Racconti dal XX secolo: von Cramm, senza macchia e senza paura

Fu uno dei grandi a non vincere mai la corona sul Centre Court, ma nel 1937 divenne immortale proprio su quel campo. Oltre la semplice conquista di un trofeo, lasciando una ineguagliata testimonianza di sportività, onore, altruismo e coraggio

Racconti dal XX secolo: von Cramm, senza macchia e senza paura

Leggi tutti i racconti dal XX secolo

A trentatré anni soldato semplice sul fronte russo.

 

Quella mattina di novembre del 1942 , immobile nella neve, non poteva credere al suo amaro destino. Barone di lontano lignaggio, avrebbe avuto tutti i motivi di questo mondo per non essere lì. Detestava i nazisti, che a loro volta odiavano i von come lui. Ma prima di tutto era un tedesco e non avrebbe mai disonorato i suoi avi, che dal 1296 difendevano valorosamente la terra di Germania. Le cose andavano male, l’invasione della Russia stava per essere fatale al terzo Reich come lo era stata più di un secolo prima a Napoleone Bonaparte. Nonostante l’anno iniziale di successi, l’avanzata dell’Operazione Barbarossa si era bloccata nei pressi di Stalingrado. Nelle sue vene scorreva il sangue di intrepidi guerrieri fin dai tempi del Sacro Romano Impero e l’istinto gli diceva che la controffensiva stava per arrivare. L’inesauribile riserva russa di carne da cannone e il Generale Inverno avrebbero fatto il resto. Aveva un principio di congelamento alle gambe, prevedibile stando a 10 gradi sottozero protetto solo dalla inadeguata divisa tedesca. Gli scarponcini bagnati tendevano ad aprirsi lungo le cuciture e gli arti inferiori erano i primi ad essere colpiti. Quanta differenza con l’elegante tenuta di solo pochi anni prima. Pantaloni londinesi color panna di Daks, polo immacolata e il perfetto blazer a righe biancorosse del Rot-Weiss Tennis Club di Berlino, il suo club. Ahhh Berlino… Per quei brevi anni era stata un paradiso, del quale la moglie Lisa e lui rappresentavano gli arcangeli più splendenti. Poi, con l’arrivo di quell’”housepainter” austriaco, come l’aveva definito in un’intervista a New York, tutto era svanito nell’arco di pochi mesi. Forse, pensò, era stato un bel sogno e nulla più.

Quando il primo colpo d’artiglieria squarciò l’aria livida gli amari pensieri del barone si disintegrarono come la terra che esplose intorno all’avanguardia di sei uomini di cui faceva parte. I russi attaccavano e lui non ebbe dubbio né esitazione. Si lanciò alla mitragliatrice e da solo coprì la ritirata dei compagni, “speriamo di riuscire a sparare bene con mezzo dito” si disse con ironico distacco. Solo quando loro furono al sicuro dietro le linee tedesche li seguì. Venne decorato sul campo con la Croce di Ferro per il coraggio mostrato in azione e da lì a qualche giorno apprese con sottile piacere che alla notizia Hitler e Hermann Göring erano diventati blu dalla rabbia. Poco tempo dopo, mentre era ricoverato in ospedale, venne inspiegabilmente congedato con disonore dalla Wermacht.  Ma tutto aveva perduto fuorché l’onore, aveva compiuto il suo dovere e i suoi antenati avrebbero approvato.

Gottfried Alexander Maximilian Walter Kurt Freiherr von Cramm aveva difeso l’antico nome di famiglia sui campi di battaglia così come aveva fatto nel corso degli anni trenta su quelli da tennis, senza mai venire a patti con l’ingiustizia o il sopruso. Perché Gottfried Cramm, come preferiva modestamente presentarsi, fu un grande e sfortunato campione, “The most dashing tennis figure of all times” come si disse. Due volte re al Roland Garros, tre finali a Wimbledon, ebbe la sventura di condividere i suoi anni migliori con due dei più forti tennisti di sempre, Don Budge e Fred Perry, che gli negarono l’ambito alloro. Budge era più giovane, “non c’è nulla da fare contro Don, quando accende i motori di là arrivano dei frigoriferi”. Il coetaneo Perry, invece, sull’erba gli era nettamente superiore grazie al naturale anticipo del colpo, abitudine mutuata dal ping-pong di cui fu campione del mondo.

Era nato, terzo di sette figli, il 9 luglio 1909 a Nettlingen dal barone Burghard von Cramm e Jutta von Steinberg, altra esponente di spicco dell’alta aristocrazia prussiana. In assenza di discendenti maschi era lei l’erede dell’immensa fortuna di famiglia, tanto che in gioventù era nota come “il gran premio di Hannover”, la città al centro dei possedimenti dei von Steinberg. Fu uno di questi, Schloss Bruggen, il luogo eletto dove crebbe l’intera famiglia von Cramm. Un vero castello delle fiabe. Sorse nel 965 come residenza di Ottone I “il Grande”di Sassonia, che tre anni prima aveva ricevuto la corona di Sacro Romano Imperatore dalle mani del Papa. Sette secoli dopo i von Steinberg vi avevano aggiunto la magione principale e un ampio viale circolare d’ingresso. Varcare quel portone significava entrare in un altro mondo, lontano mille miglia dalla follia militare imperialista che infuriava al di fuori, e che avrebbe portato di lì a poco alla Prima Guerra Mondiale. Fra le alte mura del castello, negli sconfinati terreni annidati nell’ampia valle fluviale della Mosa, in uno scenario fra i più incantevoli che penna d’autore possa descrivere i sette fratelli von Cramm irrobustivano il corpo e nutrivano la mente. Il barone Burghard aveva soggiornato in Inghilterra ed era rimasto fortemente colpito dall’amore di quel popolo per l’attività sportiva, vissuta come leale competizione fra gentiluomini. Aveva visto con i suoi occhi il Centre Court in fiamme per le imprese dei fratelli Doherty e al suo ritorno a casa aveva fatto costruire perfetti campi in terra battuta sia a Bruggen che a Oelber, residenza estiva dei von Cramm. Si trattava ancora di un castello, più piccolo e a pianta circolare, collocato su verdi pendici terrazzate. Il campo da tennis sorgeva su una di queste ed era difficile concentrarsi sul gioco con il panorama di quella meravigliosa vallata sassone a rapire lo sguardo. Corse nei campi e cavalcate a rotta di collo erano sempre alternati ad una severa educazione, che come allora d’uso fra i nobili, avveniva a casa. Gli insegnanti giungevano da Hannover, a latino e religione pensava il pastore del paese, che arrivava nella tenuta a cavallo. A sovrintendere il tutto c’era l’autorevole, austera e attempata fraulein Marggraff, già tutrice presso le corti di Spagna e Inghilterra. Fu lei ad insegnare alla prole dei von Cramm il perfetto inglese di Oxford e le maniere impeccabili dell’aristocrazia europea. E Gottfried le rese certamente onore con la sua lealtà, l’eleganza e soprattutto il puro cuore generoso di un cavaliere medievale.

Oelber e Bruggen, dove tutto ebbe inizio

Oelber e Bruggen, dove tutto ebbe inizio

Un giorno d’estate del 1919, al termine di un’altra estenuante galoppata, felici e sudati, i fratelli von Cramm stanno premiando i fedeli compagni di scorribanda con alcuni zuccherini quando improvvisamente e senza motivo il cavallo di Gottfried gli morde violentemente la mano. È una ferita grave, tanto da richiedere l’amputazione della prima falange del dito indice destro. Il ragazzino è molto spaventato e il medico cerca di calmarlo. “Tranquillo”, gli dice con un misto di spirito e dolcezza, “questa ferita non danneggia un contadino e tu certo non sei nato virtuoso”. Doveva riferirsi al pianoforte e al violino, perché il giovane von Cramm impugnò la prima volta una racchetta da tennis solo al termine della convalescenza e quando lo fece solo un cieco poteva non accorgersi del suo dono. Non dovette modificare nulla quindi, come capitò invece a Tilden. “Semplicemente, imparai a giocare con la mano che avevo”. Per questo motivo userà sempre manici piccoli.

Il tennis fin da subito fu malìa, non semplice passatempo. “Voglio diventare campione del mondo” annunciava serioso ai parenti che gli chiedevano quali fossero le sue ambizioni adulte. Per l’intera estate, e appena possibile anche in inverno, diventò normale per tutti sentire lo schiocco secco della pallina da tennis contro il muro adiacente al campo. Oppure scorgere fra gli alberi l’elegante figura del giovane barone che allenava instancabilmente il servizio. Aveva preso l’abitudine di collocare delle scatolette come bersaglio nel rettangolo di battuta, quattro per parte di solito, e non smetteva finché non riusciva a colpirle in sequenza. Un solo errore e ricominciava daccapo, alternando il cannonball al mortale twist statunitense. Anni dopo, al suo zenith, molti giocatori concordavano sul fatto che quando sbagliava la prima iniziava il vero pericolo. “La seconda palla salta ben oltre i due metri e gira come una trottola” disse uno di loro.

I von Cramm trascorrevano sempre le estati fra Oelben e Burgdorf, una tenuta se possibile ancor più spettacolare di proprietà degli amici von Dobeneck, che vantava ben due campi di finissima terra rossa. Quel luogo era frequentato dai migliori tennisti tedeschi del tempo. Otto Froitzheim, il vecchio maestro che aveva perso per una chiamata dubbia la semifinale di Wimbledon 1914 contro lo stregone Brookes, Roman Najuch, pro e allenatore al Rot-Weiss, ma soprattutto Heinrich Kleinschroth, davisman dal 1913 al 1931 e in seguito capitano della squadra tedesca. Fu sempre un sincero amico, sedeva lui a bordocampo durante il mitico match del 1937 contro Donald Budge. Il talento di Gottfried non può sfuggire ad occhi così allenati e anno dopo anno il giovane impara da tutti loro i segreti del gioco. Poi arriva l’estate del 1928, quella della svolta.

Un perfetto rovescio grazie a Tilden

Un perfetto rovescio grazie a Tilden

Segue a pagina 2: gli allenamenti con Bill Tilden, il matrimonio e l’incontro con Manasse Herbst

1
2
3
CATEGORIE
TAG
Condividi