International Tennis Symposium: internazionale di nome e di fatto

Nonostante le assenze dell’ultim’ora, in primis quella di Toni Nadal, l’evento organizzato da Pro Camp MGM Italia e GPTCA è stato un successo. Grazie ai coach di tutto il mondo scesi in campo, ai racconti di Josè Perlas e ad un Stefano Galvani in versione “Rocky”

International Tennis Symposium: internazionale di nome e di fatto
International Tennis Symposium - Cerimonia di consegna dei Master Degree della Newport Research University

dal nostro inviato a Milano

Alla fine è andata benissimo, ma le premesse non erano state certamente delle migliori. Anzi. Gli organizzatori della 19esima edizione dell’International Tennis Symposium tenutasi sabato 11 e domenica 12 novembre nel Palazzetto dello Sport del Centro Pavesi di Milano, la Pro Camp MGM Italia e la GPTCA – l’associazione internazionale dei coach di tennis che in contemporanea organizzava il corso per l’ottenimento della qualifica di “Tennis coach certifed by ATP”, di cui il Simposio era parte integrante – a ridosso dell’inizio della manifestazione si erano infatti ritrovati improvvisamente senza ben tre dei relatori previsti. E che relatori. Il primo a dare forfait era stato uno dei nomi più attesi, se non il più atteso: Toni Nadal, che doveva anche venir insignito della Laurea Honoris Causa in Sport Coaching della Newport Research University. Poco dopo arrivava anche la rinuncia di chi avrebbe dovuto almeno parzialmente coprirne l’assenza: Claudio Pistolesi era stato fermato dalla bronchite, mentre Robert Davis (storico coach del giocatore pakistano Qureshi, già top 10 in doppio, che ha ricoperto anche il ruolo di Direttore Tecnico in diverse federazioni asiatiche) aveva dovuto lasciare Milano venerdì sera per un improvviso impegno personale.

 

Ma Alberto Castellani (presidente GPTCA), Mauro Campanelli e Massimo Rossi (rispettivamente presidente e presidente Onorario della Pro Camp MGM Italia) non si sono persi d’animo ed insieme ai loro collaboratori hanno saputo fare di necessità virtù, riuscendo a far sì che, come si suol dire in gergo sportivo, le riserve non facessero rimpiangere i titolari. Anche se visti i nomi che hanno calcato alla fine il parquet del palazzetto milanese non si può certo parlare di riserve: Jean-Philippe Fleurian – ex n. 37 ATP  -, Laura Golarsa – ex top 50 WTA, oggi affermata coach e telecronista Sky – e Patricio Remondegui – storico coach delle sorelle Serra Zanetti e di Stefano Galvani. E non solo loro, come leggerete nel seguito.

Ma procediamo con ordine e raccontiamo come è andata. L’inizio del Simposio, nella mattinata di sabato, ha visto i previsti interventi su nutrizione ed integrazione alimentare del nutrizionista sportivo Massimo Rapetti della Enervit, sponsor dell’evento, e quello sulla prevenzione degli infortuni di un preparatore atletico di fama internazionale come il rumeno Dragos Luscan, fino a poche settimane nello staff della n. 1 del mondo Simona Halep. A seguire, come da programma, la cerimonia di consegna del Master Degree in Sport Coaching della Newport Research University a Dick Hordorff – coach di fama mondiale che ha lavorato, tra gli altri, con Rainer Schuttler e Janko Tipsarevic, già vicepresidente della federtennis tedesca e capitano di Coppa Davis di Taiwan – e al suo ex allievo Ranier Schuttler – ex top 5 ATP e finalista Slam, oggi anche lui allenatore oltre che organizzatore del torneo ATP di Ginevra. A seguire, sono scesi in campo i relatori “last minute”. Prima Patricio Remondegui, supportato proprio dal suo ex allievo Stefano Galvani, oggi anche lui dall’altra parte della barricata dato che allena al C.T. Rimini, e poi Laura Golarsa. Entrambi hanno parlato di tecnica: il coach di origine argentina ha mostrato alcuni degli esercizi che utilizzava quando lavorava con Stefano, mentre la ex n. 39 del mondo ha indirizzato il suo intervento su esercitazioni e correttivi nell’allenamento a livello giovanile.

Dopo la pausa pranzo, ad aprire la sessione pomeridiana è stato Jean-Philippe Fleurian che ha presentato il metodo TIGA, finalizzato ad accelerare il miglioramento della performance del giocatore. Il metodo verte sull’importanza di definire puntualmente gli obiettivi di breve, medio e lungo termine e di stilare il relativo piano di lavoro e poi monitorarlo periodicamente. Di tali argomenti su Ubitennis ne avevamo parlato in tre due degli articoli della rubrica sul mental coaching, quelli sugli obiettivi (1 e 2)  e quello sul piano d’azione. Il metodo di Fleurian, in estrema sintesi, è di fatto una implementazione di tale approccio che coinvolge tutte e tre le macro-aree necessarie ai fini del raggiungimento della massima performance sportiva: preparazione tecnico-tattica, fisica e mentale. L’ex top 40 ha voluto sottolineare – e non è stato l’unico, come vedremo, tra i relatori della manifestazione – l’importanza di parlare e ragionare sempre in termini di obiettivi di performance e non di risultato.

La seconda sessione del pomeriggio, che completava così la sostituzione del secondo intervento di Toni Nadal, è stata veramente particolare e coinvolgente per i partecipanti al Simposio. Considerato che alcuni dei coach presenti erano di assoluto livello internazionale, dato che erano a Milano per conseguire la massima qualifica GPTCA, il livello A, per la quale uno dei prequisiti previsti– a meno di deroghe autorizzate dalla GPTCA in accordo con l’ATP – è quello di aver allenato giocatori almeno a livello Challenger, Castellani e gli altri organizzatori hanno pensato bene di coinvolgerne circa una decina, tutti rigorosamente di paesi diversi, con il compito di presentare almeno tre degli esercizi che utilizzano con i propri giocatori. Tanto per capirci, tra questi, oltre hai già citati Hordorff, Remodengui, Fleruian e Golarsa, anche i capitani di Coppa Davis tunisino ed iraniano e l’ex coach peruviano dell’ex top ten argentina Paola Suarez.

A concludere in bellezza quella prima giornata, che solo ventiquattro ore prima era avvolta da un grosso punto interrogativo, è stato di nuovo Luscan, che ha parlato del tema dell’allenamento della forza esplosiva di un giocatore. L’intervento, già di per sé interessante per la molteplicità di esercizi proposti dall’ex nazionale rumeno di pallamano, alla fine ha coinvolto tutti i presenti, che si sono ritrovati a fare il tifo per Stefano Galvani. La giornata aveva infatti visto alternarsi in campo diversi giocatori per effettuare le dimostrazioni degli esercizi presentati dai relatori, ma in molti casi il “protagonista” principale era stato proprio Galvani. Questo perché, pur in presenza di altri buonissimi giocatori, avere dall’altra parte della rete un ex top 100 ancora in ottima forma consentiva di valorizzare al meglio la dimostrazione dell’esercizio ed evidenziarne bene gli aspetti più importanti. Ebbene, nella sessione di Luscan la cosa è “degenerata”. Con l’andare dell’intervento ed il susseguirsi degli esercizi, pian piano sulle tribune aumentavano i commenti di stupore e ammirazione sulle notevoli capacità fisiche del 39enne originario di Padova. Anche al confronto dell’altro giocatore coinvolto nelle dimostrazioni, un seconda categoria con parecchi anni in meno e quindi in teoria più allenato, e considerato che erano ore che Galvani era in campo, dato che erano quasi le 19 e lui era lì praticamente dalle 10 di mattina. Ad un certo punto anche Luscan si è lasciato trasportare dall’entusiasmo di avere un atleta così reattivo fisicamente ed ha proseguito ad illustrare gli esercizi lavorando esclusivamente con Galvani e  aumentandone la difficoltà.

Galvani ha avuto un attimo di perplessità solo quando l’ex giocatore di pallamano della Steaua Bucarest gli ha chiesto di mettere un pallone medico da 5 kg in mezzo ai piedi per poi saltare cercando di lanciarlo il più in alto possibile dietro la schiena: “Con quello da 2 kg no?”. “No, 5kg” ha risposto Luscan, che in quel momento ha ricordato a molti il sergente Foley di “Ufficiale e gentiluomo (ed il pensiero di molti a quel punto è andato immediatamente a Simona Halep, che con Luscan ci lavorava ogni giorno). Ma Stefano, ormai entrato in modalità “Non fa male” in stile Rocky IV, a quel punto non ha più battuto ciglio: un paio di tentativi per capire bene e poi ha eseguito perfettamente l’esercizio. Con i partecipanti al corso che dalle tribune gli chiedevano addirittura di fare un sombrero alla Messi. Alla fine ci abbiamo anche scherzato su con Stefano, chiedendogli se per caso dopo una giornata così non fosse il caso di tornare a giocare ed iscriversi ad un Challenger (con Remondegui che, sentendoci, è stato subito al gioco: “Sì, sì, torna a giocare, dobbiamo trovare uno sponsor!”). Lui stesso in realtà ci ha confidato di essere rimasto stupito, reduce com’è da un intervento al menisco questa estate e senza tanto allenamento alle spalle. Insomma, una chiusura con il sorriso per una giornata iniziata con un po’ di preoccupazione.

Galvani esegue gli esercizi di Luscan (il primo a sx), davanti a Castellani e Remondegui

La seconda giornata è cominciata con Carlo Rossi, maestro della Pro Patria Milano, che ha parlato di Easy Tennis, di esercizi e giochi per i bambini finalizzati allo sviluppo di tutta una serie di abilità e capacità motorie da parte dei bambini, funzionali al successivo insegnamento del tennis. Subito dopo una sorpresa: la presentazione di una applicazione di realtà virtuale, VR-Brain Tracker, che con l’utilizzo del MOT (Multiple Object Tracking) consente di valutare e allenare tutte e quattro le componenti dell’attenzionesostenuta, che permette di selezionare degli obiettivi in modo costante e duraturo resistendo alla fatica prolungata, selettiva, la capacità di mettere a fuoco degli oggetti in movimento escludendo le distrazioni, distribuita, che divide contemporaneamente l’attenzione in oggetti più punti del campo visivo, e dinamica, cioè mantenere la concentrazione sulla posizione di oggetti in continuo movimento -, la memoria visiva e la visione periferica. I vantaggi sono molteplici: ad esempio, migliora la capacità di concentrazione nell’esecuzione delle esercitazioni quando è richiesta alta capacità attentiva, aumenta e migliora la capacità di memoria visiva a breve termine che è utile nelle azioni di gioco in cui la pressione è elevata ed in generale, aumentando le sue capacità percettive e cognitive, consente all’atleta di avere una maggiore sicurezza nei mezzi nelle azioni sotto pressione e quindi aumentare il massimo livello di performance. L’intervento ha suscitato molto interesse tra gli allenatori, come dimostrato dal numero di persone che al termine della presentazione hanno testato l’applicazione nelle due postazioni a disposizione.

Tanto da far iniziare con qualche minuto di ritardo l’ospite clou del Simposio, José Perlas. L’ex coach di – tra gli altri – Carlos Moya, Albert Costa, Juan Carlos Ferrero e Fabio Fognini, ha suddiviso il suo intervento in due parti, una teorica al mattino e una pratica nel pomeriggio, dopo il break. In mattinata l’allenatore spagnolo ha prima ripercorso i passaggi più importanti della sua carriera di allenatore di alto livello, per poi soffermarsi ad analizzare più in dettaglio il percorso che ha portato Carlos Moya e Albert Costa alla vittoria di uno Slam, rispettivamente il Roland Garros 1998 e 2002. Ma, seppur più brevemente, anche quello che ha consentito a Fabio Fognini di conquistare il titolo del doppio insieme a Stefano Bolelli agli Australian Open 2015 (“Anche se non ha il lustro di quelli in singolare, per me è comunque il mio terzo Slam da allenatore” ha voluto sottolineare). Con l’obiettivo di far capire all’auditorio – grazie anche ad alcune videointerviste registrate con gli stessi Moya e Costa, che hanno ripercorso quelle loro cavalcate vincenti a Porte d’Auteuil – quanto sia importante curare ogni dettaglio affinché “Tutti i pianeti siamo allineati”. Metafora utilizzata da Perlas per far capire che affinché tutto il lavoro svolto (“Noi lavoriamo per migliorare la performance, il risultato è una conseguenza” ha ribadito anche lui) si trasformi in un successo è necessario che tutto si incastri alla perfezione (“Basta che il giorno prima del match litighi al telefono con la fidanzata ed ecco che qualcosa si può incrinare“).

Nel caso di Moya, il fatto di aver già giocato una finale Slam in precedenza (a Melbourne l’anno prima) gli permise di affrontare quella finale di Parigi conoscendo già tutte le sensazioni che si provano a disputare un match di quella importanza. Perché, come ha voluto sottolineare il coach iberico “Tutte le partite in un torneo del Grande Slam sono difficili, ma la finale è veramente una cosa a parte”. Esperienza che invece non aveva mai provato il suo avversario Alex Corretja, che al massimo era arrivato ai quarti allo US Open 1996, e che indubbiamente sentì il peso e l’emozione di disputare la sua prima grande finale in carriera. Per quanto riguarda invece la vittoria del 2002 di Albert Costa, fu essenziale invece il fatto che inizialmente la stampa spagnolo non si interessò a lui, dato che tutte le attenzioni erano rivolte al grande favorito Juan Carlos Ferrero. Negli anni precedenti Costa aveva sofferto molto la pressione legata alle aspettative che molti in Spagna avevano su di lui dopo che aveva raggiunto i quarti a Parigi nel 1995, a soli vent’anni. Per lui perciò fu molto importante non essere al centro dell’attenzione perché poté concentrarsi su di sé, sul suo gioco e scendere in campo con maggiore serenità. Perlas al riguardo ha rivelato un curioso retroscena. Per Albert fu anche fondamentale la vittoria nei quarti in rimonta su Guillermo Canas, che era in vantaggio due set a uno e di unbreak nel quarto: per la prima volta riuscì a superare il fatidico scoglio dei quarti di finale in un torneo Slam e interiormente cominciò a credere di poter veramente arrivare sino in fondo. Ma a quel punto la stampa iberica si accorse di lui. Ecco che Perlas allora dovette intervenire per evitare che qualcosa interferisse con un meccanismo che stava girando alla perfezione. Riunì i giornalisti spagnoli e chiese loro di continuare a non puntare i riflettori sul suo allievo, che continuassero pure a parlare di Ferrero. Un aneddoto che fa capire come ad alto livello sia importante che il coach faccia veramente attenzione a tutto. Significativo in questo senso una dichiarazione di Carlos Moya nella videointervista, nella quale ha evidenziato di aver imparato proprio da Perlas come sia necessario essere coach ventiquattro ore al giorno. Un ringraziamento al suo vecchio coach, ma in realtà un messaggio agli allenatori presenti.

José Perlas durante l’intervento della domenica mattina al Simposio

Nella sessione pomeridiana, l’attuale allenatore del tennista serbo Dusan Lajovic ha poi mostrato in campo molti degli esercizi tecnico-tattici che usa con i suoi giocatori, soffermandosi a spiegare nel dettaglio le finalità di ogni specifica esercitazione. Il Simposio si è concluso così, con gli applausi dei presenti al grande allenatore spagnolo, mentre agli iscritti GPTCA veniva chiesto l’ultimo e più importante sforzo: il test di esame per ottenere la qualifica GPTCA (o salire di livello) e chiudere nel migliore dei modi questa intensa cinque giorni di formazione, dato che per loro il corso era iniziato mercoledì.

Sceso il sipario sull’evento milanese, la GPTCA prosegue la sua attività formativa a livello internazionale (i prossimi corsi si terranno in Polonia), mentre la Pro Camp MGM Italia comincia già a pensare alla prossima edizione del Simposio, quella del ventennale. Una ricorrenza importante, che Massimo Rossi, Mauro Campanelli e tutta la squadra dell’associazione meneghina hanno già preannunciato voler festeggiare nel migliore dei modi. Appuntamento perciò a tutti al prossimo anno.

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