Numeri: Ruud domina sul rosso 'minore', ma non è più un circuito per terraioli

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Numeri: Ruud domina sul rosso ‘minore’, ma non è più un circuito per terraioli

Casper Ruud raccoglie oltre l’80% dei suoi punti sulla terra battuta. In passato sarebbe bastato per entrare in top 10, oggi forse no. Come lui Garin, Delbonis e Ramos-Vinolas

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Casper Ruud - Madrid 2021 (photo MMOpen 2021)
 
 

60 – le partite vinte da Casper Ruud sulla terra battuta da gennaio 2019 ad oggi. Due anni e mezzo fa, appena ventenne, il norvegese non era ancora entrato in top 100 e si era fatto notare al grande pubblico solo per la semifinale raggiunta all’ATP 500 di Rio nel 2017. Era più conosciuto per essere il figlio di Christian, ex 39 ATP capace di arrivare in finale a Baastad nel 1995 e di raccogliere prestigiosi scalpi tennistici (l’allora n.4 del mondo Kafelnikov a Monte Carlo nel 1997, il n.3 Corretja agli Australian Open del 1999).

Da inizio 2019, invece, Casper ha iniziato una escalation che, grazie alle tredici semifinali raggiunte sul rosso – tra cui quelle a livello Masters 1000 centrate a Roma lo scorso settembre e a Monte Carlo e Madrid appena qualche mese fa – lo ha portato a chiudere la stagione 2020 al 27° posto, quella del suo primo trofeo nel circuito maggiore, ottenuto a Buenos Aires. Due mesi fa Ruud è poi entrato per la prima volta in top 20 sino a issarsi all’attuale 14°posto della classifica e a raggiungere la nona piazza della Race to Torino, in virtù dei punti garantiti dai titoli ATP 250 vinti a Ginevra a maggio e, nelle ultime due settimane, a Baastad e Gstaad, tornei nei quali il norvegese ha incontrato, nelle otto partite giocate complessivamente per vincerli, un solo top 50 – Benoit Paire.

Dalla prossima settimana – poiché Schwartzman perderà 125 punti del titolo vinto a Los Cabos nel 2019 – Ruud salirà con ogni probabilità al tredicesimo posto e, vincendo l’ultimo torneo sul rosso in programma nel calendario del circuito maggiore nel 2021 – l’ATP 250 di Kitzbuhel a cui è iscritto questa settimana – il norvegese potrebbe arrampicarsi sino al 12° posto. La grande continuità di rendimento e l’elevata preparazione psicofisica necessaria per giocare e vincere tante partite sono una indubbia qualità che va premiata, ma non dissipano i dubbi relativamente a un suo ulteriore e significativo miglioramento della posizione nel ranking. Innanzitutto perché – soprattutto in un circuito modificatosi negli ultimi anni riducendo il numero degli appuntamenti giocati sulla terra battuta – Ruud è uno dei pochi specialisti del rosso ad avere anche un buonissimo successo in classifica.

 

Per la tipologia di percorso compiuto e di provenienza dei punti in classifica, oltre al norvegese, nella fascia di classifica più prestigiosa e remunerativa troviamo infatti il solo Christian Garin: tra i top 20, lui e Ruud sono gli unici ad ottenere con percentuali bulgare dalla terra battuta la maggioranza dei loro punti (più in basso troviamo Ramos-Vinolas, Djere, Delbonis e Alcaraz).

Come si vede dalla tabella che abbiamo preparato, il cileno non a caso è al secondo posto assoluto nel circuito maggiore per vittorie sul rosso dal gennaio 2019, successi che gli hanno consentito di vincere ben cinque ATP 250 ai quali non sono seguiti, come invece accaduto per Ruud, buoni piazzamenti nei Masters 1000 giocati sulla terra, nei quali Garin vanta come miglior risultato un quarto di finale.

Tornando al tennista norvegese, per capire gli attuali dubbi sul suo attuale valore ad altissimi livelli è sufficiente visionarne il rendimento fuori dalla terra battuta: nelle venti occasioni nelle quali ha affrontato top 50 lontano dall’amato mattone tritato, ne ha vinte sole tre: una quest’anno contro Thompson (con l’australiano ritiratosi nel corso del match), e rispettivamente una con Fognini e Isner, entrambe in un torneo sempre particolare – perché inaugurale della stagione tennistica – come la ATP Cup nel 2020. Come se non bastasse, Ruud ancora non ha ancora centrato gli ottavi al Roland Garros e contro i top ten, se si esclude la bella vittoria ottenuta a maggio su Tsitsipas a Madrid, nemmeno sul rosso ha un bilancio brillante (3-6), mentre è davvero notevole quello che ha fatto a partire da gennaio 2019 contro i colleghi dalla 11° alla 20° posizione, sconfitti sulla sua superficie preferita in sei occasioni su sette.

A nemmeno 23 anni (li compirà il prossimo 22 dicembre) un completamento del suo bagaglio tecnico è però ancora possibile, come dimostra del resto l’evoluzione della carriera di Thiem, che all’età attuale di Ruud era 15 del mondo, aveva vinto quattro tornei sul rosso e iniziava a dare un segnale di potenzialità sul cemento centrando ad Acapulco la prima vittoria su questa superficie.

Esaminando il prospetto riepilogativo delle statistiche da noi raccolte, emerge del resto in maniera chiara come nella top ten il solo Tsitsipas, 4 ATP, abbia oltre il 40% dei punti in dote derivante da tornei giocati sulla terra battuta e che persino il più grande di sempre sul rosso, Nadal, abbia ottenuto circa il 52% degli 8270 punti che gli garantiscono il terzo posto in classifica sul cemento all’aperto. Questa è la condizione di gioco nella quale si giocano la maggioranza dei tornei (e, soprattutto, vi si disputano due Slam e ben cinque Masters 1000, ovvero buona parte degli appuntamenti che durante la stagione mettono in palio punti pesanti).

Gli attuali top 10, ad eccezione di Tsitsipas e del nostro Berrettini (che come ben sappiamo ha fatto benissimo sull’erba) traggono la più importante quota del punteggio che sostanzia la loro classifica dagli appuntamenti che si giocano sul duro outdoor. Al contrario, si può essere numeri due al mondo raccogliendo sul rosso meno dell’8% dei punti conquistati: lo conferma quanto sta accadendo a Medvedev, che negli ultimi due anni e mezzo sulla terra battuta ha vinto appena tredici delle ventitré partite da lui giocate, ricavando complessivi 780 punti, un bottino addirittura inferiore a quello ottenuto su questa superficie da uno specialista in ascesa, ma pur sempre fuori dalla top 50, come Alcaraz.

La difficoltà di emergere a grandi livelli in classifica raccogliendo risultati quasi esclusivamente sulla terra è dimostrata inequivocabilmente dall’analisi della provenienza dei punti dei tennisti presenti nella top 50 ATP. Oltre a Sonego e Davidovich Fokina, che pur avendo ottenuto la maggioranza dei loro punti sul rosso, hanno raggiunto risultati significativi anche su altre superfici, sono presenti (e comunque tutti oltre la quarantesima posizione) con percentuali di punteggi ottenuti su tornei giocati sul mattone tritato quasi “plebiscitarie” i soli Ramos, Delbonis (quest’ultimo tra l’altro senza avere mai raggiunto una finale dal 2019 in poi) e Djere. Questi ultimi tre tennisti, pur concentrando la programmazione sui tornei che si giocano sulla terra (da gennaio 2019 ,come fatto anche da Ruud e Garin, ne hanno giocato circa venticinque) non riescono a compiere il salto di qualità nel ranking. Nonostante abbiano ottenuto numerose vittorie e buoni (se non ottimi) piazzamenti nei tornei minori, non trovano la grande fama e ricchezza riservata ai migliori.

Federico Delbonis – ATP Challenger Parma (foto Felice Calabrò)

In virtù di quanto sinora osservato, per Garin e soprattutto Ruud, il quale sembra avere maggiori margini di crescita del cileno, arrivare e rimanere stabilmente nella top ten presuppone un salto di qualità del loro tennis sulle superfici diverse dal rosso mattone. Sembra estremamente difficile possano riproporsi i tempi in cui ancora negli anni Novanta erano grandi protagonisti terraioli puri, seppur fortissimi, come Bruguera (numero 3 ATP che ha vinto, fuori dalla terra battuta, solo il piccolo torneo di Bordeaux), ed esistevano vincitori del Roland Garros mai capaci di ottenere titoli su altre superfici, come Albert Costa (6 ATP, 12 titoli tutti sul rosso) e Gaudio. Soprattutto, era possibile per Berasategui e Mantilla – il livello attuale di Garin e Ruud è più simile a quello di questi ultimi due – arrivare sino alla top ten. Oggi sarebbe e sarà più difficile, salvo progressi importanti sul duro.

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ATP Sofia e Tel Aviv, qualificazioni: Seppi e Nardi in corsa per i due tabelloni principali

Lunedì alle 11 Andreas e Luca scenderanno in campo rispettivamanente in Bulgaria e in Israele per guadagnare un posto in main draw. Eliminati Caruso, Travaglia, Marcora e Giustino

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Luca Nardi – ATP Tel Aviv (foto via Twitter @telavivopen)

Una nuova settimana di tennis sta per iniziare e il circuito ATP si dividerà tra tre sedi: Sofia, Tel Aviv e Seoul. In Corea non ci saranno giocatori azzurri, mentre una rappresentanza italiana sarà sicuramente presente nella capitale della Bulgaria, dove Sinner giocherà da campione in carica oltre che da numero uno del seeding. Jannik sarà affiancato da Musetti, Sonego e Fognini e a questo quartetto potrebbe aggiungersi Andreas Seppi. Il giocatore nato a Bolzano ha infatti superato il primo dei due turni di qualificazione al main draw del Sofia Open (6-4 6-2 a Donski) e lunedì sfiderà Blancaneaux per completare l’opera. Non ci sarà, invece, questa opportunità per Caruso e Travaglia, eliminati rispettivamente da Nesterov e Madaras (Stefano si è ritirato quando era sotto 5-0 nel primo set).

In Israele, dove le attenzioni saranno tutte su Djokovic (a meno che il problema al polso accusato durante la Laver Cup non cambi i suoi piani), le speranze di avere un giocatore italiano nel tabellone principale del  Watergen Open sono riposte unicamente su Luca Nardi. Il classe 2003 non ha avuto problemi contro il russo Chepelev, fuori dai primi 300 del mondo, sconfitto con il punteggio di 6-3 6-1. Sulla carta nemmeno il turno decisivo si presenta come proibitivo: dall’altra parte della rete ci sarà infatti il giocatore di casa Leshem, numero 443 del ranking, che ha superato l’azzurro Giustino nel primo turno di qualificazione. Anche Marcora si è fermato subito, perdendo 6-3 6-2 da Broady.

Sia Seppi che Nardi giocheranno lunedì mattina alle 11. Per Andreas sarebbe la sesta presenza dell’anno in un main draw ATP, la prima dopo quasi quattro mesi (l’ultima è stata a s’Hertogenbosch). Luca, invece, proverà a guadagnarsi la possibilità di giocare la quarta partita ATP della sua giovane carriera, dopo le sconfitte ad Anversa contro Giron nel 2020 e quest’anno a Roma contro Norrie e ad Amburgo contro Carreno Busta.

 

IL TABELLONE COMPLETO DEL ATP 250 DI TEL AVIV

IL TABELLONE COMPLETO DEL ATP 250 DI SOFIA

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WTA Parma: si parte lunedì mattina con Stephens. Poi Sakkari, “innamorata della città”

Oltre alla campionessa Slam Sloane Stephens e alla favorita Sakkari, in campo anche Sara Errani. Nelle qualificazioni, concluse domenica, ruba l’occhio la 18enne Andreeva

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Sloane Stephens - WTA Parma 2021

Parma è pronta per tornare ad accogliere il grande tennis mondiale. L’anno scorso, a maggio, la città emiliana visse due settimane memorabili ospitando in fila prima il circuito WTA e poi quello ATP: quasi un evento combined, un privilegio che pochi tornei al mondo possono permettersi. In questo 2022, con il contributo del Comune, MEF Tennis Events e il Tennis Club Parma sono riusciti a riproporre l’organizzazione del WTA 250 che seguirà così il Challenger della rinascita di Coric disputatosi a giugno. Il Parma Ladies Open è già partito ieri con i primi turni del tabellone di qualificazione, portato a termine oggi nonostante gli scrosci di pioggia del mattino. Da domani, però, il livello si alza e non di poco: alle 10 verrà inaugurato il main draw e a farlo sarà una campionessa Slam come Sloane Stephens (numero 6 del tabellone) che affronterà la polacca Frech.

Il menu di giornata sarà arricchito da altre due portate in grado di richiamare il pubblico locale. Nel primo pomeriggio scenderà in campo la favorita del torneo, nonché numero 6 del mondo, Maria Sakkari. La greca ha raccontato alla stampa di essere immediatamente entrata in sintonia con la città e di avere un unico obiettivo per questa settimana, ovvero la vittoria: “Ho fatto il tour della città ed una degustazione, mi sono subito innamorata di Parma ed il cibo è semplicemente fantastico, specialmente prosciutto e parmigiano. Questa stagione è stata diversa da quelle che ho vissuto in passato. Avevo iniziato benissimo, ma in estate ho avuto un calo e ho sentito un po’ il peso della nuova classifica e delle aspettative che comporta. Adesso però mi sono ripresa e voglio chiudere bene l’anno per poi concentrarmi sul 2023. Il mio obiettivo è chiaramente stare qui fino a sabato ed alzare il trofeo”. L’avversaria nell’esordio di domani sarà la qualificata ucraina Baindl.

Chiuderà poi il programma della prima giornata una delle sei italiane presenti in tabellone: Sara Errani, nata a Bologna, quindi sostanzialmente di casa. L’azzurra se la vedrà con l’americana Lauren Davis con cui ha già giocato quattro volte in carriera (3-1 in suo favore i precedenti). Sempre domani gli appassionati potranno anche godersi un doppio tutto italiano (Trevisan/Paolini vs Urgesi/Pace) e uno tricolore per metà (Cocciaretto/Paoletti vs Rud/Zidansek). Nel frattempo, nelle qualificazioni si è fatta notare la 18enne russa Erika Andreeva che ha lasciato per strada solo 6 game nelle due vittorie che le hanno permesso di accedere al tabellone principale.

 

Tutti i risultati dell’ultimo turno di qualificazione:

J. Niemeier (1) b. O. Selekhmeteva (9) 6-3 6-3

R. Jani (2) b. G. Lee (7) 5-7 6-3 6-0

S. Waltert (3) b. M. Carle (12) 6-3 2-6 6-4

A. K. Schmiedlova (4) b. A. Parks (10) 6-2 6-2

K. Baindl (5) b. I. Bara (8) 6-0 6-3

E. Andreeva (6) b. R. Masarova 6-2 6-2

Il tabellone completo del WTA 250 di Parma

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Editoriali del Direttore

“Tiafoe e Sock due veri trogloditi per sparare addosso a Federer e Nadal”. Lo ha detto Panatta. Non sono d’accordo, ma Panatta è Panatta…

Le parole di Adriano Panatta, che trovo “populiste” anche se può dire quello che vuole, pesano più della mia opinione. Totalmente contraria. Forse sbaglio, ma credo che Roger Federer la pensi come me

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Roger Federer (destra) con Rafael Nadal (sinistra) - Laver Cup 2022 Londra (foto Twitter @lavercup)

L’addio di Roger Federer al tennis giocato – anche se solo a quello agonistico – ha fatto scrivere fiumi di parole. (Non era il titolo di una canzone che vinse il festival di Sanremo?). Più mari che fiumi, a dire il vero. Era inevitabile che fosse così trattandosi del personaggio tennistico più carismatico del terzo millennio. E probabilmente non solo di quello.

Pensare di poter scrivere ancora qualcosa di originale, di inedito, su Roger, sulla sua carriera e su quello che ha significato per il tennis sarebbe estremamente presuntuoso. E io, pur tirato per la giacchetta da diversi affezionati lettori che mi hanno rimproverato di aver scritto poco dacché Roger ha dato il suo fatidico annuncio – questo però l’ho scritto – non credo sia il caso di aggiungere tante altre parole, tanti altri elogi più o meno scontati.

L’importante era dare spazio al suo ritiro, pubblicare molti articoli, scritti anche meglio del mio, su Ubitennis. E quando me l’hanno chiesto, ho accettato di rispondere a varie radio e TV che hanno voluto interpellarmi.

 

Posso semmai dire quel che potevate intuire anche se non ve l’avessi detto io: e cioè che ogni partita di Federer faceva schizzare i live di Ubitennis in termini di commenti. Ogni giorno in cui giocava lui registravamo molte ma molte più visite che per gli altri match. Era facilissimo rendersene conto guardando i dati delle visite negli Slam, quando lui giocava un giorno sì e uno no.

 Ogni articolo che lo riguardava, nei giorni buoni come quelli meno buoni, veniva – e viene – più letto di quasi tutti gli altri. Anche dei tennisti italiani. È stato un campione transnazionale. Salvo quando ha giocato in Spagna contro Nadal, ha giocato sempre in casa. Perfino a Londra contro Andy Murray, in certe occasioni.

Quando dico, di conseguenza, che Roger ci mancherà, e ci mancherà molto, è una constatazione certamente sentimentale e ricca di sincero affetto. Ma non solo.

Devo però anche confessare in tutta onestà che se nel 2016, quando lui per via dei suoi primi seri guai fisici ebbe una pessima annata dominata nella prima parte da Djokovic e nella seconda da Murray, temevo che l’inevitabile declino di Federer avrebbe avuto pesanti ripercussioni sugli indici di presenze dei lettori su Ubitennis, poi invece mi sono potuto tranquillizzare. 

E non solo perché il tennis ha sempre dimostrato di essere sempre più forte di tutti i suoi campioni, anche quelli più straordinari e di non risentire poi eccessivamente della scomparsa agonistica di Laver e Newcombe, di Nastase e Smith, di Borg e McEnroe, di Lendl e Connors, di Becker e Edberg, di Sampras e Agassi. Quindi reagirà anche alla “scomparsa” agonistica di Federer, Nadal, Djokovic.

Infatti fra il 2017 del suo grande e certamente abbastanza inatteso ritorno di Federer insieme a quello di Nadal (in quell’anno hanno vinto 2 Slam ciascuno) e poi il 2018 con la semifinale al Roland Garros di Cecchinato che – l’ho scritto mille volte – ha dato l’abbrivio alla rinascita del tennis italiano caratterizzata dagli exploit di Berrettini, Sinner e poi Sonego e Musetti, ho capito che Ubitennis sarebbe sopravvissuto persino all’abbandono di Federer.

Anche sulla celebrazione federeriana di venerdì notte durante la prima giornata di Laver Cup avrete visto e letto e di tutto. Su Ubitennis e altrove.

Io voglio accennare soltanto a una serie di commenti che mi sono giunti all’orecchio, prima da un amico tifoso di Federer che stimo, ma il cui commento non condivido, anche se poi a quello si è accodato uno assai più pesante, firmato Adriano Panatta.

Questo caro amico mi ha scritto sul mio whatsapp: ”Ma io dico… organizzi tutto per dare l’addio a uno dei più grandi giocatori della storia del tennis e gli fai perdere l’ultima partita con Tiafoe che gli tirava addosso a lui e a Nadal??? Da tifoso di Federer trovo che abbia rovinato la serata… in una esibizione come quella di venerdì credo che possa essere abbastanza normale e non disdicevole mettersi d’accordo… soprattutto per una occasione così.

Sui social ho poi trovato una miriade di commenti sullo stesso tono e assai critici nei confronti di Frances Tiafoe, reo di aver centrato Federer con una pallata e di non essersi risparmiato con le sue bombe di risposte. mettendo in difficoltà evidente sia Federer sia Nadal. Come del resto Jack Sock che sul matchpoint per il World Team (che avrebbe poi vinto 13-8 la sua prima Laver Cup su Team Europe grazie alla rimonta compiuta nell’ultima giornata quando le 3 vittorie valevano 3 punti ciascuna) ha infilato Rafa Nadal, reo di essersi mosso dal lungolinea con troppo anticipo.

A un certo punto, durante un cambio di campo, ho sentito Nadal che confessava ai suoi compagni di squadra: “Gioco poco il doppio e ho giocato poco ultimamente, ma non riesco a vedere in tempo dove va il dritto di Sock!” 

Io, prima di sapere che cosa avesse detto Panatta, avevo risposto così a questo mio amico: “Rispetto il tuo parere, ma resto dell’idea che il miglior modo di rispettare lo sport e uno sportivo è quello di dare in ogni occasione il meglio di se stessi. E vincere se si può. È un po’ il discorso di chi era solito consigliare a un giocatore molto più forte di non dare 6-0 all’avversario ma di fargli fare un game per non umiliarlo. Secondo me regalargli quel game – anche sapendo nasconderlo – era una umiliazione ancor peggiore.

Tieni poi presente, amico mio, che Roger è il co-organizzatore della Laver Cup – lo sarà anche negli anni prossimi – e si è sempre esposto per dimostrare che il suo evento è vera competizione, che i giocatori si battono fino all’ultimo per orgoglio e prestigio. Non giocano la Laver Cup, sebbene non ci siano punti e soldi al di fuori degli ingaggi, come se fosse una esibizione. Al suo primo avvento la Laver Cup fu considerata da molti opinionisti una mezza baracconata. Se il doppio americano avesse perso apposta, ecco che il discorso avrebbe potuto riaprirsi. E Federer più di chiunque altro non lo avrebbe voluto. Avrebbe semmai voluto trasformare il matchpoint con un ace, questo sì e di sicuro. Ma non ne è stato capace e il matchpoint è sfumato. Lui stesso, parlando con i propri compagni al cambi campo ha ironizzato: ‘Avete visto come sono stato lento?’ e ci ha fatto una risata sopra”.

Ciò scritto e sostenuto a chiare lettere, anche se io ritengo che Federer (e nessuno del suo team organizzativo) mai avrebbe potuto invitare (e neppure suggerire) Tiafoe a “non tirargli addosso” – vi immaginate se un giorno quello scavezzacollo avesse rivelato un imbarazzante retroscena del genere? – forse se Tiafoe avesse un tennis meno di potenza e più di tocco nella risposta magari sia lui sia Sock avrebbero sparato meno cannonballs. Tiafoe un gran tocco ce l’ha solo a rete (ma anche in qualche lob): ha fatto drop-volley fantastiche. Altro che troglodita!

Ma quando si gioca, e soprattutto in doppio quando si ha pochissimo tempo per riflettere e reagire e perfino in doppio misto si impara a indirizzare i proprio colpi più violenti sulla donna pur rischiando l’accusa di scarso fair-play, i casi sono due: o si gioca per vincere oppure no.

Al mio amico ha fatto eco, assai più pesante e meno delicato, anche Adriano Panatta al meeting organizzato dalla Gazzetta a Trento. Adriano ha detto:

“Ho trovato di cattivo gusto, volgare e villano che quei due americani tirassero a tutta forza in faccia a Federer e Nadal… Lo fanno solo perché non sono capaci di fare altro.  Non sanno minimamente cos’è il tennis. Nemmeno lo possono capire. Sono dei trogloditi del tennis, ma soprattutto due villani nei confronti di due campioni del calibro e dell’educazione di Federer e Nadal. Ho pensato: Dio perché non mi dai la possibilità di entrare in campo come quando avevo 25 anni…”.

Secondo me sono commenti… populisti. Che troveranno un mare di consensi fra i tifosi di Federer. E fra gli estimatori a scatola chiusa di Adriano Panatta. Ma che, mi permetto di ipotizzare, non troverebbero il consenso dello stesso Federer.

Il tennis della Laver Cup non doveva trasformarsi nel… wrestling, sport nel quale i protagonisti sul ring si mettono d’accordo nel fare più spettacolo possibile, ma il vincitore è già deciso in partenza. E di solito vince l’attore più apprezzato, più amato dal pubblico, perché così vuole lo show.

Federer avrebbe preferito vincere, questo è sicuro, perché non c’è campione che ami perdere. Ma non avrebbe preferito vincere grazie a un gentile omaggio degli avversari.

Jack Sock – vorrei dire a Panatta – è un campione, non un troglodita. Panatta è stato ingeneroso e ingiusto, o forse disinformato

Nonostante mille infortuni abbiano danneggiato la sua carriera, fermandolo per più anni, Jack Sock è stato n.8 del mondo in singolare e n.2 in doppio: ha vinto in questa specialità due volte Wimbledon, 2014 e 2018, una l’US Open 2018 in mezzo a 17 tornei… più i 4 da singolarista incluso un Masters 1000… e alle finali ATP 2017 lui è giunto in semifinale. Quando nessun italiano era riuscito a vincerci un match prima di Berrettini e Sinner. Nei doppi Sock ha anche conquistato una medaglia d’oro e una di bronzo alle Olimpiadi di Rio. Insomma, magari l’Italia avesse avuto trogloditi come lui. Che non tira solo forte, anche se il suo dritto fa paura, ma ha dimostrato anche pregevolissimi colpi di tocco sottorete. Nessun tennista, se non erro, ha procurato tanti punti al proprio team quanti Jack Sock nei 5 anni di Laver Cup… tanto che forse Europe Team, che pure schierava i Fab Four (a mezzo servizio…) in futuro dovrebbe probabilmente pensare a selezionare almeno un grande doppista del suo stesso livello.

Quanto a Frances Tiafoe, che ha procurato al World Team nella Laver Cup, la vittoria decisiva annullando 4 matchpoint a Tsitsipas e vincendo tutti i tiebreak giocati, è giovanissimo, è fresco reduce da una semifinale all’US open dove ha costretto al quinto set (vincendo due tiebreak su due) il n.1 del mondo Carlos Alcaraz, tennista che Panatta ha mostrato di apprezzare più di ogni altro.

Che doveva fare il giovane Tiafoe, chiamato all’ultimo tuffo a rappresentare Team World? Tirare più piano quando lui è abituato a anticipare a tutta forza le risposte e le palle che gli arrivano corte a metà campo?

Frances ha dimostrato, nei recuperi sulle palle corte e a rete, di avere non solo gambe e potenza, ma anche straordinarie doti di tocco. Doveva giocare più piano quando poteva tirare forte? Ma allora tanto valeva arrendersi subito all’idea che, per malinteso senso del rispetto nei confronti di Roger Federer, bisognava perdere.

Ribadisco: a Federer per primo, e non solo a McEnroe o al sottoscritto, non sarebbe piaciuto. E anche se a pronunciare parole in libertà nel corso di un incontro organizzato non costa nulla, non condivido per nulla quel che ha detto Adriano e mi piacerebbe sentire prossimamente che cosa  pensano sull’argomento altri campioni che non si preoccupassero soltanto di mostrarsi “politically correct”. Sarei curioso di sentire anche Paolo Bertolucci, l’amico inseparabile di Adriano. La pensa come lui? Glielo chiederò, sperando che mi risponda.

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