Karolina Pliskova: tattiche e superfici

Il modo di stare in campo e il futuro tecnico-tattico della numero uno ceca dopo la separazione dall'allenatore David Kotyza

Karolina Pliskova: tattiche e superfici
Karolina Pliskova - Miami 2017

Karolina Pliskova e le scelte tattiche
Alla fine del 2016 Pliskova aveva deciso di cambiare allenatore, e lo aveva fatto scambiandolo con quello di Petra Kvitova. Kvitova aveva cioè assunto l’ex coach di Pliskova (Jiri Vanek), mentre Karolina aveva assunto David Kotyza, reduce dalla separazione da Kvitova. La collaborazione tra Pliskova e Kotyza è però durata meno di una stagione: si è interrotta agli US Open.
Quando tenniste e allenatori si separano è difficile che vengano spiegate nel dettaglio le cause; quasi sempre ci si trincera, comprensibilmente, dietro formule di cortesia. Dunque anche nel caso di Pliskova potrebbe esserci stata più di una ragione, però rimane comunque interessante la spiegazione fornita da Karolina, che ha parlato di differenza di vedute sulle strategie di gioco.

In sostanza Kotyza la voleva “più coraggiosa”, e sosteneva che avrebbe dovuto scendere in campo prendendo più rischi. Soprattutto se si affronta uno Slam troppo prudentemente si finisce quasi sempre per essere eliminate da chi osa di più. Nell’arco di sette match almeno un’avversaria molto aggressiva la si trova, e occorre non subire troppo, come invece era accaduto a Karolina contro Vandeweghe agli US Open 2017.

 

Al contrario Pliskova riteneva che per lei fosse più adatta un’impostazione meno offensiva e più attendista. Per certi aspetti appare una posizione sorprendente, visto che nel tennis siamo abituati alla correlazione “grande battitrice = grande attaccante”. Ricordo infatti che sono già tre anni (2015, 2016, 2017) che Karolina termina al primo posto nella classifica WTA del numero di ace stagionali.
La posizione di Pliskova risulta forse meno incomprensibile se si fa riferimento a certe partite del passato, alle quali avevo cominciato ad accennare alla fine del capitolo precedente. Mi riferivo a match in cui aveva mostrato parecchie difficoltà a chiudere situazioni di vantaggio, e ad atteggiamenti conservativi assunti nei passaggi chiave di quei confronti.

Va detto che Karolina pratica un tennis difficile, con poco margine: i suoi colpi piatti, che passano radenti alla rete, per essere incisivi richiedono per loro natura molto rischio, e devono essere eseguiti con un timing perfetto e un movimento fluido, quasi decontratto. Purtroppo per lei, capita che in alcuni momenti decisivi la tensione la faccia colpire in modo meno fluido, e la conseguenza è che possono aumentare gli errori.
Quasi sicuramente è per questi motivi che in passato Pliskova ha fatto ricorso a soluzioni sui generis: in alcuni frangenti critici la ricordo rinunciare perfino al normale dritto in topspin a favore di un dritto in back super-prudente, senza alcuna velleità aggressiva, con il solo obiettivo di evitare l’errore.

Dunque nel suo caso questioni tecniche e questioni psicologiche si intrecciano strettamente. Forse si potrebbe descrivere il dissidio con l’allenatore anche in questi termini: da una parte Kotyza riteneva che Karolina dovesse andare oltre le sue paure, cercando di forzare il carattere a qualsiasi costo. Dall’altra temo che Pliskova sul campo sentisse in alcune occasioni di doversi spingere troppo oltre, e di non riuscire a reggere una impostazione di gioco così lontana dalla sua indole profonda.

Forse sul piano puramente tecnico Kotyza aveva ragione, ma bisogna valutare quanto questa idea di gioco costasse a Karolina in termini di energie nervose. Come abbiamo studiato a scuola “il coraggio uno non se lo può dare”. O forse Karolina ha valutato che il coraggio riesce a darselo, ma fino a un certo punto. Perché penso si debba riconoscere che su questo piano ha compiuto dei progressi: ad esempio nelle sue partite non si vedono più i dritti in back “di paura”; e del resto non si arriva al primo posto del mondo se non si impara a gestire meglio l’insicurezza.

In sostanza con il divorzio dall’allenatore, Pliskova potrebbe avere deciso di assecondare le sue inclinazioni psicologiche, che si traducono in scelte tattiche differenti rispetto al periodo Kotyza. E così al recente Masters di Singapore in alcuni momenti (ad esempio nella semifinale contro Wozniacki) si è avuta la sensazione che accettasse scambi più lunghi e manovrati. Vedremo se sono state scelte determinate dal campo particolarmente lento, o se invece sono il segno di un cambiamento reale nel suo tennis, verso un indirizzo meno offensivo.
Se così fosse, dovrà prepararsi ad affrontare non solo scambi mediamente più lunghi, ma anche un maggior numero di situazioni in cui non avrà lei il controllo del palleggio, e di conseguenza dovrà dimostrare di saper utilizzare soluzioni di contenimento, che richiedono una migliore mobilità. Più rincorse (e più sacrifici), per prendere meno rischi e però mettere in campo un atteggiamento più vicino alla propria indole. Certo, con un fisico così alto e longilineo non potrà mai diventare agile e reattiva come Radwanska o Stephens, ma potrebbe provare a migliorare i colpi difensivi in allungo, sviluppando al meglio la tecnica dei colpi in chop.

Tutto questo per Pliskova sarebbe un bene o un male? Consiglio di andare a leggere i post di Andy e di lp pl (due lettori molto competenti, in questo caso su posizioni diverse), scritti a commento dell’articolo della scorsa settimana: si avranno due chiavi di lettura differenti, ma entrambe argomentate intelligentemente. Per quanto mi riguarda non voglio essere a tutti i costi accomodante, ma devo ammettere che sono incerto nella valutazione. E’ difficile per me avere sicurezze quando le ragioni della tecnica e quelle della psicologia sembrerebbero suggerire strade divergenti.

Però in linea generale una certezza ce l’ho: se una giocatrice non è convinta, non esiste alcun tipo di tennis che possa rivelarsi efficace per lei. Anche se le indicazioni arrivano da un bravo allenatore. Anche se sono le più logiche.
Penso ad esempio a una situazione opposta: all’evoluzione che sta intraprendendo Elina Svitolina, che da giocatrice di difesa/contenimento sta cercando di trasformarsi in una tennista più aggressiva, in grado di aumentare i vincenti. È una scelta non semplice per le sue caratteristiche fisico-tecniche, ma secondo me avrà buone possibilità di successo perché Elina sembra profondamente convinta della strada che ha preso. E questo è fondamentale.

Se Pliskova decidesse di ridurre l’aggressività del suo tennis, potremmo per il futuro immaginare due esiti opposti. In quello positivo avremmo una tennista che attraverso un gioco più articolato e meno offensivo riesce comunque a vincere. Forse anche più di oggi, perché più serena in campo.
O al contrario potremmo trovarci di fronte a una giocatrice nata per l’attacco che, a causa dei suoi timori, prova soluzioni alternative che però non le permettono di esprimere il suo miglior potenziale, finendo per raccogliere in carriera meno di quanto si potesse preventivare.

Se davvero Pliskova prenderà una strada differente, le auguro che si riveli produttiva. Se invece la scelta della maggiore prudenza non funzionasse, Karolina potrebbe ritrovarsi obbligata a tornare a riflettere sulle scelte di questo periodo; magari fino a ipotizzare che il coach aveva ragione. In ogni caso, ancora una volta, la prima a essere persuasa dovrà essere lei. Perché senza una convinzione profonda nelle scelte di gioco, non credo le sarà possibile raggiungere i migliori risultati.

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