale. Jannik Sinner e Matteo Berrettini, che sfideranno rispettivamente Stefanos Tsitsipas e Gael Monfils per avvicinare ancora un po’ il sogno di una finale tutta tricolore, stanno guidando il nuovo boom del tennis italiano dopo la grande stagione degli anni Settanta. Proprio da quella stagione non si vedevano due italiani così avanti in un major. Era il 1973, a Parigi facevano sognare Paolo Bertolucci, eliminato nei quarti, e Adriano Panatta, sconfitto in semifinale, battuti entrambi dallo stesso avversario, quel Niki Pilic per cui poco dopo si sarebbe scatenato a Wimbledon un boicottaggio senza precedenti. Il ventenne Sinner non ha dato alcun segno di particolare durante il suo debutto sulla Rod laver Arena, peraltro contro l’ultimo australiano rimasto in tabellone nello Slam di casa, Alex De Minaur. Il primo set ha marcato la distanza tra il Sinner attuale, formalmente fuori dai primi dieci del mondo ma con un tennis da top player; e un De Minaur che meno di un anno fa era numero 15 del mondo. L’australiano ha giocato anche meglio, non ha sbagliato scelte, riusciva ad anticipare anche in controbalzo le bordate da fondo dell’azzurro. Ma alla fine il set l’ha vinto Jannik, e la partita non è più stata la stessa. «L’aspetto più importante di questa vittoria — ha detto l’azzurro — è stata la mia capacità di trovare una soluzione alle difficoltà iniziali. Mi sono concentrato per iniziare a servire meglio, e fortunatamente à sono riuscito, e poi ho provato a spingere di più e a far muovere Alex. Mi aspettavo una partita lunga, devo dire che ho alzato il mio livello nel secondo e terzo set». l’ha riconosciuto anche il suo avversario. Jannik, ha detto, «ha giocato meglio quando è calata l’ombra su tutto il campo. La sua palla viaggiava di più per tutto il campo e sappiamo tutti quanta straordinaria potenza sia in grado di esprimere». Il 20enne di Sesto Pusteria, che ha promesso di fare il tifo per Matteo Berrettini conto Monfls, affronterà per la quarta volta Tstsipas. Hanno giocato sempre sulla terra rossa, Sinner l’ha già battuto agli Internazionali BNL d’Italia e pensare che oggi parta alla pari o addirittura leggermente favorito non è un’eresia. […]

Un urlo per la storia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Quando una farfalla sbatte le ali a Melbourne, in Italia cominciano a farsi largo i sogni. Più che teoria del caos, è pratica del talento: dopo Matteo Berrettini, anche Jannik Sinner approda ai quarti degli Australian Open, sigillando un’impresa che in uno Slam al tennis italiano mancava da 49 anni, quando nel 1973 a Parigi furono Adriano Panatta e Paolo Bertolucci a introdursi tra i magnifici otto. Si temeva, per Jannik, l’effetto-casa, inteso come tifo rumoroso e a senso unico a favore del rivale aussie De Minaur, e invece il match è marchiato a fuoco dalla maturità e dalla concentrazione dell’azzurro, dalla sua maggior varietà di soluzioni, dalla capacità di gestire senza apprensioni la palla lineare e pulita di Alex, che evidentemente ne esalta la velocità e la potenza delle controrepliche. Demon dura un set, provando a stuzzicare con pervicacia il dritto di Jan, ma quando il tie break prende la via italiana, la sfida è segnata: da lì, il servizio di Sinner scava la differenza e le sue discese a rete rappresentano un eccellente ed efficace diversivo (addirittura 26 punti su 32). A fine match, una farfalla si posa sul cappellino del numero 10 del mondo e Courier, oggi speaker del torneo, gli ricorderà che successe anche a lui. E poi vinse il torneo. Evocazioni magiche che non scuotono l’umiltà di Jannik: «A 20 anni puoi soltanto crescere. Negli ultimi mesi sono maturato come giocatore, ma soprattutto come persona, che per me è la cosa più importante. Comunque devo crescere ancora tanto sotto qualsiasi aspetto». Intanto però è nei quarti degli Australian Open per la prima volta e con la prospettiva, domani, di una sfida affascinante ma non certo chiusa contro Tsitsipas. Prima, tuttavia, si godrà lo spettacolo dell’amico Berrettini, in campo contro Monfils e avanti 2-0 nelle sfide dirette: «Giocherà in serata, quindi sarò nel letto a guardarmi la partita, come ho già fatto in altre occasioni. Seguire gli incontri di Matteo mi fa solo piacere, perché lo ammiro sia come giocatore sia come persona. Gli dico in bocca al lupo e mi auguro possa vincere ancora». Per incontrarsi, perché no, alla fine di un percorso comune, nell’Eden dei tennisti: una finale Slam. Magari già a Melbourne: «Cosa accadrebbe? Ancora non lo so – confida Jannik – perché non abbiamo mai giocato uno contro l’altro. Speriamo nel futuro di poterlo fare spesso. Matteo è un bravissimo ragazzo e un bravissimo giocatore. Anche il suo team è molto umile e mi piace stare intorno a lui perché credo che posso imparare tante cose. Anche nella Atp Cup, quando l’ho conosciuto meglio e ci siamo allenati insieme diverse volte, ho capito che è una bravissima persona oltre che un ragazzo normale, e io credo che più normale sei e meglio è. In campo è ovvio che vuoi vincere contro chiunque, ma sarebbe più difficile perché un derby avrebbe tante insidie». L’elogio della normalità, che si era riverberato anche dalle parole di Matteo del giorno prima, con annessi i complimenti sentiti a Jannik: «Andiamo d’accordo perché siamo due bravi ragazzi. Ci sentiamo spesso, parliamo delle nostre partite. La nostra non la chiamerei rivalità, semmai sana competizione: a me dà la carica sapere che c’è un altro italiano così forte, mi spinge oltre i miei limiti. Prima o dopo ci affronteremo, e sarà bellissimo. Intanto siamo uno stimolo reciproco per raggiungere risultati sempre più grandi».

Che fenomeno! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Una farfalla si posa su Jannik Sinner. Sceglie il momento dell’intervista e si lascia inquadrare dalla telecamera. Là sul berretto, vicino al rosso dei capelli che di Semola è certo la parte più floreale. È un segnale, dice Jim Courier, nei panni dell’intervistatore entomologo. «Una magia». Certo è così. Non c’è volo di farfalla che non abbia titillato suggestioni, acceso raffronti, ispirato metafore. Teorie persino. Come quella del caos. Il lieve battito d’ali di una farfalla intorno a Sinner provocherà un uragano dall’altra parte del mondo? Ma è da aruspici stabilire di quali annunci sia portatrice la farfalla di Jannik, e non pare il caso di tentare la sorte, sebbene nel giorno che vede il giovane issarsi al pari dei più esperti una riflessione s’imponga su ogni altra, centrata sul mistero che ogni farfalla porta con sé. L’enigma della metamorfosi. Che il bruco Sinner sia definitivamente asceso allo stadio più elevato della propria trasformazione? Ieri, opposto al pedestre Alex de Minaur nei quarti mostra la trasformazione completata da giovane aspirante a campione. Lo abbiamo visto volare come una farfalla e pungere come un’ape. È anche questo un segnale? Courier non avrebbe dubbi. E sono due gli italiani lassù. L’Italia è – al centro dello Slam. Azzurro Tennis, la proposta colore per la moda dei prossimi anni. L’Austalia non ne ha nessuno. L’ultimo è stato messo alla porta da Sinner con facilità. Alex de Minaur ha gambe buonissime ma in confronto a Sinner sembra giocare con un piumino al posto della racchetta, mentre quello è già passato al randello. Il match è durato un set, il primo, e l’unico in cui coach Lleyton Hewitt si sia dato pena di metter su un’espressione da gran cattivo, che fa tanto bischero ma resta il modo più diretto per ricordare al proprio adepto di essere ostile (nell’animo) almeno quanto lo era lui. Sinner poi ha dilagato, alternando molto bene colpi da fondo a qualche discesa a rete. […]

Medvedev passa ma che fatica (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Il n°2 del mondo, Daniil Medvedev si è issato nei quarti ma non è stata una passeggiata. Contro il sorprendente e atipico Maxime Cressy, n. 70 ATP, giocatore serve and volley nome nuovo di questo inizio 2022 (finalista a Melbourne nell’ATP 250) ha dovuto lottare 4 set trovandosi a un punto dal cedere anche il secondo. II russo ha dovuto contrastare il serve & volley del rivale nato in Francia ma di passaporto americano che ha messo in campo un tennis a dir poco spavaldo e vario negli schemi, quanto alterno (18 ace, 18 doppi falli). Contro un avversario che non ha mostrato cali e ha contribuito allo spettacolo, Medvedev ha fatto valere la legge dell’esperienza, ha giocato anche sul piano psicologico, protestando con il giudice di sedia, chiedendo un time out per il bagno («Non posso fare pipì e per lui niente violazione di tempo?»). Ha provato insomma a destabilizzare l’americano. II solito Medvedev, insomma, ormai anche personaggio. Che se la prende anche con gli organizzatori «Possibile che non abbia ancora giocato, con il mio status, nella Rod Laver Arena?». Per un posto in semifinale sfiderà Felix Auger Aliassime che ha centrato la prima vittoria di sempre dopo 3 sconfitte con il croato Marin Cilic. Primi quarti nel draw femminile di uno Slam, al suo 63° tentativo, per la 32enne nizzarda Alizé Cornet. A Melbourne era arrivata al massimo negli ottavi, nel 2009. Per farlo la transalpina ha battuto l’ex n.1 Simona Halep. Battaglia aspra anche per il caldo torrido che le ha più volte messe in difficoltà, in particolare la Halep. Dopo 2 ore e 35′ e con tanto di pianto liberatorio Alizè si è imposta in 3 set, un altro scalpo importante dopo quello dell’iberica Garbine Muguruza. Alla fine intervista sul campo e siparietto con Jelena Dokic che ha ricordato l’ultimo ottavo giocato dalla transalpina a Melboume; «Era il 2009, tu stavi giocando contro Dinara Safina e la vincitrice sarebbe stata la mia avversaria, e ricordo che tu non sfruttasti un match point; perciò voglio abbracciarti». La Cornet, emozionala, ha risposto: «Mi piaceva tanto il tuo gioco, avrei voluto affrontarti, fu un grande dolore, ma 13 anni dopo sono qui. Dopo mezz’ora eravamo quasi in fin di vita ma abbiamo lottato per 2 ore e mezza. Simona è una vera lottatrice. II sogno si è avverato, non è mai troppo tardi per provarci ancora. Dopo 30′ le mani mi tremavano, non vedevo bene, ma il box mi ha aiutata». 

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Matteo c’è (Pierelli). Berrettini senza limiti (Mastroluca). Berrettini, ace e record: “Sto facendo cose grandi” (Piccardi). Ace e pazienza Berrettini come nessuno (Rossi)

La rassegna stampa di lunedì 24 gennaio 2022

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Matteo c’è (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello sport)

Alla fine si ritorna sempre a quella partita lì, che rivelò al mondo intero di che pasta fosse fatto Matteo Berrettini. Era l’estate 2019 e allo Us Open l’allievo di Vincenzo Santopadre diede una decisa sterzata alla sua carriera: la partita vinta al tie-break del quinto set con Gael Monfils lo spedì dritto dritto fra i grandi, prima di perdere in semifinale contro Rafa Nadal, che poi vinse il torneo. Da allora è cambiato tutto: la consapevolezza nei propri mezzi, l’esperienza, la solidità mentale e la finale a Wimbledon contro Djokovic, l’unico capace di fermarlo negli ultimi tre Slam. Maturato Così Berrettini domani, ancora nei quarti, incrocerà le lame un’altra volta con Monfils, battuto anche nell’altro precedente (nell’Atp Cup 2021) ma che non è da sottovalutare: finora non ha lasciato per strada neanche un set. E l’imprevedibile francese è pur sempre uno che ha raggiunto due semifinali Slam (Roland Garros 2008 e Us Open 2016) e che quest’anno, a 35 anni suonati, è partito come meglio non poteva, vincendo anche il torneo di Adelaide.

[…]

 

Ingiocabile di sicuro, se Matteo riuscirà a servire come ha fatto contro Carreno Busta la strada sarà quantomeno in discesa. Nel match contro lo spagnolo i numeri parlano da soli: 28 ace (sono 80 nel torneo…), 87% dei punti con la prima e una sola palla break concessa in tutto l’incontro durato due ore e 24 minuti, lungo i quali il pur indomito asturiano non ha mai dato la sensazione di poter girare la partita. «Credo che al servizio sia stata una delle prestazioni più importanti della mia carriera. Avevo la sensazione che lui non riuscisse a leggere la mia battuta. Così avevo maggiore libertà di azione e maggiore tranquillità durante lo scambio. Sono stato attento, ho giocato un match molto solido». Che gli ha permesso di diventare il primo italiano capace di raggiungere almeno i quarti di finale in tutti e quattro i tornei dello Slam, un dato che certifica più di ogni altro la qualità dell’allievo di Vincenzo Santopadre, che ha compiuto massi da gigante negli ultimi tre anni.

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Tra l’altro, Berrettini è solo il quarto italiano a raggiungere i quarti di finale agli Australian Open dopo Giorgio De Stefani (1935), Nicola Pietrangeli (1957) e Cristiano Caratti (1991): nessuno di loro si è mai spinto più in là. E forse Matteo ci sarebbe già riuscito lo scorso anno quando si dovette ritirare dal torneo prima di giocare gli ottavi contro Tsitsipas per l’infortunio agli addominali.

[…]

Berrettini senza limiti (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

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Berrettini, che ha servito più ace di tutti all’Australian Open finora, è diventato così il terzo italiano con più quarti di finale Slam all’attivo (5), e il primo ad averne raggiunto almeno uno in tutti i quattro major, traguardo a cui sono arrivati solo in 49 nell’era Open. «Non lo sapevo, me l’hanno detto dopo la partita. Ovviamente mi fa piacere, vuol dire che sto facendo qualcosa di buono – ha commentato – Non avrei mai immaginato di poter realizzare tutto questo, di poter togliere un record a qualcuno». Nello Slam australiano, solo tre italiani prima di lui erano andati così avanti: Giorgio de Stefani (1935), Nicola Pietrangeli (1957) e Cristiano Caratti (1991). Nessuno ha mai centrato la semifinale. Berrettini ha altri due motivi per sognare. Intanto è virtualmente numero 6 del mondo, e sarebbe il suo best ranking. Poi si giocherà da favorito la sfida per la semifinale contro Gael Monfils, benché il francese stia giocando con una serenità che combinata ai talenti multiformi può mettere paura. LA PARTITA. Il numero 1 italiano ha giocato con l’autorevolezza dei campioni, capaci di indirizzare le partite esaltando l’efficacia dei colpi forti nei momenti in cui conta di più. Berrettini ha da subito tolto fiducia allo spagnolo, con almeno un ace a game in otto dei suoi primi dieci turni di battuta. Ha continuato a martellare, come dimostra il 77% di prime di servizio in campo da cui ha ricavato 1’88% di punti. Numeri che rappresentano una condizione necessaria ma non sufficiente a far funzionare lo schema base, la combinazione servizio-diritto che ha spezzato la resistenza del numero 21 del mondo. Carreno ha provato a mettere in campo le sue anni, il suo tennis geometrico, solido, per molti sfiancante. Ma contro un Berrettini così sarebbero servite espiosività in risposta e variazioni in modo da prendere il controllo del gioco. Doti che lo spagnolo non possiede in quantità tali da minare la forza tranquilla dell’azzurro, che ha chiuso con più del doppio dei colpi vincenti, 57 a 27, e anche tre gratuiti in meno, 27 a 30.

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Il prossimo step, la sfida contro Monfs, porta con sé ricordi positivi. Il romano l’ha sconfitto in Australia un anno fa nell’Atp Cup e soprattutto nel 2019, al tiebreak del quinto set, in uno storico quarto di finale dello US Open. Quel successo gli avrebbe fatto vivere la prima semifinale Slam della sua carriera. «Spero di riuscire a ripetere quella prestazione – ha commentato l’azzurro – Gael ha 10 anni più di me, ma fisicamente sembra i più giovane: è in perfetta forma e corre tanto. Ha grande esperienza, ha giocato tante partite di questo livello negli Slam, ma a queste situazioni comincio ad abituarmi anche io». Corteggiato anche da Netflix (la coppia con Ajla Tomljanovic attira l’attenzione dei produttori della docuserie in lavorazione presenti a Melbourne) Berrettini non ha nessuna intenzione di fermarsi qui.

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Berrettini, ace e record: “Sto facendo cose grandi” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Se a precederlo, lungo la strada della sua personalissima leggenda, è quel servizio (Ieri 28 ace, un doppio fallo, 87% di punti con la prima), Matteo Berrettini può fare ciò che vuole. «Davvero sono il primo italiano che si qualifica per i quarti di finale in tutti e quattro gli Slam? — chiede dopo aver demolito negli ottavi Pablo Carreno Busta, l’ex top ten che a un certo punto esaurisce le idee: impossibile rispondere a man in black —, beh, mi fa piacere, significa che sto facendo grandi cose. Mai lo avrei immaginato quando da ragazzino venivo qui a giocare il torneo junior sperando, un giorno, di qualificarmi per quello vero. E una grande sensazione». Piccoli gladiatori crescono. I tre set impeccabili con lo spagnolo (7-5, 7-6, 6-4) valgono importanti conquiste: il quinto quarto Slam in carriera, il quarto consecutivo perché un anno fa, in Australia, Matteo era stato costretto al ritiro per un infortunio agli addominali (l’ottima notizia è che Berrettini, dopo Melbourne, non avrà punti da difendere fino ad aprile). Il successo su Carreno Busta, inoltre, permette all’azzurro di scavalcare In classifica il russo Andrei Rublev, eliminato dal vecchio Cilic rivitalizzato dalla Coppa Davis: Matteo diventa numero 6 virtuale, best ranking.

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Dall’altra parte della rete, stanotte, infatti Berrettini trova il funambolico francese Gael Monfils, che a 35 anni, fresco del matrimonio con la collega Elina Svitolina, sta vivendo una seconda giovinezza. A livello Slam, Matteo ha assaggiato il tennis fisico e inesauribile del francese nel 2019, nei quarti all’Open Usa nella stagione della sua esplosione: «So perfettamente cosa aspettarmi — spiega —, una battaglia senza esclusione di colpi. All’epoca, a New York, ero meno consapevole dei miei mezzi: era il mio primo quarto Slam e la mia prima volta sull’Arthur Ashe, che è sconfinato. Oggi mi sento più sicuro, più maturo e gioco meglio a tennis. Monfils sta giocando davvero bene però io non ho usato tantissime energie fisiche e mentali con Carreno, quindi sarò pronto».

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Carreno non è riuscito a leggere il suo servizio («Una delle migliori prestazioni della mia carriera»), permettendogli di affrontare i turni in risposta a mente sgombra. E un Berrettini sereno, diventa un’arma letale. 

Ace e pazienza, Berrettini come nessuno (Paolo Rossi, La Repubblica)

L’urlo di Matteo Berrettini, dall’altra parte del mondo, è di pura gioia. Da oggi può fregiarsi di un altro primato: essere il primo, e quindi l’unico, tennista italiano ad aver raggiunto i quarti di finale di tutti gli Slam.

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Urla dunque, alza orgoglioso il muscolo e ne ha ben donde: i suoi 28 ace spiegano quasi tutto il come ha battuto lo spagnolo Carreno Busta e, durante il match, più d’uno — su Twitter — ha postato e abbinato l’immagine di Berrettini/Thor con il suo martello. Ma non è solo potenza, questo ragazzo romano: sarebbe riduttivo sintetizzare così il suo gioco, nel suo tennis ci sono molti altri ingredienti. E lo conferma il viaggio che il ragazzo di coach Vincenzo Santopadre ha intrapreso: in due anni e mezzo Berrettini ha realizzato alcune cose. Quali? Una semifinale agli Us Open, un quarto di finale al Roland-Garros e la finale a Wimbledon (primo e unico italiano). Oggi, 2022, Melbourne. E stavolta non trova (grazie al governo australiano) Djokovic, l’unico ad averlo battuto negli Slam del 2021.

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In questo Australian Open, di pazienza, Berrettini ne ha già avuta tanta: dal gestire il mal di pancia (ma l’Imodium l’ha molto aiutato) al cercare — fiducioso — la crescita di condizione, fino nel monitorare i postumi della caduta (con caviglia storta) durante il match contro Alcaraz. Per questo il Berrettini di ieri ha spaventato e preoccupato più di qualche rivale candidato al titolo: la fiducia mostrata, dopo lo spavento della possibile rimonta (sempre contro Alcaraz), ha alleggerito l’animo del nuovo numero 6 del mondo (e nel migliore dei casi potrebbe salire di un’altra casella), e ad accorgersene è stato il povero Carreno Busta. E adesso? Si scrive Melbourne, ma si legge New York 2019. Sembra un déjà-vu clamoroso, per lo Slam che lanciò l’azzurro nel firmamento. Ai quarti c’è Gael Monfils e, volendo guardare più in là con il naso, Rafael Nadal. Esattamente come in quegli Us Open.

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“Mi ricorda il percorso fatto, gli affetti di casa e mi tiene saldo nei momenti di sbandamento che il circuito e la vita comunque ti presentano». Anche per questo si è tatuato la rosa dei venti: serve per tenere la bussola, «e anche perché i tatuaggi mi piacciono».

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Rassegna stampa

Sinner conquista gli ottavi (Crivelli, Azzolini, Mastroluca)

La rassegna stampa di domenica 23 gennaio 2022

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Più forte ragazzi! (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Sorridiamo. Sono ben lontani i tempi in cui per gli italiani la seconda settimana di uno Slam rappresentava un viaggio verso l’ignoto. Lo Slam degli antipodi, per collocazione geografica e temporale, è sempre stato il più ostico, ma il rinascimento azzurro ha scrostato anche queste antiche ruggini e per la terza volta in quattro anni due nostri eroi sono agli ottavi: nel 2018 toccò a Seppi e Fognini, l’anno scorso a Fognini e Berrettini, quest’anno a Berrettini e Sinner. Dunque, tutto l’arco evolutivo delle racchette azzurre, in un passaggio graduale di consegne che adesso spedisce nella fase calda del torneo una coppia d’assi. Perché Matteo, in campo stamattina alle 11 contro lo spagnolo Carreno, e Jannik, domani impegnato contro De Minaur, portano orgogliosi sulle spalle la fiera ambizione di arrivare fino in fondo. Non saranno due incroci semplici, ma la classifica, le qualità tennistiche, la solidità di rendimento delle ultime stagioni indirizzano la bussola verso il tricolore. Certo l’ineffabile Sinner, contro il prossimo rivale australiano, gambe di caucciù e capacità sublime di appoggiarsi al ritmo altrui, non potrà concedersi le pause mentali mostrate contro Daniel. Prima volta agli ottavi a Melbourne, adesso a Jannik mancherebbe solo Wimbledon per completare il piccolo filotto: «Sono molto felice di come stanno andando le cose, il match è stato particolarmente duro. Dopo un’ottima partenza ho iniziato a commettere qualche errore di troppo mentre il mio avversario cresceva, nel secondo set sono calato d’intensità ed era già accaduto nel primo, sul 3-0. Negli Slam può succedere ed è un attimo che l’avversario rientri in partita. Se avessi ottenuto il break nel primo game del secondo set sarebbe andata diversamente. Ma io devo imparare a mantenere un determinato livello per tante ore. Sono arrivato alla seconda settimana, adesso testa al prossimo match che sarà altrettanto duro: vedremo cosa accadrà. Non mi preoccupa il pubblico contro, ma lui in casa gioca sempre bene. Nel giorno di riposo cercherò di gestire bene l’off court. Quando allenarsi, come comportarsi. Io credo di avere tanto margine in qualsiasi cosa. Dovrò alzare di sicuro il livello di gioco». Passando a Berrettini, ieri Matteo si è particolarmente dedicato alla fisioterapia dopo le oltre 4 ore di battaglia contro Alcaraz e la storta alla caviglia destra (senza conseguenze) del quinto set. Lo attende un altro esame non semplice di spagnolo: Carreno, 21 Atp, non prende gli occhi ma è assai solido, sta giocando in fiducia e nelle giornate di grazia può trasformarsi in un muro che rimanda tutto.

Sinner cresce così (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Nel suo lungo apprendistato, spinto da un genuino bisogno di apprendere che non può che fargli onore, Jannik Sinner farà bene a ricordarsi di questa serata australiana, nella quale ha fatto la conoscenza di Taro Daniel, giapponese di mamma e passaporto, americano di padre e di nascita. […] Sembra un effetto ottico, Taro Daniel. Appare leggero, ma colpisce duro. Dà l’impressione di essere basso, perché si ingobbisce nelle corse, ma è sopra il metro e novanta. Sui colpi non è mai violento, tende piuttosto a non dare peso alla palla, un’esca alla quale i moderni ribattitori non resistono. Vi si avventano contro e la sbattono in tribuna. Berrettini l’ha incontrato una prima volta a Belgrado, e nel secondo set mancò poco che si addormentasse. Rinvenne a inizio del terzo e risolse la questione con le armi che gli sono proprie, prendendolo a mazzate. Sinner ha fatto lo stesso, uscendo di scena per un set intero, il secondo, nel quale nemmeno sembrava più lui. Poi nel terzo set è tornato a manovrare i colpi, cauto all’inizio poi sempre con maggiore slancio. Alla fine, il giovane Semola ne è sortito bene. Ha vinto a mani basse il quarto e ha agganciato il carro degli ottavi. È la prima volta in Australia. Contro Alex De Minaur, il prossimo avversario, potrà dimostrare che l’assopimento di ieri era stato causato dal tennis mortifero di Daniel, non dalla sopraggiunta stanchezza né da un abbassamento di forma. De Minaur gli offrirà schemi più rapidi, colpi più sostenuti, e lui potrà tornare a spingere come gli pare e piace. «Avrà il pubblico dalla sua ed è giusto così, ma non è la prima volta che mi capita di sfidare il beniamino di casa e devo dire che la cosa non mi mette alcuna pressione. Piuttosto, devo fare di più e meglio rispetto a quanto fatto con Daniel. E’ stato un match complicato, nel quale lui è stato solido e non ha regalato nulla. All’inizio giocavo bene, sentivo la palla, variavo il gioco, poi non sono più riuscito a farlo. Negli Slam il livello del tennis va tenuto alto per molte ore, questo è l’insegnamento che mi è giunto dal match».

Sinner chiama in campo McEnroe (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Una buona abitudine, da conservare e non dare per scontata. Per il sesto Slam di fila, l’Italia vanta due giocatori negli ottavi nel tabellone di singolare maschile. La serie, avviata da Matteo Berrettini, l’ha completata ieri Jannik Sinner navigando anche controvento in una partita piena di insidie nascoste contro il giapponese Taro Daniel. «È stato un match molto duro. Dopo un’ottima partenza ho iniziato a commettere qualche errore di troppo mentre il mio avversario cresceva, devo imparare a mantenere un determinato livello per tante ore» ha detto Sinner che ha chiuso 6-4 1-6 6-3 6-1. Ancora imbattuto nel 2022, a 20 anni e 5 mesi ha già raggiunto almeno gli ottavi in tre Slam su quattro. È il primo Under 21 che, complessivamente, si è spinto quattro volte alla seconda settimana di un major dai tempi di Juan Martin Del Potro tra il 2008 e il 2009. A questo punto sognare non è un azzardo. Sinner sfiderà infatti il suo “amuleto” Alex De Minaur, che ha sconfitto nella finale delle Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals, il trofeo che l’ha fatto conoscere al grande pubblico, e nel percorso verso il primo titolo ATP a Sofia nel 2020. Sulla KIA Arena, Sinner ha dovuto governare il vento e gestire il tennis spavaldo del giapponese nato a New York e forgiato in Spagna che aveva eliminato Andy Murray in tre set. L’inizio è incoraggiante, ma presto Sinner appare meno reattivo, più lento negli spostamenti. Indietreggia in risposta, palleggia contro un avversario che schizza come una molla e alla prima occasione prende il campo per accorciare ancora di più i tempi di gioco. All’inizio del secondo set, l’azzurro chiede calma rivolto al suo angolo, ma è il primo a perderla. Si inviluppa dentro una serie di errori e scelte confuse, perdendo il primo set del torneo. Ma quando riprende il timone, si rivede la miglior versione di Jannik. E la partita si è rimessa sulle lunghezze d’onda della logica. A quel punto Daniel non ha più avuto chances. «Nel secondo set sono calato d’intensità, nelle partite al meglio dei cinque set può succedere. Basta poco per rimettere l’avversario in partita – ha ammesso l’azzurro – Ma sono arrivato alla seconda settimana, adesso testa al prossimo match che sarà altrettanto duro: vedremo cosa accadrà. Certamente non è semplice giocare con il pubblico contro, e De Minaur in casa gioca sempre molto bene». Anche l’australiano sa bene cosa aspettarsi: «un’immensa potenza di fuoco – ha detto – Devo riuscire a non farmi sbattere da un angolo all’altro del campo e comandare il gioco». Intanto, tiene ancora banco il toto-nomi per individuare chi sarà l’uomo in più che Sinner ha annunciato si aggiungerà al suo staff. Tra i più papabili, anche se spesso sono proprio loro a entrare papi in Conclave e a uscirne solo cardinali, c’è John McEnroe che ha già lavorato con Riccardo Piatti aiutando Milos Raonic a raggiungere la finale a Wimbledon nella stagione migliore della sua carriera. L’icona del tennis USA si era auto-candidato al ruolo, anche solo come super-consulente. Ieri Sinner ha fatto crescere ancora di più le aspettative. «Sappiamo tutti che è una leggenda, quindi sì, mi piacerebbe essere allenato da lui. Vediamo che succede».

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