L’occasione di Cilic. Un torneo in discesa e con l’aiuto del cielo (Pegna), Slam numero 68 per la Schiavone (Zanni), Occasione Zverev (Azzolini), Us Open, una festa per tutti che non ammette “soste” (Mancuso)

L’occasione di Cilic. Un torneo in discesa e con l’aiuto del cielo  (Pegna), Slam numero 68 per la Schiavone (Zanni), Occasione Zverev  (Azzolini), Us Open, una festa per tutti che non ammette “soste”  (Mancuso)

Rassegna a cura di Daniele Flavi

 

 

L’occasione di Cilic. Un torneo in discesa e con l’aiuto del cielo

 

Massimo Lopes Pegna, la gazzetta dello sport del 29.08.2017

 

E’ l’argomento che stuzzica gli americani, abituati da sempre alle storie di Hollywood. Qui negli Usa, di Marin Cilic sono rimaste impresse le lacrime dell’ultimo Wimbledon. Un gigante di quasi due metri che piange senza vergogna accasciato sulla sedia a un cambio di campo. E’ accaduto nella finale contro Roger Federer di neppure due mesi fa, quando Marin, già sotto di un set, nel secondo si è sentito impotente, incapace di fare un punto. Aveva una vescica sotto il piede destro che lo devastava, ma quei singhiozzi con il dolore non c’entravano nulla. Glielo chiedono ancora una volta: «Sentivo male, ma è stata soprattutto una reazione emotiva. In Croazia mi stavano guardando tutti e io sapevo che non potevo esprimermi al meglio: nella partita più importante. E’ stato molto difficile venire a patti con una situazione del genere. Davvero una brutta sensazione». IN DISCESA Poi ci rifletti a freddo e ti rendi conto che hai comunque giocato una finale di uno Slam (la seconda in carriera) e che l’uomo che ti ha schiantato è il più forte di tutti i tempi. E ora Cilic è qui, sul suo cemento preferito, quello dell’unico successo in un Major: anno 2014 contro Nishikori. «Momenti memorabili», dice sorridente con il suo naso un po’ storto quasi da pugile e la barba da duro. 11 ritiro di Andy Murray gli ha spalancato davanti una freeway. Se tutto va bene, cioè se vincerà match abbordabili come ha fatto ieri contro il modesto americano Tennys (nome da predestinato) Sandgren, prima uscita da quella maledetta finale londinese (poi ha avuto problemi agli adduttori), la più alta testa di serie che incontrerà sul cammino potrebbe essere la 12, lo spagnolo Carreno, nei quarti. Altrimenti la prima sfida «vera» ce l’avrà in semifinale con l’astro nascente, il tedesco, Alexander Zverev. Se è arrivato a questo livello lo deve all’ex allenatore, Goran Ivanisevic. 01tre che suo (ex) tecnico, suo mito di ragazzino: «Avevo 13 anni quando conquistò Wimbledon e in Croazia non c’è nessuno che non ricordi nei dettagli che cosa fece quel giorno». Lei? «lo ero a un camp estivo, sognando di poter regalare al mio Paese un altro luglio 2001». E’ lui che ha rivoluzionato il suo gioco e trasformato quel ragazzone un po’ grezzo nel guastafeste capace nel 2014 di vincere qui a Flushing e spezzare l’egemonia decennale dei Fab 4. Per capire, oltre a lui ci sono riusciti solo altri due: Wawrinka e Del Potro. Ivanisevic ricorda: «Gli ho sempre detto che doveva giocare diverso: spingere, attaccare, rischiare. Insomma, usare le sue armi con coraggio. Per questo accettai di allenarlo: per aiutarlo anche col servizio. Infatti gliel’ho fatto diventare una bomba adeguata alla sua altezza». IL IWO Sul momento più buio vorrebbe glissare. Fu quando nel 2013 quelli dell’antidoping gli recapitarono la busta con la squalifica. Inizialmente due anni, poi nove mesi, ridotti infine a quattro. Cioè la sospensione che si dà quando si assume una sostanza proibita senza dolo. Galeotto fu un integratore inquinato comprato da sua madre. Di quella sentenza non si sarebbe saputo nulla, se non ci fosse stata un’indiscrezione giornalistica e la faccenda fece rumore. Lui spiegò: «E’ in momenti come questi che hai tempo di riflettere. Capisci che non sei mai cornpletamente in controllo della tua vita e la tua carriera può cambiare totalmente in un attimo. E’ stato un incubo. Ma da quando sono rientrato, sono molto più determinato nel raggiungere i miei obiettivi. Sono più attento e più professionale». Lo ripete spesso: le avversità sono quelle che forgiano il tuo carattere. Dice: «Ho fatto grandi progressi a livello mentale. Altrimenti non ce l’avrei fatta a battere Querrey in semifinale a Wimbledon dopo aver perso il tie-break nel primo set». II gigante con la faccia scura si carica con film come Braveheart, musica popolare croata, guardando il Milan, di cui s’innamorò ai tempi di Boban, e con la religione: «Sono di Medjugorje e sono cattolico fervente: mi basta una visita alla statua della Madonna e riacquisto subito forza».

 

Slam numero 68 per la Schiavone

 

Roberto Zanni, il corriere dello sport del 29.08.2017

 

Il primo non si scorda mai. US Open 2000: Francesca Schiavone aveva da poco compiuto vent’anni e debuttava in uno Slam, l’inizio di una straordinaria, irripetibile avventura, culminata, dieci anni dopo, con il successo al Roland Garros. Fino al 2010 non c’era mai stata nella storia del tennis italiano un’azzurra così in alto, mentre in campo maschile solo Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta in precedenza avevano vinto uno dei quattro grandi tornei. Poi, è arrivata Francesca Meglio di lei sono solo Venus Williams (76) e Frazier (71) e oggi quando nel lontano campo numero 15 di Flushing Meadows la Leonessa d’Italia affronterà l’estone Kaia Kanepi, sarà la sua 18′ volta a New York, ma anche la 68a in uno Slam, terza assoluta (superata la Navratilova) in una classifica che vede al comando Venus Williams (la più anziana nel torneo: è nata 6 giorni prima di Franci) con 76 seguita da un’altra americana, Amy Frazier, con 71. Francesca l’anno scorso era arrivata anche a un passo dall’eguagliare la giapponese Ai Sugiyama per partecipazioni consecutive (61 contro 62), tradita però dalle qualificazioni degli Au Open. Una delusione Me però ‘Lady Slam” ha superato in fretta, come tutte le contrarietà trovate sui campi, e dopo essere anche precipitata nel ranking (il suo best era stato il numero 4 del 2011) è risalita e quest’anno ha anche centrato, unica italiana, il successo in un torneo: in Colombia, a Bogotà. LADY SLAM. Se gli US Open 2000 sono stati il primo Slam in carriera, l’edizione 2017, a meno di ripensamenti, potrebbe essere l’ultima partecipazione in uno dei”FabFour’. Francesca ora vive negli Stati Uniti, a Miami e in Florida terra del tennis, la già annunciato, vuole cominciare la sua seconda carriera, una volta smesso di giocare. Attualmente non ha un coach, cambia sparring a seconda dei tornei, ma anche a 37 anni, compiuti il 23 giugno scorso, continua a lottare su ogni palla, sempre con la stessa grinta che l’ha resa famosa sui campi di tutto il mondo. A Flushing Meadows, dopo l’esordio e il terzo turno di diciassette anni fa, la Schiavone ha raggiunto i quarti in due occasioni, 2003 e 2010 e gli ottavi altre quattro volte. Ma a New York anche dal 2012 che non riesce a superare il primo turno, cinque eliminazioni consecutive, una striscia negativa (senza eguali negli altri tre Slam) che però oggi, dalle 17 ora italiana, quando entrerà in campo per giocare con la Kanepi, finalmente si potrebbe interrompere.

 

Occasione Zverev

 

Daniele Azzolini, tuttosport del 29.08.2017

 

Il giovane Sasha fino a oggi ha inseguito, ora deve prendere il largo. Non cambiano né il gioco né gli avversari, e neanche i colpi che produce su frequenze arrembanti, dotato com’è di un motore ad alta cilindrata. Cambia la prospettiva, e non è poco. Il ritiro di Murray l’ha promosso a prima testa di serie nella parte bassa del tabellone, e chissà se gli ha fatto un favore. Forse, ma deve dimostrano, e non sarà facile. E un fatto: Alexander Zverev, 20 anni e 4 mesi, numero 4 per meriti acquisiti, è stato spinto a interpretare un molo che non conosce. Dovrà recitare da numero te nello Slam in cui, per tradizione, i nodi vengono al pettine. Gli piaccia o no, è il primo favorito per un posto in finale, nell’attesa che il torneo determini chi fra il numero uno attuale Nadal e il numero uno di sempre Federer, si prenda l’altro posto da finalista. E la prima volta. Dovrà fare la voce grossa, dovrà mostrare carisma, dovrà cavalcare l’onda di pressioni sconosciute, come su un surf. Qualsiasi risultato inferiore a una finale, potrà essere considerato una delusione. E il torneo che vale una iniziazione, è l’esame di maturità, sono i quindici giorni in cui dovrà diventare uomo. IL PASSAGGIO La Next Gen resta, ma per lui la gioventù finisce qui. Se gli va di consolarsi, in molti hanno affrontato il passaggio che segna la fine dell’adolescenza con un corredo di prove superate ben più misero del suo. Anche i più forti, anche coloro che poi hanno dato il nome a lunghe Ere tennistiche. Pete Sampras vinse gli Us Open a 19 anni e 28 giorni, era il 1990, ventisette anni fa. Il più giovane di sempre, e più giovane anche di Sasha Aveva vinto due tornei appena, Manchester e Filadelfia, era testa di serie numero 12. Supero in fila quattro giocatori che erano stati, o stavano per diventare numeri uno, Muster negli ottavi, poi Lendl, McEnroe e Agassi in finale. Andre aveva 19 anni e poco più di quattro mesi e in semifinale superb Boris Becket; che di anni ne aveva 22 e aveva vinto Wimbledon diciassettenne. Erano altri tempi. Era un’altra Next Gen. Fu una festa della gioventù, quello Us Open 1990. Ma potrebbe esserlo anche questo, dato che ha spinto i ragazzini tutti da una parte, quella di Zverev. Qui troviamo Khachanov, Eubanks, Escobedo, Chung, Coric, Shapovalov, Medvedev, Donaldson e Kokkinakis, metà della Next Gen. Sasha dovrà fare da guida, lo scontro fra il tennis dei campioni e il tennis a venire è evidenziato dalla divisione determinata dal sorte o (oltre che dalla falcidia di prime firme: Murray, Djokovic, Wawrinka, Raonic, Nishikori, tutti lungodegenti). Metà torneo per parte, e forse, lo scontro definitivo in finale. LA FIDUCIA «Mai giocato così bene come quest’anno, sul cemento», diceva a cuor leggero Sasha, prima che le nuove incombenze lasciategli da Murray increspassero la sua fiducia, «ho vinto a Washington poi in Canada, tutto ha funzionato alla perfezione. Ho due titoli Masters 1000, Roma e Montreal, e so bene che da tempo il circuito aspettava un exploit del genere, da parte di un giovane. Ma tutto procede secondo logica». Non è sorpreso da quanto fatto fin qua, non è il tipo. «Stiamo lavorando per arrivare più in alto dell’attuale numero sei in classifica». C’e poco azzurro nella Next Gen, sia al maschile, sia al femminile. Poche ragazze in tabellone, appena tre, con Schiavone e Vinci ai saluti finali. Ieri la Giorgi le ha prese dalla Rybarikova, e ci sta, mentre Giannessi ha ben giocato con Gulbis. Oggi ne mandiamo in campo altri quattro, con un derby fra Fognini e Travaglia che pub avviare Fabio verso un buon torneo, un terzo turno con Berdych o un ottavo contro Nadal che a Flushing ha già battuto due anni fa, l’anno in cui mamma Pennetta vinceva il torneo.

 

Us Open, una festa per tutti che non ammette “soste”

 

Angelo Mancuso, il messaggero del 29.08.2017

 

Chi si ferma è perduto e negli States lo sanno molto bene. Non a caso hanno l’Arthur Ashe Stadium, lo stadio da tennis più grande del mondo con i suoi 23mila spettatori. Dal 2016 ha anche il tetto retrattile che, pronti-via, venne aperto in 7 giornate su 14. Il campo principale compie 20 anni (fu inaugurato il 25 agosto 1997) e gli organizzatori hanno voluto celebrare in pompa magna la ricorrenza nella cerimonia di apertura ieri notte: sul palco Shania Twain, la regina del country pop vincitrice di 5 Grammy Awards, che è tornata sulle scene dopo 15 anni. Sì perché gli US Open del montepremi e delle presenze record (superato il tetto dei 50 milioni di dollari, oltre 700m ila spettatori previsti) non sono solo tennis, ma una festa di colori e musica in perfetto stile Hollywood. E’ in questo che lo Slam a stelle e strisce si differenzia dagli altri tre Major. EVENTO POPOLARE In Australia il tennis è quasi una religione, il Roland Garros è il regno del glamour e dell’eleganza, Wimbledon è il tempio sacro del tennis, laddove il tempo si è fermato. Gli Us Open sono una kermesse aperta a tutti: lo sfavillio di Times Square per due settimane si trasferisce da Manhattan a Flushing Meadows. Ma non finisce qui: dopo la demolizione cominciata nel settembre 2016 sono iniziati i lavori del nuovo Louis Armstrong Stadium, 14.000 posti a sedere con tetto. Sarà pronto per la prossima edizione: quest’anno c’è una struttura temporanea in alluminio di 8.500 posti sempre intitolata al mitico jazzista e costruita in poche settimane in un vecchio parcheggio. Potere dei soldi. Intanto è cominciato il torneo degli italiani con la sconfitta di Camila Giorgi battuta per 6-3 6-4 dalla slovacca Rybarikova, semifinalista a Wimbledon.

 

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