Mercoledì da leoni: Max Mirnyi a Stoccarda 2001

Le imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti al grande pubblico. Questa volta siamo andati a vedere cosa successe al Super 9 di Stoccarda

Mercoledì da leoni: Max Mirnyi a Stoccarda 2001

La Germania aveva perso le sue stelle e ben presto avrebbe perso anche il cielo. Per un intero decennio la nazione di Becker e Stich, rimanendo in ambito maschile, aveva pressoché monopolizzato il finale di stagione ospitando ben due “Masters” e un paio di finali di Coppa Davis. Per evitare di incorrere subito in disguidi, quando diciamo Masters intendiamo le attuali ATP World Tour Finals e la defunta Grand Slam Cup; le prime si svolsero tra Francoforte (1990-95) e Hannover (1996-99) mentre la seconda non si spostò mai da Monaco di Baviera, almeno finché la Federazione Internazionale ritenne giusto mantenerla in vita.

Adesso, nel nuovo millennio, i tedeschi non avevano nemmeno un top-10 e dovevano accontentarsi dei giovani Tommy Haas e Nicolas Kiefer, buoni prospetti ma ancora (e forse per sempre) sprovvisti della scintilla che li avrebbe potuti trasformare da ottimi giocatori in campioni. Il colpo al cuore di un impero, quello teutonico, già in declino era stata poi la decisione dell’Associazione Giocatori di riconsegnare al suo Masters quel connotato di nomadismo che ne aveva caratterizzato i primordi e così, nel 2000, i magnifici otto non si erano più dati convegno in Germania bensì a Lisbona e dodici mesi dopo l’avrebbero fatto in Australia, a Sydney. Tuttavia, nonostante l’evidente eclissi di luna, i tedeschi avevano conservato una piccola porzione di firmamento e nel 2001 gli appassionati di tennis potevano contare su due “Super 9” (gli antenati degli attuali 1000): Amburgo e Stoccarda. Il primo andava in scena in primavera sulla terra rossa del Rothenbaum, mentre il secondo aveva ereditato i quarti di nobiltà da Stoccolma, non prima di aver fatto tappa per una sola edizione (1995) alla Grugahalle di Essen su un tappeto così lento da regalare a Muster il suo unico trionfo indoor in carriera. L’anno dopo – e per i sei successivi – il circo si era trasferito alla Schleyer-Halle di Stoccarda ed è lì, nel 2001, che ha luogo la storia che abbiamo scelto di raccontarvi questo mercoledì.

 

Edificata nel 1983 nella zona del Neckar Park e intitolata al controverso Hanns Martin Schleyer – un ex-ufficiale delle SS divenuto personaggio politico di spicco nella Germania degli anni ’70 che venne sequestrato da un gruppo armato terrorista il 5 settembre 1977 e successivamente assassinato – la Schleyer-Halle aveva una naturale vocazione per le gare ciclistiche al coperto ma, due anni dopo l’inaugurazione, aveva ospitato gli europei di basket e il 14 giugno del 1985 si era consumata una delle più clamorose sorprese nella storia della competizione, quando la favoritissima Spagna di coach Diaz-Miguel e delle stelle San Epifanio e Sibilio era stata sconfitta dalla Cecoslovacchia. Le palle che interessano noi, però, non sono a spicchi, sono più piccole nonché rivestite di feltro e avrebbero rotolato sul fondo duro dell’arena di Stoccarda per l’ultima volta, in quanto il Council dell’ATP aveva già decretato il trasferimento del torneo a Madrid dall’ottobre successivo. Dei nove “figli di un Dio minore”, l’ottavo sembrava perfino illegittimo, tanto travagliata era (e sarebbe) stata la sua storia, con ben cinque cambiamenti di sede e il definitivo – per ora – trasferimento nella attuale Shanghai.

Nella capitale del Baden-Württemberg si erano scritte pagine importanti, come le tre finali consecutive di Richard Krajicek (di cui una sola chiusa in gloria) e i cinque diversi vincitori, piccolo elenco inaugurato manco a farlo apposta da Boris Becker e chiuso dal sudafricano Wayne Ferreira, che attendeva da oltre quattro anni di alzare nuovamente un trofeo e per farlo era stato costretto a quattro ore di durissima contesa dall’australiano Lleyton Hewitt, battuto 7-6, 3-6, 6-7, 7-6, 6-2. Il 2001 è dunque l’anno del congedo e nessuno vuole mancare all’ultimo buffet. Dei primi 16 del mondo, manca solo Pat Rafter; l’ex numero uno mondiale è alle prese con diverse fratture da stress e sta centellinando le sue presenze nei tornei con l’unico scopo di preservarsi per ciò che resta il suo sogno, ovvero vincere la Coppa Davis. Nel primo week-end di dicembre l’Australia ospiterà la Francia da favorita sull’erba stesa all’interno della Rod Laver Arena e fino ad allora Pat giocherà solo il Masters perché si disputa a Sydney. Il 28enne di Mount Isa ha fatto bene i suoi calcoli e si impone a Grosjean nel secondo singolare pareggiando il ko in apertura di Hewitt, che si è fatto rimontare da Escude.

Nel doppio del giorno dopo i tendini di Rafter iniziano a lamentarsi, Pioline e Santoro riportano avanti i galletti e alla fine saranno solo lacrime a bagnare l’erba posticcia di Flinders Park, quelle disperate e inconsolabili di Wayne Arthurs, chiamato ad affrontare Escude nell’ultimo e decisivo singolare (nel frattempo Hewitt ha strapazzato Grosjean). Incapace di sostenere la pressione al cospetto di un avversario che, al contrario, dalle difficoltà sembra trovare linfa vitale, il mancino resta in partita due tie-break poi cede alla distanza e la Francia, come già a Malmö cinque anni prima, rovescia il fronte e agguanta l’insalatiera. Non mancheranno le critiche al capitano John Fitzgerald, reo di aver schierato in doppio Rafter-Hewitt anziché gli specialisti Arthurs-Woodbridge, ma come al solito ci siamo allontanati dal sentiero e si sta facendo tardi; occorre rientrare.

Dunque, a Stoccarda ci sono quindici delle prime sedici racchette al mondo. Il posto di Rafter è preso dal n°17 del ranking ATP, lo svedese Thomas Johansson, un buon giocatore già vincitore in stagione di due appuntamenti consecutivi sull’erba (Halle e Nottingham) che di lì a qualche mese salirà sull’Olimpo del tennis conquistando a sorpresa gli Australian Open. Le teste di serie, in un tabellone a 48 partecipanti, entrano in scena direttamente al secondo turno, quando cioè alcuni colleghi hanno già giocato mezzo torneo. In realtà, a quella fase dello Stuttgart Masters il gruppetto dei qualificati è già dimezzato ma non è certo una sorpresa; sono ancora in corsa il tedesco Axel Pretzsch, il francese Jerome Boutter e il bielorusso Max Mirnyi. Di questi, l’ultimo ha avuto la buona sorte di debuttare nel main-draw contro un altro qualificato, il talentuoso ma leggero Olivier Rochus, e l’ha battuto in due set con un primo tie-break chiuso 8-6 che ha finito per condizionare il resto del match. In precedenza, nel calderone di chi sgomita per un posto al sole – meglio, alla luce dei riflettori dell’arena sportiva di Stoccarda -, Mirnyi si era imposto prima al ceco Jan Vacek, poi al “quasi-connazionale” Mikhail Youzhny.

Già, bella storia questa delle ex Repubbliche Socialiste Sovietiche che pian piano si sono staccate dalla Grande Madre trasformando in parenti, più o meno alla lontana, quelli che prima erano fratelli di bandiera, se non di sangue. Quindi Mirnyi e Youzhny, alla nascita, erano entrambi sovietici e Berlino, naturalmente, era ancora divisa dal muro. Max, classe 1977, ha cinque anni in più del moscovita Mikhail; è nato a Minsk, la capitale di quella che per molti è la Russia Bianca, due mesi prima che, nella Vincenz-Statz-Strasse di Colonia, un commando della RAF – meglio conosciuta come Banda Baader-Meinhof – inaugurasse il triste autunno tedesco sequestrando Hanns Martin Schleyer, non prima di averne sterminato la scorta. Quando inizia il torneo, il 15 ottobre, Mirnyi è n°53 del mondo e ha ottenuto i suoi migliori risultati in doppio, specialità nella quale evidenzia notevole spirito di adattamento e in cui ha vinto nove titoli con otto compagni diversi; il più importante è lo slam di New York insieme a Hewitt, l’ultimo appena il giorno prima a Mosca con il nuovo partner, Sandon Stolle. Peraltro, il suo modo di interpretare il gioco, sempre alla ricerca della rete magari seguendo il micidiale servizio o il pregevole rovescio in back, mentre già incontra ostacoli significativi nella rapida estinzione dei tappeti sintetici a favore dei più lenti fondi duri, trova nel doppio il substrato fertile capace di regalargli soddisfazioni in serie.

Tuttavia il bielorusso – che un giorno un compagno di doppio, il californiano Alex Reichel, chiamerà “The Beast” e da allora sarà “La Bestia” per tutti – può vantare nella sua cintura già alcuni scalpi eccellenti avendo sconfitto cinque Top-10 di cui due volte il numero 1: Safin a Rotterdam e, soprattutto, Kuerten sulla terra rossa di Amburgo. Proprio a Kuerten è legato forse il peggiore tra i ricordi più recenti di Max, ovvero il match di terzo turno agli US Open, con Mirnyi avanti di due set e infine sconfitto dal brasiliano 6-2 al quinto a notte inoltrata, con quel che restava del pubblico dell’Arthur Ashe in completo delirio. Ma adesso il russo bianco ha l’occasione per rifarsi. In poco meno di un anno, Guga ha accumulato una quarantina di settimane in vetta al ranking. Dopo aver conquistato la corona trionfando nel Masters organizzato al Pavilhao Atlantico di Lisbona, l’uomo di Florianopolis è stato temporaneamente scalzato dalla vetta da Marat Safin in un paio di occasioni tra la fine di gennaio e aprile ma, in virtù degli ottimi risultati ottenuti sulla terra, sublimati con la conquista del terzo Roland Garros, si è ripreso il comando. Dopo aver saltato per intero il periodo dell’erba, Kuerten ha messo fieno in cascina vincendo a Stoccarda e disimpegnandosi brillantemente anche sul duro americano. Tuttavia, dopo i quarti agli US Open, in cui è stato preso a male palle da Kafelnikov, qualcosa si è inceppato. Costretto, anche per obblighi sentimentali nei confronti del suo paese, a volare a San Paolo subito dopo lo slam di New York, Gustavo ha perso al debutto con il connazionale Saretta e, dopo un mese di riposo, il rientro sul sintetico di Lione gli ha riservato all’esordio una polpetta avvelenata nelle vesti del giovane croato Ivan Ljubicic, assai poco comodo sui fondi veloci.

Kuerten non vuole concedere il tris e la sua volontà sembra sul punto di essere messa in pratica quando risale da 1-4 nel tie-break del secondo set e si procura due consecutive occasioni per chiudere. Mirnyi, che due match-point li aveva già annullati a Vacek qualche giorno prima e “sapevo che, se fossi rimato in controllo e avessi evitato di commettere troppi errori, avrei potuto batterlo”, approfitta di un errore di volo del sudamericano e poi ci mette del suo nel vincente del 6-6 che prelude ad un nuovo errore di Kuerten e dunque al riversare sul terzo segmento di gioco la responsabilità del giudizio finale. Qui Mirnyi ottiene il break nel quinto gioco ma tutta la pressione che fin lì ha saputo convogliare in sensazioni positive lo schiaccia improvvisamente quando deve servire per il terzo turno nel decimo gioco. Kuerten conquista tre palle-break (0-40) e in quel momento “non ho giocato con tranquillità, anche perché la lotta per mantenere il primo posto nel ranking mi sta logorando” ammette Guga che, dalla banchina della stazione, vede il treno sfilare e perdersi dietro la curva dell’ultimo ace di Mirnyi. “Questa partita mi infonde grande fiducia per il resto della settimana”. Con queste parole Mirnyi saluta la terza vittoria in carriera sul primo giocatore del mondo ma, in fondo, cos’altro potrebbe dire? La seconda e ultima volta che ha affrontato il suo prossimo avversario, questi era sul punto di prendere la racchetta e metterla nella stanza delle memorie. Era successo in Olanda, sull’erba di ‘s-Hertogenbosch, dove Goran Ivanisevic aveva ricevuto l’ennesima wild-card, più per il rispetto che si doveva a un ex-numero 2 del mondo comunque tre volte finalista ai Championships, che per la sua effettiva competitività.

Il croato non era nemmeno più in grado di superare i tabelloni di qualificazione (come a Roma poche settimane prima) e anche l’erba sembrava avergli voltato le spalle, con l’italiano Cristiano Caratti capace di infliggergli l’ultima, forse definitiva pena al primo turno del Queen’s. A Rosmalen però Goran aveva tamponato l’emorragia battendo Mirnyi in due tie-break prima di finire la sua breve esperienza, impallinato dalle risposte e dai passanti di Lleyton Hewitt. Ecco, ci sono ottime possibilità che, se gli organizzatori di Wimbledon non gli avessero fatto dono di una wild-card per il tabellone principale (perché no, le qualificazioni a Roehampton proprio non aveva nessuna intenzione di giocarle), quella sarebbe stata la sua ultima apparizione nel circuito, con i titoli di coda ad accompagnarne l’uscita dal campo. Invece tutti sappiamo come andò a finire e adesso Ivanisevic è un uomo a cui qualcuno lassù in alto ha allungato la vita e sta vivendo un’appendice piena di sana spensieratezza.

Beh insomma, non esageriamo. In realtà il croato ha smaltito in fretta la sbornia inglese e adesso è quello di sempre, litigioso con l’attrezzo (abusando del quale riceverà un warning) e con il giudice di sedia, alla cui scaletta si appenderà per contestare un paio di decisioni dei linesman tedeschi. Goran ha le redini dell’incontro sempre in mano, vince 6-4 il primo set e annulla quattro set-point a Mirnyi nel tie-break del secondo, ma questo non gli impedisce di trovarsi al terzo. La sfida è scarna, com’è logico tra due battitori di questo calibro, e la conclusione, inevitabile, al gioco decisivo. Qui il croato accarezza la vittoria per due volte ma ormai sembra che Max, quando è con le spalle al muro, trovi risorse inattese e i match-point annullati salgono a sei, prima di trovare una risposta fulminante di rovescio che lo porta sul 9-8 e il 14° ace che lo qualifica per i quarti di finale.

Pur avendo sconfitto due vincitori di slam, l’alta qualità complessiva del torneo gliene propone subito un terzo. Sampras non è più quello che ha chiuso sei anni consecutivi in vetta al ranking, dal 1993 al 1998. Non vince un torneo da un anno e mezzo, Pete, e anche se nel frattempo è andato due volte in finale a New York, proprio in quelle occasioni ha sbattuto contro la nuova generazione (Safin e Hewitt) e forse ha intuito di aver già fatto il suo tempo. Iniziata la stagione da n°3 ATP, adesso Sampras è sette posizioni più in basso. A Wimbledon ha perso da un ventenne svizzero che pare sia in grado di raccoglierne l’eredità sui prati ma troppo spesso si è fatto sorprendere da carneadi a cui ha regalato minuti di celebrità. Woodruff, Ilie, Levy, Calatrava e, forse nel giorno più buio, Galo Blanco al Roland Garros dopo aver rischiato l’eliminazione pure con il francese Kauffmann. Certo, la terra non è proprio il posto dove Pete si giocherebbe la vita e in fondo sul cemento americano ha raccolto tre finali e una brutta giornata (contro Alberto Martin a Cincinnati). Qui però Sampras gioca soprattutto per arraffare punti utili per partecipare alla Masters Cup di Sydney e, pur avendo rischiato grosso con Rios negli ottavi, è diventato il favorito della parte alta per un posto in finale.

C’è un solo precedente tra Sampras e Mirnyi e l’americano se lo è aggiudicato a Indianapolis, nel ’99, in due set. Questa volta le cose vanno diversamente. Il bielorusso è in grande fiducia mentre l’americano è alle prese con un problema al braccio destro che gli impedisce di servire come vorrebbe. “Non voglio togliere nulla alla grande prestazione di Max, che ha meritato la vittoria, ma in queste condizioni era impossibile fare meglio di così” dichiara Sampras alla stampa. A conferma di ciò, Pete rinuncia alla wild-card chiesta e ottenuta per Basilea e chiude il 2001 pur avendo ancora possibilità di qualificarsi per Sydney. Per non farsi mancare proprio nulla, Max Mirnyi trova in semifinale il quarto campione di major consecutivo. Yevgeny Kafelnikov è un amante delle arene al coperto. Sotto un tetto ha giocato in carriera 20 finali nel circuito e, anche se i suoi trofei più prestigiosi sono arrivati alla luce piena di Parigi (1996) e Melbourne (1999), il nativo di Sochi non nasconde di amare particolarmente queste condizioni.

Per essere un principe, Kafelnikov lavora fin troppo. Stoccarda è il suo 25° torneo stagionale e non è ancora finita. Sono assai rari i casi in cui un tennista riesce a coniugare quantità e qualità con risultati apprezzabili. Yevgeny non rientra tra questi e il suo 2001 ha lasciato parecchio a desiderare, nonostante il ranking sia rimasto pressoché invariato dall’inizio. Tuttavia, certe sconfitte non fanno onore a chi, come lui, è stato numero 1 e tra quelli che l’hanno battuto c’è anche Mirnyi, che gli ha inflitto un doppio 6-3 a Indianapolis. A vederlo giocare, nessuno direbbe che Mirnyi abbia affinato il suo tennis a Bradenton. Ancora oggi, dopo tanti anni, Max ricorda la notte insonne che precedette il provino al campo 40, quello personale di Bollettieri. Suo padre lavava piatti nei ristoranti di Brooklyn e lui stesso, partito per gli Stati Uniti insieme al coach sovietico Arkady Edelman e alla connazionale Tatiana Ignatieva, considerata una promessa, per mantenersi incordava racchette e metteva sotto il materasso ogni spicciolo che poteva. “Giocavamo nei campi pubblici di Neptune Street in estate e allo Starret City Club durante l’inverno” ricorda Mirnyi. “Quando Tatiana partì per il circuito americano e Arkady mi chiese se me la sentivo di seguirla, papà si precipitò a New York con l’intento di riportarmi a casa”. Non fosse stato per Sergey Leonyuk – un connazionale che ha vissuto il suo momento di gloria il 9 marzo del 1985 quando, in coppia con Aleksandr Zverev (sì, il padre di Mischa e Sasha) e difendendo i colori dell’URSS, ha recuperato due set di svantaggio in Coppa Davis ai cecoslovacchi Pimek e Smid, con Tomas che al tempo era n°1 della specialità – forse Max non sarebbe mai diventato un tennista professionista. Fu Sergey ad ospitare i Mirnyi nel suo appartamento da riadattare e verniciare e a consentire loro di resistere a Brooklyn in attesa di tempi migliori. Che arriveranno solo dopo lo stage in Florida.

Nonostante i piedi enormi e la stazza considerevole (90 chili distribuiti in 196 centimetri), Max è rapido negli spostamenti e quel rovescio a una mano, così insolito alla scuola di Nick, lo sospinge verso la rete ad ogni buona occasione. In fondo il suo è un tennis semplice come concezione e assai complicato come realizzazione. Sciabola e fioretto, potenza e ricami, grande sensibilità in mani enormi; Mirnyi è un australiano mancato e fa di tutto per tenere alto il ritmo, renderlo soffocante. Kafelnikov tiene bene fino al tie-break del primo set, dove un paio di errori lo condannano, e inizia meglio il secondo (3-1) ma da quel momento non intascherà più un gioco. Per Mirnyi, che in doppio ha già vinto diversi slam, è la prima finale importante da singolarista e la gioca contro un avversario che ha imparato a conoscere a Bradenton: Tommy Haas. Max, finalista anche in doppio, è stato in campo complessivamente più di 22 ore e le emozioni della settimana lo hanno provato ma Haas, che comunque ha risolto i suoi quattro match sempre al terzo set, gioca una finale perfetta. Il tedesco ha la mano calda in risposta e nei suoi turni di servizio non concede nulla. Lo score è impietoso (un triplo 6-2) ma non ridimensiona la portata dell’impresa del bielorusso che finalmente vede ricompensati i suoi sacrifici anche sotto il profilo economico.

In tutto Mirnyi giocherà quattro finali nel circuito e vincerà solo quella di Rotterdam 2003 contro Sluiter, il giorno dopo aver sconfitto Federer in semifinale. Nell’agosto dello stesso anno raggiunge il suo best-ranking (18) ma, se è vero che il tennis allunga la vita, il doppio la raddoppia e Max, stanco di farsi impallinare a rete in una lotta che ormai è diventata impari tra gli attaccanti e i difensori, arricchisce il suo palmares facendo coppia prevalentemente con Bhupathi, Bjorkman e Nestor.

Qualche settimana fa, a Mosca, ha collezionato il 50° titolo e alla specialità è legato il suo maggiore rimpianto: “Giocare il doppio con John McEnroe. Quando lui rientrò nel circuito nel 2006 avrei potuto farlo ma io ero a Minsk per la Davis e lui a San Josè”. Se gli chiedete qual è l’incontro più importante della sua vita, non ha dubbi. La vittoria su Safin in Coppa Davis nel 2004. Quattro ore indimenticabili, anche perché alla fine battemmo la Russia 3-2 e il tennis diventò sport nazionale dopo quella sfida”. Quando di mezzo c’è la patria, Max – pur essendo statunitense d’adozione – non si tira mai indietro ed è, inevitabilmente, il recordman di presenze in Coppa Davis (94), competizione nella quale continua a dare il suo contributo in doppio. Con qualcuno al fianco, Mirnyi ha iniziato presto a sorridere. Aveva 21 anni quando il padre ebbe la bella idea di proporlo a una ragazzona di colore ancora minorenne per giocarci insieme il torneo di Wimbledon. “Luis (Lobo, ndr) non era venuto a Londra e così accettai” ricorda Serena Williams. Entrambi amanti del reggae e di Bob Marley, Max e Serena vinsero il titolo e si ripeterono a New York. Sempre a Church Road, ma quattordici anni più tardi, Mirnyi conquistò insieme a Vika Azarenka la medaglia d’oro. Per loro e per la Bielorussia.

Solo per sé, e per papà Nikolai, rimarrà sempre la settimana magica della Schleyer-Halle. A chi gli chiede se in cuor suo sentiva che prima o poi il suo momento sarebbe arrivato, Max risponde senza esitazioni. “Non ho mai avuto dubbi sul mio tennis. Poteva essere un anno fa, o questa settimana o l’anno prossimo, in fondo non ha molta importanza. Mi piace quello che faccio e il modo in cui lo faccio. Non concepisco un altro modo di intendere il tennis. Quando il servizio, le volée e l’aggressività mi permettono di metterlo in pratica, so che per chiunque sarà un problema battermi”. Parola di Max Mirnyi, colui che ha fatto convivere il bello (gioco) e la Bestia.

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