Runner up seriali e bestie nere nelle finali Slam: cosa sarebbe successo se...

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Runner up seriali e bestie nere nelle finali Slam: cosa sarebbe successo se…

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TENNIS FOCUS – …ogni giocatore avesse vinto contro la sua bestia nera nelle finali Slam? Andy Roddick godrebbe di ben altra reputazione tra i fan, Ken Rosewall, Ivan Lendl, Stefan Edberg e Novak Djokovic avrebbero completato tutti il Career Grand Slam e Roger Federer avrebbe disintegrato ogni record più di quanto abbia già fatto

Con la conclusione degli US Open sono andati in archivio anche i tornei 2014 del Grande Slam. Discutendo dei risultati, spesso tra gli appassionati scatta la domanda: “Cosa sarebbe successo se …?“. Domanda che quest’anno potrebbe essere completata con le ipotesi più variegate, a seconda delle preferenze di ciascuno: “… se in Australia la schiena di Nadal non avesse fatto crac in finale?”, “… se sul 3 pari al quinto nella finale di  Wimbledon la risposta in slice di Federer sulla palla break non si fosse fermata sul nastro?“, “… se gli orari delle semifinali a Flushing Meadows fossero stati invertiti e Djokovic avesse giocato in condizioni climatiche migliori contro Nishikori?”.

Complici un paio di giornate piovose (strano quest’anno, vero?) nell’ultima settimana di ferie trascorsa al mare subito dopo la conclusione degli US Open, mi è venuto in mente il “Cosa sarebbe successo se…?”. Incuriosito anche da un dato che ha reso ancor più incredibile la vittoria di Cilic a New York, ovvero che negli ultimi 4 match il croato ha battuto giocatori con cui era sotto negli scontri diretti e in due casi si trattava di vere e proprie “bestie nere” – cioè avversari con cui aveva sempre perso: Gilles Simon 4 volte su 4 e Roger Federer 5 su 5 -, mi son chiesto: come cambierebbe la storia del tennis maschile se ogni giocatore avesse vinto contro la sua “bestia nera” nelle finali Slam, cioè contro l’avversario con cui ne ha perse di piu’?

 

Mi sono messo così ad analizzare le finali Slam e poi ad estrarre ed invertire, per ogni giocatore sconfitto, gli esiti di quelle che rispondevano alla mia domanda. Per evitare di passare tutto il resto delle ferie a leggere e invertire risultati di tennis – per quanto prestigiosi – mi sono dato alcune regole:

1. Ho preso in considerazione solo le finali Slam dell’era Open, quindi dal 1968 in poi;

2. Ho considerato come “bestia nera” di un giocatore l’avversario con cui ha perso almeno 2 finali, invertendo di conseguenza l’esito dei loro match;

3. Se il giocatore ha più sconfitte con avversari diversi, ho invertito l’esito dei match contro l’avversario con cui ha perso più finali.

Di seguito i risultati, che ho cercato di esporre in a) ordine crescente di finali perse e b) in ordine cronologico partendo dal 1968 ad oggi: anche se in alcuni casi un nome ha chiamato l’altro, specie nel caso di alcune grandi rivalità (che, guarda caso, ci sono praticamente tutte, ndr).

Li ho suddivisi per “runner-up seriale” ovvero per giocatore plurisconfitto in finale (doverosa precisazione: la definizione di “plurisconfitto” è relativa ai risultati dell’analisi, dato che nella quasi totalità dei casi si tratta di pluricampioni Slam, ndr), riportando il nome del giocatore ed il numero di finali invertite a suo favore, indicando ovviamente la sua “bestia nera” e aggiungendo alcuni dettagli sulle finali in questione e i principali cambiamenti nel palmares del giocatore a esiti invertiti.

Tony Roche – 2
Si parte con i grandi australiani degli anni ’60. Il primo è Tony Roche, che ribalterebbe gli esiti delle 2 sfide con il grande connazionale Rod Laver: Wimbledon 1968 e US Open 1969 (quest’ultima nell’anno del secondo Grande Slam di Rocket). Avrebbe avuto così 3 trofei Slam all’attivo invece del solo Roland Garros 1966.

Ken Rosewall – 2
Anche un altro australiano, il mitico Ken Rosewall, rovescerebbe uno 0-2. Quello dello scontro generazionale contro l’allora ventiduenne Jimmy Connors che inflisse ad un “Muscles” che veleggiava verso le 40 primavere due durissime sconfitte (entrambe 3 set a 0, 8 game vinti complessivamente) a Wimbledon e agli US Open del 1974. Vincendole, avrebbe coronato il sogno della vittoria a Wimbledon, completato il Career Grand Slam e raggiunto quota 10 Slam.

Jimmy Connors – 2
Chi se non Bjorn Borg poteva essere il pet hate di Jimbo? Per Connors due finali perse a Wimbledon contro Iceborg che, se vinte, gli avrebbero permesso di raddoppiare i trofei conquistati sull’erba inglese, raggiungendo quota 4 vittorie a Londra e salendo a 10 Slam vinti.

John McEnroe – 2
SuperMac invertirebbe le due sconfitte subite con il suo grande rivale, Ivan Lendl. Soprattutto quella della memorabile finale del Roland Garros 1984 (definita “la sconfitta peggiore della mia vita” nella sua autobiografia “You cannot by serious”) oltre al quinto titolo a New York, che lo avrebbero fatto arrivare a quota 9 Slam.

Boris Becker – 2
Il rosso di Leimen porterebbe a casa le 2 finali di Wimbledon perse con Edberg, la prima e l’ultima del loro triennio di sfide (1988-1990) nell’atto finale dei Championships, che avrebbero voluto dire fregiarsi del titolo di pentacampione di Wimbledon e salire a 8 trofei Slam.

Stefan Edberg – 2
A Stefan l’inversione dei risultati consentirebbe di portare a casa le due finali dell’Australian Open perse con Courier. Sarebbe così arrivato a 8 Slam vinti in carriera. Forse lo scandinavo, educato e tranquillo come sempre, si accontenterebbe di invertirne una sola: quella con Chang al Roland Garros 1989, che avrebbe significato completare il Career Grand Slam.

Mats Wilander – 2
L’altro grande svedese degli anni ’80 vorrebbe rovesciare gli esiti delle 2 finali perse nel 1987 contro Lendl (seconda “nomination” come pet hate per Ivan il terribile) che avrebbe voluto dire poker a Parigi, secondo US Open e un totale di 9 Slam.

Goran Ivanisevic – 3
Anni ’90. Sono gli anni di Sampras, come conferma anche l’analisi dato che Pistol Pete (che ha 4 sconfitte in finale, ma tutte con giocatori diversi, ndr) risulta l’avversario piu’ indigesto nelle finali Slam per due grandi protagonisti di quegli anni. La prima delle vittime preferite di Sampras nelle finali Slam è Goran Ivanisevic, tutte disputate sull’erba di Wimbledon. Se le 2 finali a Church Road contro l’americano avessero avuto esito opposto, il croato non avrebbe dovuto aspettare il 2001 per alzare il trofeo e con 3 vittorie a Londra chissà se sarebbe stato soprannominato ancora “Ivancrazevic”.

Bjorn Borg – 3
L’orso svedese è il primo che cambierebbe l’esito di più di due finali e la sua bestia nera non poteva che essere il suo grande rivale John McEnroe, che lo superò in 3 finali. Per Borg avrebbero rappresentato il sesto Wimbledon consecutivo e soprattutto una doppia vittoria agli US Open mai conquistati, che l’avrebbero fatto salire a 14 nella classifica degli Slam vinti.

Ivan Lendl – 3
Ivan il terribile è il primo e unico con possibilità di scelta: invertire i risultati delle tre finali perse con Mats Wilander oppure quelle con Boris Becker? Non ci sono dubbi: vorrebbe quelle perse contro BB, che avrebbero significato la vittoria del tanto desiderato Wimbledon, con conseguente Career Slam, quarto titolo a New York, terzo Australian Open e il raggiungimento di quota 11 Slam.

Andy Murray – 3
Ed ecco il primo giocatore in attività, Andy Murray. Se lo scozzese nelle 3 finali contro Federer (distribuite equamente tra i tre continenti:  Melbourne, Londra e New York) avesse replicato l’esito delle Olimpiadi di Londra, avrebbe raggiunto ad oggi quota 5 titoli Slam e siglato un record probabilmente irripetibile: 3 vittorie a Wimbledon in 13 mesi (Championship 2012, Oilimpiadi, Championship 2013).

Rafael Nadal – 3
Appena nominato uno dei Fab Fourecco subito rispondere all’appello un altro dei tre protagonisti del tennis contemporaneo. Un grande agonista come Nadal inghiottirebbe amaro per il fatto di essere finito tra i runner-up seriali, quindi rovescerebbe più che volentieri le 3 sconfitte consecutive subite da Djokovic nelle finali Slam (da Wimbledon 2011 a Melbourne 2012). Con quel triplete avrebbe già completato la rincorsa a Federer in testa alla classifica degli Slam vinti, raggiungendolo a quota 17. E non solo: Rafa sarebbe stato anche il primo a completare il Grande Slam Virtuale, a vincere cioè consecutivamente i 4 tornei ma non nello stesso anno. Esagerato come nella rotazione del dritto in top, lo spagnolo in realtà sarebbe arrivato a 5 Slam consecutivi (da Parigi 2011 a Parigi 2012), record dell’era Open e secondo assoluto dietro a Donald Budge (6 titoli consecutivi tra il 1937 e il 1938, anno del Grand Slam dell’americano, ndr).

Andre Agassi – 4
La seconda vittima di Sampras  non poteva che essere il suo rivale per antonomasia, il Kid Agassi, che cala il primo poker (beh, ci sta per uno che proviene da Las Vegas…) di finali perse con lo stesso avversario: a risultati rovesciati avrebbe aggiunto 1 Wimbledon e 3 US Open per arrivare ad un totale di 12 Slam.

Andy Roddick – 4
Si ritorna al XXI secolo e dall’era Sampras di nuovo all’era Federer, che compare così anche lui due volte come “bestia nera”. In questo caso dell’americano Andy Roddick, che aggiungerebbe allo US Open 2003 ben altri 4 titoli Slam (secondo poker) invertendo gli esiti delle finali con Roger: 3 Wimbledon e un altro US Open. Come Roche e Ivanisevic, anche A-Rod si toglierebbe l’etichetta di One Slam Winner e la sua carriera sarebbe stata decisamente diversa con 5 trofei Slam in bella mostra nel salotto di casa.

Novak Djokovic – 4
Uno che fa Djoker di soprannome ovviamente non può che calare un poker di finali: l’attuale numero 1 del ranking si prenderebbe le 4 finali perse (2 a Parigi e 2 a New York) proprio contro Rafael Nadal, che avrebbero voluto dire in primis la conquista del Roland Garros e conseguente Career Grand Slam. E anche che sarebbe stato lui a fregiarsi del titolo di primo tennista a completare il Grande Slam Virtuale (da Wimbledon 2011 a Parigi 2012). Nole sarebbe così anche già arrivato a 11 successi Slam.

Roger Federer – 6
Sua Fluidità Federer, noblesse oblige, per ultimo. Anche per chiudere in bellezza con la grande rivalità di questo secolo, dato che non poteva che essere la sua nemesi Rafael Nadal (che così raggiunge lo stesso Federer, Lendl e Sampras al vertice della classifica delle bestie nere, con 2 “nomination” a testa) a costringere lo svizzero tra i plurisconfitti finalisti Slam. FedExpress, come suo solito, trova modo di fare un record anche qui: sono ben 6 le finali perse contro il Toro di Manacor. Ma la cosa piu’ interessante è come sarebbe cambiato il già impressionante palmares di RF a esito invertito delle 6 finali (4 Roland Garros, 1 Championship e 1 Australian Open):

– 23 titoli Slam;
– 2 Grandi Slam (2006 e 2007), eguagliato il record di Rod Laver;
– 8 vittorie a Wimbledon, record assoluto (staccati Sampras e Renshaw);
– 5 vittorie a Parigi, invece dell’unica attuale, secondo dietro a Borg con 6 (ma alla pari con Nadal, a cui ne rimarrebbero comunque 5!);
– 5 vittorie a Melbourne, una sola in meno del primatista Roy Emerson.

Dato che si parla probabilmente della piu’ grande rivalità della storia del tennis, ho voluto allargare l’analisi anche alle 8 finali extra-Slam perse dallo svizzero contro Nadal. Rovesciato anche il risultato di queste, Federer sarebbe arrivato a:

88 tornei ATP (resterebbe terzo, dietro Lendl e Connors, ma molto piu’ vicino alle 94 di Lendl);
29 ATP Masters 1000, record assoluto (scavalcherebbe Rafa, che da 27 passerebbe a 20);
essere l’unico giocatore a vincere tutti i Master 1000, vincendoli addirittura tutti almeno 2 volte (compresi i due che gli mancano, Montecarlo e Roma).

Beh, mi pare che non ci siano dubbi sulla risposta alla domanda iniziale: la storia del tennis cambierebbe molto. Anzi, sarebbe proprio tutta un’altra storia.

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ATP Roma: Sinner ancora rimandato da Nadal. “Potevo e dovevo fare meglio” [VIDEO commento]

Jannik gioca alla pari, ma sciupa due break nel primo set e un vantaggio di 4-2 nel secondo. Rafa in ottima forma vola agli ottavi contro Shapovalov

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[2] R. Nadal b. J. Sinner 7-5 6-4

Non riesce l’impresa a Jannik Sinner che, sul centrale del Foro Italico, cede in due set a Rafael Nadal dopo due ore e un quarto di partita. L’italiano ancora una volta se l’è giocata alla pari, a viso aperto, ma non è riuscito a concretizzare molte chance e alla fine ha dovuto cedere alla maggiore esperienza dell’avversario, autore a sua volta di una prestazione ottima. I passi avanti rispetto al precedente giocato al Roland Garros lo scorso anno ci sono stati, con Sinner capace di assorbire il colpo di un primo set perso pur avendo avuto chance e di ripartire da zero nel secondo.

Jannik è stato due volte in vantaggio di un break nel primo parziale, facendosi riprendere subito entrambe le volte, e nel secondo era avanti 4-2 prima di perdere quattro giochi consecutivi. La differenza, oltre all’esperienza, l’ha certamente fatta il servizio che ancora non gli permette di guadagnarsi molti punti facili, anche se c’è da dire che spesso sotto pressione la prima gli è venuta in soccorso. La cosa che però consola e impressiona, come sempre, è la forza mentale di Sinner così come l’espressione quasi arrabbiata con cui ha lasciato il campo a fine partita. Evidentemente sentiva di poter vincere e in effetti qualche speranza il match gliel’aveva data.

 

Contro Rafa sulla terra però i miglioramenti non sono bastati, così come non era bastata un paio di settimane fa la partita quasi perfetta di un top 5 come Stefanos Tsitsipas in finale a Barcellona. Sinner può comunque lasciare Roma con la consapevolezza dei grandi passi avanti compiuti e con un nuovo best ranking da numero 17. Nadal invece proseguirà la sua corsa nel torneo contro Denis Shapovalov (2-1 i precedenti in favore del maiorchino), che ha eliminato in due set Stefano Travaglia. L’azzurro ha giocato molto bene nel primo set, ma una volta perso il tie-break non ha più tenuto il ritmo del canadese che ha vinto piuttosto agevolmente il secondo parziale per 6-3.

Appena sono uscito dal campo, io e Riccardo ci siamo detti la stessa cosa” ha esordito Jannnik in conferenza.Ora non voglio dirlo qui, però sento che potevo e dovevo fare meglio. Il lavoro è ancora veramente tanto, oggi fa male e questo non mi farà dormire bene stanotte. D’altra parte so a che punto sono, so dove devo migliorare e vediamo la prossima volta come va“. Una certezza però c’è: “Oggi sono entrato in campo per vincere, non è che se incontro Nadal le cose cambiano. Anzi, devo fargli capire che voglio vincere“.

IL MATCH – Come suo solito, Jannik prende da subito il controllo degli scambi e con i piedi dentro il campo sa come fare male agli avversari, anche del calibro di Nadal. L’azzurro trova il break già in apertura di match, ma pecca un po’ di imprecisione e offre una palla dell’immediato controbreak che Rafa concretizza con il proprio marchio di fabbrica, il dritto lungolinea. I due continuano a scambiarsi mazzate da fondo con Sinner che non rinuncia a prendersi molti rischi, anche a costo di sbagliare. Il gioco sembra valere la candela perché l’italiano riesce nuovamente a far breccia nel servizio dell’avversario e a salire 3-2. Ancora una volta però Jannik non riesce a confermare il break e la situazione torna subito in equilibrio. Nadal, da vecchio volpone e maestro di questa superficie, mischia bene le carte al servizio e alterna benissimo palleggi più carichi a mortifere palle corte, cercando di presentare più problemi possibili al gioco di Sinner. L’iniziativa è più nelle mani del maiorchino, che subisce molto meno la pressione dell’avversario rispetto a inizio match.

Senza ulteriori strappi si arriva sul 5-4 ed è qui che le cose si complicano terribilmente per l’italiano. Il servizio non fa troppo male a Rafa, che tiene profonda la risposta e costringe Jannik a forzare da dietro. Tre errori portano Sinner a dover fronteggiare altrettanti set point consecutivi. Stavolta la battuta gli dà una mano, mentre il dritto e la testa fanno il resto. Una a una, con calma e diligenza, Jannik annulla le tre chance e va a impattare sul 5-5. La differenza nella gestione dei turni di servizio è però abissale tra i due: Nadal ormai viaggia abbastanza tranquillo, mentre l’italiano deve faticare enormemente. Sul 6-5 Sinner si mette di nuovo nei guai con un doppio fallo che regala all’avversario il quarto set point, cancellato da una buona prima. Sempre con l’ausilio del servizio ne annulla altri due, ma il settimo deve giocarselo con la seconda e gli risulta fatale. 7-5 Nadal dopo un ora e dieci minuti di gioco.

Perdere un set in questo modo, a un passo dal tie-break e dopo essere andato due volte avanti di un break, dovrebbe costare molto in termini di energie mentali, ma Jannik riparte come se niente fosse e anzi, quasi con rinnovata energia. L’italiano spinge benissimo con il rovescio coperto, anticipando più che può sul dritto mancino di Nadal, e strappa il servizio all’avversario nel terzo gioco. A differenza di quanto accaduto nel primo set, Sinner riesce a confermare il break e a salire 3-1. Jannik regge bene il ritmo e si difende bene fino al 4-3, quando un paio di imprecisioni gli costano la prima palla break del set, trasformata da Nadal al termine di uno scambio massacrante.

Lo spagnolo sale 5-4 e scarica la pressione sul più giovane avversario, che si ritrova ora a dover servire per restare nella partita. Jannik sale 30-0, ma subisce la rimonta di Rafa che si arrampica a match point. La prima gli permette di salvarsi, ma subito dopo ne arriva un altro, annullato con una coraggiosa palla corta. Una terza occasione se ne va su un dritto steccato di Nadal, che però non sbaglia sul quarto match point e chiude con un gran dritto lungolinea.

Il tabellone completo

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ATP

ATP Roma, Berrettini domina Millman e vola da Tsitsipas: “Siamo due giocatori simili”

Matteo non soffre e supera l’australiano in due comodi set. Agli ottavi super sfida contro Tsitsipas: “Non credo sia più giusto chiamarci Next Gen, stiamo macinando risultati”

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Matteo Berrettini - ATP Roma 2021 (ph. Giampiero Sposito)

Altra grande prova di Matteo Berrettini che supera in due set John Millman e si qualifica per gli ottavi di finale agli Internazionali d’Italia. Una partita da vero top 10 per Matteo, che dal 4-4 nel primo set ha cambiato marcia, vincendo sette game consecutivi e mettendo in ghiaccio una partita potenzialmente insidiosa contro un avversario di buon livello. Più che la solita grande prestazione al servizio (appena quindici punti persi in tutto il match e zero palle break concesse), è importante sottolineare la grande autorità e consapevolezza con la quale Berrettini ha affrontato l’incontro. Al prossimo turno sarà fondamentale alzare ancora l’asticella perché dall’altra parte della rete ci sarà Stefanos Tsitsipas. Sarà la prima sfida su terra rossa tra i due, dopo che il greco si è aggiudicato i precedenti incroci, al primo turno dell’Australian Open 2019 e nelle qualificazioni dello US Open 2017.

IL MATCH – Millman parte bene vincendo i primi sei punti del match e affacciandosi sullo 0-30 nel primo turno di servizio di Berrettini. Matteo reagisce aggiudicandosi otto dei successivi nove, cosa che lo porta ad avere tre consecutive palle break. L’australiano riesce però a salvarsi e a salire sul 2-1. Entrambi continuano a servire molto bene e a spartirsi pressoché equamente gli scambi più lunghi da fondo. L’equilibrio si spezza improvvisamente sul 4-4: Millman commette qualche errore di troppo e offre di nuovo a Berrettini l’occasione di strappargli il servizio. Sulle prime due palle break l’australiano se la cava, ma sulla terza non riesce a recuperare la smorzata di Matteo e capitola dopo un game da ben quattordici punti. Forte del break appena ottenuto, l’azzurro tiene agevolmente il servizio e fa suo il set dopo 47 minuti di gioco.

L’onda lunga del parziale perso si fa sentire per Millman, che va subito sotto 0-30 sul proprio servizio. L’australiano scivola nello scambio successivo e viene punito dal passante di rovescio di Matteo, finendo poi per completare il disastro con un doppio fallo. Millman osserva con occhio polemico il punto nel quale ha rischiato di cadere poco prima, ma non si lascia andare a vistose polemiche. Berrettini dal canto suo appare ovviamente alleggerito dal vantaggio e riprende a martellare a più non posso, lasciando all’avversario lo sgradevole compito di correre da un lato all’altro del campo. Matteo strappa ancora la battuta a Millman e sale 4-0 in appena 18 minuti. L’italiano si procura anche una palla del 5-0, ma il suo drittone si stampa in rete, permettendo all’australiano di interrompere la striscia di sette giochi consecutivi del suo avversario. Cambia poco, Berrettini non si distrae e chiude un paio di game più tardi (6-2) dopo ottanta minuti di gioco.

 

Fa sempre bene vincere una partita in poco tempo e giocando bene” ha detto Matteo in conferenza. “Ovviamente sto già pensando a Tsitsipas, anche se devo fare tutta la routine di recupero“. Andrà in scena la sfida saltata a Melbourne per l’infortunio agli addominali di Berrettini: “Secondo me per alcuni versi siamo simili; servizio e dritto, ci piace giocare con spin, usiamo slice e palle corte. Ovvio, è un giocatore in fiducia, ma lo sono anche io. Non credo sia più giusto chiamarci Next Gen, siamo top 10, stiamo macinando risultati – chi più chi meno“. In chiusura, arriva un pensiero interessante: “Capisco Paire. Capisco il fatto che quando arrivi in un torneo come questo o come Montecarlo, che di solito è pieno di gente che urla il tuo nome, invece vedi tutto vuoto ed è più difficile. Io non dico quello che dice lui perché non lo penso, ma capisco che è difficile trovare motivazioni se sei un giocatore che ‘va’ col pubblico“.

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ATP

ATP Roma: Karatsev dà ripetizioni di terra battuta a Medvedev, Thiem rischia ma avanza

Il derby russo va a Karatsev che sin dal primo punto indirizza il match contro un Medvedev estremamente nervoso e carico di insulti verso la terra battuta. L’austriaco vede la sconfitta con Fucsovics, poi dilaga nel terzo

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A. Karatsev b. [3] D. Medvedev 6-2 6-4 (Giorgio Di Maio)

Continua il poco feeling tra Daniil Medvedev e la terra battuta, anche se oggi a batterlo è stato un avversario di tutto rispetto come il connazionale Aslan Karatsev, che continua a stupire anche su questa superficie. Medvedev sembrava sicuramente poco felice di essere sulla terra ma ha provato comunque a lottare per un’ora e venti di partita, senza risultato. Troppo pesante e preciso il tennis di Karatsev, che aveva un’altra marcia rispetto il suo più illustre avversario. Daniil su questa superficie continua a sembrare un pesce fuor d’acqua, più a livello mentale (molto nervoso già dal primo punto) che a livello tennistico.

Poca storia nel primo set, sin dal primo momento è Karatsev a prendere il comando delle operazioni. Medvedev si sta anche impegnando oggi, ma tra le accelerazioni spaventose del suo connazionale e la poca adattabilità alla superficie il set gli scappa subito di mano. Il servizio pesante di Daniil non basta per essere competitivo e non riesce ad essere mai efficace nei turni di battuta di Karatsev. Tra frequenti soliloqui il numero 2 del mondo crolla già al terzo turno di servizio. Con due break consecutivi Medvedev regala un finale semplice di primo set a Karatsev, che chiude senza problemi con un netto 6-2.

 

La situazione di Medvedev migliora nel secondo set, con il russo che riesce a farsi sentire un po’ di più in risposta. La prima e unica occasione in partita di Medvedev arriva nel sesto game con uno splendido passante di dritto. Karatsev però non ne vuole sapere di abbassare il suo livello e tra rovesci incrociati al fulmicotone e comode chiusure a rete si salva. Il finalista degli Australian Open si innervosisce molto dalla strenua resistenza del suo avversario e Karatsev raccoglie i frutti del suo gioco nel game successivo. Il 27enne russo con la sua costante pressione offensiva riesce a disinnescare la difesa di un Medvedev sempre più disunito e nervoso e si prende il break nel settimo game.

Non ne arriveranno altri da entrambe le parti, ma è abbastanza per Karatsev per aggiudicarsi il derby e volare agli ottavi di finale per la seconda volta consecutiva, e la seconda in carriera. A Madrid era stato sconfitto da Bublik in tre set, qui invece troverà Reilly Opelka, vincitore ieri in maniera piuttosto netta contro Lorenzo Musetti e apparso in buona forma. Il russo è ovviamente favorito ma attenzione a sottovalutare la potenza di fuoco del bombardiere americano. Continua invece la passione di Medvedev sui campi in terra battuta, la cui presenza ormai sembra essere un vero martirio per il russo. Daniil sembra essersi autoconvinto che questa superficie non gli piace (legittimo) e non ci vincerà mai, basterà qualche vittoria per ritrovare fiducia e competitività sulla terra?

[4] D. Thiem b. M. Fucsovics 3-6 7-6(5) 6-0 (Carlo Galati)

Pur non giocando il suo miglior tennis, commettendo tanti, forse troppi errori (ne contiamo 27 alla fine dell’incontro) Dominic Thiem, dopo oltre 2h30 di gioco, bagna il suo esordio sulla terra di Roma battendo l’ungherese Marton Fucsovics con il punteggio di 3-6, 7-6(5), 6-0 e accedendo al terzo turno dove incontrerà il vincente del derby italiano tra Sonego e Mager.

I due, praticamente coetanei, ma con soli tre precedenti alle spalle, tutti a favore dell’austriaco, hanno dato vita ad un incontro che ha visto il proprio turning point nel decisivo tie break del secondo set, vinto dall’austriaco che, fino a quel momento aveva sempre inseguito il proprio avversario durante tutto l’incontro, grazie ad una prestazione solida di Fucsovics che ha giocato un tennis quasi perfetto, sempre votato all’attacco e non disdegnando più volete discese a rete impreziosite da volee d’autore. Ma come spesso accade, è stato nel momento decisivo dell’incontro, che, non arrendendosi a quella che sembrava una sconfitta scritta dall’altalenante e complicata prestazione finora mostrata in campo, l’austriaco è riuscito a piazzare la zampata decisiva al primo e unico set point fin lì avuto, cambiando di fatto la partita che nel terzo set non ha avuto storia, grazie al più classico dei 6-0-

IL MATCH

Nel primo set a partire subito col piede giusto e a marcare quel vantaggio che sarà proprio per buona parte del mach, è Fucsovics che, sfruttando la prima palla break, porta il parziale iniziale sul 2-0 a proprio favore. Vantaggio che dura fino al sesto gioco Thiem grazie ad un vincente di dritto riesce a raggiugere un’illusoria parità che dura pochissimo: dopo un game durato oltre 11 minuti, è l’ungherese a strappare nuovamente il servizio a Thiem grazie ad un tennis che trova l’esaltazione della propria aggressività, combinato al momento di difficoltà del proprio avversario in campo. I due game finali sono la logica conseguenza di quanto visto fino a quel momento e sono entrambi, ancora una volta, appannaggio dell’ungherese che tiene il proprio turno di battuta e consolida il punteggio con un ulteriore break finale, grazie ad un rovescio finito in rete di Thiem.

Il secondo set sembra partire sulla falsa riga del primo. È ancora l’austriaco a palesare una certa difficoltà ad inizio set ma questa volta, sotto 1-0 riesce ad annullare, nel proprio turno di battuta, due palle break che avrebbero forse indirizzato in maniera definitiva il match. Ma è qui che arriva la prima reazione da campione; grazie ad un vincente lungolinea, Thiem mette la parola fine ad un game che oseremo dire complicato. Ma è solo un rimandare. Nel quarto game le due palle break sono insormontabili per Thiem che, mandando in corridoio un dritto, concede il doppio vantaggio al magiaro. Quando però sembra tutto compromesso lo spirito del campione viene fuori, ancora una volta. Nella logica altalenante del set infatti, il controbreak sembra scritto nelle leggi aleatorie di questo sport: concedendo un solo 15, Thiem recupera il gap permettendo così al set di scivolare fino alla sua naturale conclusione figlia del 6 pari finale. È il tie break il momento cruciale dell’incontro, non solo del set. E vi assicuriamo, non sono fantasie o facili conclusioni ex post dello scrivente ma la logica alternanza del punteggio che, in assenza di mini break, dà a Thiem il primo ed unico set point fin lì ottenuto. A tremare questa volta è la solidità granitica di Fucsovics, fin lì inscalfibile. Palla in rete dell’ungherese e punto decisivo a Thiem.

Che fosse quello il punto decisivo non solo del set ma della partita, si è poi palesato nel terzo set. A vincerlo è il numero 4 al mondo nel più classico e mai troppo banale 6-0 finale, in cui segnaliamo soltanto tre palle del controbreak nel terzo gioco per Fucsovics, ça va sans dire, non sfruttate.

In conclusione una vittoria brutta sporca e cattiva per Thiem che per andare avanti nel torneo dovrà sicuramente ritrovare quella profondità di colpi, quella lunghezza di palla e quella solidità che oggi, mancando, lo hanno fatto tremare. Forse anche troppo. 

Il tabellone aggiornato con tutti i risultati

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