Identikit statistici: Roger Federer

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Identikit statistici: Roger Federer

Uno sguardo statistico al gioco di King Roger negli Slam

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Roger Federer - Australian Open 2018 (foto via Twitter, @AustralianOpen)
 

Lunedì 1 giugno 2009, Roger Federer scende in campo per gli ottavi di finale del Roland Garros. Dall’altra parte della rete, lo attende Tommy Haas, giocatore brillante che ha dimostrato, nel corso del torneo, un ottimo stato di forma. Per Federer, non è una partita come tutte le altre. Dopo aver dominato il circuito dal 2004 al 2007, qualificandosi per quindici semifinali su sedici nelle prove del Grande Slam e aggiudicandosi undici titoli, nel 2008 Rafa Nadal ha interrotto il suo dominio, strappandogli la prima posizione del ranking grazie anche a una vittoria in una partita leggendaria, in finale a Wimbledon, in cinque set.

Anche il 2009 si apre con una vittoria di Nadal, ancora una volta in cinque set, all’Australian Open, e le lacrime di Federer durante l’intervista post-match la dicono lunga sul suo stato d’animo. Il 31 maggio 2009 però, alla vigilia del match di Federer con Haas, accade l’incredibile. Nadal, che sulla terra sembrava addirittura inavvicinabile, ha perso il suo match di ottavi di finale in quattro set, sconfitto da Robin Soderling. Anche Djokovic, nella fase iniziale della propria carriera ma già avversario molto temibile, è stato sconfitto, addirittura al terzo turno, da Philipp Kohlschreiber, in tre set. È la grande occasione, per Federer, di rilanciarsi conquistando per la prima volta il titolo sulla terra di Parigi, che ancora lo separa dal Career Grand Slam.

Haas però non è affatto intenzionato a cooperare. Si porta in vantaggio di due set, e sul 4-3, servizio Federer, nel terzo set, si procura una pericolosissima palla break. Roger serve bene, ma senza forzare, e Tommy Haas riesce a indirizzare la propria risposta verso l’angolo sinistro, quello del rovescio. Federer decide però di girare intorno alla palla, e colpire di dritto. È una scelta estremamente rischiosa, specie data la situazione di punteggio: se il colpo non sarà vincente, Haas avrà molto campo a disposizione e potrà conquistare, se non il punto diretto, un notevole vantaggio nello scambio. Federer però gioca un dritto inside-out che lascia tutti a bocca aperta: Haas, come tutti gli spettatori, può solo ammirare.

 

Vincerà nove giochi consecutivi, chiudendo il terzo set per 6-4 e il quarto addirittura per 6-0. Haas cerca di reagire, ma Federer ha ritrovato lo slancio dei giorni migliori e si aggiudica anche il quinto set per 6-2. Non senza difficoltà, specialmente nella semifinale con Del Potro, Federer vincerà il titolo, che resta, ancora oggi, il suo unico trionfo a Parigi. A Wimbledon riconquisterà la prima posizione nel ranking ATP, rilanciando una carriera che, a dodici anni di distanza, forse non ha ancora smesso di sorprendere.

Tommy Haas, intervistato dopo il match, a una richiesta di commentare quel colpo straordinario, capace di cambiare la partita, risponde: “It’s just Roger, playing like Roger“, ovvero “È soltanto Roger che gioca come Roger“. Già, ma come gioca Roger? Quali sono, oltre alla classe del campione, le caratteristiche che rendono il gioco di Federer così vincente, e il campione svizzero così longevo ai massimi livelli? Proviamo a chiedercelo analizzando i dati dei suoi match nei tornei del Grande Slam nella seconda fase della carriera, negli ultimi dieci anni. Prima di cominciare, però, diamo uno sguardo allo sterminato palmarès di Roger.

PALMARÈS

Il talento di Federer sboccia molto presto, e gli vale la vittoria di Wimbledon Junior e la finale dello US Open Junior nel 1998, a 17 anni. Sempre nel 1998 gioca il suo primo match di livello ATP a Gstaad, e viene sconfitto in due set da Lucas Arnold Ker. Nel 1999 ottiene la sua prima vittoria in Coppa Davis sconfiggendo Davide Sanguinetti e conquista la sua prima semifinale ATP nel torneo di Vienna. A fine anno, raggiunge la sessantaquattresima posizione del ranking.

Nel 2000 raggiunge la finale ai tornei di Marsigna e di Basilea e conquista, un po’ a sorpresa, la quarta posizione alle Olimpiadi di Sydney. A fine anno, entra in Top 30. L’anno successivo, il 2001, segna un passaggio molto importante: Federer vince il suo primo titolo, a Milano, ma soprattutto sconfigge Sampras a Wimbledon in cinque set, interrompendo una striscia di trentuno vittorie consecutive del tennista americano in quel torneo. Resterà quella l’unica volta in cui Federer e Sampras si troveranno l’uno di fronte all’altro, e il match ha il sapore di un passaggio di consegne. Federer, nel 2001, conquista i quarti a Parigi e proprio a Londra (sarà sconfitto dallo specialista Tim Henman in quattro set). Forte anche della finale al torneo di Basilea e degli ottavi di finale raggiunti a Flushing Meadows, si affaccia alle soglie della Top 10, chiudendo l’anno in tredicesima posizione.

L’anno successivo conquista il suo primo Masters 1000, ad Amburgo, e accede per la prima volta alle ATP Finals. Il 2003 è l’anno della definitiva consacrazione: Federer trionfa a Wimbledon e conquista il suo primo titolo alle Finals. Si trova ancora secondo in classifica, a pochi punti da Andy Roddick, ma il sorpasso è soltanto questione di tempo.

Dal 2004 al 2007, come già descritto nell’introduzione, il campione elvetico domina il circuito: gli sfugge soltanto la vittoria a Parigi, complice l’esplosione di Nadal a partire dal 2005. Dopo la (relativa) crisi del 2008 e la reazione del 2009, con la doppietta Roland Garros-Wimbledon, Federer continua, sia pure a un ritmo inferiore (nel frattempo anche Djokovic è diventato un serissimo rivale) a inanellare successi. Arrivati alla fine stagione del 2012, Federer ha in bacheca sette vittorie a Wimbledon e sei alle ATP Finals, entrambi record assoluti, a testimonianza di una qualità di gioco sempre eccezionale, ma che diventa addirittura inarrivabile sul veloce, se Roger è in buone condizioni fisiche.

Nel 2013 però non fa registrare particolari acuti, e sembra che il tennista si stia avviando lungo la parabola discendente della carriera. Federer decide di cambiare: coach (da Paul Annacone a Stefan Edberg), racchetta, e, in una certa misura, stile di gioco. Diventa più aggressivo, cercando con maggiore insistenza la rete, ed evitando gli scambi troppo prolungati. L’anno successivo la Svizzera, complice anche una grande prestazione di Stan Wawrinka, vince la Coppa Davis e Federer conquista anche, per la prima volta, il Masters 1000 di Shanghai. Nel 2015 taglia l’incredibile traguardo di 1000 vittorie ATP in carriera, e conquista sette finali. Purtroppo per lui, in cinque di queste occasioni (tra cui Wimbledon e US Open) viene sconfitto da Djokovic.

Nel 2016, arriva un infortunio al ginocchio, una rottura del menisco, seguita da un’operazione in artroscopia. Federer raggiunge la semifinale a Wimbledon ma è costretto ad arrendersi a Milos Raonic, e sono in molti a pensare che, stavolta, a trentacinque anni, il grande campione si stia avviando al ritiro.

Invece, ancora una volta, come l’araba fenice, Federer rinasce, e nel 2017 vince sette titoli, tra cui due Slam (Australian Open e Wimbledon), chiudendo la stagione in seconda posizione alle spalle solo dell’eterno rivale Nadal. Federer si toglie però la soddisfazione di sconfiggere proprio Nadal in finale a Melbourne, in una partita da antologia (specialmente dal lato del rovescio, Federer sorprende Nadal con un’impressionante serie di vincenti e di risposte aggressive).

Nel 2018 vince in Australia il suo ventesimo Slam e, stupendo forse anche i suoi tifosi più accaniti, ritorna temporaneamente in vetta alla classifica mondiale, diventando il più anziano numero 1 dell’era Open. Nel 2019 arriva il centesimo titolo ATP, la vittoria numero milleduecento, e la favola di Wimbledon, che si interrompe proprio sul più bello. Federer si procura, al quinto set, due match point sul proprio servizio, ma Djokovic è eccezionale nell’annullarli e si dimostra più freddo al tie-break disputato sul 12-12.

E poi? Già, poi? Le stagioni 2020 e 2021 non sono state brillanti, il campione svizzero è stato costretto ad altre operazioni al ginocchio. A metà agosto di quest’anno, l’annuncio di Federer di volersi nuovamente operare. A quanto risulta, il rientro dovrebbe avvenire dopo Wimbledon 2022. Federer ha superato la soglia dei quarant’anni e, per chiunque altro, sarebbe davvero difficile attendersi un ritorno ai massimi livelli. Considerati i suoi precedenti, però, mai dire mai.

UNO SGUARDO D’INSIEME

Prima di approfondire l’analisi alla ricerca di pattern vincenti e perdenti, cerchiamo, nei limiti del possibile, di averne una visione d’insieme, inquadrando lo stile di gioco di Federer degli ultimi dieci anni con una serie di statistiche, i cui valori medi sono mostrati in Figura 1, separatamente per superficie di gioco.

Figura 1. Statistiche medie di gioco per Roger Federer, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Colpisce innanzitutto la straordinaria capacità di Federer nel produrre colpi vincenti su tutte le superfici. Il particolare feeling con l’erba di Wimbledon è testimoniato dal numero medio di errori non forzati, significativamente inferiore rispetto a quanto osservato sulla terra e sul cemento. Notevole anche la differenza tra le palle break che Roger sa procurarsi e quelle che concede, su tutte le superfici.

Infine, non stupisce la statistica relativa al numero di volte in cui Federer si presenta a rete, che ha il suo massimo sull’erba, seguita da cemento e terra. Anche sulla terra, comunque, nella seconda fase della sua carriera Federer cerca la via della rete quasi 20 volte a partita in media, nel tentativo di ridurre il dispendio di energie che gli sarebbe richiesto per prolungati scambi da fondo.

Un secondo set di statistiche, mostrato in Figura 2, può esserci d’aiuto nel farci un’idea ancora più precisa:

Figura 2. Altre statistiche medie per Roger Federer, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Da questo secondo plot, oltre a una serie di caratteristiche straordinarie (percentuale di punti vinti sulla prima e sulla seconda, capacità di salvare palle break, efficacia nel gioco a rete) emerge anche il tallone d’Achille di Federer, osservato, a dire il vero, anche nella fase più dominante della sua carriera.

Lo svizzero ha la tendenza infatti a procurarsi moltissime occasioni di break ma a concretizzarne una percentuale non eccezionale: più nello specifico, la percentuale di conversione è inferiore al 40% su tutte le superfici. In un certo senso, ciò rende ancora più impressionante la sua longevità ai massimi livelli, che si prolunga nonostante lo svizzero debba mediamente procurarsi (approssimando per difetto) tre occasioni per concretizzarne una.  

I PATTERN PIÙ SIGNIFICATIVI, GLI ELEMENTI-CHIAVE DEL GIOCO DI FEDERER

Dopo questa panoramica, proviamo a chiederci quale o quali tra le varie statistiche di gioco (che rappresentano le nostre variabili di input) si rivelino decisive, e in che modo, rispetto alla vittoria o alla sconfitta nel match (che rappresenta la nostra variabile di output). Impostiamo cioè, in altre parole, un problema di classificazione.

Per maggiore chiarezza, facciamo in modo che l’algoritmo di classificazione utilizzato restituisca automaticamente, sulla base delle variabili a disposizione, un modello costituito da un insieme di regole che rappresentano i pattern statisticamente più significativi che conducono Roger alla vittoria o alla sconfitta. Di seguito, illustriamo le tre regole più significative così calcolate:

  1. “Se Federer non concede più di sei palle break e non commette più di quaranta errori non forzati, allora si aggiudica la partita”. Il pattern si è verificato in 123 casi e, in tutti e 123, il campione svizzero ha vinto il match.
  2. “Se Federer vince, sulla prima di servizio, almeno il 6.7% di punti più del suo avversario, allora vince la partita”. Il pattern è meno generale, ma altrettanto preciso: si è verificato 92 volte, e si tratta di 92 vittorie di Federer.
  3. “Se Federer si presenta a rete più di 41 volte, mette a segno oltre 56 vincenti e più di tredici ace, viene sconfitto”. La regola, decisamente controintuitiva a prima vista, si è verificata, negli ultimi dieci anni, sette volte. Effettivamente, in tutte queste occasioni, Federer è stato sconfitto. Possiamo forse concludere che, almeno nella seconda fase della carriera, il campione svizzero abbia raccolto meno in quei casi in cui è stato costretto a forzare il suo gioco, fino a una ricerca troppo ansiosa del colpo definitivo. Naturalmente, contribuisce a rafforzare tale pattern anche il fatto che, in queste occasioni, il valore dell’avversario è in genere di primissimo livello e quindi la sconfitta diventa (relativamente) più probabile per Federer.

Sulla base di regole come queste, considerando che quanto più una caratteristica del gioco compare come condizione rilevante all’interno di tali pattern, tanto più potremo definirla un elemento-chiave del gioco del campione svizzero.

Potremo quindi, sulla base dei dati, stilare un feature ranking, ovvero una sorta di classifica dei vari aspetti del gioco, distinguendo quelli che, in misura maggiore, da soli o in combinazione con altri, si rivelano decisivi.

Figura 3. Feature ranking associato ai match di Grande Slam di Federer, dal 2011 in poi. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

L’elemento più significativo, per distacco, è il numero di palle break concesse da Federer all’avversario. Naturalmente, tale grandezza è correlata inversamente con la vittoria di Federer, ovvero la vittoria è tanto più probabile quanto minore è il numero di palle break avute a disposizione dall’avversario di turno. Non è certo una sorpresa che tale elemento sia rilevante, il fatto che lo sia in misura così marcata può forse essere interpretato in questo modo: nella seconda fase della carriera, è più complicato per Roger un match in cui l’avversario ha diverse occasioni. Tende a vincere soprattutto quelle partite in cui il suo livello di gioco è tale da imporsi in modo netto.

In questo senso, è comprensibile anche il fatto che il secondo elemento più rilevante sia la differenza di rendimento sulla prima di servizio, altro indice di quanto lo svizzero metta pressione all’avversario fin dal colpo di inizio gioco. Scorrendo il feature ranking, individuiamo il numero di palle break che Federer sa procurarsi e il numero di errori non forzati, rispettivamente indice di brillantezza (Federer riesce a essere aggressivo anche in risposta) e di concentrazione (non regala punti all’avversario).

Il quinto elemento più significativo è notevole, in una fase storica in cui i giocatori tendono a costruire le proprie carriere sull’efficacia da fondo campo: si tratta dell’efficacia sotto rete. Specialmente da dopo i due anni (2014 e 2015) in cui Stefan Edberg è stato coach di Federer, la discesa a rete è diventata non soltanto un’arma a sorpresa o uno degli elementi del ricchissimo bagaglio tecnico dello svizzero, ma una scelta molto più strutturale, capace di agevolarlo nel portare la partita sul proprio terreno, in primis sull’erba.

Ma queste valutazioni statistiche, nel caso di Federer, tendono a rimanere un po’ sullo sfondo, rispetto a qualcosa di misterioso che porta il pubblico a tifare per lui, a seguire i suoi match col fiato sospeso. E, dopo aver provato ad ascoltare ciò che i numeri hanno da dirci, lasciamo le parole conclusive a un grande intellettuale come David Foster Wallace. Nel suo “Il tennis come esperienza religiosa”, Wallace scrive:

Quasi tutti gli amanti del tennis che seguono il circuito maschile in televisione hanno avuto, negli ultimi anni, quello che si potrebbero definire «Momenti Federer». Certe volte, guardando il giovane svizzero giocare, spalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene. I Momenti sono tanto più intensi se un minimo di esperienza diretta del gioco ti permette di comprendere l’impossibilità di quello che gli hai appena visto fare”.      

Nota: l’analisi e i grafici inseriti nell’articolo sono realizzati per mezzo del software Rulex


Genovese, classe 1985, Damiano Verda è ingegnere informatico e data scientist ma anche appassionato di scrittura. “There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor” (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche scrivere, divertendosi, possa essere un modo per cercare di socchiudere qualcuna di quelle porte, lungo quel corridoio senza fine. Per leggere i suoi articoli visitate www.damianoverda.it

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Jannik Sinner e la maledizione degli infortuni: quattro ritiri nel 2022, eppure rimane tra i migliori

Da Indian Wells a Sofia passando per il Roland Garros: la stagione dell’altoatesino è stata contrassegnata anche da qualche guaio fisico di troppo

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Jannik Sinner - Sofia 2022 (foto Ivan Mrankov)

Cosa sarebbe successo se un giocatore in corsa per le ATP Finals e tra i migliori 5 nel bilancio vittorie/sconfitte nel 2022 non fosse stato costretto per ben quattro volte in quest’annata a ritirarsi da un torneo? Nel caso di Jannik Sinner la risposta speriamo di averla nelle prossime stagioni, incrociando le dita affinché la sorte gli eviti gli stessi guai di quest’anno.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Le sfortune di questa annata sono iniziate a febbraio, quando un contagio da Covid impedì a Jannik di giocare a Rotterdam. Poi il primo ritiro, l’unico senza neanche scendere in campo, fu il walkover a Indian Wells a causa di un’indisposizione, che spalancò le porte dei quarti a Nick Kyrgios. Il Sunshine Double è proseguito come una maledizione per Jannik in questo 2022, dato che giusto un paio di settimane dopo, con appena qualche game giocato contro il volto della fortuna Francisco Cerundolo a Miami, le vesciche hanno obbligato il ritiro all’azzurro, regalando una a dir poco insperata semifinale all’argentino. Un altro problema fisico, di minore entità ma certamente fastidioso in campo, è stato quello del pomeriggio di venerdì 13 maggio: dopo un intensissimo primo set sul Centrale del Foro Italico, perso solo al tie-break contro Tsitsipas, il secondo parziale viene giocato dall’azzurro con un problema all’anca, che gli impedisce di schierare le sue migliori carte sul campo, ma l’orgoglio di giocare in casa lo fa proseguire fino ad un esito già scritto. Dunque sconfitta in due set, in cui però ancora una volta il fisico non ha consentito di dare il meglio, compromettendo il risultato.

Proseguendo abbiamo assistito a un ritiro molto pesante: al quarto turno al Roland Garros, dopo aver dominato Rublev nel primo set, il ginocchio sinistro scricchiola e ancora una volta Jannik, dopo aver perso il secondo con ovviamente poche colpe, deve ritirarsi. Fosse andato avanti ci sarebbe stato Cilic ed eventualmente Ruud. Dunque un tabellone ostico, ma non impossibile per un Sinner in fiducia. L’estate aveva fatto dimenticare tutti questi problemi, con l’altoatesino che ha potuto giocare tutti i tornei regolarmente, raggiungendo i quarti, e perdendo sempre in cinque set, a Wimbledon contro Djokovic e allo US Open contro Alcaraz in una partita già leggendaria. Alla luce di ciò, tutto sembrava apparecchiato per un grande rush finale che potesse regalare la qualificazione alle Finals, o quantomeno una posizione migliore nella Race, a Sinner. E infatti a Sofia, da campione uscente per due volte di fila, le cose erano andate bene in questa settimana, fino al patatrac della semifinale di ieri contro Rune: caviglia slogata e ritiro nel corso del terzo set di una partita molto equilibrata, che potrebbe anche segnare la fine dei sogni, almeno in questo 2022, per Sinner.

 

Questa serie di dati, messi a confronto con le 43 partite vinte e 13 perse, che lo rendono il quarto giocatore dell’anno in questo bilancio, forniscono un chiaro quadro del valore tecnico di Jannik. Infatti l’altoatesino raramente esce ai primi turni in un torneo, dunque perdendo da giocatori classificati più in basso, e contro i quali deve dare prova di forza e di nervi; ma, soprattutto, nonostante le tante difficoltà legate al fisico, che spesso gli impediscono di dare il meglio di sé o addirittura di proseguire a giocare, ogni settimana Sinner prosegue a fare sacrifici, ad allenarsi, per cercare di migliorare lui stesso come prima cosa, e poi le proprie condizioni per dare l’assalto alle vette più alte di questo sport. In questo quadro si inseriscono anche le scelte legate al team viste nel 2022, con l’arrivo al fianco di Jannik non solo di due nuovi coach, Vagnozzi e Cahill, ma anche di un nuovo fisioterapista, Jerome Bianchi, e di un nuovo preparatore atletico, Umberto Ferrara. Non ci fossero stati gli infortuni probabilmente Sinner avrebbe raggiunto qualcosa in più della sola finale di Umago, se consideriamo che i suoi ritiri sono avvenuti due volte agli ottavi, due ai quarti e un’ultima volta addirittura in semifinale. Dunque, n.12 del mondo, quarto giocatore per percentuale vittorie/sconfitte, primo per sfortuna in questo 2022 Jannik Sinner, che spesso a un passo dal traguardo è stato bloccato dagli dei del tennis; ma, se le difficoltà formano, non resta che aspettarsi anni fulgidi, di lustro, per lui e il nostro movimento tennistico.

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WTA Ostrava, il tabellone: Swiatek guida un torneo di alto livello

Tabellone di tutto rispetto per il 500 in Repubblica Ceca. Oltre alle prime della classe anche le padrone di casa Kvitova e Pliskova proveranno a dire la loro

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Anett Kontaveit – WTA Ostrava 2021 (foto via Twitter @WTA)
Anett Kontaveit – WTA Ostrava 2021 (foto via Twitter @WTA)

Nel 2021, il Banka Ostrava Open, segnò un importante passo per la carriera di Anett Kontaveit. L’estone, dopo aver giocato la finale del torneo di casa a Tallinn, a meno di forfait dell’ultimo momento entrerà nel torneo ceco al via lunedì con lo status di terza favorita, chiamata al non certo agile compito di difendere i 500 punti conquistati lo scorso anno su questi campi in cemento indoor. Forte del bye del primo turno, Kontaveit esordirà in un match non facile contro Teichmann o Martincova, una delle padrone di casa, in uno spicchio decisamente ostico: dovesse infatti andare avanti, la n.4 al mondo dovrebbe avere Dasha Kasatkina, tds n.5, ai quarti, che esordirà però contro Raducanu per avere poi una tra Azarenka e Alexandrova. Prospettive non certo rosee per Kontaveit, che è nella parte alta presidiata dalla cannibale Iga Swiatek, che fino ai quarti (Zhang permettendo) potrebbe stare tranquilla; ma la probabile presenza di Beatriz Haddad Maia ai quarti, settima forza ad Ostrava, che in estate già l’ha battuta, non farà dormire sonni tranquilli alla n.1 al mondo.

Ma scorrendo verso la parte bassa, i grandi nomi continuano, e anzi aumentano, dimostrando il prestigio di questo 500, e soprattutto la voglia e il bisogno di far punti verso le WTA Finals delle giocatrici ancora in corsa. Il terzo quarto di finale è quello di Maria Sakkari, quarta del tabellone proprio come un anno fa, dove si arrese solo in finale. La greca, dopo il bye, potrebbe subito avere problemi con la padrona di casa Karolina Pliskova, e in Repubblica Ceca il pubblico non manca mai di marcare l’appartenenza. L’eventuale quarto avrebbe come avversaria designata Belinda Bencic, tds n.6, gran giocatrice sul veloce, che esordirà contro una qualificata, per avere poi un impegno non indifferente contro una tra Shelby Rogers e Barbora Krejcikova, anch’essa impegnata nella finale di Tallinn.

L’ultimo spicchio è presidiato da Paula Badosa, il cui rendimento è stato piuttosto deludente in questa stagione anche a causa di problemi fisici. La spagnola, seconda favorita, al debutto avrà presumibilmente una delle giocatrici più amate a queste latitudini, e cioè Petra Kvitova. Ai quarti ci sarebbe la n.8 del tabellone Jelena Ostapenko, che dovrà però prima passare oltre Sasnovich, e soprattutto uscire indenne dal secondo turno contro la vincente di Keys-Rybakina, senz’altro il primo turno più intrigante del torneo. Il tabellone ad Ostrava è pronto, le giocatrici ci sono, i pronostici sono complicati, ma senza dubbio sarà un torneo da ricordare, che potrebbe fornire importanti informazioni in ottica Finals.

 

QUI IL TABELLONE DEL WTA 500 DI OSTRAVA

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ATP

Matteo Viola dice addio al tennis: “Faticare e viaggiare, sacrifici ormai insostenibili”

Il veneto, arrivato tra i primi 120 al mondo, si ritira dal tennis professionistico dopo un’onesta carriera

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Matteo Viola e Andy Murray - ATP Challenger Maiorca 2019 (foto via Twitter, @rnadalacademy)

Il mondo del tennis è costituito di vari livelli, non ci sono solo i campionissimi con milioni di telespettatori e stadi pieni, ma anche quegli onesti mestieranti che, pur non ricevendo il bacio di chissà che grande talento, hanno passione per questo sport e la capacità di gettare il cuore oltre l’ostacolo. A questa seconda categoria, di romantici e giocatori challenger d’antan, certamente appartiene Matteo Viola, trentacinquenne di Mestre, ex n.118 del mondo e per anni assiduo frequentatore, con anche qualche soddisfazione portata a casa, dei circuiti minori del tennis. E, dopo una carriera in giro per il mondo, tra campi di secondo piano e piccole grandi soddisfazioni, Viola ha deciso di dare l’addio al tennis professionistico, con un lungo post su Facebook.

Finisce qui la mia carriera da tennista professionista. È arrivata l’ ora di voltare pagina verso nuovi progetti. La voglia di faticare sul campo e di viaggiare distante dalla mia famiglia sono diventati sacrifici per me insostenibili“, questa l’apertura del messaggio di Viola per comunicare la sua decisione, prima di una serie di ringraziamenti e una venata ombra di malinconia che inevitabilmente cade quando una storia finisce. E la storia di Matteo, in fin dei conti ha qualcosa da raccontare: 17 affermazioni in carriera, tra cui 3 Challenger, un quarto di finale ATP nel 2013, a Bogotà, e una partita in un tabellone Slam (raggiunto tramite qualificazioni) all’Australian Open 2012.

Questi gli highlights principali di una carriera che ha avuto nel 2019 il suo ultimo acuto: la finale, il 1° settembre di quell’anno, persa nel Challenger di Maiorca contro Emil Ruusuuvuori. Da sottolineare la vittoria con Andy Murray (al tempo appena rientrante dall’operazione all’anca, e non certo in buone condizioni) agli ottavi verso quell’ultima finale in carriera. Un’affermazione che resterà il fiore all’occhiello di una carriera come tante, che forse dai più addirittura verrà dimenticata, ma che costituisce una prova di forza, di coraggio e di tanta, tanta passione per tutti coloro che non riescono a sfondare nel mondo della racchetta dalla porta principale. Ma, e Matteo Viola lo ha dimostrato, se vuoi giocare a tennis la prima cosa è avere cuore e spirito di sacrificio, condizioni indispensabili per guardarsi indietro con un sorriso.

 

Questo il resto del bel messaggio di Viola:
“Quante volte mi è capitato di dire che sport di m….Ma alla fine quello che provo è sempre un amore forte. Auguro a tutti di poter vivere il tennis come l’ho vissuto io o magari ancora più intensamente. Viaggiare per il mondo e riuscire a vivere con la propria passione è cosa rara. Averlo vissuto da professionista è stato per me un grande privilegio. Un privilegio peró conquistato sul campo e fuori.
A partire dai sacrifici della mia famiglia quando ero più giovane. Poi passando dal lavoro di ogni giorno e dalla volontà di tirare fuori il meglio da me stesso. La bellezza di svegliarsi la mattina con l’obbiettivo di migliorare il mio gioco mancherà come l‘aria. Ora passerò dall’ altra parte del campo, con grandi stimoli, cercando di dare ai miei allievi la mentalitá giusta e di trasmettere la mia passione insieme a tutto quello che ho imparato da questo lungo viaggio fatto di vittorie ma soprattutto di tante sconfitte. Si perchè onestamente a volte è proprio uno sport di m….

Grazie mamma e grazie papá per i sacrifici fatti, mi avete dato la possibilità di inseguire un sogno. Portarvi con me ai tornei dello slam è stata la più grande soddisfazione. E grazie a mia moglie che ha sofferto la mia lontananza per 18 lunghi anni aspettandomi sempre a casa e dandomi la possibilità anche dopo la nascita di Anna di continuare a fare la cosa che più mi piaceva. Quanto è stata dura partire ogni volta sapendo di farla star male. Ci è voluta una motivazione davvero enorme.
Ringrazio tutti i coach che han fatto parte di questo lungo cammino : in particolare Massimo Pietrogrande , Marco Cepile e Andrea Mantegazza.Un abbraccio a tutte le persone che ho conosciuto durante il percorso e che ne hanno fatto parte anche in piccolo.

Ps. Per chi avesse voglia di scrivermi un qualsiasi aneddoto, episodio vissuto con me o anche solo il ricordo di un mio match me lo scriva in privato o qui sotto nei commenti. Mi farebbe davvero piacere. Vi abbraccio.
Buon tennis!!!
Matteo

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