Borg-McEnroe: le cronache del ghiaccio e del fuoco

Applausi a scena aperta per l'attesissimo film sulla storica rivalità tra i due giganti del tennis. È in concorso alla dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Più Borg che McEnroe: "Mi fanno la fare la figura del coglione! Speravo fosse un bel film...". Due modi diversi di essere uomini

Borg-McEnroe: le cronache del ghiaccio e del fuoco
Borg-McEnroe, il film (foto http://www.luckyred.it/movie/borg-mcenroe)

Borg-McEnroe, si va in scena

“Il tennis insegue il linguaggio della vita. Vantaggio, servizio, errore, break, amore (love)… Ogni match è una vita in miniatura”. È con una citazione tratta dall’autobiografia di André Agassi che si apre “Borg McEnroe”, il film sulla storica rivalità tra i due mostri sacri del tennis premiato alla Festa del Cinema di Roma con il Premio del Pubblico BNL e che vedremo nelle sale di tutta Italia a partire dal 9 novembre, distribuito da Lucky Red.

 

La vicenda ruota intorno alla forse più celebre finale di Wimbledon mai disputata, di sicuro la più citata da certi scriba, quando Ice Borg e il Super Monello si sfidarono a duello sull’erba battuta del centrale gremito dell’All England Club sotto gli occhi del mondo.

È il 5 luglio del 1980. Le ovazioni dei tifosi in preda al delirio che dagli spalti invocano i nomi dei due campioni si sovrappongono al monito dell’arbitro che ribadisce l’ennesimo “quite, please”. Le voci dei cronisti si accavallano con eccitazione mentre il commento musicale dei violini introduce il quinto drammatico atto del match. Un’ombra sul volto di Bjorn. La sfida, negli occhi di John. Rapida sequenza di colpi. È l’inizio dell’ultimo e decisivo set. Il pubblico grida “Borg, Borg, Borg, Borg”. Bjorn al servizio lancia la pallina e la colpisce. È l’inizio del film. Dovremo aspettare più di un’ora per ritornare al primo quindici del quinto set del 5 luglio. Parafrasando Ephraim Lessing, l’attesa è essa stessa il film, non la partita. Un’attesa costituita da flashback ed ellissi temporali che raccontano il passato di Bjorn e John a partire dall’infanzia fino al tempo presente, rivelando mano a mano i particolari umani e psicologici di due personalità contrapposte che, sfidandosi nell’agognato e sofferto scontro finale, segnano lo spartiacque definitivo l’uno nella carriera dell’altro. “Non si trattava solo di due uomini che giocavano a tennis”, dichiara il regista Janus Metz: “Si trattava dello scontro tra due continenti. Due comportamenti, due caratteri opposti messi uno di fronte all’altro. Due modi diversi di essere uomini”.

L’Orso Borg, ribattezzato tale a causa del significato letterale del suo nome in svedese, si presentò a Wimbledon 1980 da numero uno incontrastato del tennis alla rincorsa della quinta vittoria consecutiva del titolo (con in tasca già cinque Roland Garros). Per la prima volta nella storia, la risonanza mediatica e sociale di un tennista era simile a quella di una rock star. Si stima che avesse una trentina di sponsor e che, tra esibizioni e pubblicità, guadagnasse cifre astronomiche. Nel film, la compagna e futura prima moglie di Borg, la tennista Mariana Simionescu, tenta timidamente di convincerlo a organizzare il matrimonio imminente in forma privata a dispetto degli agenti sanguisughe che invece vorrebbero vendere i diritti dell’evento. Borg fu il primo tennista-talent a far parte della IMG, l’agenzia colosso degli sportivi fondata da McCormack negli anni ’60 e che cambiò la faccia del professionismo sportivo (in seguito vi hanno fatto parte personaggi come Sampras, Agassi, le Williams e lo stesso McEnroe). Con Borg, il tennis iniziò la sua parabola verso la globalizzazione. Anche per i giornalisti avvicinare l’Orso era un’impresa e, come per i Beatles e i Rolling Stones, le groupie scalpitanti del tennis si strappavano capelli e reggiseni stregate dalla bellezza vichinga dell’uomo di ghiaccio.

Il carattere almeno apparentemente calmo, misurato e impassibile dell’uomo si trasferiva nel giocatore assumendo le sembianze di quello che oggi chiameremmo un regolarista ma che allora poteva essere certamente considerato un modo nuovo di esprimere tennis. Precursore del topspin e del rovescio a due mani, nonostante avesse fatto dell’ancoraggio alla linea di fondo il proprio cavallo di battaglia, sui prati inglesi l’Orso imparò l’utilizzo dell’approccio di rovescio tagliato e migliorò il gioco di volo quel tanto che bastava per aggiudicarsi quattro di titoli di fila. Forte di una condizione fisica straordinaria (la leggenda narra che in una gara di mezzofondo Borg sconfisse persino Edwin Moses) e di una capacità di concentrazione degna di un monaco tibetano, in tutta la carriera l’Orso non dimostrò mai di perdere la pazienza. Mai un grido. Mai un’imprecazione. Mai uno sgarro! Merito sicuramente dell’educato conformismo svedese e delle pulsazioni cardiache sotto i quaranta battiti al minuto ma forse e soprattutto merito del faticoso adattamento alla disciplina mentale richiesta dal gioco imposta dall’allenatore storico Lennart Bergelin.

“Voglio che mi prometti che non mostrerai più una sola cazzo di emozione. Sarai come una pentola a pressione. Tutta la tua rabbia, tutta la paura, l’angoscia che provi… le metterai in ogni colpo. Mi hai capito?”, chiede minacciosamente Bergelin a un Borg poco più che ragazzino in una delle scene più significative del film. Perché il glaciale Borg, fino ai primi anni dell’adolescenza in realtà fu un tizzone ardente, irrequieto e anticonformista fuori e dentro le righe, incline a perdere le staffe facilmente e a “sventolare la racchetta per aria” ogni qual volta il colpo non venisse come desiderato. Fu soprattutto grazie alla disciplina, dunque, che Bjorn divenne Borg dominando i suoi avversari per gran parte della carriera.

Per McEnroe fu tutta un’altra storia. Di temperamento infuocato come le stesse sfumature dei ricci rossastri che tradivano le origini irlandesi ma che sbandieravano la libertà americana, John McEnroe, mancino eclettico dalla volée fatata, espresse il miglior tennis di quegli anni, basando il suo stile di gioco sull’attacco e sul rischio. In pochi direbbero che dietro le sue celebri sfuriate, le parolacce gridate in mondovisione e la maleducazione sfoggiata a mo’ di star, si nascondesse un bambino molto timido e dall’indole tranquilla. Come egli stesso dichiarò in un’intervista fiume rilasciata al The Guardian, prima di diventare McEnroe, il piccolo John era un bambino silenzioso e disciplinato. Cresciuto nel mito della perfezione inculcatogli da entrambi i genitori, molto presenti ma rigidi (in particolar modo mamma Kay) fin dalla tenera età fu costantemente stimolato ad andare oltre i propri limiti. E che questi limiti siano stati superati, in tutti i sensi, non v’è alcun dubbio. Fu un percorso di sublimazione inverso a quello di Borg ma con lo stesso unico scopo: essere il migliore, essere il numero uno.

“Perde facilmente la concentrazione” suggerisce timidamente Mariana a Bjorn mentre questi osserva il suo rivale prendersela con i piccioni mentre disputa un incontro. “No. Tutt’altro. Guardalo”. Borg sa bene cos’è la rabbia e nel furioso e famelico McEnroe riconosce gli stessi sentimenti che, in modo diverso, lo animano segretamente. Al contrario però di quanto viene raccontato nel film, McEnroe non si presentò alla storica finale da isterico sprovveduto. Tutt’altro. Nelle ultime due stagioni aveva battuto il gigante svedese tre volte su sette e nel 1980 aveva toccato la vetta della classifica, sostituendosi all’Orso per ventidue giorni di fila. Il film racconta poco della sua infanzia e concentra furbescamente l’attenzione sui turpiloqui incresciosi e gli assalti verbali ai danni dei poveri arbitri. Che se ne sia accorto anche il Super Monello è cosa certa.

Già prima dell’uscita e quindi in tempi non sospetti, McEnroe senza peli sulla lingua dichiarò di non aver mai apprezzato i film sul tennis. “Tutti quelli che ho visto sono terribili” (non gli si può dar torto). Non che dopo le cose siano andate meglio. “Il problema è che gli sceneggiatori hanno inventato storie immaginarie per farmi sembrare un coglione quando invece c’erano un sacco di cose reali da raccontare che avrebbero giovato al film alla grande”. E ancora, dopo il primo round della Laver Cup di Praga, intervistato al riguardo dichiara: “Speravo fosse un bel film ma non lo è. Mi dispiace dirlo. Il racconto non è accurato e non capisco perché. C’erano un sacco di cose da raccontare, ma davvero una miriade. Se volevano farmi apparire come un coglione, nella mia modesta opinione, avrebbero potuto farlo meglio”.

Chissà se il disappunto di McEnroe è da considerarsi relativo agli aspetti drammaturgici del film oppure al fatto che sceneggiatore e regista, entrambi svedesi (così come la maggior parte dei fondi che lo hanno finanziato), abbiano relegato l’americano al ruolo dell’antagonista, facendo di Bjorn Borg e dei suoi conflitti interiori – sempre suggeriti, mai espressi – il motore trainante della narrazione. La scena simbolo del film, con Borg che esegue delle complicate flessioni sulla balaustra di un grattacielo è emblematica e bellissima. Lo svedese, interpretato per sottrazione dal bravissimo Sverrir Gudnason (impressionante la somiglianza fisica!) viene inquadrato di spalle in un bellissimo campo lungo mentre con la sola spinta delle braccia si solleva sul ciglio del parapetto a strapiombo. La macchina da presa si avvicina lentamente alla silhouette di Borg sospesa tra il buio dell’appartamento e il mare sconfinato su cui si riflette il sole. È il contrasto tra dentro e fuori. È l’equilibrio tra la forza interiore e la necessità di abbandono che l’inconscio, rappresentato dall’acqua che scorre, reclama. Diversamente, il personaggio McEnroe è spesso introdotto sulla scena da fiammeggianti note rock che ne anticipano l’impertinenza caratteriale. L’interprete Shia Lebeouf, quasi sempre sopra le righe, non cerca l’emulazione a tutti i costi ma trasferisce dentro di se tutta la sfacciataggine del campione aggiungendo umanità e sensibilità notevoli. “Guardare McEnroe giocare è come ascoltare Mozart (…) McEnroe usò la rabbia per fabbricare la propria intensità e caricarsi. In questo senso, è un’artista”. Due artisti, ma completamente diversi.

Della mitica partita si è scritto e parlato molto, e come suggerisce McEnroe nessuna fiction può restituire l’emozione della realtà, soprattutto quella del tie-break più adrenalinico della storia del tennis vinto da McEnroe al sesto tentativo per 18 punti a 16 dopo aver annullato diversi match point.

L’epilogo dell’ultimo set, vinto da Borg per 8 giochi a 6, per alcuni fu scontato. Sulla distanza, lo sapevano tutti, Borg era imbattibile. Nel dopo partita dichiarò che quella, di cinque finali, era stata certamente la più difficile e l’unica nella quale aveva avuto realmente paura di perdere. McEnroe si prese la prima rivincita agli US Open dello stesso anno e poi definitivamente l’anno successivo, battendo Borg in quattro set sull’erba di Wimbledon e consacrandosi, di lì a un mese circa, il nuovo numero 1 del mondo. La nuova star. Che Wimbledon 1981 sarebbe stato l’ultimo Wimbledon di Borg non era invece affatto scontato. Di lì a un paio d’anni l’Orso si sarebbe definitivamente ritirato (il breve ritorno sulle scene all’inizio degli anni novanta è cosa da poco). Dio era morto a soli 25 anni.

La finale di Wimbledon 1980 non fu solo una gran partita di tennis ma fu il teatro di due umanità, due vite in miniatura a confronto, come scrive Agassi nel suo bellissimo Open. Il tennis che si fa cinema e viceversa. La vittoria di uno decretò il successo dell’altro, la sconfitta di McEnroe segnò la fine di Borg. Come se avessero bisogno l’uno dell’altro, i predestinati. John aveva bisogno di Bjorn per affermarsi e Bjorn di John per smettere di resistere al fuoco emotivo che bolliva sotto il ghiaccio. Negli anni successivi al ritiro tentò il suicidio, ebbe problemi con la droga, divorziò, si risposò due volte e passò un brutto quarto d’ora col fisco. Oggi tutto sembra rientrato nella norma. I due li abbiamo visti insieme recentemente alla Laver Cup capitanare rispettivamente il Team Mondo e il Team Europa e qualche anno fa, per la Tesco, sono stati i protagonisti di questo divertentissimo spot. Nulla in fondo è cambiato.

Nonostante il tennis abbia fatto da cornice a diversi film – pochi e dimenticabilissimi – questo è sicuramente il primo nel quale il nostro amato sport diventa il centro assoluto della Storia. Una partita, la più bella. Due leggende viventi. Chissà se tra una ventina d’anni qualche regista illuminato deciderà di fare un film il cui titolo suonerebbe benissimo (viene in mente un certo Fedal). Bisogna solo sperare che non siano ancora lì a giocare (e a vincere). Per come vanno le cose, nonostante le scarse probabilità oggettive, non è del tutto da escludere.

Gianluca Falessi

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