Campioni mancini, il vantaggio dov’è?

Un nuovo studio scientifico prova a stabilire la causa del (presunto) vantaggio degli atleti mancini nei confronti dei loro avversari destri

Campioni mancini, il vantaggio dov’è?
Rafa Nadal - US Open 2017 (@RDOPhoto)

John McEnroe, Martina Navratilova, Rod Laver, Monica Seles. E poi ancora Jimmy Connors, Guillermo Vilas, Petra Kvitova, Thomas Muster… Avrete già capito cosa hanno in comune questi tennisti: sono mancini, entrati nella storia come campioni di uno sport sul quale la mano del diavolo ha sempre avuto una influenza evidente, seppur difficile da dimostrare.

Tanto evidente da spingere il lungimirante Toni Nadal a far giocare suo nipote Rafael con la sinistra, nonostante il ragazzino fosse naturalmente destro (ed è curioso come per Carlos Moya, che oggi lo ha sostituito nel ruolo di suo allenatore, il percorso sia stato quello opposto). Una scelta estrema, che avrebbe fatto inorridire interi collegi di suore e che invece ha uno spicchio di importanza nel dominio da 16 major del maiorchino. Quello di Nadal non è l’unico esempio di tennista che impugna la racchetta “dal lato sbagliato”, svolgendo però ogni altra attività da destrimane: basta pensare ad Angelique Kerber, recente n.1 WTA, che i genitori assecondarono nella sua spontanea – e a posteriori felice – propensione.

 

Immaginare cosa sarebbe stato di un Nadal e di una Kvitova speculari, e di altri casi simili ma meno noti, è in ogni caso destinato a rimanere un gioco di fantasia. La lente della scienza non ha ancora trovato la risposta definitiva sul ruolo che può ricoprire, nei vari sport, il lato sinistro dominante. Sono emerse però nel corso degli anni varie teorie, che lo scienziato dell’Università di Oldenburg Florian Loffing ha riassunto nella sua ultima ricerca nei due macro-contesti di “nature”, nel senso di vantaggio di tipo biologico, e “nurture”, vantaggio di tipo ambientale-abitudinale.

Più nel dettaglio: mentre il termine “nurture” fa riferimento alla spesso citata scarsa abitudine dei giocatori destrimani a trovarsi di fronte un avversario mancino, che nel caso del tennis risponderà con il dritto sulla diagonale del rovescio e servirà dal lato preferito sui punti pari dei game, quello “nature” si fonda sulla neurobiologia. Una peculiarità del cervello dei mancini è ad esempio il maggior sviluppo delle fibre del corpo calloso (la struttura che collega i due emisferi del cervello), un’altra la compresenza sul lato sinistro del corpo di braccio dominante ed emisfero deputato al comando dell’azione motoria. La conseguenza diretta di entrambe sarebbe uno scambio di informazioni più rapido e perciò un maggior anticipo nei movimenti. A parità di allenamento, quindi, un mancino avrebbe comunque una predisposizione alla reattività superiore a quella di un destro.

Il lavoro di Loffing si concentra in special modo proprio sugli sport che richiedono tempi di reazione molto brevi. I dati raccolti dal 2009 gli hanno permesso di certificare che l’incidenza del mancinismo supera quella delle percentuali standard della popolazione (10-11%) soltanto nelle discipline sportive che, nel complesso (tennis, squash, scherma) o in una loro fase di gioco cruciale (baseball, cricket), prevedono una interazione individuale diretta tra gli atleti.

La situazione del “duello”, già analizzata nel 1996 da alcuni ricercatori francesi in un più ampio studio antropologico, è quella sulla base della quale Loffing postula una risposta che potrebbe essere definita mista alla questione nature-nurture, circoscrivendo il vantaggio innato alle situazioni di confronto diretto: un contesto che richiede capacità di prendere decisioni rapide e di coordinare i movimenti del corpo in base ad esse al contempo favorisce il mancino e accresce i problemi dovuti alla scarsa familiarità del destro con un contesto del genere.

Precedenti lavori di analisi sullo sport condotti dallo stesso Loffing hanno dimostrato come sia possibile, grazie all’allenamento, ridurre la differenza di risultati negli scontri diretti tra destri e mancini in favore di questi ultimi (già attestata da Kristijan Breznik nel suo saggio “On the Gender Effects of Handedness in Professional Tennis”). Risulta evidente come la componente psicologica non possa venire ignorata: specialmente in un contesto dove il rischio di profezia auto-avverante è alto (“Il mio avversario è mancino, la statistica dice che rischio di perdere” di certo non aiuta ad affrontare l’incontro), la pratica può avere anche il risultato nascosto di normalizzare la situazione nella testa del giocatore destro.

Il prossimo passo sarà scoprire se, all’aumentare della pressione e al diminuire dei tempi di reazione concessi, l’esercitarsi contro il mancinismo continui a ripagare oppure il plus che la biologia ha concesso ai mancini diventi impossibile da neutralizzare. Nel secondo caso, ad un progressivo aumentare della velocità del tennis (per superfici o per fisicità degli atleti) potrebbe corrispondere un maggior numero di trofei Slam sollevati col braccio sinistro. Considerato invece che finora il bottino di grandi coppe mancine è quasi interamente merito di pochi individui, sembra sensato concludere che la pressione nel trovarsi Nadal al di là della rete non stia tanto nel fatto che è mancino, bensì, più semplicemente, nel fatto che è Nadal.

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