Nadal e il numero 1, una geniale impresa di longevità

Rafa Nadal chiuderà il 2017 in testa alla classifica: nessuno ci era mai riuscito dopo i 30 anni. La genesi della sua impresa

Nadal e il numero 1, una geniale impresa di longevità

Non si diventa numeri 1 per caso – neanche in WTA, pensate, o forse ogni tanto sì – e soprattutto non si torna numeri 1 per caso. E ancora di più non si torna a chiudere una stagione in vetta al ranking senza averne pieno merito, checché ne dicano i sostenitori della teoria secondo cui il pesante bilancio degli scontri diretti con Federer (4-0 in favore dello svizzero) delegittimerebbe il primato di Rafael Nadal nel 2017. Altrimenti qualcuno potrebbe azzardare che il gigantesco Federer del 2006, capace di vincere 12 tornei di cui 3 Slam, avendo perso contro Nadal quattro volte su sei (una persino sul cemento) non fosse effettivamente stato il miglior tennista della stagione.

Se decidiamo di assegnare un valore alla corsa per il numero 1 questo è certamente la continuità di rendimento. Il maiorchino quest’anno ha disputato sedici tornei e raggiunto dieci finali (con sei titoli), spalmate abbastanza equamente nel corso della stagione ad eccezione dei mesi di luglio e agosto in cui ha effettivamente tirato un po’ il fiato. È uscito di scena solo due volte prima dei quarti di finale: a Indian Wells contro Federer, quando un ranking piuttosto ingannevole li aveva fatti scontrare agli ottavi, e a Wimbledon contro un Muller eroico. Ha subito dieci sconfitte: delle quattro contro Federer si è detto, delle tre estive (fisiologica flessione) anche. Restano fuori l’uscita di scena nel primo torneo dell’anno per mano di Raonic (Brisbane, in pieno rodaggio) e quelle contro Querrey (Acapulco) e Thiem (Roma). Sul cemento messicano lo statunitense era effettivamente on fire, mentre al Foro Italico si è trattato di un incidente quasi premeditato in vista del dominio di Parigi.

 

Rafa Nadal ha meritato questo riconoscimento anche per la sagace gestione delle energie. Sì, perché il maiorchino nell’anno delle 31 primavere non ha certo giocato poco. Quello in corso di Parigi-Bercy è il suo 17esimo torneo e diventeranno 18 con le Finals di Londra. Considerando tutta la sua carriera a partire dal 2005, quando è “nato tennisticamente” vincendo il Roland Garros, solo in quattro stagioni ha disputato più tornei: 2005 (21), 2007 (20), 2008 (19) e 2015 (23).

Di partite invece ne ha giocate 76 (bilancio 66 V/10 P) e chiuderà come minimo a 80, considerandolo sconfitto oggi a Bercy ed eliminato al Round Robin a Londra, e al massimo a 85 ove dovesse raggiungere la finale in entrambi i tornei. Non a caso Rafa aveva superato le 65 vittorie stagionali l’ultima volta nel 2013, anche l’ultima stagione in cui ha scollinato davanti a tutti.

Rafa chiuderà da numero 1 per la quarta volta in carriera dopo le stagioni 2008, 2010 e 2013 (seguendo la bizzarra progressione aritmetica dovrebbe ripetersi tra cinque anni, nel 2022, quando avrà gli anni di Federer). Eguaglia così Djokovic, McEnroe e Lendl fermi al poker di stagioni da leader ATP, laddove Federer e Connors hanno piazzato il pokerissimo e Sampras addirittura ci è riuscito per sei volte.

STAGIONI CONCLUSE IN TESTA AL RANKING

  1. Sampras: 6
  2. Federer e Connors: 5
  3. Djokovic, McEnroe, Lendl e Nadal: 4
  4. Borg, Edberg, Hewitt: 2
  5. Nastase, Wilander, Courier, Agassi, Kuerten, Roddick, Murray: 1

L’impresa di Nadal però, in questo gruppetto decisamente elitario, è un manifesto di longevità. Non è necessario ricordare tutti i motivi per cui sarebbe stato irrealistico ipotizzare questo scenario appena dieci mesi fa, eppure lo spagnolo diventerà il n.1 di fine stagione più anziano di sempre.

I NUMERI 1 DI FINE STAGIONE (ANZIANITÀ)

  1. Nadal (2017): 31 anni
  2. Murray (2016), Agassi (1999), Lendl (1989): 29 anni
  3. Djokovic (2015), Federer (2009): 28 anni
  4. Sampras (1998), Nastase (1973): 27 anni

Lo spagnolo è anche il secondo più anziano a ritrovare la vetta della classifica (meglio di lui solo Agassi, capace di tornare n.1 nel 2003 a 33 anni) e l’unico a chiudere una stagione in testa al ranking a così ampia distanza – nove anni – dalla prima volta (2008). Performance come detto difficile, quasi impossibile da pronosticare. Ma come lo ha reso possibile Nadal, se appena due anni la gara era a recitare il de profundis più originale?

Un certosino lavoro di ricostituzione fisica è stato fatto, perché anche se solo a tratti quest’anno si è rivisto un Nadal dominante. Certo, Rafa non è la belva inumana dei 20 anni, eppure a Parigi nessuno è andato neanche vicino a contrastarlo. Anche a New York la marcia innestata dagli ottavi in poi si è rivelata semplicemente troppo elevata per tutti; forse ne avrebbe fatto le spese persino il Federer malconcio che ha abdicato contro del Potro (poi mazzolato per benino dallo spagnolo, tanto per fugare i dubbi). Che siano mancati dei veri avversari è un fattore, che Rafa li abbia resi marginali (Federer a parte) quando contava davvero è un altro dato oggettivo. E per farlo è servito tornare a correre con una certa frequenza, pur con i limiti stabiliti dai 31 anni.

Ancor più e ancor prima che essere un’impresa di natura atletica, quindi, quella firmata dall’allievo che Moya ha ereditato dallo zio Toni è l’impresa della razionalità tennistica. Come spesso accada a ogni grande traguardo, il numero 1 di Nadal è nato con una sconfitta, con LA sconfitta subita a Melbourne per mano di Roger. In quel torneo sì che lo spagnolo aveva arrancato, mostrando spesso il fianco, perdendo per strada il dritto e dovendosi affidare strenuamente al rovescio (da sempre il suo colpo d’emergenza, di salvezza). Perdendo una finale che alla fine avrebbe potuto anche vincere, e accarezzando di nuovo da vicino quel feticcio di grandezza che sa essere un trofeo Slam, ha ricreato dentro di sé le condizioni per scalare la vetta.

Non c’è un colpo che identifica più degli altri la sua risalita. Dove Nadal ha saputo ancora una volta essere superiore, e dove forse rimarrà ineguagliato, è nella capacità di interpretare il tennis a un livello superiore. Scendendo in campo sempre con una chiara strategia, che all’occhio disattento può sembrare uguale a sé stessa eppure si adatta sempre all’avversario, ma al contempo scorporando ogni scambio dal contesto, come fosse il primo e insieme l’ultimo della carriera.

Serve un caos dentro di sé per partorire una stella che danzi“. Così, da quel tessuto caotico di insicurezze che le sconfitte gli avevano cucito addosso, lui ha saputo creare un vestito nuovo. Più umano, che ha meno delle incredibili doti atletiche andate scemando (ma mai sparendo) con gli anni e sempre più della sua intelligenza tennistica, una delle migliori che sia mai esistita.

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