Sonego in finale, l'erba è tricolore (Mastroluca, Crivelli, Bertellino, Mecca). Berrettini sogna, evitato Djokovic. Azzurri da record, sono 10 in campo (Crivelli, Mastroluca, Semeraro). Sorteggio pro Djokovic (Azzolini). Nel mondo del Djo del tennis (Castaldini). Berrettini: "Il tennis per me è gioia" (Valesio)

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Sonego in finale, l’erba è tricolore (Mastroluca, Crivelli, Bertellino, Mecca). Berrettini sogna, evitato Djokovic. Azzurri da record, sono 10 in campo (Crivelli, Mastroluca, Semeraro). Sorteggio pro Djokovic (Azzolini). Nel mondo del Djo del tennis (Castaldini). Berrettini: “Il tennis per me è gioia” (Valesio)

La rassegna stampa del 26 giugno 2021

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Sonego in finale, l’erba è tricolore (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

Lorenzo Sonego ha regalato all’Italia la nona presenza in finale nel circuito ATP di questo anno 2021. A Eastbourne, il torinese ha sconfitto 6-1 3-6 6-1 Max Purcell, finalista all’Australian Open in doppio nel 2020, e confermato un’ottima tradizione per gli azzurri sull’erba. […] SFIDA A DE MINAUR. Il ventiseienne torinese, che proprio sull’erba ha conquistato il primo trofeo nel circuito maggiore, ad Antalya nel 2019, sfiderà il numero 18 del mondo Alex De Minaur che ha eliminato il coreano Kwon in semifinale. Il 22enne di Sydney, terzo australiano sulla strada di Sonego questa settimana, ha vinto l’unico precedente l’anno scorso a Parigi-Bercy. «Sono molto felice, è la mia seconda finale sull’erba. Giocare qui mi piace molto – ha detto il numero 3 azzurro -, posso attaccare di più con il servizio, scendere a rete, fare qualcosa di diverso. Poi se riesco a rispondere bene, allora sull’erba posso sempre fare grandi risultati». GIORGI OUT. Si chiude invece senza lieto fine la settimana di grandi soddisfazioni di Camila Giorgi. Infatti, dopo aver battuto due Top 10, la ceca ‘Karolina Pliskova e la bielorussa Aryna Sabalenka, la numero 1 italiana si è dovuta ritirare nella semifinale del torneo di Eastboume, un WTA 500 che rappresenta l’ultima tappa di avvicinamento (con l’evento tedesco di Bad Homburg) prima di Wimbledon. Recuperato un break di svantaggio, Giorgi ha dovuto abbandonare il match quando era sotto 5-4 contro l’estone Anett Kontaveit. Numero 27 del mondo, ma con un passato da Top 15, Kontaveit affronterà in finale l’ex campionessa del Roland Garros Jelena Ostapenko

Anche Sonego è caldo. Atterra in finale e oggi sfida De Minaur. La Giorgi si infortuna (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Ormai è un party prolungato. Ogni settimana, un italiano veste i panni di Superman e vola fino alle fasi calde di un torneo: quelle, per intenderci, in cui si decide il vincitore. Sette giorni fa toccò a Berrettini annettersi il prestigioso Queen’s, oggi ci prova Sonego a Eastbourne: e il fatto che si tratti di due appuntamenti sull’erba, superficie reietta fino a qualche anno fa, certifica una volta di più la qualità della rivoluzione azzurra. Su misura […] Contro l’australiano Purcell, tra i primi 50 del mondo in doppio ma appena 283 in singolare dove però sta cominciando a raccogliere i frutti del lavoro atletico con il fratello triathleta, un parziale iniziale di otto punti a uno indirizza il primo set verso l’ex attaccante delle giovanili del Toro, che però ha un passaggio a vuoto nel sesto game del secondo set e finisce per perdere il servizio e consegnare la parità all’avversario, prima di tomare a dominare nel terzo (6-1 3-6 6-1 il punteggio). Per Sonego è la seconda finale stagionale dopo il trionfo di aprile a Cagliari: «Con appena due tornei sull’erba prima di Wimbledon, è difficile adattarsi, ma il mio gioco è fatto su misura per l’erba perché servo bene e se riesco a rispondere con efficacia, posso ottenere buoni risultati tutte le settimane. È stato un match duro, Max è un gran lottatore e un avversario pericoloso. Nel terzo ho ritrovato il mio tennis, riuscendo ad essere più aggressivo. Qui ci sono anche tanti italiani a seguirmi e per me il tifo è importante: appuntamento alla finale». Che oggi alle 15.40 (diretta Supertennis) lo opporrà all’australiano De Minaur, sbarazzatosi in 81 minuti con il punteggio di 6-3 7-6 (2) del coreano Kwon, il secondo lucky loser arrivato in semifinale (l’altro era appunto Purcell), prima volta dal 1990, quando l’Atp cambiò la struttura dei tornei. Stop and go Non festeggia invece la Giorgi, che si ritira sul 5-4 per l’estone Kontaveit nel primo set a causa di un fastidio alla coscia sinistra, già abbondantemente fasciata. Camila, passata dalle qualificazioni, prima della semifinale aveva vinto tre partite sempre in tre set e la fatica le ha presentato il conto, convincendola a non forzare in vista dell’incombente Wimbledon (che intanto perde per infortunio la campionessa in carica Halep). In finale c’è anche la rediviva lettone Ostapenko per una sfida tutta baltica.

Sonego, l’erba è casa tua (Roberto Bertellino, Tuttosport)

«Mi piace giocare sull’erba – ha ribadito con il sorriso Lorenzo Sonego – e amo questo torneo, anche se è la prima volta che lo gioco. Servo bene e il fondamentale mi aiuta su questa superficie». […] Sonego ha piegato come da pronostico, ma al termine di un match non banale, il 23enne australiano Max Purcell, lucky loser che nei quarti aveva interrotto la corsa di Andreas Seppi impedendo il derby azzurro in semifinale. Prima frazione a senso unico, con l’azzurro efficace nei turni di battuta e pronto a rispondere con precisione certosina al rivale, ancora una volta (come gli è successo più volte in settimana) autore di una partenza lenta. Solo quattro i punti concessi da Sonego nei suoi turni di servizio. La seconda frazione ha avuto una svolta imprevista nel sesto gioco, con l’allievo di Gipo Arbino in battuta. Dopo aver visto sfumare sei palle game per il 3-3 è arrivato il primo break del match in favore di Purcell, fattosi via via sempre più aggressivo. L’australiano ha accelerato e Sonego si è innervosito, cedendo la frazione. Nella terza è stato bravo a resettare quanto appena accaduto e trovare il break del 2-0 risalendo dal 15-40. Purcell ha interrotto la serie dell’azzurro nel quarto gioco ma la sinfonia è ripresa per altri tre game vincenti e il passaggio in finale dopo 1 ora e 38 minuti. «Sono già concentrato sul prossimo match – ha detto Sonego – dopo una partita non facile come questa contro un ottimo giocatore. Bravo lui a giocare bene a rete rendendomi la vita difficile nel secondo set. Altrettanto io a cambiare tattica e ritrovare nel terzo il giusto ritmo». Sonego cercherà oggi il terzo titolo di carriera contro Alex De Minaur, n° 18 del mondo e n° 2 del seeding. Un solo precedente, nel Masters 1000 di Parigi Bercy 2020 in favore del “demonio” australiano. La giornata azzurra a Eastboume si era aperta sul centrale, in ritardo di oltre tre ore sul programma previsto causa pioggia, con la semifinale WTA 500 tra Camila Giorgi e l’estone Anett Kontaveit. Match di alto livello fin da subito, con le due protagoniste abili nel tenere i rispettivi servizi fino al 4-3 Kontaveit. Camila Giorgi ha avuto diverse opportunità per cogliere il break, ma l’avversaria è sempre stata brava ad annullargliele con autorità. Al nono tentativo, però, l’azzurra è riuscita nell’intento, con un tracciante di rovescio bimane, per il 4-5. Sul colpo vincente ha accusato un problema alla coscia sinistra, già fasciata da due giorni. Dopo un breve consulto è arrivata la decisione del ritiro, speriamo cautelativo in ottica Wimbledon. Rammarico per la conclusione ma applausi per la sua miglior settimana 2021. Lunedì prossimo, grazie alla raggiunta semifinale, Camila risalirà in classifica WTA al posto n° 62, con un balzo di 13 posizioni rispetto alla precedente. Kontaveit oggi in finale contro la lettone Ostapenko. SFIDA CON QUERREY MEDVEDEV IN FINALE A MAIORCA (r.b.) Daniil Medvedev ha vinto in rimonta la semifinale dell’ATP 250 di Maiorca, su erba iberica per una “prima” del circuito nella patria di Rafael Nadal. Alla soglia delle due ore di gioco ha avuto la meglio sul giocatore di casa Pablo Carreno Busta. Chiusura al servizio con il decimo ace dell’incontro Oggi sfiderà Sam Querrey. Alle battute finali anche l’AspriaTennis Cup di Milano, Challenger ATP. Tra i protagonisti delle semifinali odierne c’è anche il romano Gian Marco Moroni che nei quarti ha fermato 6-3 7-5 il qualificato Duje Ajdukovic. Moroni, in tabellone con wild card e ottava testa di serie, sfiderà il francese Hugo Grenier che ha fermato la corsa del serbo Pedja Krstin con un doppio 6-4. 

Sonego, che rivincita sull’erba. Oggi in finale a Eastbourne, poi la testa sarà a Wimbledon (Corriere, edizione Torino)

[…] Per fortuna continua a preferire la racchetta, la musica non gli ha dato alla testa. Prima dei tormentoni viene il tennis che in questo mese è soprattutto erba, Regno tra mito, fragole e champagne, Eastbourne prima, Wimbledon poi. Ma procediamo con ordine, una tappa del tour alla volta. ll torinese è in finale nel torneo Atp 250 dopo aver sconfitto Max Purcell, australiano numero 283 del mondo. Oggi affronterà l’australiano Alex De Minaur — numero due del tabellone, che in semifinale ha superato (6-3 7-6) Kwon Sono-woo — per conquistare il suo secondo titolo in stagione dopo quello vinto sulla terra rossa di Cagliari. Nonostante la disparità nel ranking, nel gioco e nel livello tecnico, Sonny ieri pomeriggio ha voluto complicarsi la vita, perdendo un set, il secondo, per la prima volta dall’inizio del torneo. D’altronde vincere facile non gli è mai piaciuto e non gli appartiene. Anche ieri ha preferito soffrire (e far soffrire chi gli sta intorno) per qualche quarto d’oro prima di rimettersi in carreggiata e concludere la pratica in poco più di un’ora e mezza, 6-1 3-6 6-1. Il giocatore torinese, per prepararsi all’atmosfera londinese ha pure provato qualche serve and volley, scendendo spesso a rete per chiudere il punto, proprio come ai vecchi tempi quando l’erba era una questione per volleutori e tuffatori. «Mi piace giocare sull’erba», ha dichiarato il torinese a fine match ricordandosi del suo primo titolo Atp conquistato, proprio sul green di Antalya, in Turchia, nel 2019. Oggi pomeriggio si ritorna in campo, con lo sguardo rivolto per metà alla partita di giornata ma per metà, com’e giusto che sia, ai Championships e al torneo più prestigioso del mondo, in cui sarà la testa di serie numero 23 per la prima volta in uno Slam. Sonny partirà per Londra in piena fiducia dopo questa settimana di conferme e di gioco di attacco. Ad aspettarlo al primo turno di Wimbledon ci sarà il portoghese Pedro Sousa, numero 121 del ranking e terraiolo doc, e siccome quando si tratta del torinese sognare è dovuto e anzi è diventato obbligatorio, agli ottavi di finale se i pronostici saranno confermati dovrebbe incontrare Daniil Medvedev, numero due al mondo. Visto come ha giocato al Foro Italico contro il numero uno Djokovic, è lecito ritenere che non abbia paura di nessun avversario, pur con tutto il rispetto dl cui e capace. Dalla terra rossa romana alI’erba londinese, Il sogno di giocare le Atp Finals a Torino il prossimo novembre, sempre li, a portata di mano, dietro l’angolo dl casa sua e dei campi dove si allena ogni giorno da tutta la vita.

Berrettini sogna, evitato Djokovic. Azzurri da record, sono 10 in campo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] I Championships, infatti, hanno sempre rappresentato lo Slam più ostico per i nostri, mai troppo avvezzi a una superficie che si frequenta appena tre settimane all’anno e così diversa dalla terra dove sono cresciuti. Perciò, abbiamo vissuto di bei ricordi (la semifinale di Pietrangeli del 1960), di grandi rimpianti (il quarto di finale perso da Panatta contro l’abbordabilissimo Du Pré nel 1979) e di exploit isolati (i quarti di Sanguinetti nel 1998) . Pericolo evitato Ma il nuovo rinascimento azzurro sta riscrivendo la storia anche perché riesce ad abbattere tradizioni avverse consolidate: così, nell’edizione 2021 che riporta Wimbledon in calendario dopo la forzata pausa di un anno causa pandemia, non solo ci presentiamo con 10 giocatori nel tabellone maschile, un record, ma pure con quattro teste di serie e soprattutto con il vincitore del Queen’s (Berrettini) e il finalista in campo oggi di Eastboume (Sonego), dunque con l’ambizione di un torneo da protagonisti. Gli inglesi, ad esempio, sono convinti che Berrettini, settimo giocatore del seeding, possa essere una delle prime alternative a Djokovic addirittura per la vittoria finale (è quotato a 10, quarto favorito), e del resto negli ultimi tre anni è quello che ha ottenuto più punti sui prati proprio dietro il serbo. Intanto, il sorteggio gli ha dato una mano, mettendolo dall’altra parte rispetto al Djoker, che insegue il sesto trionfo a Church Road e sogna il Grande Slam. Matteo non è atteso da un debutto morbidissimo, perché l’argentino Pella ha fatto quarti due anni fa, e poi al terzo turno potrebbe incrociare Isner, bombardiere di antico pelo sempre pericoloso sull’erba. Avversari degni di rispetto, ma che non possono oscurare le ambizioni dell’allievo di Santopadre in una parte di tabellone presidiata da Medvedev, Zverev e dall’incognita Federer. Proprio contro Roger, otto volte re a Londra, due anni fa Berrettini si fermò agli ottavi in capo a una memorabile lezione del Maestro di Basilea. Altri tempi: «In quel momento — racconta l’azzurro — pensai di aver raggiunto un gran risultato, affrontare Federer sul centrale di Wimbledon era uno dei miei sogni sin da piccolo. Mi sono sentito un po’ sopraffatto, ma credo che quella partita mi abbia aiutato molto ad affrontare gli Slam successivi. Adesso ho un’altra fiducia, so che sto giocando bene e so di poter fare bene a Wimbledon». Le altre teste di serie Un sentimento che ispira pure Sonego, sempre a suo agio sui prati tanto da ritrovare le sensazioni vincenti a Eastbourne dopo tre eliminazioni al primo turno: il piemontese, testa di serie numero 23, ha un percorso abbastanza agevole fino all’eventuale ottavo contro Sua Maestà Federer, un appuntamento che sarebbe davvero intrigante per un ragazzo che in carriera ha già battuto Djokovic, Thiem e Rublev, dimostrando di sapersi esaltare quando gli avversari portano in campo titoli e blasone da superstar. Le altre due teste di serie italiane, Sinner (19) e Fognini (26), sono nella parte alta del tabellone (quella di Djokovic), accompagnati da curiosità mista a qualche dubbio. Jannik è alla prima partecipazione ai Championships, in carriera ha giocato appena sei partite sull’erba e al Queen’s è uscito subito, mostrando qualche incertezza nel servizio, il colpo fondamentale per coltivare speranze sulla superficie. Tra l’altro, il sorteggio gli propone immediatamente un rivale tosto come l’ungherese Fucsovics, l’occasione giusta per riprendere il feeling con quelle capacità di adattamento e di lettura dei momenti decisivi che fino a maggio ne hanno fatto uno dei tennisti più caldi e vincenti della stagione. Fognini, dal canto suo, con i prati non ha mai avuto una relazione speciale (mai oltre il terzo turno) e deve farsi perdonare l’eliminazione con polemiche del 2019, quando invocò le bombe sul circolo dopo l’eliminazione contro Sandgren. L’emergente L’altro veterano azzurro Seppi, alla sedicesima partecipazione londinese e al 64′ Slam consecutivo, trova il portoghese Pedro Sousa, Caruso sfortunato pesca il croato Cilic finalista nel 2017, Cecchinato ha l’inglese Broady, Travaglia lo spagnolo Martinez e Mager (al debutto) l’argentino Londero. Ma gli occhi sono tutti per il fresco diplomato Musetti, che Wimbledon lo aveva frequentato solo da junior, il cui gioco spumeggiante e fantasioso possiede le stimmate per conquistare il cuore di Londra. Un esordio contro Hurkacz, il vincitore di Miami, farebbe tremare i polsi a chiunque, ma Lollo ha dalla sua tranquillità e talento. E la forza dirompente della gioventù. 

Italia, la carica dei 10. Comanda Berrettini (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

 […] Mai così tanti azzurri nel main draw del torneo più prestigioso del mondo. Il romano esordirà contro Guido Pella. La classifica lo vede come favorito, ma l’argentino ha già giocato i quarti di finale a Wimbledon. Il numero 9 ATP è inserito nella parte bassa del tabellone. Teoricamente, seguendo le teste di serie, nel suo percorso ci sarebbero lo statunitense John Isner al terzo turno, il norvegese Casper Ruud negli ottavi, il tedesco Alexander Zverev nei quarti, in semifinale Daniil Medvedev o Roger Federer. MUSETTI AL DEBUTTO. Nella stessa metà anche Gianluca Mager che esordirà contro l’argentino Juan Ignacio Londero, Lorenzo Sonego contro il 33enne Pedro Sousa all’esordio in tabellone, Salvatore Caruso che a Wimbledon non ha mai vinto e sfiderà Marin Cilic. Lorenzo Musetti, al suo esordio assoluto ai Championships, incontrerà al debutto Hubert Hurkacz. Si sono sfida- ti a Roma, il polacco si è ritirato dopo un primo set spettacolare.  SINNER E GLI ALTRI. Nemmeno l’altoatesino, inserito nel quarto di Djokovic, ha avuto un sorteggio fortunato. Sfiderà infatti l’ungherese Marton Fucsovics, colpi forti e gioco schematico. Nella metà di Djokovic anche Fabio Fognini, testa di serie numero 26, che apre contro il mancino spagnolo Albert Ramos-Vinolas il suo dodicesimo Wimbledon; Marco Cecchinato e Stefano Travaglia, che inseguono la prima vittoria ai Championships contro Liam Broady e Pedro Martinez; infine Andreas Seppi, al 64° Slam consecutivo, opposto al portoghese Joao Sousa. LE STELLE. Rispetto al Roland Garros, in cui i Fab 3 erano finiti tutti dalla stessa parte, il tabellone dei Championships appare sulla carta più equilibrato. Djokovic, che sogna il Grande Slam, trova nel suo quarto l’ex finalista Kevin Anderson e il russo Andrey Rublev, e sulla via della semifinale potrebbe ritrovare Stefanos Tsitsipas dopo la rimonta in finale a Parigi. Dal lato di Roger Federer e di Medvedev, possibili rivali nei quarti, possono sorprendere Zverev, Cilic e il francese Ugo Humbert, avversario di Nick Kyrgios in uno dei primi turni più spettacolari del torneo. TRE AZZURRE AL VIA. Tre invece le italiane nel tabellone di singolare femminile. Riflettori sulla numero 1 Camila Giorgi, inserita nell’ottavo della testa di serie numero 3, Elina Svitolina. L’azzurra, capace di raggiungere i quarti nel 2018, debutta contro la svizzera Jil Teichman. Jasmine Paolini, nello spicchio di tabellone della numero 1 del mondo Ashleigh Barty, fa il suo esordio contro l’ex Top 10 tedesca Andrea Petkovic. Infine Martina Trevisan sfida la russa Elena Vesnina, rientrata a maggio dopo tre anni di stop. LE BIG. Siamo nell’ottavo di finale di Serena Williams, che sogna il 24° Slam in singolare. Al terzo turno, però, potrebbe sfidare Angelique Kerber che ha affrontato due volte in finale a Wimbledon: vinse nel 2016, perse nel 2018. Per Ashleigh Barty, numero 1 del mondo, debutto intenso contro Carla Suarez Navarro, all’ultima presenza dopo essere guarita dal cancro. Nella sua sezione, la campionessa del Roland Garros Barbosa Krejcikova, Svitolina e Bianca Andreescu. Nella parte bassa, seguendo le teste di serie, quarti di finale Kenin-Karolina Pliskova e Swiatek-Sabalenka. La bielorussa è testa di serie numero 2 per il forfait in extremis della campionessa in carica Simona Halep.

Berrettini e i suoi fratelli. Italia, numeri record sull’erba dei campioni (Stefano Semeraro, La Stampa)

L’Italia è al verde, ma stavolta è una buona notizia perché dopo un secolo abbondante di vacche magre adesso siamo da corsa anche sull’erba, la superficie più nobile del tennis. Matteo Berrettini ha appena vinto il Queen’s, Lorenzo Sonego oggi si gioca la finale a Fastbourne, e a Wimbledon, che inizia lunedì, avremo dieci giocatori in tabellone nel maschile – primo record – dei quali ben quattro teste di serie, altro record: Berrettini (7), Sinner (19), Sonego (23) e Fognini (26). In totale con Giorgi, Paolini e Trevisan impegnate nel femminile siamo a tredici. […] Un’abbondanza che è il prodotto di varie circostanze: la qualità dei nostri, l’erba più «lenta» e quindi più abbordabile di un tempo, i montepremi più ghiotti anche per le qualificazioni, un incentivo non trascurabile. Ma è anche e soprattutto la mentalità che è cambiata. Un tempo gli italiani, terricoli per destino e pigrizia, il vegetale lo guardavano con diffidenza, tanto che in quasi 150 annidi Championships in singolare solo Pietrangeli (semifinale nel’60), Panatta e Sanguinetti sono arrivati nei quarti. «Oggi invece l’erba non la “schiviamo” più», dice Max Sartori, coach di Cecchinato e di Andreas Seppi, uno dei tre italiani – insieme con Berrettini (Stoccarda) e Sonego (ad Anatalya) – ad aver vinto un torneo sull’erba, nel 2012 a Eastbourne. «Abbiamo capito che anche questa è una parte della stagione importante. E Wimbledon, invece di giocarlo un po’ alla va o la spacca, ora lo prepariamo. E puntiamo a vincerlo». L’onda azzurra – già nove finali Atp quest’anno, pareggiato il record del 1976 e del1977- insomma è arrivata anche alle porte del Tempio. Dove Djokovic, campione uscente e number 1, resta il favorito, e un Federer quasi 40enne e in cerca di se stesso tenterà l’ultimo acuto, mentre Nadal e Thiem hanno preferito marcare visita. Matteo Berrettini, testa di serie numero 7, al terzo turno potrebbe incappare nel bombardiere Isner. «Che sull’erba non è mai un buon cliente, per carità – dice coach Santopadre -. Ma secondo me oggi è più preoccupato lui, di dover incontrare Matteo». Eccola, la novità.

Sorteggio pro Djokovic (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 Si fa fatica a scovare trappole e tranelli lungo il sentiero che il sorteggio ha scavato per Djokovic, sul versante inglese della salita che conduce al Grande Slam. Jack Draper? Buon prospetto erbivoro ma per gli anni a venire. È il diciottenne che ha messo alle porte del Queen’s il nostro Sinner. È in gita premio, l’Orco Djoker lo aspetta per un lieto banchetto. Kevin Anderson? Non ci riuscì nella finale del 2018, a impensierire il numero uno, non si vede perché dovrebbe farcela oggi. Viene da un tale periodo di infortuni che a unirli tutti con un tratto di penna salterebbe fuori il volto della sfiga più nera. Il terzo turno con Davidovich Fokina? Tennista di grande energia ma alla prima prova nel tabellone dei Championships. Gli ottavi, secondo logica, dovrebbero opporgli Monfils, uno che quest’anno sembra aver perso la voglia di giocare. Per i quarti s’iscrivono in quattro, Schwartzman, Sinner, Fognini e Rublev, e il pericolo potrebbe assumere le sembianze semolose del nostro Jannik, sempre che riesca a battere El Pequeno Schwartzy, ed è tutto da vedere. Siamo in zona semifinale, dunque. La proposta migliore viene da Stefanos Tsitsipas (numero tre dopo il forfait di Nadal), che sull’erba ha un primo turno nel 2017, un ottavo l’anno dopo, travolto da Isner, mentre nel 2019 si fece trafiggere subito da Thomas Fabbiano. La strada per l’ennesima finale (a Wimbledon sono 6, con 5 successi) è tracciata. L’unica seria ipotesi contraria a Djokovic viene dalla lunga storia di ribaltoni (improbabili, imprevisti, dell’ultimo minuto) di cui il Grande Slam si è fatto scudo ogni qualvolta sia stato evocato da un aspirante Slammer. L’ultimo, lo ricorderete, prese forma ai danni di una Serena Williams ormai a un passo dalla conquista, nelle sembianze di una piccola italiana che giocava benissimo l’approccio a rete e ancora meglio la volée. Serena finì a gambe all’aria e la finale vide in campo due italiane, Flavia Pennetta e lei, la defenestratrice, Robertina Vinci. Erano gli US Open del 2015. Gli italiani sono in dieci, il più erbivoro, Matteo Berrettini, apre da numero 7 (si è dissolto anche Thiem, infortunato al polso) la seconda metà del tabellone. Ha un sorteggio abbastanza complicato. Subito Guido Pella, mancino che nel 2019 raggiunse i quarti battendo Seppi, Anderson e Raonic. Viene da un periodo di bassa, l’argentino ma sull’erba ci sa fare. In terzo turno, John Isner, un’istituzione, con tanto di targa sul campo 18 per la sua vittoria record su Mahut nel 2010: 11 ore e 5 minuti divisi in tre giorni per superare il francese 64 36 67 76 70-68, un match da 216 ace (113 quelli di Isner) e 980 punti giocati. Tranquilli! Oggi sul 12 pari si gioca il tie break. […] Roger, infine. Ha un percorso che, negli anni di grazia, sarebbe apparso un ottimo allenamento in vista della finale. Mannarino, Gasquet, forse Norrie, Sonego o Carreno Busta. In che condizioni sia, nessuno lo sa. Quello visto ad Halle può restarci secco anche con Mannarino. È il momento di rivedere il primo turno degli italiani (un più per il favorito, un meno per un pronostico alla pari): (+)Seppi-Joao Sousa; (+)Travaglia-Martinez; (-)Cecchinato-Broady; (-)Sinner(19)-Fucsovics; (-)Fognini(26)-Ramos Virolas; (+)Berrettini(7)Pella; (-)Mager-Londero; (+)Sonego(23)-Pedro Sousa; (+)Hurkacz-Musetti; (+)Cilic-Caruso. Tre le ragazze con il tricolore. Paolini in difficoltà con Petkovic, Giorgi favorita con Teichmann e altrettanto Trevisan con Vesnina. Si è ritirata la Halep. Le due favorite, Barty e Serena Williams sono però dalla stessa parte del tabellone.

Nel mondo del Djo del tennis (Luca Castaldini, Sport Week)

Nel borsone con il quale il piccolo Novak a 5 anni si presentò al primo allenamento con Jelena Gencic c’è tutto l’imbattibile e indecifrabile Nole Djokovic che conosciamo oggi, primatista per numero di settimane (326) in vetta al ranking Atp e in corsa, dopo i trionfi all’Australian Open e al Roland Garros, per quel Grande Slam che nessuno riesce a centrare da 52 anni, quando l’australiano Rod Laver bissò l’impresa del 1962 mettendo in tasca anche Wimbledon e Us Open. E prima di lui, in oltre un secolo di tennis internazionale, il fantastico poker l’aveva realizzato solo lo statunitense Donald Budge. Ma era il 1938, preistoria della racchetta. BORSONE SCIENTIFICO” Il borsone, ha raccontato anni dopo Jelena, ex tennista e talent scout anche di Monica Seles e Goran Ivanisevic, era impeccabile. Apparteneva a un bambino eppure sembrava quello di un giocatore professionista, cerano anche i polsini e la maglietta di ricambio: «Tutto era in ordine e ben piegato». Quando lei gli fa notare la cura di quella preparazione, gli chiede se sia opera della madre. Novak è chiaro: «L’ho preparata io. Perché io voglio giocare a tennis, non mia madre». Nel paese serbo, non lontano dal confine con il Kosovo, i Djokovic, Srdjan e Djana, gestiscono una pizzeria davanti alla quale il governo aveva realizzato il piccolo impianto. «Qualcosa nel ritmo disciplinato di quel gioco mi ipnotizzava» spiegò Nole, tornando con la memoria ai pomeriggi da piccolo ma attentissimo spettatore. Il borsone era “scientifico” come scientifico, senza virgolette, ci appare ormai da tre lustri il suo proprietario cresciuto, tra i più inafferrabili nella lettura dei comportamenti in campo. Freddo, a tratti gelido, impenetrabile. Qui sta la sua forza ma qui sta probabilmente la ragione per cui in uno stadio, l’ultimo è stato il Court Philippe Chatrier parigino, che dall’altra parte ci sia Berrettini, Nadal o Tsitsipas, il pubblico difficilmente si schiera sfacciatamente per Djoker. E le sue posizioni radicali antivaccino da “No-vax Djokovic”, in epoca pandemica, di sicuro non aiutano l’operazione-simpatia. L’IDOLO PERFETTO Il primo idolo di Nole è Pete Sampras, campione di Wimbledon per 7 volte in 8 edizioni tra il ’93 e il 2000 cui l’americano aggiunse altri 8 Slam, compreso il miracolo di Parigi del 1996 per uno così poco amico della terra rossa. Il quasi ragazzino ripete continuamente che lui, un giorno, avrebbe preso il posto del “Pistol Pete” del Maryland. Eppure, durante le prime stagioni da professionista – esordio nel ’03, primo torneo vinto nel ’06 ad Amersfoort e primo Slam preso in Australia nel ’08 -, Djokovic, quando gli viene chiesto di “costruire” il giocatore perfetto, assembla «il servizio di Mario Ancic, il diritto di Fernando Gonzalez, la volée di Tim Henman». A questo, volendo vincere facile, aggiunge i suoi futuri – e ancora attuali, oggi dopo 15 anni- grandi avversari Rafa Nadal («per il fisico») e Roger Federer («per la mentalità»). NEL CIRCUS CON PIATTI La partenza della carriera è eccellente, all’altezza del… borsone e pure delle sue annate migliori. Come questo 2021 in cui è a un passo dall’eguagliare i due arcirivali per tornei dello Slam vinti (19 contro i 20 del maiorchino e dello svizzero). Nel 2005, appena diciottenne, Novak è il primo under 18 tra i primi cento professionisti del mondo. A vent’anni e pochi mesi conquista la prima finale Slam, perduta contro Re Roger allo Us Open. L’investimento della famiglia Djokovic, insomma, sta iniziando a fruttare. Per formare al meglio il ragazzo, i genitori a 12 anni lo avevano anche spedito in Germania da Niki Pilic, l’ex c.t. della Germania e in futuro della Croazia. Poi Djokovic scopre… l’Italia, Paese per il quale ha sempre dichiarato un grande amore, grazie a Riccardo Piatti, che ne accompagna i primi anni nel circuito. L’allenatore storico è però Marian Vajda, il maestro che su Nole ha forgiato il formidabile gioco d’anticipo, la solidità del servizio, la penetrazione del dritto e la più recente ricerca del serve and volley. NEL RIFUGIO ANTIAEREO “Per settantotto notti di fila la mia famiglia e io ci siamo nascosti nel rifugio antiaereo del palazzo di mia zia”: fuori dal campo da tennis, l’esperienza della guerra è uno spartiacque nella vita dell’attuale numero 1. Che così continuava: “Ogni sera alle otto una sirena annunciava il pericolo, allora tutti uscivamo di corsa dalla nostra casa. I boati si susseguivano fino all’alba: quando gli aerei volavano bassi, il frastuono era terribile”. La drammatica quotidianità, guidato da Jelena (“Mi aiutava a vivere normalmente”), lo costringe ogni giorno a cercare un campo diverso, spesso senza neanche una rete o sul cemento crepato. Andavamo dove c’erano stati gli ultimi attacchi, pensando che probabilmente in quella zona non avrebbero bombardato di nuovo. Giocavamo anche senza la rete o sul cemento pieno di crepe”. Che il ragazzino avesse carattere, lo confermano queste sue parole al Corriere, datate 2015: “Con l’ingenuità del bambino, trovai il lato positivo di quella situazione: la scuola era chiusa e potevo giocare a tennis quanto volevo”. MATRIMONIO BENEFICO Si chiama come la Gencic, Jelena. Di cognome fa Ristic, anche lei è nata a Belgrado e ha vissuto in Italia, a Milano, per frequentare la Bocconi e laurearsi in Economia. Jelena Ristic è, da ormai 16 anni, la presenza femminile fissa al fianco di Nole, prima come fidanzata e, dal 2014, come moglie. Il giorno del matrimonio è incinta di 5 mesi del primogenito Stefan: per la coppia funzione religiosa (in forma privata) sulla spiaggia di Kraljicina in Montenegro, non lontano dall’esclusiva isola di Sveti Stefan dove alloggiano gli ospiti. Il mezzo milione di euro pagato dalla rivista britannica che si assicurò l’esclusiva viene devoluto in beneficenza. Sul suo profilo Instagram, Djokovic-marito-modello dedica alla sua signora canzoni celebri (“You’re just too good to be true… Can’t take my eyes ofyou… “), e auguri di compleanno italoinglesi (“Happy Birthday amore We love you so much”). E le foto con i loro figli. TRA DIETA Nell’aprile 2011, per la prima volta, Nole parla apertamente alla Gazzetta del suo nuovo regime alimentare senza glutine e vegetariano, studiato l’autunno precedente insieme al nutrizionista Igor Cetojevic. Il quale, vedendolo perdere un torneo, aveva addebitato quel calo improvviso, azzeccandoci, a problemi respiratori collegabili a delle intolleranze alimentari: «Adesso lavoro e gioco al massimo», spiegò Djoker. «E non mi sento stanco come prima. Sono più lucido nel pensiero e positivo nell’emotività». Anche per la nuova frontiera alimentare Djokovic applica l’unico metodo che riconosce: la maniacalità. In Il punto vincente, l’autobiografia uscita sette anni fa, racconta il motivo della sua “battaglia del grano” (basta a pane, pasta, pizza). Nel tempo, della dieta vegetariana è passato alla vegana, con abbondanza di alghe e bacche di goji, oltre a verdure, frutta, cereali integrali, legumi e semi. […] E LO YOGA E scrupoloso anche nella cura del fisico: non a caso, a 34 anni, dimostra un’elasticità stupefacente. Parte integrante dell’allenamento del serbo è costituito dagli esercizi di yoga («Mi danno serenità e. brillantezza, mi aiutano a produrre energia dinamica»), meditazione («È essenziale per vivere i vari momenti, è come fare una rigenerazione») e stretching gravitazionale. […] DAL MILAN A TOMBA Tra le passioni sportive non ha mai nascosto quella per il calcio. Se in patria il suo tifo va alla Stella Rossa, da noi ha più volte dichiarato l’amore per il Milan. All’ex a.d. Adriano Galliani è arrivato addirittura a regalare la maglietta con cui ha vinto Wimbledon 2018, quello della rinascita, e la racchetta del trionfo agli Australian Open 2019. Non solo: dieci anni fa, poche settimane dopo aver dominato al Centre Court londinese, si era ritagliato una mezza giornata per andare a Milanello, chiacchierare a lungo con Ibrahimovic e condividere con lui il buon esito di una profezia: durante le ultime vacanze di Natale, a Dubai, Ibra si era sentito dire: «Se il Milan vincerà lo scudetto, io farò altrettanto a Wimbledon». Entrambe le cose si realizzarono. Anche nello sci, almeno da ragazzino, Djokovic tifa Italia. O meglio, Alberto Tomba: «Un mito! Papà era innamorato perso di Albertone. Tutta la famiglia si riuniva davanti alla tv per vedere le sue gare. Uno dei sogni della mia vita è ritrovarmi con Tomba in cima alla montagna di Kopaonik e scendere in slalom insieme a lui». LO SHOWMAN Tenendo sempre ben in mente quale palmarès ha messo assieme Djokovic, ma volendo ragionare sui motivi della scarsa empatia con il pubblico, si può iniziare ribaltando la situazione e tornare alla numerose gag di cui si è reso protagonista. Da italiani non possiamo dimenticare il suo rapporto stretto con Fiorello, al cui Show del 2009 si presenta imitando i colleghi Nadal e Maria Sharapova. Pochi giorni dopo, agli Internazionali di Roma, per imitare lo stesso Fiorello infortunatosi al polpaccio durante una partitella di calcetto nel backstage, entra in campo simulando un’andatura claudicante e con una vistosa parrucca brizzolata. Fiorello ha riproposto come ospite l’amico serbo sia a Buon varietà nel 2011 (in cui Nole dichiarò che sua “cugina” Nina Senicar aveva un flirt con Eros Ramazzotti), sia al Festival 2020 quando finalmente i due riescono a palleggiare insieme sul palco poco prima che Nole tentasse di imitare Eros – sempre lui – e la sua Terra promessa. Il lato showman il serbo lo esibisce anche a Wimbledon, nel 2015, al ballo dei vincitori, ma la sua danza sulle note della Febbre del sabato sera insieme a Serena Williams, leggendo i giornali dell’epoca, non entusiasma. A Parigi invece, nel 2010, era entrato in campo per il match con Llodra travestito da Groucho Marx. NUMERI DA STAR A Wimbledon 2021 Novak Djokovic, detto delle mire di Grande Slam a parte, si presenterà per incrementare il suo bottino di Big Titles. È arrivato a 60, grazie 5 Atp Finals, 36 Masters 1000 e 19 Slam, suddivisi tra 9 Australian Open, 2 Roland Garros, 5 Wimbledon e 3 Us Open. La sua stagione d’oro resta il ’15, ma è così luminosa da costargli probabilmente il progressivo down delle tre successive culminato nel ’18 nella sconfitta con Marco Cecchinato, numero 72 del mondo, nei quarti del Roland Garros. Non s’era mai vai vista un’annata così: 84 vittorie e sole 6 sconfitte, 11 tornei (tra cui 3 Slam, 6 Masters 1000 e le Atp Finals) e 16.585 punti in classifica, record assoluto.

Berrettini: “Il tennis per me è gioia” (Piero Valesio, Il Messaggero)

 Quasi non ci si ricorda più di quando, due anni fa, Matteo Berrettini fu travolto sul Centrale di Wimbledon da Roger Federer. Quello di allora era il Berrettini che si affaciava al cospetto dei più grandi. […] Ai Championships, che iniziano dopodomani, esordirà con Pella. Matteo, passata l’arrabbiatura di Parigi? «Quando hanno fermato me e Djokovic per far uscire gli spettatori alle 23 più che altro mi è dispiaciuto. Perché c’era il clima giusto per proseguire la battaglia. Poi è stato tutto diverso. E ho detto: peccato. Ma quando ho visto che invece la gente, nonostante il coprifuoco, l’hanno lasciata lì nella semi fra Nole e Nadal allora mi sono arrabbiato davvero». E ne aveva ben donde. «Un cambio di trattamento senza senso. Ma orami non ci penso più. Certo che quelle urla di Nole sono state motivo di orgoglio per me”. Perché? «Mi sono detto: però, quanta tensione gli ho fatto crescere dentro. Per sfogarsi in quel modo…». A proposito: il suo menàge di coppia con la Tomljanovic come procede? Litigate ogni tanto? «Ammazza. Più che altro è successo durante il lockdown quando siamo rimasti tre mesi ‘bloccati” in Florida. Mica facile restare insieme sempre e sotto lo stesso tetto. Però quelle liti d sono servite parecchio a far crescere il rapporto. Stiamo proprio bene, insieme». Non siete una coppia social. Anche se proprio ieri è circolato un microvideo di un suo cocktail con Ajla e Donna Vekic. «Usciamo anche noi ogni tanto… Ma non siamo per nulla schiavi dei social. Ci vediamo appena è possibile, quando ci riusciamo ci piace stare per conto nostro. Non esibire». Più difficile restare in lockdown con la propria compagna o migliorare il rovescio? «Svelo un segreto: nella mia vita ho trascorso molto più tempo ad allenare il dritto che il rovescio». Spieghi, please. «Si era capito subito che i miei punti forti erano il servizio e il dritto. E allora ci siamo detti: dobbiamo imparare a portare a casa più punti passibili con queste che sono le mie armi. Il resto possiamo migliorarlo ma su quei due fondamentali devo diventare devastante». Beh, obiettivo raggiunto. Anni fa un bimbo le chiese: diventerai numero 1 al mondo? E lei rispose: sto lavorando per questo. «Era per infondere autostima nel bimbo… Però una certezza ce l’ho: adesso non parto battuto con nessuno. L’ho capito contro Djokovic. A volte mi dico: guarda dove sono arrivato». A vincere il Queen’s. Mica bruscolini. «Lì ho sentito proprio il profumo della Storia con la S maiuscola. Quello non è un luogo come gli altri. Bisogna esserci per capirlo. Quando ero bambino io avevo i miei sogni: ma un conto è sognare di vincere su quell’erba, altra questione è riuscirci. Lo dico sinceramente: mai avrei pensato di arrivare così in alto. Sorrido quando ci penso». Ah, il sorriso: quello più amato dalle mamme italiane. «Glielo hanno detto loro?». Ogni giornalista ha le sue fonti. «Allora mi fa piacere. Sarà perché io vengo da una famiglia dove col sorriso abbiamo sempre avuto, come dire, confidenza. Se oggi sono ciò che sono è perché ho respirato quell’aria e ho avuto genitori che mi hanno indicato la strada giusta per vivere bene». II complimento più dolce che le ha fatto sua madre. «Che è orgogliosa di me. Ma non per quello che vinco, se vinco, o per come gioco. Per ciò che sono». Questo andrebbe scritta all’ingresso di tutti i circoli. «Far felice la mia famiglia è fonte di gioia. Non dimentichiamo mio fratello Jacopo, tennista pure lui: non riusciamo a vederci granché, però ci sentiamo spessissimo. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro. E fra esseri umani o c’è questa cosa o non c’è». Come è la vita a Wimbledon in tempi di variante Delta? «Una meraviglia. Scherzo, ovviamente. Siamo tutti in un hotel del centro di Londra e ogni giorno ci sciroppiamo un’oretta di viaggio per arrivare a Wimbledon e un’oretta, se non di più, per tornare. Tampone obbligatorio ogni due giorni». Aspettando la rivincita con Djokovic che potrebbe arrivare solo in finale. «Certo la prospettiva di giocare nel Centrale pieno senza che se ne vada nessuno… Non sarebbe male». Così farà innamorare anche le mamme d’Inghilterra. «Intanto ringrazi quelle italiane, a nome mio».

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Flash

Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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