Sonego in finale, l'erba è tricolore (Mastroluca, Crivelli, Bertellino, Mecca). Berrettini sogna, evitato Djokovic. Azzurri da record, sono 10 in campo (Crivelli, Mastroluca, Semeraro). Sorteggio pro Djokovic (Azzolini). Nel mondo del Djo del tennis (Castaldini). Berrettini: "Il tennis per me è gioia" (Valesio)

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Sonego in finale, l’erba è tricolore (Mastroluca, Crivelli, Bertellino, Mecca). Berrettini sogna, evitato Djokovic. Azzurri da record, sono 10 in campo (Crivelli, Mastroluca, Semeraro). Sorteggio pro Djokovic (Azzolini). Nel mondo del Djo del tennis (Castaldini). Berrettini: “Il tennis per me è gioia” (Valesio)

La rassegna stampa del 26 giugno 2021

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Sonego in finale, l’erba è tricolore (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

Lorenzo Sonego ha regalato all’Italia la nona presenza in finale nel circuito ATP di questo anno 2021. A Eastbourne, il torinese ha sconfitto 6-1 3-6 6-1 Max Purcell, finalista all’Australian Open in doppio nel 2020, e confermato un’ottima tradizione per gli azzurri sull’erba. […] SFIDA A DE MINAUR. Il ventiseienne torinese, che proprio sull’erba ha conquistato il primo trofeo nel circuito maggiore, ad Antalya nel 2019, sfiderà il numero 18 del mondo Alex De Minaur che ha eliminato il coreano Kwon in semifinale. Il 22enne di Sydney, terzo australiano sulla strada di Sonego questa settimana, ha vinto l’unico precedente l’anno scorso a Parigi-Bercy. «Sono molto felice, è la mia seconda finale sull’erba. Giocare qui mi piace molto – ha detto il numero 3 azzurro -, posso attaccare di più con il servizio, scendere a rete, fare qualcosa di diverso. Poi se riesco a rispondere bene, allora sull’erba posso sempre fare grandi risultati». GIORGI OUT. Si chiude invece senza lieto fine la settimana di grandi soddisfazioni di Camila Giorgi. Infatti, dopo aver battuto due Top 10, la ceca ‘Karolina Pliskova e la bielorussa Aryna Sabalenka, la numero 1 italiana si è dovuta ritirare nella semifinale del torneo di Eastboume, un WTA 500 che rappresenta l’ultima tappa di avvicinamento (con l’evento tedesco di Bad Homburg) prima di Wimbledon. Recuperato un break di svantaggio, Giorgi ha dovuto abbandonare il match quando era sotto 5-4 contro l’estone Anett Kontaveit. Numero 27 del mondo, ma con un passato da Top 15, Kontaveit affronterà in finale l’ex campionessa del Roland Garros Jelena Ostapenko

Anche Sonego è caldo. Atterra in finale e oggi sfida De Minaur. La Giorgi si infortuna (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Ormai è un party prolungato. Ogni settimana, un italiano veste i panni di Superman e vola fino alle fasi calde di un torneo: quelle, per intenderci, in cui si decide il vincitore. Sette giorni fa toccò a Berrettini annettersi il prestigioso Queen’s, oggi ci prova Sonego a Eastbourne: e il fatto che si tratti di due appuntamenti sull’erba, superficie reietta fino a qualche anno fa, certifica una volta di più la qualità della rivoluzione azzurra. Su misura […] Contro l’australiano Purcell, tra i primi 50 del mondo in doppio ma appena 283 in singolare dove però sta cominciando a raccogliere i frutti del lavoro atletico con il fratello triathleta, un parziale iniziale di otto punti a uno indirizza il primo set verso l’ex attaccante delle giovanili del Toro, che però ha un passaggio a vuoto nel sesto game del secondo set e finisce per perdere il servizio e consegnare la parità all’avversario, prima di tomare a dominare nel terzo (6-1 3-6 6-1 il punteggio). Per Sonego è la seconda finale stagionale dopo il trionfo di aprile a Cagliari: «Con appena due tornei sull’erba prima di Wimbledon, è difficile adattarsi, ma il mio gioco è fatto su misura per l’erba perché servo bene e se riesco a rispondere con efficacia, posso ottenere buoni risultati tutte le settimane. È stato un match duro, Max è un gran lottatore e un avversario pericoloso. Nel terzo ho ritrovato il mio tennis, riuscendo ad essere più aggressivo. Qui ci sono anche tanti italiani a seguirmi e per me il tifo è importante: appuntamento alla finale». Che oggi alle 15.40 (diretta Supertennis) lo opporrà all’australiano De Minaur, sbarazzatosi in 81 minuti con il punteggio di 6-3 7-6 (2) del coreano Kwon, il secondo lucky loser arrivato in semifinale (l’altro era appunto Purcell), prima volta dal 1990, quando l’Atp cambiò la struttura dei tornei. Stop and go Non festeggia invece la Giorgi, che si ritira sul 5-4 per l’estone Kontaveit nel primo set a causa di un fastidio alla coscia sinistra, già abbondantemente fasciata. Camila, passata dalle qualificazioni, prima della semifinale aveva vinto tre partite sempre in tre set e la fatica le ha presentato il conto, convincendola a non forzare in vista dell’incombente Wimbledon (che intanto perde per infortunio la campionessa in carica Halep). In finale c’è anche la rediviva lettone Ostapenko per una sfida tutta baltica.

Sonego, l’erba è casa tua (Roberto Bertellino, Tuttosport)

«Mi piace giocare sull’erba – ha ribadito con il sorriso Lorenzo Sonego – e amo questo torneo, anche se è la prima volta che lo gioco. Servo bene e il fondamentale mi aiuta su questa superficie». […] Sonego ha piegato come da pronostico, ma al termine di un match non banale, il 23enne australiano Max Purcell, lucky loser che nei quarti aveva interrotto la corsa di Andreas Seppi impedendo il derby azzurro in semifinale. Prima frazione a senso unico, con l’azzurro efficace nei turni di battuta e pronto a rispondere con precisione certosina al rivale, ancora una volta (come gli è successo più volte in settimana) autore di una partenza lenta. Solo quattro i punti concessi da Sonego nei suoi turni di servizio. La seconda frazione ha avuto una svolta imprevista nel sesto gioco, con l’allievo di Gipo Arbino in battuta. Dopo aver visto sfumare sei palle game per il 3-3 è arrivato il primo break del match in favore di Purcell, fattosi via via sempre più aggressivo. L’australiano ha accelerato e Sonego si è innervosito, cedendo la frazione. Nella terza è stato bravo a resettare quanto appena accaduto e trovare il break del 2-0 risalendo dal 15-40. Purcell ha interrotto la serie dell’azzurro nel quarto gioco ma la sinfonia è ripresa per altri tre game vincenti e il passaggio in finale dopo 1 ora e 38 minuti. «Sono già concentrato sul prossimo match – ha detto Sonego – dopo una partita non facile come questa contro un ottimo giocatore. Bravo lui a giocare bene a rete rendendomi la vita difficile nel secondo set. Altrettanto io a cambiare tattica e ritrovare nel terzo il giusto ritmo». Sonego cercherà oggi il terzo titolo di carriera contro Alex De Minaur, n° 18 del mondo e n° 2 del seeding. Un solo precedente, nel Masters 1000 di Parigi Bercy 2020 in favore del “demonio” australiano. La giornata azzurra a Eastboume si era aperta sul centrale, in ritardo di oltre tre ore sul programma previsto causa pioggia, con la semifinale WTA 500 tra Camila Giorgi e l’estone Anett Kontaveit. Match di alto livello fin da subito, con le due protagoniste abili nel tenere i rispettivi servizi fino al 4-3 Kontaveit. Camila Giorgi ha avuto diverse opportunità per cogliere il break, ma l’avversaria è sempre stata brava ad annullargliele con autorità. Al nono tentativo, però, l’azzurra è riuscita nell’intento, con un tracciante di rovescio bimane, per il 4-5. Sul colpo vincente ha accusato un problema alla coscia sinistra, già fasciata da due giorni. Dopo un breve consulto è arrivata la decisione del ritiro, speriamo cautelativo in ottica Wimbledon. Rammarico per la conclusione ma applausi per la sua miglior settimana 2021. Lunedì prossimo, grazie alla raggiunta semifinale, Camila risalirà in classifica WTA al posto n° 62, con un balzo di 13 posizioni rispetto alla precedente. Kontaveit oggi in finale contro la lettone Ostapenko. SFIDA CON QUERREY MEDVEDEV IN FINALE A MAIORCA (r.b.) Daniil Medvedev ha vinto in rimonta la semifinale dell’ATP 250 di Maiorca, su erba iberica per una “prima” del circuito nella patria di Rafael Nadal. Alla soglia delle due ore di gioco ha avuto la meglio sul giocatore di casa Pablo Carreno Busta. Chiusura al servizio con il decimo ace dell’incontro Oggi sfiderà Sam Querrey. Alle battute finali anche l’AspriaTennis Cup di Milano, Challenger ATP. Tra i protagonisti delle semifinali odierne c’è anche il romano Gian Marco Moroni che nei quarti ha fermato 6-3 7-5 il qualificato Duje Ajdukovic. Moroni, in tabellone con wild card e ottava testa di serie, sfiderà il francese Hugo Grenier che ha fermato la corsa del serbo Pedja Krstin con un doppio 6-4. 

Sonego, che rivincita sull’erba. Oggi in finale a Eastbourne, poi la testa sarà a Wimbledon (Corriere, edizione Torino)

[…] Per fortuna continua a preferire la racchetta, la musica non gli ha dato alla testa. Prima dei tormentoni viene il tennis che in questo mese è soprattutto erba, Regno tra mito, fragole e champagne, Eastbourne prima, Wimbledon poi. Ma procediamo con ordine, una tappa del tour alla volta. ll torinese è in finale nel torneo Atp 250 dopo aver sconfitto Max Purcell, australiano numero 283 del mondo. Oggi affronterà l’australiano Alex De Minaur — numero due del tabellone, che in semifinale ha superato (6-3 7-6) Kwon Sono-woo — per conquistare il suo secondo titolo in stagione dopo quello vinto sulla terra rossa di Cagliari. Nonostante la disparità nel ranking, nel gioco e nel livello tecnico, Sonny ieri pomeriggio ha voluto complicarsi la vita, perdendo un set, il secondo, per la prima volta dall’inizio del torneo. D’altronde vincere facile non gli è mai piaciuto e non gli appartiene. Anche ieri ha preferito soffrire (e far soffrire chi gli sta intorno) per qualche quarto d’oro prima di rimettersi in carreggiata e concludere la pratica in poco più di un’ora e mezza, 6-1 3-6 6-1. Il giocatore torinese, per prepararsi all’atmosfera londinese ha pure provato qualche serve and volley, scendendo spesso a rete per chiudere il punto, proprio come ai vecchi tempi quando l’erba era una questione per volleutori e tuffatori. «Mi piace giocare sull’erba», ha dichiarato il torinese a fine match ricordandosi del suo primo titolo Atp conquistato, proprio sul green di Antalya, in Turchia, nel 2019. Oggi pomeriggio si ritorna in campo, con lo sguardo rivolto per metà alla partita di giornata ma per metà, com’e giusto che sia, ai Championships e al torneo più prestigioso del mondo, in cui sarà la testa di serie numero 23 per la prima volta in uno Slam. Sonny partirà per Londra in piena fiducia dopo questa settimana di conferme e di gioco di attacco. Ad aspettarlo al primo turno di Wimbledon ci sarà il portoghese Pedro Sousa, numero 121 del ranking e terraiolo doc, e siccome quando si tratta del torinese sognare è dovuto e anzi è diventato obbligatorio, agli ottavi di finale se i pronostici saranno confermati dovrebbe incontrare Daniil Medvedev, numero due al mondo. Visto come ha giocato al Foro Italico contro il numero uno Djokovic, è lecito ritenere che non abbia paura di nessun avversario, pur con tutto il rispetto dl cui e capace. Dalla terra rossa romana alI’erba londinese, Il sogno di giocare le Atp Finals a Torino il prossimo novembre, sempre li, a portata di mano, dietro l’angolo dl casa sua e dei campi dove si allena ogni giorno da tutta la vita.

Berrettini sogna, evitato Djokovic. Azzurri da record, sono 10 in campo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] I Championships, infatti, hanno sempre rappresentato lo Slam più ostico per i nostri, mai troppo avvezzi a una superficie che si frequenta appena tre settimane all’anno e così diversa dalla terra dove sono cresciuti. Perciò, abbiamo vissuto di bei ricordi (la semifinale di Pietrangeli del 1960), di grandi rimpianti (il quarto di finale perso da Panatta contro l’abbordabilissimo Du Pré nel 1979) e di exploit isolati (i quarti di Sanguinetti nel 1998) . Pericolo evitato Ma il nuovo rinascimento azzurro sta riscrivendo la storia anche perché riesce ad abbattere tradizioni avverse consolidate: così, nell’edizione 2021 che riporta Wimbledon in calendario dopo la forzata pausa di un anno causa pandemia, non solo ci presentiamo con 10 giocatori nel tabellone maschile, un record, ma pure con quattro teste di serie e soprattutto con il vincitore del Queen’s (Berrettini) e il finalista in campo oggi di Eastboume (Sonego), dunque con l’ambizione di un torneo da protagonisti. Gli inglesi, ad esempio, sono convinti che Berrettini, settimo giocatore del seeding, possa essere una delle prime alternative a Djokovic addirittura per la vittoria finale (è quotato a 10, quarto favorito), e del resto negli ultimi tre anni è quello che ha ottenuto più punti sui prati proprio dietro il serbo. Intanto, il sorteggio gli ha dato una mano, mettendolo dall’altra parte rispetto al Djoker, che insegue il sesto trionfo a Church Road e sogna il Grande Slam. Matteo non è atteso da un debutto morbidissimo, perché l’argentino Pella ha fatto quarti due anni fa, e poi al terzo turno potrebbe incrociare Isner, bombardiere di antico pelo sempre pericoloso sull’erba. Avversari degni di rispetto, ma che non possono oscurare le ambizioni dell’allievo di Santopadre in una parte di tabellone presidiata da Medvedev, Zverev e dall’incognita Federer. Proprio contro Roger, otto volte re a Londra, due anni fa Berrettini si fermò agli ottavi in capo a una memorabile lezione del Maestro di Basilea. Altri tempi: «In quel momento — racconta l’azzurro — pensai di aver raggiunto un gran risultato, affrontare Federer sul centrale di Wimbledon era uno dei miei sogni sin da piccolo. Mi sono sentito un po’ sopraffatto, ma credo che quella partita mi abbia aiutato molto ad affrontare gli Slam successivi. Adesso ho un’altra fiducia, so che sto giocando bene e so di poter fare bene a Wimbledon». Le altre teste di serie Un sentimento che ispira pure Sonego, sempre a suo agio sui prati tanto da ritrovare le sensazioni vincenti a Eastbourne dopo tre eliminazioni al primo turno: il piemontese, testa di serie numero 23, ha un percorso abbastanza agevole fino all’eventuale ottavo contro Sua Maestà Federer, un appuntamento che sarebbe davvero intrigante per un ragazzo che in carriera ha già battuto Djokovic, Thiem e Rublev, dimostrando di sapersi esaltare quando gli avversari portano in campo titoli e blasone da superstar. Le altre due teste di serie italiane, Sinner (19) e Fognini (26), sono nella parte alta del tabellone (quella di Djokovic), accompagnati da curiosità mista a qualche dubbio. Jannik è alla prima partecipazione ai Championships, in carriera ha giocato appena sei partite sull’erba e al Queen’s è uscito subito, mostrando qualche incertezza nel servizio, il colpo fondamentale per coltivare speranze sulla superficie. Tra l’altro, il sorteggio gli propone immediatamente un rivale tosto come l’ungherese Fucsovics, l’occasione giusta per riprendere il feeling con quelle capacità di adattamento e di lettura dei momenti decisivi che fino a maggio ne hanno fatto uno dei tennisti più caldi e vincenti della stagione. Fognini, dal canto suo, con i prati non ha mai avuto una relazione speciale (mai oltre il terzo turno) e deve farsi perdonare l’eliminazione con polemiche del 2019, quando invocò le bombe sul circolo dopo l’eliminazione contro Sandgren. L’emergente L’altro veterano azzurro Seppi, alla sedicesima partecipazione londinese e al 64′ Slam consecutivo, trova il portoghese Pedro Sousa, Caruso sfortunato pesca il croato Cilic finalista nel 2017, Cecchinato ha l’inglese Broady, Travaglia lo spagnolo Martinez e Mager (al debutto) l’argentino Londero. Ma gli occhi sono tutti per il fresco diplomato Musetti, che Wimbledon lo aveva frequentato solo da junior, il cui gioco spumeggiante e fantasioso possiede le stimmate per conquistare il cuore di Londra. Un esordio contro Hurkacz, il vincitore di Miami, farebbe tremare i polsi a chiunque, ma Lollo ha dalla sua tranquillità e talento. E la forza dirompente della gioventù. 

Italia, la carica dei 10. Comanda Berrettini (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

 […] Mai così tanti azzurri nel main draw del torneo più prestigioso del mondo. Il romano esordirà contro Guido Pella. La classifica lo vede come favorito, ma l’argentino ha già giocato i quarti di finale a Wimbledon. Il numero 9 ATP è inserito nella parte bassa del tabellone. Teoricamente, seguendo le teste di serie, nel suo percorso ci sarebbero lo statunitense John Isner al terzo turno, il norvegese Casper Ruud negli ottavi, il tedesco Alexander Zverev nei quarti, in semifinale Daniil Medvedev o Roger Federer. MUSETTI AL DEBUTTO. Nella stessa metà anche Gianluca Mager che esordirà contro l’argentino Juan Ignacio Londero, Lorenzo Sonego contro il 33enne Pedro Sousa all’esordio in tabellone, Salvatore Caruso che a Wimbledon non ha mai vinto e sfiderà Marin Cilic. Lorenzo Musetti, al suo esordio assoluto ai Championships, incontrerà al debutto Hubert Hurkacz. Si sono sfida- ti a Roma, il polacco si è ritirato dopo un primo set spettacolare.  SINNER E GLI ALTRI. Nemmeno l’altoatesino, inserito nel quarto di Djokovic, ha avuto un sorteggio fortunato. Sfiderà infatti l’ungherese Marton Fucsovics, colpi forti e gioco schematico. Nella metà di Djokovic anche Fabio Fognini, testa di serie numero 26, che apre contro il mancino spagnolo Albert Ramos-Vinolas il suo dodicesimo Wimbledon; Marco Cecchinato e Stefano Travaglia, che inseguono la prima vittoria ai Championships contro Liam Broady e Pedro Martinez; infine Andreas Seppi, al 64° Slam consecutivo, opposto al portoghese Joao Sousa. LE STELLE. Rispetto al Roland Garros, in cui i Fab 3 erano finiti tutti dalla stessa parte, il tabellone dei Championships appare sulla carta più equilibrato. Djokovic, che sogna il Grande Slam, trova nel suo quarto l’ex finalista Kevin Anderson e il russo Andrey Rublev, e sulla via della semifinale potrebbe ritrovare Stefanos Tsitsipas dopo la rimonta in finale a Parigi. Dal lato di Roger Federer e di Medvedev, possibili rivali nei quarti, possono sorprendere Zverev, Cilic e il francese Ugo Humbert, avversario di Nick Kyrgios in uno dei primi turni più spettacolari del torneo. TRE AZZURRE AL VIA. Tre invece le italiane nel tabellone di singolare femminile. Riflettori sulla numero 1 Camila Giorgi, inserita nell’ottavo della testa di serie numero 3, Elina Svitolina. L’azzurra, capace di raggiungere i quarti nel 2018, debutta contro la svizzera Jil Teichman. Jasmine Paolini, nello spicchio di tabellone della numero 1 del mondo Ashleigh Barty, fa il suo esordio contro l’ex Top 10 tedesca Andrea Petkovic. Infine Martina Trevisan sfida la russa Elena Vesnina, rientrata a maggio dopo tre anni di stop. LE BIG. Siamo nell’ottavo di finale di Serena Williams, che sogna il 24° Slam in singolare. Al terzo turno, però, potrebbe sfidare Angelique Kerber che ha affrontato due volte in finale a Wimbledon: vinse nel 2016, perse nel 2018. Per Ashleigh Barty, numero 1 del mondo, debutto intenso contro Carla Suarez Navarro, all’ultima presenza dopo essere guarita dal cancro. Nella sua sezione, la campionessa del Roland Garros Barbosa Krejcikova, Svitolina e Bianca Andreescu. Nella parte bassa, seguendo le teste di serie, quarti di finale Kenin-Karolina Pliskova e Swiatek-Sabalenka. La bielorussa è testa di serie numero 2 per il forfait in extremis della campionessa in carica Simona Halep.

Berrettini e i suoi fratelli. Italia, numeri record sull’erba dei campioni (Stefano Semeraro, La Stampa)

L’Italia è al verde, ma stavolta è una buona notizia perché dopo un secolo abbondante di vacche magre adesso siamo da corsa anche sull’erba, la superficie più nobile del tennis. Matteo Berrettini ha appena vinto il Queen’s, Lorenzo Sonego oggi si gioca la finale a Fastbourne, e a Wimbledon, che inizia lunedì, avremo dieci giocatori in tabellone nel maschile – primo record – dei quali ben quattro teste di serie, altro record: Berrettini (7), Sinner (19), Sonego (23) e Fognini (26). In totale con Giorgi, Paolini e Trevisan impegnate nel femminile siamo a tredici. […] Un’abbondanza che è il prodotto di varie circostanze: la qualità dei nostri, l’erba più «lenta» e quindi più abbordabile di un tempo, i montepremi più ghiotti anche per le qualificazioni, un incentivo non trascurabile. Ma è anche e soprattutto la mentalità che è cambiata. Un tempo gli italiani, terricoli per destino e pigrizia, il vegetale lo guardavano con diffidenza, tanto che in quasi 150 annidi Championships in singolare solo Pietrangeli (semifinale nel’60), Panatta e Sanguinetti sono arrivati nei quarti. «Oggi invece l’erba non la “schiviamo” più», dice Max Sartori, coach di Cecchinato e di Andreas Seppi, uno dei tre italiani – insieme con Berrettini (Stoccarda) e Sonego (ad Anatalya) – ad aver vinto un torneo sull’erba, nel 2012 a Eastbourne. «Abbiamo capito che anche questa è una parte della stagione importante. E Wimbledon, invece di giocarlo un po’ alla va o la spacca, ora lo prepariamo. E puntiamo a vincerlo». L’onda azzurra – già nove finali Atp quest’anno, pareggiato il record del 1976 e del1977- insomma è arrivata anche alle porte del Tempio. Dove Djokovic, campione uscente e number 1, resta il favorito, e un Federer quasi 40enne e in cerca di se stesso tenterà l’ultimo acuto, mentre Nadal e Thiem hanno preferito marcare visita. Matteo Berrettini, testa di serie numero 7, al terzo turno potrebbe incappare nel bombardiere Isner. «Che sull’erba non è mai un buon cliente, per carità – dice coach Santopadre -. Ma secondo me oggi è più preoccupato lui, di dover incontrare Matteo». Eccola, la novità.

Sorteggio pro Djokovic (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 Si fa fatica a scovare trappole e tranelli lungo il sentiero che il sorteggio ha scavato per Djokovic, sul versante inglese della salita che conduce al Grande Slam. Jack Draper? Buon prospetto erbivoro ma per gli anni a venire. È il diciottenne che ha messo alle porte del Queen’s il nostro Sinner. È in gita premio, l’Orco Djoker lo aspetta per un lieto banchetto. Kevin Anderson? Non ci riuscì nella finale del 2018, a impensierire il numero uno, non si vede perché dovrebbe farcela oggi. Viene da un tale periodo di infortuni che a unirli tutti con un tratto di penna salterebbe fuori il volto della sfiga più nera. Il terzo turno con Davidovich Fokina? Tennista di grande energia ma alla prima prova nel tabellone dei Championships. Gli ottavi, secondo logica, dovrebbero opporgli Monfils, uno che quest’anno sembra aver perso la voglia di giocare. Per i quarti s’iscrivono in quattro, Schwartzman, Sinner, Fognini e Rublev, e il pericolo potrebbe assumere le sembianze semolose del nostro Jannik, sempre che riesca a battere El Pequeno Schwartzy, ed è tutto da vedere. Siamo in zona semifinale, dunque. La proposta migliore viene da Stefanos Tsitsipas (numero tre dopo il forfait di Nadal), che sull’erba ha un primo turno nel 2017, un ottavo l’anno dopo, travolto da Isner, mentre nel 2019 si fece trafiggere subito da Thomas Fabbiano. La strada per l’ennesima finale (a Wimbledon sono 6, con 5 successi) è tracciata. L’unica seria ipotesi contraria a Djokovic viene dalla lunga storia di ribaltoni (improbabili, imprevisti, dell’ultimo minuto) di cui il Grande Slam si è fatto scudo ogni qualvolta sia stato evocato da un aspirante Slammer. L’ultimo, lo ricorderete, prese forma ai danni di una Serena Williams ormai a un passo dalla conquista, nelle sembianze di una piccola italiana che giocava benissimo l’approccio a rete e ancora meglio la volée. Serena finì a gambe all’aria e la finale vide in campo due italiane, Flavia Pennetta e lei, la defenestratrice, Robertina Vinci. Erano gli US Open del 2015. Gli italiani sono in dieci, il più erbivoro, Matteo Berrettini, apre da numero 7 (si è dissolto anche Thiem, infortunato al polso) la seconda metà del tabellone. Ha un sorteggio abbastanza complicato. Subito Guido Pella, mancino che nel 2019 raggiunse i quarti battendo Seppi, Anderson e Raonic. Viene da un periodo di bassa, l’argentino ma sull’erba ci sa fare. In terzo turno, John Isner, un’istituzione, con tanto di targa sul campo 18 per la sua vittoria record su Mahut nel 2010: 11 ore e 5 minuti divisi in tre giorni per superare il francese 64 36 67 76 70-68, un match da 216 ace (113 quelli di Isner) e 980 punti giocati. Tranquilli! Oggi sul 12 pari si gioca il tie break. […] Roger, infine. Ha un percorso che, negli anni di grazia, sarebbe apparso un ottimo allenamento in vista della finale. Mannarino, Gasquet, forse Norrie, Sonego o Carreno Busta. In che condizioni sia, nessuno lo sa. Quello visto ad Halle può restarci secco anche con Mannarino. È il momento di rivedere il primo turno degli italiani (un più per il favorito, un meno per un pronostico alla pari): (+)Seppi-Joao Sousa; (+)Travaglia-Martinez; (-)Cecchinato-Broady; (-)Sinner(19)-Fucsovics; (-)Fognini(26)-Ramos Virolas; (+)Berrettini(7)Pella; (-)Mager-Londero; (+)Sonego(23)-Pedro Sousa; (+)Hurkacz-Musetti; (+)Cilic-Caruso. Tre le ragazze con il tricolore. Paolini in difficoltà con Petkovic, Giorgi favorita con Teichmann e altrettanto Trevisan con Vesnina. Si è ritirata la Halep. Le due favorite, Barty e Serena Williams sono però dalla stessa parte del tabellone.

Nel mondo del Djo del tennis (Luca Castaldini, Sport Week)

Nel borsone con il quale il piccolo Novak a 5 anni si presentò al primo allenamento con Jelena Gencic c’è tutto l’imbattibile e indecifrabile Nole Djokovic che conosciamo oggi, primatista per numero di settimane (326) in vetta al ranking Atp e in corsa, dopo i trionfi all’Australian Open e al Roland Garros, per quel Grande Slam che nessuno riesce a centrare da 52 anni, quando l’australiano Rod Laver bissò l’impresa del 1962 mettendo in tasca anche Wimbledon e Us Open. E prima di lui, in oltre un secolo di tennis internazionale, il fantastico poker l’aveva realizzato solo lo statunitense Donald Budge. Ma era il 1938, preistoria della racchetta. BORSONE SCIENTIFICO” Il borsone, ha raccontato anni dopo Jelena, ex tennista e talent scout anche di Monica Seles e Goran Ivanisevic, era impeccabile. Apparteneva a un bambino eppure sembrava quello di un giocatore professionista, cerano anche i polsini e la maglietta di ricambio: «Tutto era in ordine e ben piegato». Quando lei gli fa notare la cura di quella preparazione, gli chiede se sia opera della madre. Novak è chiaro: «L’ho preparata io. Perché io voglio giocare a tennis, non mia madre». Nel paese serbo, non lontano dal confine con il Kosovo, i Djokovic, Srdjan e Djana, gestiscono una pizzeria davanti alla quale il governo aveva realizzato il piccolo impianto. «Qualcosa nel ritmo disciplinato di quel gioco mi ipnotizzava» spiegò Nole, tornando con la memoria ai pomeriggi da piccolo ma attentissimo spettatore. Il borsone era “scientifico” come scientifico, senza virgolette, ci appare ormai da tre lustri il suo proprietario cresciuto, tra i più inafferrabili nella lettura dei comportamenti in campo. Freddo, a tratti gelido, impenetrabile. Qui sta la sua forza ma qui sta probabilmente la ragione per cui in uno stadio, l’ultimo è stato il Court Philippe Chatrier parigino, che dall’altra parte ci sia Berrettini, Nadal o Tsitsipas, il pubblico difficilmente si schiera sfacciatamente per Djoker. E le sue posizioni radicali antivaccino da “No-vax Djokovic”, in epoca pandemica, di sicuro non aiutano l’operazione-simpatia. L’IDOLO PERFETTO Il primo idolo di Nole è Pete Sampras, campione di Wimbledon per 7 volte in 8 edizioni tra il ’93 e il 2000 cui l’americano aggiunse altri 8 Slam, compreso il miracolo di Parigi del 1996 per uno così poco amico della terra rossa. Il quasi ragazzino ripete continuamente che lui, un giorno, avrebbe preso il posto del “Pistol Pete” del Maryland. Eppure, durante le prime stagioni da professionista – esordio nel ’03, primo torneo vinto nel ’06 ad Amersfoort e primo Slam preso in Australia nel ’08 -, Djokovic, quando gli viene chiesto di “costruire” il giocatore perfetto, assembla «il servizio di Mario Ancic, il diritto di Fernando Gonzalez, la volée di Tim Henman». A questo, volendo vincere facile, aggiunge i suoi futuri – e ancora attuali, oggi dopo 15 anni- grandi avversari Rafa Nadal («per il fisico») e Roger Federer («per la mentalità»). NEL CIRCUS CON PIATTI La partenza della carriera è eccellente, all’altezza del… borsone e pure delle sue annate migliori. Come questo 2021 in cui è a un passo dall’eguagliare i due arcirivali per tornei dello Slam vinti (19 contro i 20 del maiorchino e dello svizzero). Nel 2005, appena diciottenne, Novak è il primo under 18 tra i primi cento professionisti del mondo. A vent’anni e pochi mesi conquista la prima finale Slam, perduta contro Re Roger allo Us Open. L’investimento della famiglia Djokovic, insomma, sta iniziando a fruttare. Per formare al meglio il ragazzo, i genitori a 12 anni lo avevano anche spedito in Germania da Niki Pilic, l’ex c.t. della Germania e in futuro della Croazia. Poi Djokovic scopre… l’Italia, Paese per il quale ha sempre dichiarato un grande amore, grazie a Riccardo Piatti, che ne accompagna i primi anni nel circuito. L’allenatore storico è però Marian Vajda, il maestro che su Nole ha forgiato il formidabile gioco d’anticipo, la solidità del servizio, la penetrazione del dritto e la più recente ricerca del serve and volley. NEL RIFUGIO ANTIAEREO “Per settantotto notti di fila la mia famiglia e io ci siamo nascosti nel rifugio antiaereo del palazzo di mia zia”: fuori dal campo da tennis, l’esperienza della guerra è uno spartiacque nella vita dell’attuale numero 1. Che così continuava: “Ogni sera alle otto una sirena annunciava il pericolo, allora tutti uscivamo di corsa dalla nostra casa. I boati si susseguivano fino all’alba: quando gli aerei volavano bassi, il frastuono era terribile”. La drammatica quotidianità, guidato da Jelena (“Mi aiutava a vivere normalmente”), lo costringe ogni giorno a cercare un campo diverso, spesso senza neanche una rete o sul cemento crepato. Andavamo dove c’erano stati gli ultimi attacchi, pensando che probabilmente in quella zona non avrebbero bombardato di nuovo. Giocavamo anche senza la rete o sul cemento pieno di crepe”. Che il ragazzino avesse carattere, lo confermano queste sue parole al Corriere, datate 2015: “Con l’ingenuità del bambino, trovai il lato positivo di quella situazione: la scuola era chiusa e potevo giocare a tennis quanto volevo”. MATRIMONIO BENEFICO Si chiama come la Gencic, Jelena. Di cognome fa Ristic, anche lei è nata a Belgrado e ha vissuto in Italia, a Milano, per frequentare la Bocconi e laurearsi in Economia. Jelena Ristic è, da ormai 16 anni, la presenza femminile fissa al fianco di Nole, prima come fidanzata e, dal 2014, come moglie. Il giorno del matrimonio è incinta di 5 mesi del primogenito Stefan: per la coppia funzione religiosa (in forma privata) sulla spiaggia di Kraljicina in Montenegro, non lontano dall’esclusiva isola di Sveti Stefan dove alloggiano gli ospiti. Il mezzo milione di euro pagato dalla rivista britannica che si assicurò l’esclusiva viene devoluto in beneficenza. Sul suo profilo Instagram, Djokovic-marito-modello dedica alla sua signora canzoni celebri (“You’re just too good to be true… Can’t take my eyes ofyou… “), e auguri di compleanno italoinglesi (“Happy Birthday amore We love you so much”). E le foto con i loro figli. TRA DIETA Nell’aprile 2011, per la prima volta, Nole parla apertamente alla Gazzetta del suo nuovo regime alimentare senza glutine e vegetariano, studiato l’autunno precedente insieme al nutrizionista Igor Cetojevic. Il quale, vedendolo perdere un torneo, aveva addebitato quel calo improvviso, azzeccandoci, a problemi respiratori collegabili a delle intolleranze alimentari: «Adesso lavoro e gioco al massimo», spiegò Djoker. «E non mi sento stanco come prima. Sono più lucido nel pensiero e positivo nell’emotività». Anche per la nuova frontiera alimentare Djokovic applica l’unico metodo che riconosce: la maniacalità. In Il punto vincente, l’autobiografia uscita sette anni fa, racconta il motivo della sua “battaglia del grano” (basta a pane, pasta, pizza). Nel tempo, della dieta vegetariana è passato alla vegana, con abbondanza di alghe e bacche di goji, oltre a verdure, frutta, cereali integrali, legumi e semi. […] E LO YOGA E scrupoloso anche nella cura del fisico: non a caso, a 34 anni, dimostra un’elasticità stupefacente. Parte integrante dell’allenamento del serbo è costituito dagli esercizi di yoga («Mi danno serenità e. brillantezza, mi aiutano a produrre energia dinamica»), meditazione («È essenziale per vivere i vari momenti, è come fare una rigenerazione») e stretching gravitazionale. […] DAL MILAN A TOMBA Tra le passioni sportive non ha mai nascosto quella per il calcio. Se in patria il suo tifo va alla Stella Rossa, da noi ha più volte dichiarato l’amore per il Milan. All’ex a.d. Adriano Galliani è arrivato addirittura a regalare la maglietta con cui ha vinto Wimbledon 2018, quello della rinascita, e la racchetta del trionfo agli Australian Open 2019. Non solo: dieci anni fa, poche settimane dopo aver dominato al Centre Court londinese, si era ritagliato una mezza giornata per andare a Milanello, chiacchierare a lungo con Ibrahimovic e condividere con lui il buon esito di una profezia: durante le ultime vacanze di Natale, a Dubai, Ibra si era sentito dire: «Se il Milan vincerà lo scudetto, io farò altrettanto a Wimbledon». Entrambe le cose si realizzarono. Anche nello sci, almeno da ragazzino, Djokovic tifa Italia. O meglio, Alberto Tomba: «Un mito! Papà era innamorato perso di Albertone. Tutta la famiglia si riuniva davanti alla tv per vedere le sue gare. Uno dei sogni della mia vita è ritrovarmi con Tomba in cima alla montagna di Kopaonik e scendere in slalom insieme a lui». LO SHOWMAN Tenendo sempre ben in mente quale palmarès ha messo assieme Djokovic, ma volendo ragionare sui motivi della scarsa empatia con il pubblico, si può iniziare ribaltando la situazione e tornare alla numerose gag di cui si è reso protagonista. Da italiani non possiamo dimenticare il suo rapporto stretto con Fiorello, al cui Show del 2009 si presenta imitando i colleghi Nadal e Maria Sharapova. Pochi giorni dopo, agli Internazionali di Roma, per imitare lo stesso Fiorello infortunatosi al polpaccio durante una partitella di calcetto nel backstage, entra in campo simulando un’andatura claudicante e con una vistosa parrucca brizzolata. Fiorello ha riproposto come ospite l’amico serbo sia a Buon varietà nel 2011 (in cui Nole dichiarò che sua “cugina” Nina Senicar aveva un flirt con Eros Ramazzotti), sia al Festival 2020 quando finalmente i due riescono a palleggiare insieme sul palco poco prima che Nole tentasse di imitare Eros – sempre lui – e la sua Terra promessa. Il lato showman il serbo lo esibisce anche a Wimbledon, nel 2015, al ballo dei vincitori, ma la sua danza sulle note della Febbre del sabato sera insieme a Serena Williams, leggendo i giornali dell’epoca, non entusiasma. A Parigi invece, nel 2010, era entrato in campo per il match con Llodra travestito da Groucho Marx. NUMERI DA STAR A Wimbledon 2021 Novak Djokovic, detto delle mire di Grande Slam a parte, si presenterà per incrementare il suo bottino di Big Titles. È arrivato a 60, grazie 5 Atp Finals, 36 Masters 1000 e 19 Slam, suddivisi tra 9 Australian Open, 2 Roland Garros, 5 Wimbledon e 3 Us Open. La sua stagione d’oro resta il ’15, ma è così luminosa da costargli probabilmente il progressivo down delle tre successive culminato nel ’18 nella sconfitta con Marco Cecchinato, numero 72 del mondo, nei quarti del Roland Garros. Non s’era mai vai vista un’annata così: 84 vittorie e sole 6 sconfitte, 11 tornei (tra cui 3 Slam, 6 Masters 1000 e le Atp Finals) e 16.585 punti in classifica, record assoluto.

Berrettini: “Il tennis per me è gioia” (Piero Valesio, Il Messaggero)

 Quasi non ci si ricorda più di quando, due anni fa, Matteo Berrettini fu travolto sul Centrale di Wimbledon da Roger Federer. Quello di allora era il Berrettini che si affaciava al cospetto dei più grandi. […] Ai Championships, che iniziano dopodomani, esordirà con Pella. Matteo, passata l’arrabbiatura di Parigi? «Quando hanno fermato me e Djokovic per far uscire gli spettatori alle 23 più che altro mi è dispiaciuto. Perché c’era il clima giusto per proseguire la battaglia. Poi è stato tutto diverso. E ho detto: peccato. Ma quando ho visto che invece la gente, nonostante il coprifuoco, l’hanno lasciata lì nella semi fra Nole e Nadal allora mi sono arrabbiato davvero». E ne aveva ben donde. «Un cambio di trattamento senza senso. Ma orami non ci penso più. Certo che quelle urla di Nole sono state motivo di orgoglio per me”. Perché? «Mi sono detto: però, quanta tensione gli ho fatto crescere dentro. Per sfogarsi in quel modo…». A proposito: il suo menàge di coppia con la Tomljanovic come procede? Litigate ogni tanto? «Ammazza. Più che altro è successo durante il lockdown quando siamo rimasti tre mesi ‘bloccati” in Florida. Mica facile restare insieme sempre e sotto lo stesso tetto. Però quelle liti d sono servite parecchio a far crescere il rapporto. Stiamo proprio bene, insieme». Non siete una coppia social. Anche se proprio ieri è circolato un microvideo di un suo cocktail con Ajla e Donna Vekic. «Usciamo anche noi ogni tanto… Ma non siamo per nulla schiavi dei social. Ci vediamo appena è possibile, quando ci riusciamo ci piace stare per conto nostro. Non esibire». Più difficile restare in lockdown con la propria compagna o migliorare il rovescio? «Svelo un segreto: nella mia vita ho trascorso molto più tempo ad allenare il dritto che il rovescio». Spieghi, please. «Si era capito subito che i miei punti forti erano il servizio e il dritto. E allora ci siamo detti: dobbiamo imparare a portare a casa più punti passibili con queste che sono le mie armi. Il resto possiamo migliorarlo ma su quei due fondamentali devo diventare devastante». Beh, obiettivo raggiunto. Anni fa un bimbo le chiese: diventerai numero 1 al mondo? E lei rispose: sto lavorando per questo. «Era per infondere autostima nel bimbo… Però una certezza ce l’ho: adesso non parto battuto con nessuno. L’ho capito contro Djokovic. A volte mi dico: guarda dove sono arrivato». A vincere il Queen’s. Mica bruscolini. «Lì ho sentito proprio il profumo della Storia con la S maiuscola. Quello non è un luogo come gli altri. Bisogna esserci per capirlo. Quando ero bambino io avevo i miei sogni: ma un conto è sognare di vincere su quell’erba, altra questione è riuscirci. Lo dico sinceramente: mai avrei pensato di arrivare così in alto. Sorrido quando ci penso». Ah, il sorriso: quello più amato dalle mamme italiane. «Glielo hanno detto loro?». Ogni giornalista ha le sue fonti. «Allora mi fa piacere. Sarà perché io vengo da una famiglia dove col sorriso abbiamo sempre avuto, come dire, confidenza. Se oggi sono ciò che sono è perché ho respirato quell’aria e ho avuto genitori che mi hanno indicato la strada giusta per vivere bene». II complimento più dolce che le ha fatto sua madre. «Che è orgogliosa di me. Ma non per quello che vinco, se vinco, o per come gioco. Per ciò che sono». Questo andrebbe scritta all’ingresso di tutti i circoli. «Far felice la mia famiglia è fonte di gioia. Non dimentichiamo mio fratello Jacopo, tennista pure lui: non riusciamo a vederci granché, però ci sentiamo spessissimo. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro. E fra esseri umani o c’è questa cosa o non c’è». Come è la vita a Wimbledon in tempi di variante Delta? «Una meraviglia. Scherzo, ovviamente. Siamo tutti in un hotel del centro di Londra e ogni giorno ci sciroppiamo un’oretta di viaggio per arrivare a Wimbledon e un’oretta, se non di più, per tornare. Tampone obbligatorio ogni due giorni». Aspettando la rivincita con Djokovic che potrebbe arrivare solo in finale. «Certo la prospettiva di giocare nel Centrale pieno senza che se ne vada nessuno… Non sarebbe male». Così farà innamorare anche le mamme d’Inghilterra. «Intanto ringrazi quelle italiane, a nome mio».

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Djokovic in lacrime perde il Grande Slam ma finalmente è amato (Crivelli). Berrettini ha ipotecato le Finals. Lo stop di Nadal fa sperare Sinner (Mastroluca). Medvedev, la rivoluzione non sarà solo russa (Mastroluca). Le lacrime di re Djokovic. Crolla nella caccia al record ma riscopre l’umanità (Piccardi). Se Djokovic nelle lacrime di una sconfitta nasconde la vera vittoria di una carriera (Lombardo)

La rassegna stampa di martedì 14 settembre 2021

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Djokovic in lacrime perde il Grande Slam ma finalmente è amato (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Anche gli extraterrestri possiedono un’anima. E dunque, come i comuni mortali, di fronte all’appuntamento che può definitivamente cambiarti la vita per renderla un fantastico viaggio nella leggenda, si scoprono nudi e impotenti, si fanno piccoli fino ad essere inghiottiti dalla tensione, arrendendosi alla maledizione della storia. Certo, che potesse accadere a Novak Djokovic, cioè al giocatore che più di ogni altro ha costruito sull’eccelsa solidità della mente uno straordinario percorso di successi, uscendo sempre rafforzato da ogni difficoltà incontrata, può suonare come una sorpresa, ma il Grande Slam e l’ombra di Rod Laver (che era in tribuna a New York) si sono rivelati un’impresa superiore anche alle sue energie. Va aggiunto, poi, che Daniil Medvedev si è dimostrato l’avversario peggiore, e non era scontato: non ha regalato nulla, ha usato la battuta come una clava dall’inizio alla fine e non ha mai ceduto una stilla di concentrazione, se non quando è andato a servire per il match per la prima volta sul 5-2 del terzo set, una debolezza durata appena qualche minuto fino all’apoteosi del triplo 6-4 della vittoria.

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Dopo anni e anni passati a tormentarsi sulla passione che il mondo riversava soltanto su Federer e Nadal, ha ascoltato il cuore della gente battere per lui e chissà se questa nuova connessione, scaturita senza dubbio dallo svelamento del suo lato umano davanti a un destino avverso, non possa fornirgli stimoli supplementari per il futuro, dopo che per più di un decennio ha tratto linfa dalla situazione contraria. Sicuramente questa nuova consapevolezza lo ha fatto lacrimare a dirotto addirittura già sul campo, negli ultimi punti del match: «Ho provato tante emozioni diverse. Certo, una parte di me è molto triste, è una sconfitta difficile da digerire, visto ciò che c’era in palio. D’altro canto, però, ho avvertito qualcosa che non avevo mai avvertito prima a New York, il pubblico mi ha fatto sentire davvero speciale, e la cosa mi ha piacevolmente sorpreso. Non mi aspettavo niente, ma il supporto e l’energia che ho ricevuto me li ricorderò per sempre.

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Si erano fatte tante illazioni sul futuro del Djoker qualora avesse realizzato il Grande Slam, addirittura fino a immaginare un ritiro in pompa magna per oggettiva mancanza di altri traguardi da raggiungere. Fallito il traguardo più alto, gli resta tuttavia l’obiettivo non banale degli Slam complessivi, che al momento condivide ancora a quota 20 con gli arcírivali Federer e Nadal. E, dalla sua, Djokovic ha l’età, la salute e la possibilità di essere al top su tutte le superfici

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Berrettini ha ipotecato le Finals. Lo stop di Nadal fa sperare Sinner (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Le buone notizie per l’Italia del tennis non vengono mai da sole. I quarti di finale allo US Open, terzi di fila in uno Slam, insieme all’assenza del campione in carica Dominic Thiem proiettano Matteo Berrettini al numero 7 della classifica ATP. Il romano, diventato due anni fa il quinto azzurro di sempre tra i primi dieci del mondo, è ufficialmente settimo questa settimana. Ha dunque eguagliato il best ranking di Corrado Barazzutti (1978), il terzo di sempre per un tennista italiano dopo Nicola Pietrangeli (numero 3 nel 1959 e nel 1960 nella classifica stilata dal giornalista Lance Tingay) e Adriano Panatta, numero 4 nel 1976, quando si era ormai entrati nell’era del computer. Le possibilità di salire ancora ci sono tutte, considerato che Matteo è a soli 642 punti da Rafa Nadal, che però non giocherà più per tutto 112021 e via via dovrà scartare i punti di tornei disputati più di un anno fa. Il risultato di Flushing Meadows avvicina il numero 1 azzurro alla qualificazione per la prima edizione italiana di sempre delle Nitto ATP Finals, in programma a Torino dal 14 a121 novembre. Otto i posti disponibili, per i migliori nella Race to iluin, la classifica che considera solo i piazzamenti nei tornei di questa stagione. In tre sono già sicuri di esserci: Novak Djokovic, Daniil Medvedev e Stefanos Tsitsipas. Berrettini al momento è sesto con 3955 punti, un migliaio in meno di Alexander Zverev, quarto e anche lui a un passo da Torino. SINNER PER IL BIS.

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È infatti in corsa anche Jannik Sinner, che è undicesimo, scavalcato questa settimana dá Felix Auger-Aliassime, fresco di prima semifinale Slam in carriera. Entrambi, però, hanno ancora davanti Nadal e dunque vanno virtualmente considerati nono e decimo. L’altoatesino dovrà presumibilmente giocarsi uno degli ultimi posti a Torino anche con il polacco Hubert Hurkacz e il norvegese Casper Ruud. Intanto, Sinner ha migliorato il best ranking, è 14° questa settimana nella classifica ATP. Laltoatesino dal 27 settembre andrà a difendere il titolo a Sofia: al momento è Il giocatore con la miglior classifica tra gli iscritti. I suoi rivali nella corsa alle Finals resteranno invece negli Stati Uniti prima di Indian Wells, Masters 1000 spostato al 7 ottobre a causa del Cbvid-19.

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Medvedev, la rivoluzione non sarà solo russa (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Ha esultato come in un videogame, con la mossa del pesce morto tanto comune a FIFA. Ha fatto rumore, e non per nulla. Il trionfo di Daniil Medvedev allo US Open segna un punto di non ritorno. II russo è la versione tennistica di Gene Wilder che nella scena cult di Frankenstein Junior grida: «Si può fare!». Si, si può fare davvero. Si può vincere uno Slam battendo uno dei Fab 3, e nessuno dell’attuale generazione di giovani attesi campioni (quella Medvedev, Tsitsipas, Zverev, Rublev, Berrettini, Shapovalov, Auger-Aliassime) aveva ancora fatto. Dominic Thiem, che di anni ne ha 28, aveva per certi versi aperto la strada l’anno scorso, vincendo lo US Open ma in finale su Zverev.

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Medvedev, peraltro nel terzo anniversario del suo matrimonio, nel luogo dove due anni fa giocava la sua prima finale Slam, ha avvicinato il domani del gioco. «Le prime volte sono sempre speciali. Lo e stato vincere il mio primo torneo Juniores e il primo torneo da professionista. E stato speciale conquistare per la prima volta le Finals – ha detto – Ma ho sempre voluto di più. In quel momento, ho cominciato a pensare che avrei desiderato vincere uno Slam. È successo e sono felice».

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Paradossalmente, vista la differenza di risultati dell’anno scorso, Medvedev ha guadagnato meno di Djokovic in classifica rispetto a due settimane fa. Il divario nel ranking si è fatto leggermente più ampio. Non solo per questo, al momento, il russo non pensa alle chances di diventare numero 1 del mondo.

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Da oggi, avrà però l’obiettivo di tutti puntati addosso. Lo studieranno, cercheranno di imitarlo e di batterlo. Ha mostrato al mondo che si può fare, e la lotta per un angolo di cielo cambierà natura.

Le lacrime di re Djokovic. Crolla nella caccia al record ma riscopre l’umanità (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

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E lì, nel caldo torrido del , Giappone, dove si è spolmonato inutilmente volendo troppo e nulla stringendo tra le mani, che Novak Djokovic ha seppellito il sogno del Grande Slam 52 anni dopo Rod Laver (1969).

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Ma l’ambizione smodata dei due ori ai Giochi per superare il Golden Slam ’88 di Steffi Graf (i quattro Major più il titolo dell’Olimpiade di Seul) è il peccato di superbia che ha presentato al numero uno il conto nella finale di New York. Lì, sull’immenso centrale da 20 mila spettatori, dalle pagine della letteratura russa è uscito un moscovita allampanato e sghembo, ghiotto di croissant, appassionato di videogiochi (la buffa esultanza, quel tuffo da pesce lesso sul cemento, nasce così), capace di esaurire in tre set le ultime energie fisiche e nervose del campione esausto, prosciugato dal suo stesso folle inseguimento alla missione (im)possibile. Aveva perso spesso il primo set (con Nishikori, Brooksby, Berrettini e Zverev), il Djoker. Li avevamo considerati momenti di distrazione, segnali di una carburazione lenta da saldi di fine stagione, invece erano le spie della riserva. Quel Medvedev che batte Djokovic facendo Djokovic — servizio implacabile, dritto assassino, 50% di palle break convertite, un ritmo ansiogeno imposto al match per non invertirne mai l’inerzia — è la nemesi più spietata che l’esistenza potesse riservargli. L’Achille che Ettore ha trovato sulla sua strada a un passo dalla leggenda non è Medvedev. Achille era dentro Djokovic dall’inizio, quando è entrato in campo bianco come se avesse visto un fantasma, rassegnato al suo destino: il break al primo gioco che ha deciso il set. E nel momento in cui gli altri hanno dubitato, l’inizio del secondo set, il russo non ha tremato. Novak ha provato a tessere la sua ragnatela di palleggi, ma era piena di buchi. Non è vero che il Djoker è crollato proprio quando tutti tifavano per lui. II pubblico di New York, che sa essere generoso ma anche sguaiato, l’ha fischiato al primo turno contro il giovane danese Rune, poi l’ha sostenuto con il rispetto che si deve a un campione ossessionato dall’idea di grandezza, ma domenica ha soprattutto tifato per il prolungamento della finale, perché non finisse in tre set: era tifo egoista, per giustificare il costo del biglietto e il viaggio da Manhattan a Flushing. Eppure l’uomo che sussurra agli Slam, abituato ad esibirsi controcorrente (valga, per tutte, la finale di Wimbledon 2019 con Federer), l’ha scambiato per un gesto d’affetto totale: «Mi avete fatto sentire speciale, grazie». Speciale, piuttosto, è stata l’emozione del re del tennis nudo alla meta, scoppiato in lacrime sotto l’asciugamano all’ultimo cambio di campo e spogliato di quell’ambizione con cui in quasi 14 anni, dal nulla, è riuscito ad agganciare Federer e Nadal a quota 20 titoli Slam, essendo quegli altri due partiti a caccia ben prima di lui.

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Non ci serviva l’atroce k.o. di New York per scoprirlo sensibile. Però lo avvicina all’umanità degli altri due. E questa, forse, è la vera vittoria del Djoker.

Se Djokovic nelle lacrime di una sconfitta nasconde la vera vittoria di una carriera (Marco Lombardo, Il Giornale)

Nel momento in cui è sgorgata la prima lacrima, all’improvviso, senza controllo, Novak Djokovic è diventato un altro. Forse non sarà mai più il tennista imbattibile, però l’uomo che c’è in lui è finalmente tornato. E forse non sarà più l’eroe che voleva essere, «ma gli eroi mediocri sottomettono i loro nemici, quelli autentici conquistano se stessi». Lo diceva il poeta persiano Rumi, ed in effetti quel momento è stata pura poesia. Le lacrime, successive e implacabili, così come non si erano mai viste sul volto di Robonole, hanno cambiato perfino la sua espressione, probabilmente la sua anima. Anni di lavoro per annientare se stesso per un unico obbiettivo lo avevano trasfigurato: ma è stato proprio in quell’attimo che si è riaperta la sua finestra sulla vita

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Eppure, davvero, il pianto di Djokovic ha segnato un’era: quello che c’era prima infatti è stata solo la ricerca sfrenata del successo, quello che verrà dopo ha come simbolo il tifo scatenato del pubblico dell’Arthur Ashe Stadium, lo stesso che lo aveva maltrattato beceramente anni prima in una finale contro Federer (e che ha fatto lo stesso domenica con Medvedev). «Nole, Nole, Nole», un grido che è diventato un tornado, quando il grande campione a un passo dalla sconfitta ha ritrovato un po’ di speranza, recuperando uno dei due break al russo nel terzo set: «E in quel momento, proprio in quel momento – dirà Medvedev -, ho capito che se me ne avesse strappato un altro poi avrei perso la partita». Pensarlo due set e un break avanti (finirà poi con un triplo 6-4), vuole dire arrendersi all’inevitabile. E invece non è successo, ma del primo titolo Slam di Daniil non si ricorderà il tuffo a pesce sul campo quando Djokovic manda a rete l’ultima palla («lo capisce solo chi gioca a videogame, ho fatto il comando L2+sinistra»), ma quella faccia un po’ così di Novak, stravolta dal pianto, che accompagna il cambio di campo e l’inizio del game successivo.

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Novak Djokovic non ha fatto il Grande Slam, il sogno di onnipotenza probabilmente è spento per sempre: vincerà altri Slam, batterà altri record, ma il tutto non avrà lo stesso sapore di una volta. Ferito ma finalmente amato, ha perso la sua sfida. Eppure sa, lo sanno tutti, di avere vinto.

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La vittoria di Daniil Medvedev agli US Open (Crivelli, Mastroluca, Piccardi, Semeraro, Martucci, Franci)

La vittoria di Daniil Medvedev allo US Open

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Medvedev trionfa. Nole ko in tre set, ciao Grande Slam (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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Nole Djokovic, a un passo dalla meta che ti proietta direttamente nella dimensione del mito, si scioglie clamorosamente contro l’Orso russo Medvedev, divorato da una tensione che non riesce a maneggiare praticamente fin dal primo punto: niente Grande Slam, dopo il trionfo agli Australian Open, al Roland Garros e a Wimbledon. «The Rocket», perciò, resta l’ultimo eroe capace di annettersi uno dei più prestigiosi risultati dello sport, non solo del tennis, e con lui forse sorride anche l’anima di Don Budge, il primo che riuscì a compiere l’impresa. Il Djoker, scopertosi nudo e indifeso proprio nel giorno che contava di più, diventa suo malgrado il terzo uomo della storia a vincere i primi tre Major stagionali e a fermarsi nella finale degli US Open dopo Crawford (1933) e Hoad (1956), un record al contrario di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Soprattutto, non riesce ad allungare nella classifica degli Slam vinti, rimanendo appaiato a quota 20 a Federer e Nadal, una sorta di vincolo eterno che a questo punto potrebbe anche essere destinato a non sciogliersi mai più.

 

Onore dunque a Daniil Medvedev, l’uomo che interrompe il sogno del numero uno del mondo e si costruisce il suo dopo due sconfitte in finale, proprio a New York nel 2019 contro Nadal e in Australia quest’anno con il Djoker. Diventa così il terzo russo dopo Kafelnikov e Safin a trionfare in un Major e il 151° vincitore della storia dei quattro tornei più importanti. Lo aveva anticipato, del resto: «La sconfitta di Melbourne mi è servita per imparare, a me piace interpretare una partita di tennis come una sfida a scacchi. ma Djokovic trova sempre una soluzione. Stavolta spero di essere all’altezza». Detto e fatto: le mosse giuste sono le sue, fin dal primo game, in cui Nole si fa brekkare da 40-15 sopra e finisce subito in apnea. Anche perché, quando serve, l’Orso di Mosca non gli concede nulla: appena tre punti nel primo set. E poi è lui a tenere il ritmo più alto, a correre meglio, a provare variazioni con la palla corta, senza soffrire il rovescio in back di Novak che a Melbourne era stato devastante. Il numero uno, invece, tira corto, è nervoso, poco reattivo sulle gambe e per sottrarsi alla ragnatela dell’avversario non può che buttarsi con frequenza a rete, con alterne fortune.

L’unico momento di svolta per il Djoker potrebbe innescarsi nel secondo game del secondo set, quando si procura tre palle break consecutive ma non le sfrutta: Daniil gli strapperà il servizio nel quinto game, producendo l’allungo decisivo. Il break d’acchito nel terzo set, infatti, chiude la sfida, anche se il pubblico comincia a rumoreggiare maleducatamente a ogni turno di servizio del russo e Medvedev si incarta quando serve per la prima volta per il match sul 5-2, con due doppi falli e un drittaccio in rete. Ma sarà solo questione di minuti, il decimo game diventa quello dell’apoteosi: «Ho sconfitto il più grande di sempre, quello che Nole ha fatto quest’anno rimarrà per sempre nella storia. Ringrazio tutte le persone che mi sono state accanto e mi hanno accompagnato in questo viaggio, che è stato davvero lungo. E l’anniversario di matrimonio con Dasha (si sono sposati il 12 settembre 2018, ndr), spero che come regalo possa accontentarsi di questa vittoria». Djokovic, in lacrime praticamente dall’ultimo punto del match, gli ha già fatto i complimenti: «Se c’era qualcuno che meritava di vincere finalmente uno Slam, quello eri tu…

[…]”

Medvedev spietato. Nole, addio sogno (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Novak Djokovic si ferma a un passo dall’impresa da leggenda. A una vittoria dal terzo Grande Slam in singolare maschile, che sarebbe stato il primo ottenuto vincendo su tre superfici diverse. Il numero 1 del mondo perde la più importante delle 1176 partite giocate in carriera, la finale che avrebbe potuto incoronarlo più vincente di sempre nei major senza più ex-aequo con Roger Federer e Rafa Nadal. Il russo Daniil Medvedev, numero 2 del mondo, gli ha rovinato la festa. Ha giocato una partita tatticamente perfetta, ha vinto il duello mentale e tattico, come il punteggio dimoastra chiaramente, malgrado il tentativo di rimonta finale del campione serbo.

[…]

Medvedev è impeccabile al servizio nel parziale, che completa con l’ottavo ace. Forza con la prima e la seconda, fatica come spesso gli capita contro Djokovic quando deve rispondere da destra. Colpisce infatti da troppo lontano, e il serbo può seguire il servizio a rete o aprirsi il campo con il colpo successivo. Djokovic non è in controllo, come raramente gli è successo quest’anno negli Slam. il traguardo distante una sola vittoria resta un desiderio che condiziona, lo vuole così tanto ma lo sente allontanarsi. Cerca di variare, di aggredire la rete con continuità, evita lo scambio lungo sulla diagonale sinistra, cambia con il diritto lungolinea anomalo. il pubblico si anima, Djokovic al contrario sbuffa e alla fine esplode all’inizio del secondo set. Le due palle break non sfruttate nel quarto game, su una delle quali il russo ha potuto servire due volte la prima perché dagli altoparlanti era partita la musica, lasciano una delusione da sfogare.

[…]

Nole è uno dei sei giocatori ad aver rimontato due set di svantaggio in una finale Slam. A New York dovrebbe farlo di nuovo per centrare l’obiettivo che vale la storia. Ma gli mancano velocità di gambe e fluidità di braccio. La mano del numero 1 del mondo può essere ferro e può essere piuma. Per sua sfortuna, si verifica la prima opportunità e non gli è di nessun aiuto. Medvedev fa praticamente quel che vuole nel terzo set, che inizia con due break di vantaggio, arriva a servire sul 5-2 ma spreca il primo match point con un doppio fallo, subito bissato. Il numero 1 del mondo gli strappa per la prima volta il servizio, poi si porta sul 4-5. Con il pubblico tutto dalla sua parte cambia campo quasi in lacrime. Medvedev torna a servire, resiste agli ululati del pubblico e si riporta sul 40-15. Dopo un altro doppio fallo chiude la gara con l’ennesima sberla di servizio per poi crollare a terra sul cemento di Flushing Meadows.

[…]

Djokovic inciampa sul traguardo, il re di New York è Medvedev (Gaia PIccardi, Corriere della Sera)

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In campo nella finale dell’US Open, infatti, contro un Daniil Medvedev mai così determinato a prendersi un pezzetto di storia altrui, entra un 34enne serbo teso e falloso, un numero uno del ranking spuntato nelle sue armi e rassegnato subito al peggio: è il break del primo game a decidere il set a favore del russo (6-4), che con una tattica impeccabile, tira e scappa, si renderà imprendibile. Sostenuto dal servizio (16 ace, 80% di punti vinti sulla prima) e dalla ferrea volontà di rendere essenziali gli scambi, Medvedev è chirurgico nel secondo (6-4 con break al quinto game) e freddo nel terzo, quando resiste al ritorno del Djoker per chiudere con un altro 6-4. «Oggi è il mio anniversario dl nozze, ci tenevo a fare un bel regalo a mia moglie Darla» scherza dopo aver vinto il primo Slam della carriera, mentre un Djokovic irriconoscibile, bianco in faccia come chi ha visto un fantasma, perde tutto: il 21esimo titolo Major con cui avrebbe superato gli eterni rivali Federer e Nadal e il Grande Slam nell’anno solare, l’impresa che gli avrebbe garantito l’immortalità sportiva. E così, accorsi a Flushing per assistere al match dell’anno, i vip americani del cinema (Brad Pitt, Bradley Cooper) e dello sport (Megan Rapinoe) si ritrovano ad applaudire un moscovita dal tennis sghembo e imprevedibile, che pare uscito dalle pagine della grande letteratura russa: un Oblomov meno accidioso, ma ugualmente flemmatico, bravo a mantenere la calma quando Il pubblico del centrale ha provato a innervosirlo, nella speranza di allungare la finale. Ride Medvedev sotto la barbetta elettrica, n.2 del mondo all’altezza della sua classifica, e piange Djokovic, mai così umano ed empatico con i tifosi come nell’ora della sconfitta più atroce: «Stanotte, anche se non ho vinto, sono un uomo felice perché mi avete fatto sentire speciale».

Ricorderemo a lungo l’Us Open 2021. Non solo per la sorpresa di Medvedev re ma anche perché a New York è nata una stella. Emma Raducanu è una supernova esplosa nella galassia di un tennis femminile già super frammentato e privo di una dominatrice (per la quinta stagione consecutiva i quattro Major hanno quattro regine diverse), partorita da una finale inedita e giovanissima (37 anni in due) che oltre al talento in fiamme di Emma Raducanu, 18 anni, consegna allo sport una seconda stella mancina e altrettanto brillante, la canadese Leylah Fernandez, 19 anni. Per Emma, per i numeri con cui ha marchiato a fuoco il secondo Slam della sua vita, si sprecano i superlativi: dieci match vinti di fila senza perdere un set né arrivare al tie break, lo Slam americano restituito alla Gran Bretagna 53 anni dopo l’antenata Virginia Wade. Emma ha tenuto in piedi fino a tardi Daniel Ricciardo, il pilota della McLaren che ieri ha conquistato il Gp di Monza, ha spinto la regina Elisabetta d’Inghilterra ai complimenti formali per iscritto («La tua performance ispirerà generazioni di tenniste», firmato Elizabeth R.) e ha distratto il premier Boris Johnson dalle questioni di governo («Fieri di te»). Mai nessuno, ne donna né uomo, si era annesso un titolo Slam partendo dalle qualificazioni. La neocampionessa ci è riuscita senza sforzo apparente, felice di aver ripagato, da figlia unica, papà loan, originario di Bucarest, e mamma Dong Mei, cinese di Shenyang, dei sacrifici affrontati in seguito al trasferimento da Toronto a Londra, quartiere di Bromley, quando il baby fenomeno aveva due anni.

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Il sogno si infrange. Djokovic ko e lcrime, US Open a Medvedev (Stefano Semeraro, La Stampa)

Come sbagliare il rigore decisivo, o dimenticarsi la risposta del quiz da un milione di euro. Novak Djokovic ha perso la finale degli US Open, l’ultima partita che gli restava per chiudere un impresa storica, il Grande Slam, sorpassare con 21 major Roger Federer e Rafa Nadal, e diventare – sotto gli occhi ottuagenari di Rod Laver, che il Grande Slam l’ha completato due volte, nel 1962 e nel `69 – ufficialmente il Più Grande di sempre. L’ha persa male, in tre set (6-4 6-4 6-4, con il brivido di un break recuperato alla fine) contro Daniil Medvedev, il russo n. 2 del mondo contro cui aveva passeggiato all’inizio dell’anno a Melbourne. L’ironia più grande, forse, è però che Nole ha perso la prima grande finale in cui aveva tutto il pubblico a favore

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E l’ha persa, va detto con tutto il rispetto per un campione immenso, perché ha avuto paura di vincerla. Cornprensibili, insomma, le lacrime con cui ha chiuso il match. La parte del Cattivo stavolta l’ha recitata Daniil, campione sulfureo, apparentemente sbilenco ma in realtà efficacissimo, che già due anni fa a New York era arrivato in fondo litigando ad ogni match con il pubblico e perdendo solo in cinque set contro Nadal. Ha vinto perché ha un servizio devastante come la sua (giustificata) presunzione, e perché è riuscito dove gli altri avversari del Djoker avevano fallito: reggere dopo il primo set.

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Medvedev ha trionfato alla Djokovic (e con il servizio in più). Djokovic si è smarrito negando se stesso, buttandosi a rete come mai aveva fatto in carriera. Dopo la sconfitta di Tokyo contro Zverev, il flop contro Medvedev – il primo vero Next Gen a prendersi uno Slam – in fondo ad una stagione che sarebbe enorme per chiunque – Nadal e Federer compresi – ma che per Djokovic si è trasformata in una beffa.

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Nole, il sogno slam sbatte su Medvedev (Vincenzo Martucci, Il Messaggero Sport)

La legge del Grande Slam colpisce anche Novak Djokovic. Come era già successo a Jack Crawford nel 1933 e a Lew Hoad nel 1956, anche il campione serbo si arena sul più bello: dopo aver conquistato i primi tre Majors della stagione, cede in finale nell’ultima tappa, a New York, contro un avversario che non è un fenomeno come Fred Perry o Ken Rosewall come allora, ma è un campione, è numero 2 del mondo e puntava legittimamente al primo trionfo Slam dopo aver fallito nel 2019 proprio a New York (contro Nadal) e a febbraio agli Australian Open (contro Djokovic). Il gigante russo dal tennis poco ortodosso ma efficace deve ringraziare Matteo Berrettini e Sascha Zverev che hanno sfiancato di testa e di fisico il 34enne serbo. Anche se i suoi meriti sono notevoli, così come evidenti sono i progressi tecnici e caratteriali.

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Pronti, via: e c’è il colpo di scena. Djokovic parte lento dai blocchi, subisce gli scambi lunghi e profondi di Medvedev e concede la battuta con tre errori consecutivi, due di dritto, il colpo che meglio gli ha funzionato nelle prime sei partite di questi US Open. Il campione di gomma ha le gambe dure per essere rimasto in campo 17 ore 26 minuti contro le 11 e 51 dell’avversario, che già è più giovane di nove anni, oppure anche il re di 20 Slam accusa la tensione davanti al traguardo più prestigioso? Di certo Daniil non l’aiuta:

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oncede appena 3 punti in 5 games di battuta, li suggella con 8 ace e il 100% di punti con la prima, e chiude il primo set per 6-4. Novak, che non riesce a trovare il ritmo da fondo e nemmeno le sue diagonali, si butta infatti a rete più spesso del solito. Dopo un’ora, sembra sciogliersi: anche se Medvedev resiste a un punto di 27 scambi, arriva alla prima palla-break, ma una musica che scatta all’improvviso costringe l’arbitro a chiamare un let e far giocare la prima di servizio al russo che si salva. E, quando annulla anche una seconda palla-break, Djokovic prima mima di smanacciare con violenza la palla e, quando il russo pizzica la riga, distrugge la racchetta subendo l’ammonizione e il 2-2. Con la testa non c’è più:

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Medvedev oh yes, Djokovic sogno infranto (Paolo Franci, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

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l’Us Open è di Daniil Medvedev, russo numero 2 al mondo che si prende il primo Major in carriera e frantuma il grande sogno del numero 1, ‘Nole’ appunto, di mettere in bacheca i trofei dei primi quattro tornei al mondo in una sola stagione. Medeved si vendica della finale persa a inizio anno in Australia, e vincendo per 6-4 6-4 6-4, a 25 anni trova la consacrazione. Perfetto il suo match fatto di grandi variazioni (quelle che lo avevano condannato a Melbourne contro il serbo) e di una solidità al servizio che ha frantumato la pur proverbiale scorza di Djokovic.

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Insolitamente impreciso, a tratti irriconoscibile (ma il merito non può che essere anche dell’avversario), ‘ Djoker’ forse aveva speso tutto nella semifinale vinta in 5 set con Zverev. E sfuma così anche la possibilità di superare Federer e Nadal, cui rimane invece appaiato con 20 Slam vinti. Quella di Medvedev è a suo modo una favola, costruita col suo tennis tremendamente efficace anche se poco aggraziato. Una favola come quella di Emma Raducanu, 18enne inglese presentatasi agli Us Open da numero 150 al mondo, con passaggio dalle qualificazioni, e arrivata al successo. E lei un assegno da 2 milioni e 440mila dollari di premio dopo aver battuto in finale Leylah Annie Fernandez in due set. Una finale tra teenager – 19 anni per la Fernandez e 18 la Raducanu – non si vedeva in uno Slam dall’Open degli Stati Uniti del 1999 quando la 17enne Serena Williams incrociò la racchetta con l’appena 18enne Martina Hingis. II curriculum della nuova stella del tennis mondiale è già pieno zeppo di record: è la prima tennista – uomini compresi – della storia a vincere uno Slam partendo dalle qualificazioni e riporta il titolo in Inghilterra che mancava dal 1968, quando fu Virginia Wade a trionfare battendo Billie Jean King e presente in tribuna all’Arthur Ashe per seguire il trionfo della sua erede.

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Rassegna stampa

Medvedev missione compiuta. Daniil pronto per il primo Slam. Leylah ed Emma, 37 anni in due. Rivoluzione finale (Crivelli). Leylah contro Emma, la finale impensabile (Mastroluca). Leylah, Emma e il futuro (Azzolini). Raducanu e Fernandez, le ragazze a colori abbattono tutti i muri (Rossi, Piccardi)

La rassegna stampa del 11 settembre 2021

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Medvedev missione compiuta. Daniil è pronto per il primo Slam (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

E pensare che tutto era cominciato con un dito medio verso il pubblico, durante un match di terzo turno contro Feliciano Lopez in cui tutta la tribuna tifava per lo spagnolo. Correva l’anno 2019 e l’Orso Medvedev, che stava vivendo la splendida estate della sua esplosione, mal sopportava, con il suo carattere fumantino, che la passione della gente si rivolgesse a un altro e lo manifestò nel modo più irrispettoso. In ogni caso, arrivò fino in fondo e in finale, da due set sotto, mise paura a Rafa Nadal anche se si arrese al quinto. Quella partita da guerriero, però, cambiò il giudizio della Grande Mela e trasformò Daniil nell’uomo di New York Talento e freddezza Un amore decisamente ricambiato, adesso, perché gli Us Open sono diventati certamente lo Slam preferito di Medvedev, per l’atmosfera e per i risultati: 24 mesi dopo è di nuovo in finale, con un record complessivo di 20 vittorie e 4 sconfitte e il sogno, neppur troppo recondito, di conquistare finalmente un Major dopo quella finale a Flushing Meadows e l’ultimo atto in Australia a gennaio, con lo stop da Novak Djokovic. […] In aggiunta, Daniil è la solita sentenza al servizio (81% di punti con la prima) e quando si ritrova sotto di un break nel secondo set, fa valere il maggior blasone e il peso della consapevolezza, andandosi a prendere íl controbreak con due formidabili rovesci lungolinea. E quando, sul 5-4, deve fronteggiare due set point, si salva ancora con la battuta. È il sipario: il tenero Felix in quel momento si scioglie. Suonala ancora, Daniil: «Non è stata la mia partita migliore, se avessi perso il secondo set si sarebbe allungata pericolosamente, ma nei momenti decisivi sono rimasto freddo. Chiaramente, per la posizione che mi sono costruito, voglio vincere ogni torneo ‘senza mettermi pressione. Perché sono so come vincere le partite e a volte so perché le perdo, quindi imparo tutte le volte ad essere migliore per la prossima volta». Esperienza L’Orso moscovita che abita a Montecarlo approda in finale avendo ceduto un solo set e con l’impressione di poter alzare ancora il livello: «Sento di poter fare grandi cose, ma so che per ottenerle devo continuare a giocare bene. Ancora una volta, più vai avanti e più avversari più duri ottieni. Devi solo rimanere concentrato e tirare fuori il meglio da ogni partita». Una lezione imparata anche davanti alla playstation, dove le partite con coach Gilles Cervara diventano una proiezione dello spirito competitivo da mettere in campo: «Sicuramente rispetto al 2019 ha più esperienza – racconta l’allenatore — cioè la capacità di giocare questo tipo di partite con meno stress, e di conoscere di più se stesso in modo da prepararsi al meglio Sono tutte le piccole cose, ma sono i piccoli dettagli che fanno una grande differenza. E molto facile, perché Daniil è una persona molto semplice. La pressione non è sulle sue spalle, perché riesce sempre a concentrarsi su se stesso. E questo ti rende migliore». E più amato

Leylah ed Emma, 37 anni in due. Rivoluzione finale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Il futuro è adesso, nel sorriso giovane di Leylah ed Emma, le teenager che hanno fatto scoppiare la rivoluzione, così affabili e simpatiche quando i riflettori del campo si abbassano e così ferocemente competitive in partita, ben più mature dell’anno di nascita che campeggia sui documenti, il 2002. […] Una finale degli Us Open sorprendente, clamorosa, fuori da ogni pronostico, anche il più azzardato, ma assolutamente legittima alla luce delle due settimane da favola che stanno vivendo le protagoniste. Il tennis femminile, tramortito dal declino della Williams e dai problemi personali della Osaka, l’erede più accreditata, e certamente poco illuminato dalla personalità della Barty, una numero uno eccelsa tecnicamente ma senza guizzi, si ritrova tutto d’un colpo proiettato in una nuova era e sotto la spinta delle frizzanti emozioni di due eroine non ancora ventenni che già adesso posseggono l’appeal per riconquistare al movimento cuori e interesse. Era dal 1999, quando si sfidarono la diciottenne Martina Hingis e la diciassettenne Serena Williams, che agli Us Open non si viveva un ultimo atto tra teenager. E la Raducanu diventa la più giovane finalista Slam dalla Sharapova a Wimbledon 2004, poi vinto. […] Poi, certo, il gancio mancino della Fernandez rischia già di segnare un’era. Lei, ñglia di un ex calciatore ecuadoriano e di una canadese di origine filippina conosciutisi in Quebec, una sorella maggiore (Jodeci) che fa la dentista in Vermont e una minore (Bianca) pure tennista e scatenata in tribuna, è consapevole che d’ora in poi il suo mondo non sarà più lo stesso: «Niente è impossibile, ora posso dirlo. Non c’è limite al mio potenziale, a quello che posso fare. Si tratta semplicemente di lavorare duramente ogni giorno. Credo che la parola più adatta per descrivere questo momento sia “magico”, perché non solo sto ottenendo vittorie incredibili ma sto anche giocando in un modo fantastico e con continuità. Inoltre mi sto divertendo. In molti ritenevano che con il tennis non avrei sfondato, che era meglio proseguire con la scuola. Ricordo in particolare una maestra che mi disse esattamente “non ce la farai mai, concentrati sullo studio”. Oggi ci penso e sorrido, ma allora non fu cosi. Quella frase però mi è rimasta in testa perché l’ho presa come una sfida: volevo dimostrarle che avevo ragione io, che sarei arrivata in alto». Leylah ha sette anni quando viene scartata da un programma di sviluppo della federazione canadese e di fronte alle lacrime disperate della figlia, papà Jorge prende la decisione più semplice: la allenerà lui. Peccato non sappia neppure come si tenga in mano una racchetta e allora su Youtube fa indigestione dei filmati di Richard Williams, Yuri Sharapov e perfino di Peter Graf: «Magari non conosco il tennis al 100%, ma state certi che capisco bene quel 60% che basta». Quando Leylah commette per tre volte lo stesso errore, viene obbligata a sottoporsi a uno sprint ad alta velocità e una volta lui la farà allenare con un giocatore di basket di due metri che tira botte terribili: deve farle capire che nel tennis non ti possono far male fisicamente, neppure se hai di fronte una montagna. Una lezione che nella semifinale contro la Sabalenka le è tornata utile: più la bielorussa tirava forte, più lei opponeva un muro. Eppure Jorge non può essere incasellato tra padri padroni, intanto perché si è fatto affiancare dal coach francese Romain Deridder e poi perché fuori dal campo non esercita un controllo ossessivo: «Non è affatto severo, posso mangiare il cioccolato, andare a letto dopo l’orario previsto, prendo le mie decisioni. Il suo insegnamento, in ogni caso, mi ha reso mentalmente più forte, ora posso giocare alla pari con tutte». E infatti ha battuto tre top 5 (Osaka, Svitolina e Sabalenka) e un’ex vincitrice Slam (Kerber). La fidanzata I genitori della Raducanu, papa romeno e madre canadese, le hanno invece inculcato fin da subito l’importanza dello studio. Ad aprile Emma era ancora alle prese con i test di matematica ed economia al liceo e a giugno, quando le hanno dato una wild card per Wimbledon, era 338 del mondo anche a causa di qualche infortunio. Lei a Church Road si è spinta fino agli ottavi ed è improvvisamente diventata la fidanzatina d’Inghilterra, un amore che il cammino di New York amplificherà al diapason: «Sono famosa? Mi fa piacere, sono contenta, anche se devo scusarmi con tutti coloro a cui non ho potuto rispondere. Ricevo tanti messaggi e non ho tempo per tutti». Si è trasferita alla periferia di Londra a due anni, si è dedicata a equitazione, nuoto, basket, golf, sci, balletto e persino tip tap, ma ha rischiato di essere rapita dai go kart e dal motocross. Per fortuna ha scelto il tennis e adesso è la prima finalista di sempre degli Us Open ad essere partita dalle qualificazioni, concedendo appena 27 game: «Probabilmente il fatto di essere giovani aiuta a giocare un po’ più liberi. Conosco Leylah fin da quando eravamo Under 12, poi ci siamo perse un po’ di vista. Sara bello incontrarla di nuovo e sarà una bella partita, stiamo giocando un gran tennis. Ma per me questa finale è uno shock». La scossa della rivoluzione.

Leylah contro Emma, la finale impensabile (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

Nemmeno il miglior sceneggiatore avrebbe potuto immaginare una sfida così. Emma Raducanu, diciotto anni, e Leylah Fernandez, diciannove appena compiuti, si sfideranno per il titolo nella finale più giovane dello US Open in singolare femminile dal 1999. La canadese, numero 73 del mondo, ha eliminato tre Top 5: Naomi Osaka, Elina Svitolina e in semifinale Aryna Sabalenka. Nessuna giocatrice così giovane era riuscita a fare lo stesso in uno Slam proprio da quell’ultimo US Open di fine millennio. Allora Serena Williams riuscì a battere Monica Seles, Lindsay Davenport e Martina Hingis nella finale dei record. Dopo la vittoria in semifinale, Fernandez ha chiamato il suo speciale portafortuna, Juan Martin Del Potro, e ricevuto i complimenti dei grandi del tennis e dello sport, da Billie Jean King alle icone del basket Magic Johnson e Steve Nash. Il suo primato di finalista più giovane allo US Open dai tempi di una diciassettenne Maria Sharapova nel 2004 è durato lo spazio di qualche ora. Poi Emma Raducanu, britannica nata a Toronto da madre cinese e padre rumeno, ha battuto 6-16-4 Maria Sakkari, numero 18 del mondo. E la prima qualificata in finale nella storia del torneo. E in tutto il percorso, qualificazioni comprese, non ha perso un set. Gioca totalmente libera, e in più con una fluidità che le consente di anticipare i tempi per comprimere gli spazi.[…] PROGRESSIONE. Fernandez, campionessa del Roland Garros junior 2018, ha avuto una progressione più regolare in classifica. Ha chiuso il 2017da numero 728,e da lì non si è più fermata: 487 a fine 2018, 209 nel 2019, 88 nel 2020, 73 prima dello US Open, almeno 27 la prossima settimana. La progressione di Raducanu è ancora più impressionante, visto che a fine 2020 era ancora numero 343 del mondo e prima di Wimbledon la scorsa estate era salita solo di cinque posizioni. Ma non ha praticamente giocato tornei internazionali prima di quest’anno. Tre mesi fa, non era nemmeno tra le prime dieci giocatici della Gran Bretagna, dopo lo US Open sarà la numero 1 della nazionale e almeno al 32° posto nel ranking WTA. ANTICIPO. […] E hanno portato in campo un tennis con una concezione simile, anche se interpretata poi con uno stile diverso: più attaccante da fondo Fernandez, più fluida e meno schematica Raducanu. Entrambe consapevoli di non poter puntare sulla forza, fanno leva sulla naturale ricerca della palla subito dopo il rimbalzo. Una dote che appare naturale, che rende i loro gesti armonici, distesi. Anche per questo molto più efficaci contro avversarie che invece puntano tutto sulla forza muscolare per generare potenza. Un cambio di passo per una finale senza precedenti.

Leylah, Emma e il futuro (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Hanno un sorriso che vola così in alto, che d’un balzo è al di là di tutto. la finale. La sfida. I soldi. Le tradizioni[…]. È un sorriso che va lontano, che si specchia nel futuro, di cui loro, Emma Raducanu e Leylah Fernandez, sono le rappresentanti, portatrici dirette di un messaggio che ci riguarda. Tutti. Ecco come saremo domani, vengono a dirci. […] Un mondo in cui dna diversi creeranno intrecci mai visti, incroci che daranno vita a più ricche e insospettabili nature umane. Ma non sono aliene scese da un’astronave, come parve a tutti di Serena Williams, quando dal ghetto di Compton si avventò sui campi a dirci che lei avrebbe cambiato il concetto stesso di tennis al femminile, e si rivelò frantumando le speranze di Martina Hingis .Una aveva 18 anni, l’altra 19. Fu l’ultima finale fra adolescenti agli US Operi, 22 armi fa. E il tennis cambiò davvero. Ora c’è un nuovo appuntamento fra ragazzine, Emma, 18 anni Leylah 19 l’altra compiuti lunedì scorso, entrambe nate nel 2002. E promettono pagine ricche di emozioni. Emma è più giovane e sembra la più pronta, sebbene il tennis di Leylah sprigioni effetti ingannatori. Ed è difficile capire in che modo vada anestetizzato. […] Emma non ha perso tempo: mentre praticava il t ennis ha frequentato la scuola di danza, ha fatto equitazione, sci, golf, nuoto, si è misurata nella velocità, coi kart e le moto da cross. Polverizzare record le viene naturale. Come dar la polvere alle avversarie. Si è fatta conoscere a Wimbledon, si è presentata da n. 338 fresca di maturità ottenuta 3 giorni prima. E arrivata agli ottavi agile e spigliata come una ninfa in una delle sue diverse forme, naiade dei laghi, driade della foresta, oreade dei monti. Creazioni del mito, nate per rendere felice il genere umano. A New York è giunta n.150, dalle qualifiche alla finale. E baldanzosa ed efficiente, le gambe velocissime. Nove match senza perdere 1 set. Nemmeno contro Maria Sakkari, in semifinale. Le ha lasciato 5 game, 6-1 6-4. «Ci sono aspettative su di me? Ma dai, sono una qualificata». Per l’ultima volta. Se vince sarà n.23. Se perde 32. Ben più faticoso il torneo di Leylah, cominciato dal 73 e approdato al n.27, con possibilità di promozione al n. 14. Anche lei è Canadese, di Montreal. E canadese è rimasta. Padre ecuadoriano, ex calciatore, mamna filippina. «In tanti non credevano in me, un’insegnante mi consigliò di smettere. Non diventerai mai professionista è la frase che ho sentito spesso. E mi torna in mente quando vado in campo. È il mio portafortuna». Ha superato Osaka numero 3, Kerber che ha vinto 3 Slam, Svitolina n. 5 e in semifinale Sabalenka nr.2, la donna d’acciaio, che urla e colpisce neanche fosse la versione femminile dell’Incredibile Hulk e poi spreca per fragilità mentale. Leylah si è trovata sotto 4-1 nel 1° set e 2-0 nel tie break. Ha lavorato con calma sui colpi, non ha lasciato un centimetro di campo e ha rimontato 7-6 (3) 4-6 6-4. Le due ragazze si sono affrontate una volta nel torneo juniores di Wimbledon 2018, vinse Emma 6-2 6-4. Oggi alle 22 la finale (tv Eurosport, streaming Discovery+). Con un trofeo da sollevare e un futuro da scoprire. 

Raducanu e Fernandez, le ragazze a colori abbattono tutti i muri (Paolo Rossi, La Repubblica)

[…] Non si sa da dove cominciare, tanti sono i temi di questa finale femminile degli Us Open, stasera in scena a New York, e non poteva esserci location migliore. Emma Raducanu e Leylah Fernandez sono le testimonial di mezzo mondo, considerando i genitori e le attuali residenze: Romania, Cina, Gran Bretagna la prima. Ecuador, Filippine, Stati Uniti la seconda. Ne manca una, di nazione. La più importante, il denominatore comune: il Canada. Entrambe sono nate nel Paese della foglia d’acero, uno dei più ospitali del mondo, che ha fatto della diversità la sua forza. Che accoglie con amore e lascia andare senza rendiconto. Emma si è spostata nel Regno Unito, Leylah è rimasta. Queste due ragazzine, beata gioventù, vivono una consapevole incoscienza. Come chiamarle, altrimenti, due nate nel 2002, di cui una (Emma) che ancora deve compiere gli anni essendo di novembre?[…]. Sono, Emma e Leylah, l’evoluzione di Naomi Osaka (padre haitiano, mamma giapponese, educazione negli Usa). La conferma che il vento del mondo prende delle direzioni che nessun muro politico potrà fermare a lungo termine. Che forza della natura sono: Emma Raducanu aveva giocato degli Slam solo Wimbledon prima, e semplicemente perché le avevano regalato il pass: è arrivata agli ottavi. Dopo, come nulla fosse accaduto, è tornata a scuola, alla Newstead Wood a Orpington (sud est di Londra) per prendersi il diploma, con il massimo dei voti in Matematica ed Economia. «Ha fatto impazzire tutti, la guardavano ammaliati» raccontano i prof. E, dopo gli esami, sacca in spalla e via a piedi verso il Centro tennis di Bromley, a pochi metri di distanza dalla scuola. Sempre con il sorriso sulle labbra. Così come ha conquistato e sedotto Flushing Meadows e l’Artur Ashe Court. Ma anche l’altra finalista non scherza: papà Jorge Fernandez, da buon calciatore, ha insegnato alla piccola Leylah che bisogna osare. Pressing, non catenaccio. E va detto che la ragazza non scherzava neppure sui kart, quando gliele lasciavano guidare uno. Agonista per usare un eufemismo, mancina con i colpi che fanno impazzire i regolaristi. E le idee chiare, oh sì: «Quante volte mi hanno detto che avrei dovuto smettere per concentrarmi solo ed esclusivamente sulla scuola. Ricordo che un insegnante mi disse di lasciare il tennis perché non mi sarei mai potuta costruire una vita su questa passione. Se devo essere sincera, sono felice che me l’abbia detto, perché ogni giorno ho quella frase in testa che mi spinge ad andare avanti». Sì, nella sua storia c’è più sofferenza: «Mia madre è dovuta andare in California per qualche anno per sostenerci. Ho sofferto nel non vederla, avevo 13 anni». Lustrini e paillette non la distrarranno, ci pensa papà Jorge a riportarla sul giusto sentiero con le sue massime filosofiche: «La fama è una cosa divertente. Ci si sente bene, ma se la fama era una persona, la fama è il tuo traditore. Ora non è il momento di cambiare chi sei. Rimani fedele al tuo duro lavoro e a chi sei». A buon intenditore…

Emma contro Leylah, la rivoluzione gentile delle figlie dell’immigrazione (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera)

Non è solo la finale femminile dell’Us Open più giovane dal ’99 (Serena Williams, 17 anni, batte Martina Hingis, 18, e conquista il primo di 23 titoli Slam), è anche lo specchio della nostra vita e di una società in vertiginoso cambiamento. Una britannica 18enne, nata a Toronto da un padre romeno di Bucarest e una madre cinese di Shenyang, trapiantata in un sobborgo di Londra (Bromley) all’età di due anni, contro una canadese 19enne da sei giorni, messa al mondo a Montreal da un papà ecuadoregno e una mamma canadese di discendenze filippine, trasferita in Florida per inseguire il sogno del tennis. […]. La quintessenza del melting pot nella città che ha elevato la multiculturalità a stile di vita, New York. Mai visto su questi schermi. Non è più (solo) tennis. Co- munque andrà a finire, ricorderemo l’Open Usa 2021 come il torneo della rivoluzione gentile di Emma, in finale dalle qualificazioni vincendo nove match senza perdere un set (e senza mai arrivare al tie break), e Leylah, killer della campionessa in carica Osaka, della regina 2016 Kerber e della n. 2 del ranking Sabalenka, la profeta della violenza bruta mandata fuori giri dagli angoli mancini della ragazza a cui fu consigliato di lasciare lo sport: «Nel tennis non arriverai mai da nessuna parte, mi disse un’insegnante, ti conviene concentrarti solo sulla scuola. Ogni giorno ripenso a quella professoressa e ne traggo ispirazione per migliorarmi» ha raccontato Fernandez. II padre Jorge, ex calciatore, ha ringraziato il governo canadese con gli occhi pieni di lacrime: «Mi ha accolto quando non ero nessuno e mi ha offerto una possibilità, che io ho sfruttato per assicurare un futuro alle mie figlie». Nell’angolo di Leylah fanno il tifo il premier Justin Trudeau, ma anche Magic Johnson («Se non avete visto Leylah Fernandez in campo all’Open Usa, allora nella vita non avete visto niente») e un sistema federale evidentemente di grande accoglienza se un classe 2000 figlio di un immigrato dal Togo è arrivato in semifinale a New York contro Medvedev (Felix Auger-Aliassime), se un nativo di Tel Aviv con madre russa è n. 10 del ranking (Denis Shapovalov), se la figlia di due rumeni con i natali a Mississauga, Ontario, è uno dei talenti (fragili) più sfolgoranti del circuito (Bianca Andreescu), se un ex finalista di Wimbledon di origine serba ma nato nell’ex Jugoslavia (Milos Raonic) è stato il motore del cambiamento. E se il lavoro di Ian e Renee non avesse portato la famiglia Raducanu in Inghilterra, anche Emma oggi giocherebbe sotto la bandiera con la foglia d’acero e stasera andrebbe in scena un derby canadese. Per la giovane britannica n. 15 del mondo che ha fatto il suo debutto nel Grande Slam con una wild card all’ultimo Wimbledon (ben meritata: ottavi), twittano entusiasti i duchi di Cambridge, Kate e William, Hamilton da Monza, le icone del calcio inglese (Lineker su tutti) chiedendo a gran voce la diretta in chiaro della finale dell’Open Usa sulla Bbc, con l’isola pronta ad accoccolarsi ai piedi della piccola Emma (che in carriera non ha ancora vinto un titolo Wta) per fare le fusa: «Mia mamma, che è cinese, mi ha trasmesso l’etica del lavoro e la disciplina. Non a caso la tennista che mi ha più ispirato è Li Na» ha detto. Emma e Leylah si conoscono da sempre, prima sfida all’Orange Bowl Under 12, vittoria di Raducanu al secondo turno di Wimbledon junior 2018 ma a New York la rivalità fa il salto della specie: erano bambine, diventano campionesse. Postilla: la finale più moderna ed eccitante che il tennis femminile potesse produrre rende l’inseguimento di Serena al 24esimo Slam tremendamente obsoleto. 

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