Lamento per Fernando Verdasco

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Lamento per Fernando Verdasco

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TENNIS – Secondo racconto di un’impresa quasi sfiorata. Da Madrid ci traferiamo a Londra, dove un ritrovato Fernando Verdasco stava per spezzare il sogno del Regno Unito. Daniele Vallotto

 

«Non voglio vederlo!
Di’ alla luna che venga,
ch’io non voglio vedere il sangue
d’Ignazio sopra l’arena.
Non voglio vederlo!»

 

Federico García Lorca, Lamento per Ignacio Sánchez Mejias 

Dicono che sono stato fortunato ad arrivare fin qua, che il verde non fa per me e che mi dovrò inchinare al prossimo Re d’Inghilterra. Beh, tutti i favoriti si sono fatti fuori e sull’erba non combino granché. Però contro di lui ho vinto qualche tempo fa e non era un match da poco. Ah, che torneo! Se ci ripenso… Ma meglio che non ci ripenso, sennò mi vengono i lucciconi. Sembrano passati vent’anni da quella partita. Invece ne son passati quattro e mezzo e tutti mi ricordano sempre e solo quel torneo. Io, che non ho più rivisto un solo secondo di quella partita, devo sempre combatterci, con quella partita. Roba da Lacuna Incorporated.

Pronti via e doppio fallo. Come a dire: se non vi ricordate come terminò quella battaglia, ve lo ricordo io. Figurati se non se lo ricordano. Gli spalti non sono esattamente pieni ma tra il pubblico vedo Fergie e penso che lo scozzese sarà pure anglosassone ma ha una scaramanzia tutta mediterranea. Dopo due game comincio già a sentire la tensione: un paio di errori, facciamo anche tre e quello può già scappar via. Ma quando servo da sinistra faccio male (ti ricordi il match point a Melbourne?) e con un bolide metto le cose a posto. Quell’altro comunque non sbaglia un accidente quando batte. Però commette l’errore di sottovalutarmi. Sul quattro pari, visto che io non mollo, il principe ereditario prende l’iniziativa, mi fa girare come una trottola e comincio a sentire un principio di emicrania. Ma la mia aspirina si chiama dritto sulla riga. Un coro di “ooooh” tra l’affranto e lo stupefatto accoglie il trenta pari. Il doppio fallo mi fa tornare l’emicrania anche perché la mia testa si riempie di quel dannato match. Per fortuna che c’è l’aspirina dei bei tempi, il servizio da sinistra che mette ancora a posto le cose.
Cinque a quattro. Lui parte con un ace, io ribatto con un nastro fortunato. Poi mi apparecchia una seconda da azzannare e gli stampo un rovescio comodo comodo. Ora mi serve solo un po’ di fortuna. Adocchio il prato in cerca di quadrifogli. Eccone uno! È un bel dritto comodo che lui spara fuori. Io mi fermo. Nessuno chiama l’out. È dentro. Riguardo la linea. In effetti non era un quadrifoglio. Poco male. Sul 30-30 mi arriva una seconda che è una mozzarellina mentre i miei dritti sono delle forme di queso curado che fanno impallidire il Fantasma Formaggino. Set point. Lui ormai è diventato di ricotta, gli tremano le gambe ed è doppio fallo. Mi ricorda qualcosa. Ma non ci penso. Uno a zero. Mi avvio alla panchina spalmandomi il fantasma. Grazie Lacuna Inc.

Con me non si sta mai sicuri. Prima tengo a zero. Poi metto in fila un paio di errori ed è 0-30. Trovo due prime delle mie che lo fanno ammattire. Ma poi ritorno a sbagliare e mentre lui urla “Yeeeeeeeeeees” io scendo dall’ottovolante. L’emicrania è tornata, i capogiri si fanno sempre più forti e lo scozzese mi sta per scappare via. 0-30. Ritrovo il dritto e il consueto asso da sinistra. L’emicrania si attacca. Ed è quella che viene al mio toro quando deve servire una seconda. Mi procuro due palle break. Una l’annulla ma sulla seconda vede rosso e spedisce il dritto a Pamplona.
Il toro comincia a sbuffare. Io danzo elegantemente e comincio a scagliare dritti che sembrano dei dardi assassini. Il rovescio che mi dà il break sbatte sul nastro, il quale modifica la sua traiettoria e lo trasforma nella beffa. Alzo la mano per scusarmi e vado a servire per il due a zero. Il toro parte alla carica e io tremo un po’. Adesso tocca a me attaccare. Uno, due, tre dritti. Lui recupera tutto. Perdo il conto dei dritti e allora attacco col rovescio. Il toro è messo all’angolo invece trova il dritto buono, quello che è mancato a me. Sembra in grado di girarla, la partita, perché torna a girarmi la testa. La corrida piace al pubblico, che stavolta tifa per il toro. Zero-quaranta. Sembra finita, invece io non mollo. Faccio tre punti di fila e lui torna a balbettare. Il drop shot con cui mi regala il set point sembra quasi una parolaccia, da quanto è brutto descriverlo. E la parolaccia alla fine arriva davvero perché alla prima occasione mi prendo anche il secondo set e il toro non può far altro che imprecare contro di sé. A las cinco de la tarde il toro sembra al tappeto. Ah, la tauromachia!

Comincia il terzo e lui comincia con un doppio fallo. Io già pregusto la preda ma quella si scuote e si ribella. Uno a zero per lei. La Plaza de Toros aumenta i boati ad ogni punto della mia preda. Il mio sesto doppio fallo viene accolto con britannico contegno ma quando sbaglio uno smash facile facile neanche il bon-ton anglosassone può far nulla. Due palle break. Lui azzecca una risposta, corro indietro e colpisco in equilibrio precario e l’incornata fa effetto: due a zero. Provo a mescolare le carte. Non funziona, anzi il sesto doppio fallo per poco non mi inguaia ulteriormente. Il toro ha il sangue negli occhi, lo vedo e lo sento. Trovo un po’ d’ossigeno e mi salvo. Ma la doppia benedizione è rimandata di poco. Decido di mollare. In un amen siamo sei a uno. La folla applaude soddisfatta. Vogliono il loro Ignacio Sánchez Mejias.

Decido di prendermi una pausa. Mi rinfresco i capelli e le idee. Funziona, per un po’. Siamo trenta pari, serve lui. Trovo una buona risposta e poi comincio a picchiare di dritto ma mi torna tutto indietro. Allora mi faccio aiutare un pochino dal nastro. Break point. Il pubblico non apprezza. Mi arriva una prima di quelle d’acciaio, metto la racchetta ma non serve a molto. Ne trovo un altro, di break point, e mi arriva un’altra prima inox. Sul suo vantaggio lui azzecca il drop shot, ci arrivo con la punta della racchetta e la rimetto di là, lui dà un colpo di reni e la ributta nel mio campo. A quel punto mi basta un rovescio slice per prendermi il punto. Anzi, no, quello ci si avventa indemoniato, la incorna e la uncina in un modo che mi ricorda un vecchio incubo. Mi tuffo nel verde ma non la riesco a mettere di là. La Plaza è tutta per lui. Sento la pressione salire.
Sul tre a due ho un break point che pesa come un macigno. Il suo algido angolo comincia a sudare. Sbaglio la risposta e si alza un sospiro di sollievo che si ritrasforma in un gemito d’ansia quando trovo un rovescio lungolinea vintage. Serve da sinistra, perfettamente. Ancora parità. Mi aggancia, di nuovo. Le sue corna cominciano pericolosamente a puntarmi. Io lo evito, poi cerco di colpirlo con un dritto che spazzola la riga. Lui quasi non ci crede. Tento di approfittare dello smarrimento e vado a rete, dopo un po’ di latitanza. All’improvviso mi ricordo il motivo di tale latitanza e se lo ricorda anche lui, che mi passa agile col rovescio. Allora gli sparo sul rovescio, insisto su quel lato ma al terzo affondo la butto fuori. Il principino alza il pugnetto mentre io alzo il sopracciglio perché il match mi sta scappando di mano. Le cinque della sera sembrano maledettamente lontane. Lo mando a servire per il set, sperando in un regalo. Lui però ha già dato e chiude a zero. Tutto da rifare. Il mio drappo rosso mi ricorda che anche la spia delle energie non è esattamente di colore verde.

Batto per primo. Qualcuno mi incita “C’mon Fernando” e quasi non mi par vero di avere qualche tifoso. A ben pensarci, credo sia qualcuno che voglia distrarmi. Benissimo, non ci riesce. Uno a zero. Il quinto set è questione di dettagli, di nervi e anche di fortuna. Inutile che vi ricordi quando l’ho imparato. L’ha imparato anche lui, però, e da me, per giunta. Voglio bissarla, lo desidero così tanto che mi vien voglia di gridare al cielo. Mi trattengo, però, quando indovino l’ace sul tre pari. L’adrenalina sale. Ottavo game. Sono avanti 4-3 e la pressione è tutta su di lui, il favorito, l’incompiuto, il campione, il fabolous meno fab. Il sole ha già abbandonato il Center Court e così fa il servizio del mio nemico. Lo aggredisco prendendolo per le corna. 0-30.  Gli serve una prima e la trova. Tremiamo entrambi, trema il pubblico, trema perfino l’aria, irrespirabile. Altro aggancio. Tocca di nuovo a me. Tutti si aspettano il mio crollo. Il pubblico comincia a chiedere insistente l’ultima incornata. La corrida è così: sai già chi vincerà, devi solo scoprire come. Sfortunatamente per me, oggi deve vincere il toro. Siamo all’undicesimo game. Mi arrampico disperato sul 30-30. Lui azzecca qualche rovescio di troppo e alla fine cedo, sfinito. Quest’ultima carica mi ha risucchiato le energie, metto una seconda troppo fiacca che diventa facile preda della sua furia taurina. Il boato annuncia la fine, sono stato matado. Ma le regole della corrida vanno rispettate: lo so io, carnefice diventata vittima e lo sa lui, vittima diventata carnefice. Lo sa anche il pubblico, che tributa al suo eroe il giro trionfale intorno all’arena. L’ultimo game è pura esibizione. Mi accascio ripensando a quell’inverno caldissimo di quattro anni fa.

 

 

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Wimbledon, la nostalgia dei segni

L’ultima concessione alla nostalgia del Wimbledon 2020 che non c’è stato. E ora appuntamento al 2021

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

NOTA DELLA REDAZIONE – Sarebbe dovuto essere il lunedì dedicato al commento, dopo le due finali di Wimbledon. Invece nulla è stato e nulla sarà fino al prossimo luglio. Con questo breve pensiero, ci congediamo dalla nostalgia e diamo appuntamento al prossimo anno


Cala il sipario su un Wimbledon privo di vincitori e vinti mentre un percettibile ‘down’ reclama la sua parte di mestizia. L’indomani dei tornei è sempre un po’ così: poca realtà tanti ricordi! Sullo stesso tono, il lato etereo degli Championships si trascina ormai da un anno e un altro ancora dovrà attendere prima di tornare in sé. E in un clima ovattato, il lato onirico della faccenda rimanda ad applausi scroscianti ridotti a brusii appena percepiti e a palline gialle senza più rumore. Quindi evoca bianchi soggetti che tra le righe si muovono qua e là con fare felpato mentre tutt’intorno, visi attoniti esprimono stupore per via di un proprio linguaggio.

Un ‘oooh’ breve vale un fastidioso doppio fallo così come un ‘oooohhh’ esteso premia un passante andato a segno. Un ‘ooooooohhhhh‘ infinito rimanda, invece, a un gratuito madornale. Immagini che restituiscono all’immaginario collettivo dissolvenze opache e surreali cullate in un’improbabile nebbia londinese di metà luglio. Un Purgatorio dantesco in cui tutto è fermo ai maledetti match point di un anno prima, buttati alle ortiche da un Federer frettoloso contro un Djiokovic freddo e calcolatore.

Poi tutto si attarda sui fili d’erba! I miliardi del grande centrale offrono dimora a macchie color dell’ocra foriere di una loro verità circa l’evoluzione di questo sport. La più corposa si spande da destra a manca a ridosso di una polverosa baseline e dice che il taglio a 8mm ha spostato il gioco all’indietro favorendo la via dello scambio in luogo dell’attacco puro che, ai tempi, dilungava volentieri il coloraccio verso rete sulla scia di Edberg, Sampras e McEnroe.

Lungo gli out, poi, aloni ristretti rimandano a raccattapalle lesti e sempre all’erta mentre altri più lontani lasciano rimpiangere compassati giudici di linea per i quali ogni chiamata vale un pezzo d’amor proprio. Un viottolo giallastro dai contorni definiti rasenta rapido il giudice di sedia vagheggiando campioni ciondolanti verso una sospirata panca e solerti fisioterapisti al capezzale di eroi più malandati.

In un clima di amarcord degno del miglior Fellini, i Championships 2020 consumano così il loro pizzico di nostalgia, scevri da soverchie pandemie che vorrebbero privarli della guadagnata eternità. Qualcosa svanirà, altro rimarrà: il resto è già attesa! Questo Wimbledon va in archivio così, senza lo straccio di un rumore. Sssssst… tutto tace: luglio 2021 è ancora lontano.

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Fiabe a Wimbledon: chi sarà l’erede di Federer?

Federer tornerà a Wimbledon forse un’altra volta, per salutare il suo giardino. Nel frattempo è già partita la caccia all’erede

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Roger Federer - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Nell’ideale collettivo, Wimbledon è il torneo temprato a tutto: pioggia, critiche e ogni sorta di imprevisto. Un appuntamento che incurante di tutto va dritto alla meta con il suo seeding prettamente erbivoro – anzi, non più: è stato appena eliminato – concepito talora in barba al ranking, quello vero. Preso in contropiede da un virus sferico malamente spelacchiato, anche il torneo più importante al mondo si è arreso a ragioni di salute pubblica cancellando l’ottimismo che per breve durata ha serpeggiato tra le stanze al dieci di Dowining Street. Senza rinunciare al solito aplomb, il comitato organizzatore ha sorvolato su possibili negoziati con ITF e ATP rimandando ogni cosa al 2021. Con grande eleganza, ha persino deciso di elargire un montepremi compensativo ai giocatori che avrebbero preso parte al torneo per classifica. 

Per quest’anno, dunque, non ci saranno che gli highlights erbivori di cui straripa il web, scegliendo, magari, quelli più evocativi degli abbondanti tre lustri ormai alle spalle. Per apprendere che, tolto qualche estemporaneo finalista, nello stesso periodo lo Slam londinese, più degli altri tre, ha espresso bene l’idea di dominio, quello ristretto al perimetro dei Fab Four. Come se il tennis degli ultimi anni non fosse stata che una questione da dipanare tra quattro anime o poco più. 

E se a giugno prossimo quelli appena oltre gli …enta saranno certamente ai nastri di partenza, l’unico sull’orlo degli …anta potrebbe incappare, invece, negli inconvenienti  dell’età. Si tratta di un re vestito di bianco vicino ad abdicare, seppure ancora felicemente regnante. Insensibile, ormai, a faccende di fredda classifica, Roger Federer sopravvive più arzillo che mai, per la gioia di un popolo sterminato che lo considera unico e irripetibile. Senza impedire, nondimeno, che a un anno dai prossimi Championships il quesito affiori di getto: tornerà col piglio di sempre o gli acciacchi avranno la meglio? Con i marcantoni in giro per il circuito non sarà facile tenere botta.

 

Dunque il pensiero del  ‘dopo’ prende corpo via, via che il tempo scorre impietoso. E anche se otto titoli e quattro finali restituiscono al mondo un fuoriclasse inarrivabile, l’idea della successione serpeggia furtiva insieme all’incognita di un gioco arduo da replicare. Oltre ai naturali successori, ben oltre la trentina, toccherà dunque a un moderno randellatore della Next Gen raccogliere lo scettro o sarà piuttosto un cesellatore a tutto campo, magari un po’ vintage? Dalla nuvola di supposizioni  piove anche qualche certezza: per accedere al cuore della gente, l’erede dovrà comunque avere grande dignità, talento da vendere e portamento regale. Qui non si tratta solo di scalare il ranking ma di bucare il video salvando il tennis dalla noia

Fosse stato Dickens a scrivere il seguito della fiaba, avrebbe fatto del successore un bel giovane dall’infanzia negata, chiamato a grandi privazioni  pur di guadagnare la via del successo. Dalla penna di Perrault, sarebbe, invece uscito il profilo di uno sfigato Pollicino che vive il tennis con tenera furbizia. Meglio avrebbero fatto i fratelli Grimm che, tagliando corto, sarebbero andati dritti a un principe volleatore che risveglia Biancaneve e tutto il resto.  

Di fronte a un tennis ricco di denari ma povero di creatività, gli scribi dell’era moderna ipotizzano pretendenti alla Thiem, Tsitsipas, Zverev. Figure di spicco, per carità, ma forse poco inclini alla nobile magia con cui il monarca ha disegnato traiettorie stellari facendo dei colpi una sfilza infinita di rime baciate. Non dimentichiamo, ad ogni modo, che il terzo giocatore più vincente del torneo in Era Open è ancora in attività e si chiama Novak Djokovic, che condivide il gradino più basso del podio con Bjorn Borg, entrambi a cinque successi. Non si può parlare però di Djokovic come un vero erede, prima di tutto perché il serbo ha vinto durante l’epoca di Federer, e poi perché, pur sei anni più giovane di Federer, è comunque nella fase finale della sua carriera.

Come ricordare, dunque, il passaggio storico di un re tanto amato? A molti basterebbe l’iscrizione in qualche albo d’oro o nella Hall of Fame. Un privilegio non da poco rispetto ai comuni mortali in fila al botteghino, ma poca cosa per quel sovrano che per tante volte ha deliziato l’anima dei 15.000, Windsor inclusi, stipati fianco a fianco nell’atmosfera unica del Centre Court

Non sappiamo come i neonati di oggi che, bontà loro, giocheranno un giorno a tennis, penseranno in futuro a quel re dai modi garbati e amante del bello. Molti ne sentiranno parlare da genitori  rigati da qualche luccicone, altri si getteranno in biografie ricche di minuzie mentre i più curiosi spulceranno filmati su YouTube. Per venire al corrente, che tra vittorie e finali, si narra anche della splendida vittoria del 2009 contro Andy Roddick finita 16-14 al quinto dopo che l’americano aveva fallito un set point d’oro su una facile volée alta di rovescio. O del match clou del 2008 perso con Nadal 9-7 al quinto, giudicato da tutti come il più bello di Wimbledon versione Open. E un po’ di amaro scorrerà per i maledetti 68 game dello scorso anno snocciolati contro un Djokovic irriducibile e finiti male per via di due match point gettati alle ortiche per questioni d’ansia. 

Ma bando alla mestizia, panta rei dice Eraclito, tutto scorre. E poiché le fiabe finiscono sempre per salvare capra e cavoli, l’epilogo migliore potrebbe essere che in futuro, accanto al vincitore in Church Road, troverà spazio il classico tormentone della nonna: ‘Eh, mio caro lei…. se ci fosse stato Lui!’. E quando anche quest’epopea sarà fuggita via, noi contemporanei ripenseremo al King Roger di questi anni come alle ninfee di Monet o ai girasoli di Van Gogh. 

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La top 10 delle migliori performance nella storia di Wimbledon

Da Djokovic 2015 a Federer 2017, passando per Becker, Borg e Sampras. Abbiamo provato a classificare i migliori di sempre nello Slam londinese in base al rendimento su edizione singola

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Roger Federer con il trofeo di Wimbledon 2017

Si può determinare chi ha vinto “meglio” di altri? Ovviamente no. Troppi fattori incalcolabili, l’impossibilità di pesare le assenze, e un certo lassismo statistico nel tennis che sfavorisce gli albori dello sport (come si vedrà in seguito) rendono il compito esageratamente aleatorio – senza considerare che la comparazione di ere diverse non ha mai avuto senso, in particolare dall’inizio dell’evoluzione tecnologica del tennis dalla metà degli anni Ottanta. Seppur largamente insufficienti, dei mezzi oggettivi esistono, e possono consentire di approssimare delle idee, se non altro nel limite dell’estensione dei parametri stessi.

Questo è ciò che si è fatto per determinare chi siano stati i vincitori più assertivi nel singolare maschile Wimbledon durante l’Era Open, in omaggio al torneo che si sarebbe dovuto disputare in questi giorni. Mesi fa, un pezzo simile era stato scritto sulle prestazioni dei vincitori Slam in generale, ma l’unico criterio era il ranking medio degli avversari, dato facilmente falsato se si incontra il N.323 al primo turno e il 112 al secondo. Stavolta, visto anche la quantità inferiore di campioni, sono stati aggiunti altri fattori, alcuni vicini, altri apparentemente antitetici.

Al ranking medio degli avversari (si suggerisce la lettura dell’articolo sopracitato per i caveat del caso) è stata appaiata una statistica ribattezzata “top player battuti, che in scala decrescente attribuisce un valore numerico ai giocatori affrontati, in ossequio alla struttura dei tabelloni Slam – 7 per i Top 2, 6 per i Top 4, 5 per i Top 8, 4 per i Top 16, 3 per i Top 32, 2 per i Top 64, 1 per i Top 128, 0 per tutti gli altri. In questo modo i valori degli avversari dal ranking più basso è calmierato, dando più valore agli avversari incontrati nelle fasi calde dei tornei.

 

Le altre due categorie considerate sono molto simili fra loro, e.g. set persi e game persi. Sono due dati per certi versi arbitrari, perché se qui si è premiata la manifesta superiorità di chi ha concesso poco, qualcun altro potrebbe opinare che forse è chi fatica di più a meritare gli onori delle cifre – opinione condivisibile, che avrebbe il merito di includere le finali più leggendarie, ma quando si parla dei migliori raramente si parla di gente che sarebbe potuta uscire da ogni sliding door. Una volta calcolati i parametri, i primi venticinque di ogni categoria sono stati messi in fila, con punteggi decrescenti (25 al primo, 24 al secondo, ecc) – i valori finali scaturiscono dalla somma dei quattro rendimenti.

Come già detto, purtroppo i dati sul ranking sfavoriscono le prime edizioni Open, visto che dal 1971 al 1973 non esisteva ancora la classifica computerizzata, mentre fino alla metà degli anni Ottanta abbiamo a disposizione quasi sempre solo la Top 100, e questo non consente di avere dati completi sulle edizioni del 1978 e su quelle comprese fra l’81 e l’83 – addirittura c’è un caso di ranking desaparecido, quello della prima settimana di Wimbledon ’76, ma fortunatamente è disponibile la classifica immediatamente precedente. Il corollario è che per i poveri Laver, Newcombe e Smith non c’è troppa gloria, ma è probabile che stanotte dormiranno bene comunque.

In realtà, ci sarebbe stato un parametro in grado di riequilibrare lo studio, ovvero quello relativo ai minuti spesi in campo. Infatti, è fatto abbastanza noto che il passaggio al lolium perenne 100% nel 2001 e soprattutto l’introduzione delle palline Type 3 l’anno successivo abbiano dilatato i tempi di gioco sull’erba dando più tempo di reazione in risposta.

Due dati esemplificativi: la media dei minuti in campo del vincitore è passata da 865 minuti nel periodo 1991-2000 (laddove i dati sono disponibili) a 1002 nel periodo 2008-2019 (il periodo intermedio ha un glitch del videogame estremamente fotogenico e con quattro figli), e che la durata media di un set dal terzo turno in poi è sempre stata sotto i 39 minuti fino al 2001, mentre da allora si è scesi sotto quella soglia in tre circostanze su diciotto – la durata media dei set è aumentata di oltre tre minuti laddove quella dei tie-break e dei set a oltranza è aumentata solo di 0,21 minuti all’anno, cioè di 0,007 a partita.

Di conseguenza, è ragionevole pensare che i vincitori delle ere passate, specialmente nell’era delle racchette di legno, procedessero più rapidamente nel tabellone di quanto si faccia oggi, ma sfortunatamente per loro mancano i riscontri, e pertanto le cifre di questa categoria sono state tralasciate – il tempo di gioco è stato usato in una sola circostanza per spezzare un ex-aequo.

Una critica che si potrebbe muovere ai parametri scelti è che si possono tranquillamente suddividere in due coppie all’interno delle quali un valore è in qualche modo superfluo rispetto all’altro. Vero ma non totalmente, per due motivi: innanzitutto ci sono alcuni casi di valori scollati, che cioè performano bene in un dato e non nel fratello minore e viceversa; e poi perché i dati migliori sono quelli che figurano in tutte e quattro le graduatorie, permettendo così di distinguere fra un buon dato isolato (esempio, per numero di top player sconfitti Michael Stich nel 1991 risulta essere il migliore, ma non avendo altri grossi exploit non arriva fra i primi dieci).

Anche dei bonus erano stati presi in considerazione, per Slam o altri tornei su erba vinti nella medesima stagione, ma si è deciso di escluderli per privilegiare la prestazione nel torneo singolo. Inoltre, c’è un ultimo vantaggio dell’avere due categorie paronomastiche, vale a dire la possibilità di utilizzare i valori dell’una per risolvere i parimeriti dell’altra – in parole povere, a parità di set persi arriva davanti chi ha perso meno giochi e viceversa.

Finito il panegirico, di seguito potete vedere la Top 10 dei migliori performer di Wimbledon in base a questi quattro parametri arbitrari, con un chiaro vincitore:

10. Novak Djokovic, 2015

Novak Djokovic – Wimbledon 2015

Score: 48 punti. N.23 per set persi, N.2 per ranking medio degli avversari, N.5 per top players battuti.

Nel bel mezzo della sua stagione più dominante (anche se forse il Djokovic della prima metà del 2011 aveva uno strapotere superiore da fondo, perché appiattiva molto più naturalmente con il dritto), questa performance di Nole è al secondo posto per ranking medio degli avversari, curiosamente alle spalle di quella dell’anno precedente, che però rimane fuori dal gotha.

La finale contro Federer fu la meno bella delle tre (non per demerito, le altre due sono fra gli azimut del gioco e probabilmente dell’umanità), e forse anche la meno giustificabile da parte del pubblico britannico, partigiano ai limiti della decenza e forse anche un po’ oltre, soprattutto nel tie-break del secondo. Al di là di questo, il percorso di Djokovic si ricorda soprattutto per la due giorni contro Kevin Anderson con annessa rimonta fra buio e pioggia, e per essere stata l’inizio del Grande Slam sghembo che sembrò segnare la fine della sua traiettoria, a cui però mancava la discesa agli inferi per qualificarsi come vera e propria epopea. Missione compiuta, verrebbe da dire.

9. Roger Federer, 2003

Federer e Philippoussis, Wimbledon 2003

Score: 48 punti. N.9 per game persi, N.8 per set persi, N.13 per ranking medio degli avversari.

Cosmogonia. La prima vittoria di Federer fu un evento particolare, perché scaldò il cuore di tanti boomer disillusi dalla finale fondista dell’anno precedente (Hewitt-Nalbandian), e al contempo consacrò un ragazzo la cui temperanza nei grandi tornei era stata messa in dubbio da più parti – per molti fu una riedizione del celebre “se questo ragazzo non vince Wimbledon entro cinque anni smetto di scrivere di tennis” di tommasiana memoria (lui si riferiva a Stefan Edberg), visto che lo svizzero aveva portato a casa il trofeo juniores nel 1998.

Quella finale con Philippoussis non è granché discussa oggi, perché sembra quasi che il quindicennio successivo fosse già scritto, ma non è assolutamente così, visto che la continuità non sembrava essere la qualità migliore del virgulto. L’unica cosa certa è che il suo tennis sia stato immediatamente adottato dal pubblico, inizialmente preso da un talento da imbottigliare nella sua effimerità. Qualche mese dopo, a Houston, si iniziò a intuire che le coincidenze erano solo apparenti, e il resto lo conosciamo.

Piccolo caveat: questa è l’unica circostanza in cui il tempo passato in campo è stato un fattore per determinare il piazzamento finale (960 minuti per Nole, 745 per Roger).

8. Bjorn Borg, 1976

Bjorn Borg – Wimbledon 1976

Score: 53 punti. N.3 per game persi, N.1 per set persi, N.21 per top players battuti.

Sebbene il successo più famoso dell’Orso sia l’ultimo, per via della leggendaria finale con McEnroe, il più enfatico fu senza dubbio il primo, caratterizzato come una grande sorpresa, sia perché Borg era considerato uno specialista, nonostante sulle superfici più rapide qualcosa avesse combinato (aveva vinto Wimbledon Juniores nel 1973 e raggiunto tre finali consecutive alle WCT Finals più una al Master del 1975, peraltro persa male contro il suo avversario a Wimbledon, Ilie Nastase), sia per il modo in cui zittì gli scettici, diventando il primo uomo a vincere i Championships senza perdere set durante l’Era Open.

Il novero degli scalpi è tutt’altro che disprezzabile, visto che negli ultimi quattro match gli si pararono davanti Brian Gottfried, Guillermo Vilas (non un erbivoro ma vincitore dell’unico Master giocato sulla superficie e di due Australian Open verdi ancorché farlocchi), Roscoe Tanner, e il sopracitato Ilie Nastase, suo vero e proprio antipode sul campo – fuori nemmeno così tanto, almeno post-ritiro.

Le vittorie di Bjorn a Wimbledon, però, furono soprattutto degli eventi culturali, in quanto forieri della novella Beatle-mania ribatezzata “strawberries and screams” (laddove gli strilli provenivano da adolescenti in preda a tempeste ormonali da arca di Noè, fondamentali per rendere il tennis lo sport di massa che è oggi), ma anche degli eventi tecnici, perché le vittorie sue e di Connors mostrarono un modo nuovo di adattarsi al tennis su erba, un modo che esaltava il fulgore balistico dei loro passanti bimani.

6 (ex-aequo). Boris Becker, 1986

Score: 59 punti. N.13 per game persi, N.14 per set persi, N.9 per ranking medio degli avversari, N.9 per top players battuti.

A proposito di giovani sorprese. Boris Becker aveva scioccato il mondo nel 1985, vincendo Wimbledon a neanche 18 anni (più giovane campione Slam fino all’avvento di Michael Chang quattro anni dopo), ma nessuno si aspettava che potesse ripetersi.

E invece il teutonico non solo si impose di nuovo, ma lo fece con insindacabile autorità, mettendo in fila nell’ordine Mecir, Leconte e il miglior Lendl di sempre, di fatto cementificando il proprio status di “padrone di casa” su Centre Court, consolidato attraverso la trilogia (quasi tetralogia) con Edberg e rimesso solamente in seguito alla sconfitta nella finale del 1995 contro Sampras.

6 (ex-aequo). John McEnroe, 1984

John McEnroe a Wimbledon nel 1980

Score: 59 punti. N.1 per game persi, N.3 per set persi, N.15 per ranking medio degli avversari.

Mac non poteva mancare, e la sua voce poteva solo essere legata alla stagione più dominante della carriera, e forse di sempre. Assimilata la botta tremenda di Parigi, dove un microfono e i lob di Lendl stralciarono una conclusione già scritta, Genius veleggiò per il Queen’s senza perdere set, e per poco non concesse il bis la settimana dopo, quando perse un tie-break al primo turno per poi concedere 48 giochi nei 19 set successivi – una notte d’amore fra una macchina perfetta e il più dionisiaco dei tennisti.

Wimbledon ’84 è ricordato con particolare piacere dallo statunitense, un po’ perché arrivò la quasi pleonastica doppietta singolare-doppio (casualmente lui e Fleming batterono in finale Paul McNamee, lo stesso che gli aveva tolto all’inizio della quindicinale), un po’ perché non gli sono mai interessate le partite leggendarie, almeno non quanto la perfezione del gioco.

McEnroe era talmente superomistico nel suo approccio al tennis (e ne aveva ben donde) da ritenere che se avesse giocato al massimo del proprio potenziale non ci sarebbe stata storia con nessuno, ed è precisamente ciò che dimostrò in finale contro Jimbo Connors, che due anni prima gli aveva soffiato il titolo dopo che era stato a due punti dal match: 6-1 6-1 6-2 con tre (tre) errori non forzati. Epica? E chi ne ha bisogno?

A pagina due, i cinque migliori successi della storia di Wimbledon

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