Roland Garros (s)punti tecnici, day 11 e 12: Errani, Sharapova e Halep

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Roland Garros (s)punti tecnici, day 11 e 12: Errani, Sharapova e Halep

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TENNIS LAVAGNA TATTICA – Il servizio di Sara Errani e la finale femminile di Parigi fra Maria Sharapova e Simona Halep. Questi gli argomenti della nuova puntata della nostra lavagna tattica.

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Il presente di Maria e Simona
Analizzando, nella precedente rubrica le grandi potenzialità future (e in buona misura anche attuali) messe in mostra da Eugenie Bouchard e Garbine Muguruza, avevo evidenziato come, in ogni caso, ancora per qualche anno le due giovani campionesse, capaci di offrire grandi prestazioni in questo Roland Garros, avrebbero dovuto fare i conti con Maria Sharapova. Tralasciamo, per ora, la “variabile Williams”, che è una specie di jolly capace di scombinare le carte in qualsiasi momento: ovviamente, quando Serena si presenta in condizione psico-fisica accettabile, si gioca per il secondo posto, ma questo dipende e dipenderà da lei e dalla sua voglia di continuare. Ritornando alle “umane”, comunque, oltre alla “tigre siberiana”, il grande punto di riferimento per le emergenti del tennis femminile è chiaramente la rumena Simona Halep.

 

Simona Halep ha poco meno di 23 anni (è del settembre 1991), quindi ha appena due-tre stagioni da professionista in più a livello di esperienza rispetto a Eugenie e Garbine, sabato si giocherà la sua prima finale Slam, e da lunedì sarà la numero tre del mondo. E’ a lei che dovranno guardare le giovani che si affacciano ai piani alti della classifica e dei grandi tornei, non tanto dal punto di vista tecnico, che è un aspetto peculiare e personale, quanto da quello della determinazione e della capacità di crescere mese dopo mese, anno dopo anno.

Per quello che può offrire attualmente il circuito WTA, a mio avviso la finale di parigi 2014 sarà un confronto affascinante tra le due giocatrici più dotate in assoluto riguardo  alle qualità mentali: cattiveria agonistica, concentrazione feroce sull’obiettivo, capacità di reazione alle difficoltà, rifiuto di arrendersi. In una parola, due vincenti. Che hanno entrambe quel “qualcosa” in più nella testa che a mio avviso manca a molte loro colleghe anche più dotate di talento e tecnica pura, penso a Radwanska, Azarenka, Kvitova, Ivanovic, Na Li, Errani, e pure al mostro sacro Serena Williams: tutte campionesse strepitose, ma che ogni tanto la partita succede che la regalino, come a diverse di loro è successo proprio in questo Roland Garros. Con “Masha” da sempre, e da diverso tempo anche con Simona, la devi sempre vincere tu, non ti viene concesso nulla.

Ci sono arrivate attraverso percorsi differenti: Maria gli “occhi della tigre” (e il conseguente azzeccatissimo soprannome) li ha sempre avuti, sono parte del suo DNA, e l’intero mondo del tennis se ne è accorto assistendo alla finale di Wimbledon 2004, quando a diciassette anni appena compiuti, da predestinata assoluta, lasciò cinque game a Serena Williams per aggiudicarsi il titolo. Un po’ come il buon vecchio Rafael Nadal insomma.

Simona ha dovuto lavorare di più su sé stessa, superando con fatica le scorie giovanili fatte di cali di concentrazione, momenti di frustrazione e rabbia, e poca lucidità tattica, finché è riuscita a mettere insieme i tasselli che compongono il magnifico tennis che è in grado di esprimere oggi.

Un po’ come il buon vecchio Roger Federer, insomma.

Il modo in cui Maria e Simona si sono fatte strada nel tabellone per conquistarsi la finale riflette piuttosto bene le caratteristiche e l’attitudine di entrambe. Lotta, rimonte, e vittorie ottenute di grinta e tenuta mentale per la russa, e affermazioni tutte in due set, uno show di “self-confidence” da autentico rullo compressore, per la rumena. Le due semifinali di giovedì sono state esemplari in tale senso, pur avendo Bouchard vinto il primo set la sensazione è sempre stata che appena si fosse aggiustata un minimo con gli appoggi e il “mirino” Maria avrebbe fatto la differenza alla distanza, e così è stato, mentre Petkovic, forse un po’ bloccata psicologicamente, non ha (quasi) mai dato l’impressione di avere le armi per vincere.

Sinceramente, e sottoscrivo l’opinione del nostro direttore Ubaldo, è difficilissimo fare un pronostico: per esperienza e curriculum verrebbe da dire Sharapova, ma su una Halep che arriva in finale come un treno asfaltandole tutte i proverbiali due centesimi sarebbero da scommettere. Un mese fa a Madrid l’ha spuntata Maria, in un match bello e lottato, determinato da pochi punti – e da un deciso cambio di marcia di Sharapova, una costante ultimamente – all’inizio del secondo set. Certamente, mi stupirei se non dovesse uscirne un bello spettacolo.

Gli esperimenti al servizio di Sara
Una piccola annotazione tecnica sulla nostra Sara Errani, incappata purtroppo in una prestazione deludente contro Andrea Petkovic nei quarti, in particolare riguardo al suo “famigerato” servizio. In calce a uno degli ottimi pezzi di AGF sulle giocatrici di vertice della WTA avevo analizzato i problemi di tipo puramente esecutivo che a mio parere impediscono a Sara di ottenere velocità incisive (e buone rotazioni slice) con la battuta. In questo Roland Rarros, Errani ha proposto due ulteriori modifiche al movimento.

L’anno scorso Sara era passata dalla tecnica foot-up (passetto in avanzamento con la gamba destra in fase di caricamento) a quella foot-back (piede posteriore a contatto con il terreno), postura quest’ultima che conferisce maggiore stabilità e può aiutare a regolarizzare il lancio di palla nei casi in cui questo tenda a sfuggire troppo a sinistra. Il “contro” di questo tipo di tecnica, a volte, è una minore facilità e fluidità nel trasferimento del peso in avanti, in particolare per i giocatori che non sono stati impostati così fin dall’inizio. Ci si sente un po’ “bloccati”, insomma. A Parigi quest’anno abbiamo visto Sara ritornare a fare il passetto in avanti, di nuovo.

Oltre a questo, la Errani, immagino per limitare il problema principale –  a mio modestissimo avviso – della sua esecuzione, ovvero la tendenza a distendere troppo all’indietro il braccio-racchetta al rilascio del lancio, limitando così l’azione di spinta della leva del gomito, e soprattutto portando nel contempo il piatto corde in orizzontale (la “manata” verso il cielo che fa arrabbiare ogni maestro) prima del movimento a colpire, assetto del braccio-racchetta che andrebbe sempre evitato perché interrompe lo swing, ha provato a servire portando la racchetta in verticale prima del lancio.

Questo caricamento anticipato è in effetti un espediente molto utile per tenere la racchetta più correttamente “chiusa” e rivolta verso avanti (e necessario quando ci sono fastidi alla spalla, vedi Agassi a Wimbledon 1993  che ha servito così per tutto il torneo), e Sara già faceva qualcosa di molto simile sei anni fa, ma anche in questo caso il “costo coordinativo” è a volte una minore fluidità dello swing in avanti. Di conseguenza, posso ipotizzare che il ritorno alla tecnica foot-up sia stato necessario per non sommare due espedienti motori (caricamento “scomposto” della racchetta e appoggi in foot-back) entrambi tendenti a limitare la “scioltezza” dell’azione in avanti di corpo e braccio-racchetta. Una via di mezzo.

Speriamo che questa evidente e costante ricerca del miglioramento e della “quadratura del cerchio” tecnico, anche per tentativi, che non può che essere apprezzata e sottoscritta, perchè chi nonostante i notevoli successi e il raggiungimento dell’élite mondiale del proprio sport non smette di provare a crescere e a evolversi tecnicamente è solo e solamente da applaudire, porti alla fine a una maggiore incisività del servizio di Sara, in un modo o nell’altro.

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ATP Finals – Spunti Tecnici: Matteo Berrettini e il dritto che fa male anche ai top-players

SPONSORIZZATO – Per non parlare del servizio… Gli straordinari risultati del testimonial Lotto, consolidato ATP Top 10, dipendono in gran parte dal binomio dritto servizio

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photo @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

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Tecnicamente, stando in campo con Matteo Berrettini, che si prepara a giocare le ATP Finals per la seconda volta in carriera (record per il tennis italiano maschile, come l’esaltante finale raggiunta sull’erba di Londra), è molto interessante vedere quanto i colpi dell’azzurro sponsorizzato da Lotto Sport Italia siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività.

Il dritto è uno dei più potenti e carichi di top-spin del Tour, parole di Novak Djokovic, una botta paragonabile a quella di Juan Martin del Potro, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice (con rotazione all’indietro) è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo agli Slam con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils dopo averci perso a New York due anni fa. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
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Qui sopra, un paio di esecuzioni del dritto in open stance, postura frontale, il classico “sventaglio” con cui l’italiano martella a ritmo altissimo da ogni angolo del campo. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

 

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione del piatto corde, con postura perfettamente composta, come si può apprezzare nella seconda immagine. Notevole la capacità di andare basso con le ginocchia, data la stazza del giocatore. La rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra (sequenza originale ed esclusiva di Ubitennis da Indian Wells), il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, con presa leggerissima, sono caratteristiche personali di Matteo. Decontrazione totale, che produce una frustata con pochi eguali nel circuito. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto, difettuccio veniale ma presente fino a tre anni fa, è sparito, Matteo va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

In conclusione, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, con successo viste le vittorie, e il “pacchetto” è completo.

Terzo anno chiuso in top-10 ATP, titoli prestigiosi come al Queen’s Club, soddisfazioni personali come la convocazione per il team Europa alla Laver Cup, e il sogno della finale di Wimbledon: Matteo Berrettini è arrivato tra i grandi del tennis, e ha intenzione di rimanerci a lungo.

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Wimbledon, uno sguardo tecnico: cosa deve fare Berrettini per battere Hurkacz

Preview tecnica delle semifinali maschili: per Berrettini saranno fondamentali servizio e slice di rovescio, Hurkacz dovrà… rispondere. Le speranze di Shapovalov? Sbracciare come non ci fosse un domani

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Edward Whitaker)

In occasione delle semifinali maschili di Wimbledon, con la storica presenza di Matteo Berrettini, tornano le preview tecniche di Luca Baldissera – purtroppo non da bordo campo, a causa delle difficoltà attuale indotte dalla pandemia. Ma Luca conta di tornare a scrivere presto anche dal campo!


Djokovic contro tutti? Il “mantra” di questi ultimi giorni di torneo, quando i contendenti per il singolare maschile sono rimasti in quattro, sembra essere quello. Da un lato il supercampione, che dà costantemente l’impressione di viaggiare con il “cruise control“; dall’altro tre giovanotti di belle, se non bellissime, speranze. Che potrebbero arrivare a realizzarsi proprio qui a Church Road, chissà, anche se appare onestamente molto difficile. Ma andiamo con ordine, cosa possiamo aspettarci oggi pomeriggio?

Matteo Berrettini vs Hubert Hurkacz

Cosa deve fare Matteo per vincere: testa bassa, e fiducia totale nelle sue armi migliori, che possono essere devastanti per chiunque. Il servizio, innanzitutto, con le straordinarie percentuali di unreturned serves“, le palle che non tornano, dato assai più importante e significativo degli ace, dovrà mantenere l’efficacia mostrata finora. Siamo poco sotto al 50% in 5 partite, prime e seconde aggregate, tantissima roba, in cima alla classifica di questa statistica. Se poi qualcosa dall’altro lato della rete effettivamente ritornerà, entra in azione il dritto, che è una cannonata di velocità e pesantezza molto superiori a qualunque accelerazione dell’avversario. Si entra nello scambio? Allora ecco lo slice di rovescio, sempre interpretato come arma tattica che consenta poi di girarsi e mettere in azione il drittone di cui sopra. Tutto molto semplice tatticamente per Berrettini, dipenderà da lui e dalle percentuali che saprà realizzare.

 

Cosa deve fare Hubert per vincere: rispondere, rispondere, rispondere. Se vieni travolto dal bombardamento di Matteo non hai scampo, i suoi turni di battuta durano poco, e tu vai in affanno anche quando tocca a te servire, sapendo di non poterti permettere la minima sbavatura. Attenzione a non attaccare con troppa disinvoltura il rovescio dell’italiano, che è capace di giocare slice bassi e insidiosi, ma il pallino del gioco deve essere tuo. Tre-quattro colpi al massimo e poi via dentro, sfruttando la qualità dei due fondamentali. In un match del genere, come fosse un duello nel vecchio west, vince chi estrae la pistola e spara per primo. Purtroppo per Hurkacz, il calibro di Berrettini appare di poco superiore.

Novak Djokovic vs Denis Shapovalov

Cosa deve fare Denis per vincere: sbracciare a tutto campo come non ci fosse un domani (anche perché, se non ci riesce, il “domani tennistico” non ci sarà di sicuro). Ricordarsi del 13 maggio a Roma, quando fece soffrire Rafa Nadal per tre ore e mezza, sciorinando un tennis d’attacco di esplosività formidabile. Quando un tipo come Shapovalov decide di spaccare la palla, sono guai per tutti, Djokovic compreso. Ma gli alti e bassi di rendimento tipici del canadese, uno come Khachanov (per esempio) te li perdona, Novak no. Lo schema dritto mancino (e servizio) a spostare lateralmente l’avversario, seguito dall’accelerazione incrociata dall’altra parte può essere letale, specialmente se eseguita con l’anticipo di rovescio. Il problema, per Denis, è che anche tutto questo potrebbe non bastare, visto il mostro di continuità che si troverà davanti. Ma questo non deve impedirgli di provarci con tutta la convinzione possibile. Come lui stesso ha detto, in fondo si parte sempre da 0-0.

Denis Shapovalov – Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Cosa deve fare Novak per vincere: presentarsi in campo (ok, scherzo). Il buon vecchio Djoker, per vincere, dovrà “semplicemente” alzare un minimo i suoi standard di rendimento soprattutto in risposta, e ricordarsi del primo set in assoluto giocato (e perso) in questo torneo dal giovane inglese Draper. I servizi mancini danno fastidio a tutti, Nole compreso, ma quando hai una qualità nell’impatto di rovescio di livello clamoroso devi fidarti del tuo colpo, e mollare il più spesso possibile l’anticipo diagonale o lungolinea. Se riesci a togliere da subito l’iniziativa a uno come Shapovalov, il resto (ovvero il controllo del palleggio e delle geometrie da fondocampo) diventa ordinaria amministrazione. Occhio a non rischiare troppo con le seconde palle aggressive, contro Shapovalov – che non è Nadal in risposta – non dovrebbe essere necessario, e regalare punti così è sempre pericoloso. Il pubblico sarà in maggioranza favorevole al canadese, ma questo non ha mai costituito un problema per Djokovic, come ha abbondantemente dimostrato proprio sul campo centrale due anni fa.

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US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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