Agli US Open si fa la storia: come la stampa italiana celebra la finale tricolore tra Vinci e Pennetta

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Agli US Open si fa la storia: come la stampa italiana celebra la finale tricolore tra Vinci e Pennetta

È Italian Open a New York: l’impresa compiuta da Flavia Pennetta e Roberta Vinci attraverso le parole dei quotidiani nazionali, sportivi e non

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We love you – Roberta e Flavia, è Italian Open (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport)

L’ 11 settembre entra nella storia del tennis italiano: Flavia Pennetta e Roberta Vinci portano due azzurri in una finale Slam come non era stato mai. Ritrovandosi straordinariamente insieme a festeggiare dopo il titolo di campionesse juniores di doppio del Roland Garros 1999. Ci riescono agli Us Open, dove tutto è più grande e più clamoroso, e quindi realizzando una doppia, grande e clamorosa impresa, battendo la numero 2 e la 1 del mondo, e superandosi nella formidabile staffetta di emozioni, dalle 12.19, quando la brindisina firma il dominio su Simona Halep, alle 14.56, quando la tarantina doma, niente po’po’di meno, Serena Williams, stoppandola a due partite dal Grande Slam. Cioè dal firmare anche il quarto Major nella stessa stagione, dopo Melbourne, Roland Garros e Wimbledon, come non succede da 27 anni, da Steffi Graf 1988. Per farcela, le due pugliesi dal sorriso che conquista, le due ragazze normali, senza muscoli e centimetri impressionanti, giocano un tennis delizioso, intelligente, vario, frastornando le avversarie Doc e causando la maggior sorpresa di sempre. Così riportano il tennis alla normalità, cioé a servizio, risposta, dritto, rovescio, volée. Perché quella è la leva con la quale Flavia, a 33 anni, cancella i 9 anni e 7 mesi di distanza dalla romena sottovuoto-spinta. E, soprattutto, Robertina, a 32, annulla la super-potenza di Serenona, ubriacandola di varietà con quel magico cocktail che, nel 2010, portò Francesca Schiavone a iscrivere per la prima volta il nome di un’italiana nell’albo d’oro del singolare di uno Slam, al Roland Garros. SEGRETI Ma la terra rossa è la nostra madre terra, dove crescono i tennisti, e dove la Schiavone ha giocato anche la finale del Roland Garros 2011 e la Errani quella del 2012, oltre che quella dei due trionfi Slam di Nicola Pietrangeli e di quello di Adriano Panatta. Ma il cemento, dove si disputano gli Us Open, è un campo più duro, sotto tutti i punti di vista, è un campo moderno, se vogliamo più globale. Ed è qui, coi riflettori del mondo puntati addosso che ci strappano più di una lacrimuccia, giocando tutt’e due la partita della vita, comportandosi tutt’e due da campionesse, a dispetto di una classifica bugiarda, 26 del mondo la Pennetta, 43 la Vinci. Meritandosi quello che tutt’e due definiscono «il premio alla carriera», dopo la dura routine degli allenamenti e dei viaggi, dopo gli alti e bassi, dopo i dubbi e le gioie di tanti anni di battaglie. «Venti giorni fa, il mio fisioterapista (il fido Max Tosello) mi ha chiesto se avevo mai pensato di arrivare in una finale Slam, o di vincerlo, e io gli ho risposto di no. Ma noi tutti che facciamo sport sappiamo che non si può mai dire, che devi dare sempre il massimo e che le cose migliori arrivano sempre quando meno te lo aspetti, o quando le desideri troppo. In realtà mi alleno volentieri ogni giorno, ma qualche volta faccio fatica a lottare in partita», confessa Flavia, dopo gli applausi della Halep: «Ha giocato meglio, è stata più solida, e io ero con le gomme sgonfie, ha meritato di vincere». Flavia si sorprende di se stessa: due anni fa pensava al ritiro e la sua carriera riesplose proprio con la semifinale qui a New York, quest’anno faceva impazzire papà Oronzo dicendogli che forse non sarebbe arrivata all’Olimpiade del prossimo anno a Rio ed eccola giocare addirittura la finale, e da favorita, sull’amica di sempre. «Qui mi piace giocare, ma forse ce l’ho fatta perché ci provo sempre, do sempre tutto, ed è straordinario come ho giocato negli ultimi tre match, battendo Stosur (regina di New York 2011), Kvitova (due volte regina di Wimbledon) ed Halep (2 del mondo), quand’ho fatto tutto bene, non ho commesso errori (16), sono rimasta sempre concentrata e aggressiva (23 vincenti)». MIRACOLO La partita della Pennetta è talmente perfetta che termina in appena 59 minuti e due set, con l’unico brivido del contro-break ad inizio secondo set: «Ho smesso di spingere, ho pensato al punteggio, poi però ho ripreso a giocare intenso da fondo, trovando però il cambio di ritmo che in genere riesce a lei». Flavia — prima italiana «top ten», numero 10 nel 2009 — è stata già in semifinale a New York nel 2013 e quattro volte quarti (2008, 2009, 2011 e 2014). La sua finale non è una incredibile sorpresa, anche perché contro la Halep ci aveva vinto tre volte su quattro. Ma come definire altrimenti quella di Roberta Vinci che beffa Serena Williams dopo averci perso quattro volte su quattro? Prima d’ora Roberta non era mai arrivata nemmeno a una semifinale Slam. Ma la Pennetta credeva nel miracolo. «Chi ha detto che Serena ha già vinto?». Infatti, nemmeno l’avesse sentita, Robertina, con quel suo metro e 63 appena d’altezza, diventa via via sempre più grande agli occhi della Tyson del tennis. Scappa avanti per prima, si fa riprendere e superare, cede il primo set per 6-2, poi libera quel meraviglioso braccio, attiva il micidiale tira e molla, rovescio in back-fendenti di dritto, si butta a rete in controtempo, taglia il campo con sciabolate diaboliche che spezzano le gambone più famose del circuito Wta. Così guadagna il nuovo vantaggio (3-2) e non lo cede più, resistendo alle poderose spallate Williams fino al 6-4, dopo un’ora e 40 che valgono oro per orgoglio e fiducia. Con Serena già pressata all’inverosimile dalla corsa al Grande Slam, dal pronostico, dal match fratricida con Venus e quindi dai problemi che le arrivano di là della rete che, dopo troppi piagnistei e urlacci al cielo, manda in frantumi la racchetta. È il segnale del sorpasso, è il 4-3 della Vinci. «Mi ripetevo: “Divertiti, rimetti la palla in campo, non pensare a Serena, prendi le energie positive da questo game. Forza, puoi farcela. Continua a rimettere la palla in campo”. È la scelta decisiva. Perché dopo il break, con una bellissima volée di dritto e due errori di Serena, la piccoletta che non t’aspetti chiama il pubblico, portandosi le mani alle orecchie come il goleador Toni: «Non vi sento, applaudite anche me, cazzo». Meritandosi la standing ovation dei 23mila dello stadio di tennis più grande del mondo. NERVI «Con tutto il rispetto per la Vinci, Serena era in cattiva giornata, non aveva la stessa tensione che contro Venus. Ha perso lei: tatticamente, non sapeva più che fare». Tradotto, coach Patrick Muratoglou dice che il tennis vince ancora una volta, per fortuna, rispetto al fisico, perché è con la sua racchetta che Roberta pizzica Serena fuori posizione e salva due palle-break sul 4-3. Ed è sempre col fioretto che disegna due demi-volée, la seconda, di dritto, la porta in finale, dopo due ore da sogno. «È il miglior momento della mia vita, mi spiace per Serena che è una grande campionessa e poteva chiudere lo Slam, mi dispiace per voi tifosi, questo è il mio giorno. Sorry, questa sarà una finale “all italian”». Grazie ai coach, Salva Navarro e Francesco Cinà, grazie soprattutto a queste due stupende donne che offrono al tennis italiano un fantastico manifesto per un ulteriore lancio di uno sport stupendo e pieno di significati. «Sì, questa è la più grande sorpresa del tennis». Chi pensa alla finale? Flavia e Roberta vivevano a 60 chilometri di distanza,si conoscono dai tornei under 12, dove vinceva sempre Robertina. Vogliono vivere la gioia del momento. Come sempre, per costruire un altro futuro magnifico.

Mitiche – Pennetta e Vinci, finale da impazzire (Roberto Zanni, Il Corriere dello Sport)

 

Non c’era storia. Chi avrebbe mai puntato su Roberta Vinci? 0-4 era il bilancio con Serena, mai era riuscita a strappare nemmeno un set E ieri, a metà del terzo set, con la partita in perfetta parità, il sondaggio di Espn dava Serena Williams vincente tra l’89% degli intervistati, appena l’ 11% per l’azzurra. Invece l’Arthur Ashe Stadium, in due ore esatte, ha regalato una delle più grandi sorprese nella storia del tennis e dello sport: la numero 43 al mondo Roberta Vinci, alla sua prima semifinale in uno Slam, che batte la numero 1, l’invincibile, la grande Serena Williams. Era la partita con un solo pronostico. Dopo il 6-2 per l’americana, a due vittorie dal completare il Grand Slam, nessuno poteva anche solo minimamente immaginare quello che sarebbe successo.”Tricky player’; giocatrice astuta: così Patrick Mouratoglu, il guru di Serena, aveva definito l’azzurra prima dell’inizio della partita. Ma non poteva bastare il primo break, al terzo gioco del set d’apertura dell’azzurra, vantaggio per 2-1, per innescare qualche dubbio su chi tra le due sarebbe sbarcata in finale: in 31′ il set se n’era già andato, tutti aspettavano solo la prassi del secondo. Non Roberta, che con il suo gioco differente da tutte le altre cominciava a mettere in difficoltà Serena. L’americana solo quando trovava gli ace, 16 alla fine, riusciva a sbrigare la faccenda come da pronostico. Per il resto le discese a rete di Roberta, la sua difesa, a volte spettacolare, la testardaggine nel continuare a lottare, imperterrita, facevano innervosire la Williams dai 21 Slam vinti. Racchette spaccate per la rabbia, cambiate per cercare di trovare una risposta definitiva al tennis della Vinci, non davano invece risultati: 3-2, poi 4-2 per l’italiana nel secondo set, fino al 6-4. Parità.. « Si, però finirà presto…» si sentiva dire all’Arthur Ashe. E il 2-0 per la Williams al via del terzo set lo confermava. Solo per un attimo, perché pur con una prima palla di servizio non eccezionale, ma con una gamma completa di colpi, la Vinci recuperava: break per 1’1-2, poi parità fino al 3-3 e al settimo gioco uno scambio spettacolare con Roberta che prima si metteva una mano all’orecchio per cercare di sentire gli applausi del pubblico e poi lo invitava a tifare per lei: «Ora applaudite anche me!» La conferma arrivava con il break del 4-3 e Serena alle corde: 5-3, 5-4, e finalmente 6-4 con un altro punto a rete, quello della storia. Per l’apoteosi e la prima finale in uno Slam personale e anche tutta italiana, come non era mai capitato prima. FLAVIA IN 59 MINUTI. Perché in precedenza Flavia Pennetta aveva commesso solo un errore: alla vigilia della semifinale aveva dichiarato che sarebbe stata tuta maratona. Niente di più sbagliato: ci sono voluti appena 59 minuti per spazzare via la numero 2 al mondo Simona Halep e raggiungere così, in maniera trionfale, la prima finale in uno Slam. Ha dominato Flavia, dall’inizio alla fine. Esiste la perfezione nel tennis? Ieri ci si è andati vicino. Dritto e rovescia potenti e precisi, drop shot deliziosi e spettacolari, mai una flessione nel servizio, una media costante nei due set di 158,4 chilometri all’ora, il 69% di prime palle, unica voce che la Halep è riuscita a impattare; poi più punti a rete (9/ 14), più vincenti (23) e meno errori non forzati (16). Addirittura 15 punti consecutivi tra il quinto e l’ottavo gioco del secondo set. Mai un calo e dopo aver dominato la prima frazione, 6-1, nella seconda sull’ l-3 per la rumena (che aveva Nadia Comaneci in tribuna a fare il tifo) è stata devastante vincendo cinque giochi di fila, annichilendo l’avversaria.

Pazzo tennis italiano, Flavia e Roberta regine a New York (Enrico Sisti, La Repubblica)

IMMENSE. II tennis di New York non ha ancora un tetto, cosi Flavia Permetta e Roberta Vinci sono salite sul tetto del mondo. Si sfideranno nella finale di un Major, due italiane, due di noi, due ragazze normali, che giocano un tennis d’altri tempi che ricorda l’odore del legno, esprime eleganza, non ha bisogno di deltoidi selvaggi. Se ne stanno felici lassù, nel punto più alto della loro esperienza agonistica, alla faccia dei sogni di Serena, che dovrà rassegnarsi a pensare ad altro perché, almeno per quest’anno, il Grande Slam si è spento come un televisore vecchio, e in barba alla predestinata Simona Halep. Viva l’Italia, piccola nazione dello sport capace di accendere luci tanto accecanti e regalare a uno sport alti valori tecnici e sentimenti forti. Non è mai accaduto che il giorno della finale di un Major, prima ancora di giocarla, si potesse mettere in un titolo: ‘Un’italiana ha vinto lo Us Open 2015!’. Saranno loro a decidere oggi chi prima chi seconda ( ma comunque prime entrambe ). Le nostre ragazze del muretto, degli anni Ottanta. Pugliesi. Queste ragazze simbolo del tennis delle ultratrentenni si conoscono da una vita, hanno condiviso infanzia, adolescenza, sono state amiche, insieme hanno vinto il doppio junior a Roland Garros. Avevano percentuali di riuscita minime, Flavia il 35%, Roberta il 10%. E invece hanno dominato la n.1 e la n. 2 dei mondo travestendole da comparse. La rumena ha finito per sembrare la controfigura di se stessa, l’americana, stremata, pareva una signora su con gli anni e su col peso che aveva deciso di concedersi un’esibizione nel giorno del suo compleanno, cosi, tanto per far ridere i convitati. Vittorie schiaccianti. Tre anni fa, mentre i suoi colleghi giocavano qui a Flushing Meadows, Flavia postava una foto col polso fasciato. Si era appena operata a Barcellona, era il 31 agosto del 2012: ‘Ciao a tutti, torno presto”, scrisse sorridendo, come se avesse senso mettersi li a discutere o a lamentarsi per uno “scafo lunare malandato e rimesso in sesto chirurgicamente. Non aveva specificato un particolare, Flavia, in quel post: che sarebbe tornata più forte di prima. Flavia, che vive a Barcellona, raccoglie la semina avviata 28 anni fa da papà Oronzo, chela conduce al campo a 5 anni e le promette che un giorno l’avrebbe portata a vedere gli Internazionali al Foro Italico e, una volta cresciuta, le avrebbe comprato il completino di Monica Sales. Flavia ha giocato con una pazienza geniale. Ha strappato il servizio due volte alla Halep nel primo set, è risalita dall’ 1-3 nel secondo. Rovistando fra le cianfrusaglie del suo brutto tennis di giornata, la Halep non ha trovato la forza per entrare in partita. ”Anche se alle tre di notte ero sveglia e mi rigiravo nel letto. L’atmosfera di questo posto è magica su di me». Flavia non si vede senza tennis: «Eppure inizio ogni stagione pensando che potrebbe essere l’ultima. Però amo questa vita, accidenti, non mi pesa viaggiare, e soprattutto adoro allenarmi, quindi non sento il sacrificio. E’ l’amore per il tennis che non si vede, la fatica della preparazione, che ti fa giocare bene a tennis davanti alla gente.. In ogni caso meglio vivere alla giornata . Sempre. Meglio ancora se durante la giornata c’è una finale tinta d’azzurro da giocare.

Donne d’oro, più forti del tifo Usa e delle big (Gianni Clerici, La Repubblica)

Stappiamo lo champagne, mi dice mia moglie. Meglio lo spumante, rispondo io, mentre mi sento curiosamente patriottico, e, nel mio europeismo, nazionalista Perché sia Robertina, sia Flavia, vengono dalle Puglia, da due città come Bari e Taranto dalle quali mai, prima di loro, era uscito mezzo tennista. Robertina ha addirittura avuto il tifo contro, forse, su ventimila persone, in tribuna, c’era una decina soltanto di chi teneva per lei, tra le quali il suo bravissimo allenatore palermitano, Francesco Cinà. Ad un punto, e che punto, ha addirittura alzato le braccia con un mimo di provocazione, contro tutti quegli americani che, contrariamente alla loro abituale sportività di baseball e football, facevano tifo contro la straniera. Serena andrebbe immediatamente accolta dall’Actors Studio, per le sue capacità di rendere quello che era dopotutto un match di tennis, una tragedia continua. Disseminata di gemiti, tensioni al viso e alla bocca che parevano crampi, rictus da far temere quantomeno un’appendicite, e improvvisi sorrisi di liberazione in uno dei pochissimi colpi riusciti. Perché la fondamentale, grande differenza tra le due, é stata che Serena ha giocato soltanto i colpi, mentre Robertina non ha mai perso di vista la partita. E, prima di lei, un’altra che era riuscita, nel mezzo di corse mozzafiato, a non perdere mai di vista il risultato, era stata la mia amata Pennetta. Mi entusiasmai la prima volta che vidi su un campo, a Bari, una adolescente bella come un’attrice tipicamente mediterranea, diciamo Antonella Lualdi, che tirava diritti e rovesci quasi fosse la Evert. Mi pare incantevole, oltre che promettente, dissi ad un mio ignoto coetaneo che seguiva sorridendo lo spettacolo. Tanto carina che, avessi quarant’anni meno, mi proporrei non solo come suo coach, ma come suo sposo. II signore si presentò, Oronzo Pennetta, papà di Flavia.. Sono passati, da allora, una quindicina d’anni. Dopo averla vista giocare una delle migliori partite della sua vita, vorrei ringraziare un mio concorrente, un tipo che invidiai sino a trovarlo antipatico, un bellone da spiaggia che si chiama Carlos Moya, e di Flavia fu fidanzato. Quel matrimonio tanto vicino non doveva verificarsi. Fui intervistato da una starlette televisiva, e tempo dopo, a Barcellona, venni a sapere che questa era stata sorpresa intimamente sdraiata fianco al famoso tennista. Senza quella sua disinvolta trasgressione forse oggi Flavia sarebbe divenuta la bellissima mamma di un paio di bambini spagnoli, e non avrebbe certo trovato la forza umana per essere la finalista degli US Open. Grazie, Carlos Moya, mi sento di scrivere.

Nella Storia (Stefano Semeraro, La Stampa)

«Sorry, guys». Scusate ragazzi, scusa tanto America, e anche tu Serena Williams, che speravi nel Grande Slam. Scusate tutti, ma questo resterà per sempre il grande giorno dell’Italia del tennis: ieri, undici settembre. Oltre che il «più bel giorno della mia vita», come è riuscita a dire Roberta Vinci, incredula Alice fra le sue meraviglie dopo due ore di lotta, tre set pazzeschi, le lacrime, la tensione che la scuoteva anche dopo la fine di tutto. Dopo aver messo le mani alle orecchie per incitare il centrale di Flushing Meadows sotto shock per un evento che pareva irreale, la caduta della Pantera contro lo scricciolo di Taranto, una ragazzina di 32 anni capace di giocare un tennis divino, fosforo e grinta, che infilata dentro l’imbuto enorme dell’Arthur Ashe Stadium, compiuto l’ennesimo incanto a rete – Serena piegata in due sul cemento, e sull’orlo dell’isteria – chiedeva orgogliosa e confusa, metà Rocky e metà Pietro Mennea, gli occhi colmati di un’allegria folle: «Coraggio, gente, adesso tifate anche un po’ per me». Applaudi, America. Se lo è meritata. Cresciute insieme Oggi Flavia Pennetta e Roberta Vinci giocheranno la finale degli Us Open femminili. Bisogna dirlo e ridirlo, ripeterselo a voce alta. Con calma, perché non è Scherzi a parte: è la realtà. Anzi, qualcosa oltre la realtà (sportiva, s’intende). Un trionfo immane, che Flavia & Robi, le amiche di infanzia cresciute a 40 chilometri di distanza una dall’altra, fra Brindisi e Taranto, dividendosi camera e trofei per anni nei tornei juniores, come se non bastasse si sono costruite battendo la numero 1 e la numero 2 del mondo. Prima il successo da dominatrice della Penna (numero 26 Wta) su Simona Halep (6-1 6-3), la judoka del tennis, spezzata a furia di dritto avvelenati e rovesci di fuoco, poi l’impensabile impresa di Roberta (numero 43), domatrice della «più Grande Giocatrice della Storia», e per giunta in rimonta, recuperando un set e poi un break nel terzo. Finale 2-6 6-4 6-4. Fosforo e tecnica. La rivincita dell’intelligenza, di un tennis ragionato, molto made in Italy, che si è fatto strada nella tonnara di picchiatrici-urlatrici che è diventato il tennis moderno. Forse la più grande sorpresa dello sport di tutti i tempi (pensateci), probabilmente una delle imprese più esaltanti dello sport italiano, da conservare nello stesso scaffale dei trionfi del calcio, di Federica Pellegrini, di Valentino Rossi. Sicuramente la prima finale tutta italiana in uno Slam, non solo in campo femminile. Fino a ieri tutto o quasi il nostro raccolto l’avevamo mietuto sul rosso di Parigi: due vittorie e due finali di Pietrangeli negli anni ’60, una a testa di Panatta nel ’76 e di Francesca Schiavone nel 2010 (finalista anche nel 2011), poi la finale del 2012 della Errani. Per quasi un secolo New York prima che una terra promessa era stato un approdo proibito, negli ultimi anni proprio le ragazze, una generazione di fenomeni in rosa «stappata» dal successo della Schiavone a Parigi, avevano iniziato le manovre di ormeggio. I derby Errani-Vinci e Pennetta Vinci nei quarti, le due semifinali di Flavia e Sara erano il segnale che il vento era cambiato. Che l’America, un paese letteralmente costruito da tante mani di migranti italiani, anche pugliesi come Flavia e Roberta, non era più un muro di cemento impraticabile. «Brava Roberta, ha giocato la partita della vita», ha ammesso la Pantera, groggy ma onesta, con il sogno del primo Grande Slam dai tempi di Steffi Graf (1988) che le evaporava dallo sguardo. «Serena non era al massimo, ma la Vinci ha giocato in maniera fantastica», ha ribadito Mats Wilander. «Il buffo è che venti giorni fa il mio fisioterapista mi ha chiesto se pensavo di arrivare mai ad una finale di uno Slam. E io gli ho risposto di no…», ha scherzato la Pennetta, anni 33, che un anno fa di questi tempi meditava il ritiro. «Stamattina mi sono svegliata e mi sono detta: okay, c’è la semifinale con Serena, divertiti. Ma non pensavo di vincere. Nell’ultimo game tremavo tutta, ora mi sembra tutto un sogno», ha detto stremata la Vinci. Dividetelo pure, ragazze, perché non finirà più.

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La finale dello US Open con i numeri: i meriti di Medvedev

Contrariamente a quanto si possa pensare leggendo i giornali, la finale dello US Open non è stata solo persa da Novak Djokovic

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Daniil Medvedev - US Open 2021 (via Twitter, @usopen)

La conversazione nei giorni immediatamente successivi alla finale dello US Open 2021 ha avuto una direzione molto precisa. Si è parlato di come Djokovic abbia sprecato il Grande Slam, di come abbia perso la finale e di come abbia giocato sottotono. Non si è però parlato di come il suo avversario, Daniil Medvedev, l’abbia battuto conquistando il suo primo Slam (nonché il secondo vinto da un giocatore nato dopo il 1988 e il primo conquistato battendo uno dei Big Three); anzi, a volte sembrava quasi che ci si dimenticasse addirittura di citare chi ha vinto il torneo, praticamente il processo Mills ai tempi del Lodo Alfano – lì c’era il corrotto ma non il corruttore, qui c’era lo sconfitto ma non il vincitore.

Le ragioni sono molteplici: da un lato, Nole era evidentemente lungi dal suo miglior tennis; dall’altro, sembrava tutto pronto al Grande Slam, ed è difficile spostare la conversazione da un avvenimento storico quando questo non si realizza, peraltro scordando che chi impedisce ad un altro di fare la storia… fa a sua volta la storia, soprattutto se si tratta del suo primo Slam; infine, è innegabile che buona parte dei principali giornalisti della racchetta (in Italia ma non solo) e la gran parte dell’opinione pubblica tennistica abbiano posizioni Big Three-centriche – viene in mente la barzelletta secondo la quale se Federer, Djokovic e Nadal devono svitare una lampadina non hanno bisogno di fare niente, il mondo gira attorno a loro.

Per questo motivo non si è sostanzialmente parlato della performance di un giocatore che dall’estate del 2019, ma in particolare da ottobre 2020, potrebbe tranquillamente essere considerato il più forte di tutti sul cemento, vale a dire Daniil Medvedev. E in effetti sembra che di lui si parli sempre troppo poco, come conferma Google mettendo a confronto le ricerche relative ai quattro finalisti di Flushing Meadows, tre decisamente glamour per vari motivi, uno un po’ meno:

 

La percezione del valore del russo era chiaramente distorta dalla netta sconfitta riportata nella finale dell’Australian Open, che aveva fatto dire a tutti, “può vincere tutti i match che vuole, ma quando conta è Nole a portare i pantaloni”. Sta di fatto, però, che da Bercy 2020 Medvedev ha vinto 45 match su 50 sul cemento, un record straordinario che può dare un’idea di quali siano le gerarchie al momento: nello stesso lasso di tempo, Djokovic ha le stesse sconfitte ma con 24 partite in meno.

E in fondo, se il suo avversario non si fosse chiamato Novak Djokovic, il percorso dei due non avrebbe lasciato dubbi su chi fosse il favorito: il serbo aveva passato cinque ore e 35 minuti in più in campo (quasi la finale di Melbourne 2012) e aveva perso ben sei set (la media dei vincitori Slam nell’Era Open è 3,4, che scende a 3,3 nelle edizioni dello US Open sul cemento). Nole era provato da un tabellone certamente più complesso (Zverev, Berrettini, ma anche un giovane in rampa di lancio come Brooksby), ma allo stesso tempo si era trovato in situazioni di difficoltà anche con avversari che in altri frangenti avrebbe sconfitto facilmente quali Rune e la sua vittima prediletta Kei Nishikori. Medvedev, da par suo, aveva dominato il suo lato del tabellone, soffrendo un pochino solo nella seconda parte del match con Van De Zandschulp, e veniva da una preparazione di gran livello fra Canada (titolo) e Cincinnati (semi).

Sembra quindi doveroso cercare di capire dove e come Medvedev abbia girato i bulloni giusti per conquistare il suo primo Slam in carriera, un compito che ci pone davanti ad una curiosa aporia: la vittoria è stata molto netta, persino al di là del punteggio, e quindi è naturale che Daniil abbia sostanzialmente prevalso in tutte le categorie di gioco. D’altro canto, però, la grande differenza con la finale australiana (a cui i due, va ricordato, erano arrivati con percorsi rispettivamente molto simili a quelli di Flushing Meadows, per certi versi ridimensionando l’aspetto della stanchezza di Djokovic) sembra richiedere un minimo di analisi per capire cosa sia successo e come improvvisamente il tennis maschile potrebbe aver inaugurato una nuova era grazie al brutto anatroccolo tramutatosi in… pesce morto. Ci affideremo quindi a Tennis Abstract per fare chiarezza.

PRIMA DI SERVIZIO

Su una superficie estremamente rapida come il Laykold dello US Open 2021 (e viene da chiedersi se ci sia un collegamento fra lo Slam più divertente degli ultimi anni ed un campo più veloce, spoiler: sì), la battuta era destinata ad essere una condizione necessaria per la vittoria finale. Come sempre quest’anno, Djokovic ha fatto molto bene con la prima quando l’ha messa in campo (percentuali piuttosto basse, 54%, ma Medvedev non ha fatto molto meglio, assestandosi al 58): basti pensare che la metà dei punti giocati su questo colpo (25/50) si è chiusa con un punto rapido in suo favore e che ha chiuso con l’80% di conversione. Medvedev ha fatto meglio in queste specialità (29 dei 52 punti giocati sulla sua prima si sono conclusi con punti rapidi a suo favore, in crescita netta rispetto al 21/49 di Melbourne, e la conversione è stata dell’80,8%, con 15 ace su 16 totali), ma non abbastanza da giustificare il punteggio finale, per la verità quasi generoso nei confronti di Nole.

Come notato dal sempre bravissimo Matt Willis, tuttavia, Djokovic non aveva mai vinto meno del 20% dei punti in risposta alla prima in una finale Slam sul cemento, e quindi il fatto che Medvedev sia riuscito a trovare così tanti punti diretti ha sicuramente avuto una sua importanza, soprattutto nel primo set, quando una volta ottenuto il break Daniil non ha letteralmente lasciato giocare il serbo sul suo servizio, vincendo 15 punti su 15 con la prima. In particolare, la botta non ha lasciato scampo a Nole: Medvedev ha chiuso con 9/10 al servizio esterno e con 13/16 a quello centrale da destra, e con 7/9 a uscire e 12/15 al centro da sinistra. Djokovic è sembrato impacciato sulle gambe, colpendosi ripetutamente per trovare un po’ di energia, ma questi sono comunque dati di tutto rispetto, e chi ha visto il primo set ricorderà un senso quasi di ineluttabilità nelle continue catapultate vincenti del neo-campione Slam, in chiara trance agonistica.

SECONDA DI SERVIZIO

Come detto, però, il duello sulla prima non è necessariamente stato dirimente. Qui ci viene in aiuto un altro dato: l’unica finale in cui Djokovic aveva vinto meno punti in ribattuta era stata la sua prima, altresì persa per tre set a zero sul medesimo campo, quella volta contro Federer, nel 2007 (29% domenica, 27% allora). Decisiva è quindi stata la seconda: come scritto nella preview della finale, a Melbourne questo era stato il grande tallone d’Achille di Daniil, che aveva vinto appena il 32% dei punti. Nel precedente articolo si era scritto: “Con la seconda, invece, era stato disastroso da destra, vincendo appena tre punti su quattordici e soffrendo in particolare sul kick al centro che va ad impattare il rovescio alto di Djokovic. Da quel lato potrebbe quindi trovarsi fra l’incudine e il martello, e chissà che non decida di giocare spesso due prime come nella semifinale vinta a Cincinnati nel 2019“.

Ne “Il segno dei quattro”, romanzo che lanciò Conan Doyle dopo un esordio in sordina, Sherlock Holmes diceva: “Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità“. E si può dire che Medvedev abbia decisamente seguito questa logica, individuando in una seconda spintissima la soluzione per tenere in mano il pallino dello scambio in ogni momento. Questa tattica non è sempre sostenibile, un po’ perché stancante un po’ perché difficile da applicare in momenti di grande pressione, ma ha funzionato alla grande quando utilizzata: nel primo set la velocità media della sua seconda è stata di 167km/h, poi scesa a 159 nel secondo e a 154 nel terzo, valori comunque elevati. La scelta ha pagato: nei primi due set Medvedev ha vinto il 62,5% dei punti con la seconda.

In generale, Daniil ha frustrato la volontà di dominazione dell’avversario, il quale ha vinto più punti contro la seconda grazie a doppi falli di Medvedev che a sforzi propri: dei 16 punti persi dal russo su questo colpo, solo sette sono arrivati nello scambio, sincopando quel ritmo tanto caro a Nole. L’extrema ratio ha anche avuto il merito di togliere al serbo la profondità in risposta: a Melbourne, Djokovic aveva avuto l’80% di risposte profonde e il 20% di risposte profondissime, percentuali crollate rispettivamente al 65 e al 6 – Nole ha messo in campo solo tre risposte negli ultimi centimetri, e come vedremo successivamente Medvedev ha saputo cosa fare.

Djokovic è invece andato piuttosto male con la seconda, anche perché le sue velocità sono scese di molto rispetto alla finale dell’Australian Open: a Melbourne la sua seconda viaggiava a 156km/h, mentre a New York è scesa a 143. Rispetto alla scorsa finale, Nole ha cercato di mischiare maggiormente le carte con questo colpo, soprattutto da destra, dove è passato da un servizio quasi sempre esterno (anche perché l’impatto di questo colpo era stato decisamente sopravvalutato) ad una distribuzione piuttosto equa fra servizio slice e al corpo, soffrendo in particolare su quest’ultimo (cinque punti persi su otto), facilmente disinnescato dalla posizione arretrata di un Medvedev che è stato bravissimo a far partire lo scambio per poi avanzare immediatamente. Da sinistra, il numero uno al mondo ha usato indifferentemente servizio alla T, esterno e al corpo, ma non è mai riuscito a mettere in difficoltà il rivale, che ha avuto successo soprattutto con la risposta di dritto (6/8 in ribattuta alla seconda al centro da sinistra per la tds N.2).

DURATA SCAMBI E DIREZIONE COLPI

Pur servendo benissimo, quindi, Medvedev ha prevalso negli scambi entro i tre colpi solo per 54-52, perché come detto entrambi hanno servito la prima molto bene. La vera differenza fra i due si è quindi vista negli scambi dai quattro colpi in su, in cui la tds N.2 ha prevalso 45-31, e in particolare in quelli sopra i dieci: lì ha addirittura più che doppiato l’avversario per 17-8 (già a Melbourne aveva prevalso in questa categoria, ma solo per 13-12).

Come si spiega un tale dominio contro un avversario che ha fatto della pressione da dietro e della pertinacia nello scambio un romanzo in provetta di Zola? Questa tabella sul piazzamento dei colpi può fornire qualche barlume di risposta:

Il piazzamento dei colpi di Medvedev durante la finale (Credit: @tennisnerdsblog and Shane Liyanage on Twitter)

In piena fiducia sulla propria diagonale migliore (ha vinto il 62% dei punti quando ha colpito il rovescio in cross), Medvedev ha colpito molto di più verso il colpo bimane di Djokovic, seguendo due strade. Da un lato, ha tirato un quarto dei propri dritti lungolinea, aspetto di cui avevamo parlato anche nella nostra preview sottolineando come il colpo fosse stato uno dei pochi raggi di sole a Melbourne. Il tema si è confermato: se allora il russo aveva conquistato 15 punti su 21 quando aveva colpito il dritto in verticale o a sventaglio, a New York la percentuale si è alzata, dandogli il 75% dei punti con il lungolinea e il 56% fra lungolinea e inside-out.

La seconda strada, decisamente più battuta, è stata quella dello scambio al centro: più della metà dei colpi giocati Medvedev sono finiti nel corridoio centrale, negando gli angoli a Djokovic (soprattutto con il dritto in corsa) e obbligandolo a cercare di fare gioco in un match in cui spingere gli risultava difficile. Gli errori si sono quindi impilati per Nole, soprattutto su quella che dovrebbe essere la sua diagonale di riferimento: con il rovescio ha tirato sette vincenti a dispetto di venti unforced, e non avendo troppe aperture anche lo slice l’ha abbandonato, dandogli solo sette punti su ventiquattro.

A MALI ESTREMI

Soggiogato da fondo, Djokovic si è quindi affidato al gioco a rete, forse memore di quanto fatto da Nadal nella finale del 2019, quando Rafa scese ben 66 volte con 20 serve-and-volley (17 vinti): Nole è a sua volta sceso dietro al servizio 20 volte (un dato elevatissimo, se consideriamo che la finale del 2019 durò cinque set mentre questa solo tre), una scelta logica vista la posizione profonda di Medvedev, portando a casa 18 punti, e in totale ha giocato 47 punti a rete (40 secondo Tennis Abstract), aumentando le discese progressivamente (9, 16 e 22 nei tre set) e vincendo 31 punti.

Questa scelta testimonia la straordinaria completezza del giocatore serbo e anche il suo coraggio, perché affidarsi in modo così estremo alla parte meno sicura del proprio gioco non è da tutti, anzi. Il problema è che questa tattica, nel 2021, non può sopperire a mancanze negli altri dipartimenti del gioco, almeno non a lungo termine, e infatti la sua efficacia sotto rete è scesa in maniera inversamente proporzionale al numero degli attacchi, funzionando quasi solo dietro al servizio: dopo l’8/9 del parziale d’apertura, Djokovic ha conquistato solo il 60,5% dei punti a rete. Resosi conto della situazione, Medvedev ha forse pensato troppo, giocando una serie di palle corte una più orrida dell’altra per attirarlo a rete, ma i continui errori di Nole gli hanno dato ragione, e alla fine il russo ha vinto cinque punti su otto quando ha giocato la smorzata.

LE FORCHE CAUDINE, STAVOLTA SOLO DEGLI ALTRI

Alla fine, però, nonostante i numeri, la forma, il tennis rimane un dibattito (violento e decisamente argomentativo) fra due persone. La natura del gioco, con le sue pause, la sua distanza fisica fra i due contendenti e la sua enfasi sulla ripetizione accretiva del gesto atletico, fa sì che ci sia il tempo per lasciar entrare i cattivi pensieri; nel tennis, quindi, le personalità dei due giocatori tracimano nell’altro campo a momenti alterni, dando il là a battaglie psicologiche che possono far girare anche il più a senso unico degli incontri. Questo preambolo serve a richiamare i dieci-quindici minuti in cui anche un Djokovic sbiadito come quello di domenica avrebbe potuto quantomeno far virare temporaneamente il timone della finale nella sua direzione.

Nelle quattro partite precedenti, infatti, Djokovic aveva sempre rimontato un set di svantaggio, ed era quindi naturale che il primo allungo di Medvedev venisse preso con una certa filosofia, anche perché il russo aveva servito ad un livello che non sembrava sostenibile. Ed in effetti all’inizio del secondo il copione sembrava pronto ad una peripeteia di una prevedibilità degna dell’MCU quando Djokovic si è portato sullo 0-40 nel secondo game, e poi due volte a palla break nel turno di battuta successivo di Medvedev.

Ed è qui, quando la temperatura è salita, che i temi dell’incontro e gli stati d’animo dei due si sono incrociati, ed è qui che il campione uscente delle ATP Finals ha dimostrato, più di tutti i suoi coevi, di meritare lo Slam: al di là del famigerato music gate (quando il DJ dello stadio ha obbligato l’arbitro a far rigiocare una palla break dando così a Medvedev la possibilità di rigiocare la prima, peraltro sbagliata), sulle cinque chance concesse il russo ha vinto un altro scambio al centro e infilato un ace, un passante vincente in controbalzo, una eccellente volée con sidespin incorporato su cui Djokovic non è riuscito a recuperare, e soprattutto questo rovescio lungolinea all’incrocio delle righe, un colpo difficilissimo che sembra quasi segnare il passaggio di un’epoca, perché con questa risposta senza peso ma profondissima il 20 volte campione Major ha mandato in crisi tutti i suoi avversari in passato:

Detto questo, è innegabile che Nole gli abbia dato una mano, reggendo poco lo scambio e aprendo la porta al rivale soprattutto sulla prima palla break, quando Medvedev ha giocato una malaccorta smorzata che aspettava solo di essere fagocitata; l’attacco di Nole è però stato fiacco, prestando il fianco al passante, comunque complicato vista la posizione avanzata sul campo, del poi vincitore.

E su questa nota sembra opportuno concludere, tornando al punto iniziale: Djokovic ha indubbiamente commesso più errori del solito e concesso più opportunità all’avversario in circostanze che non potevano non pesargli, ma i meriti di Medvedev non vanno (non andrebbero) dimenticati.

Il classe 1996 ha conquistato il suo primo Slam con pieno merito, rimanendo fedele ad un piano partita preciso e razionale, e l’ha fatto rimanendo lucido di fronte ad uno dei più grandi sempre nonché ad un pubblico eufemisticamente ostile. Sembra quindi necessario rimodellare la narrativa attorno a questo anti-divo che, pur sgraziato e alle volte scostante, potrebbe aver traghettato il tennis verso il futuro per la prima volta da tanto tempo.

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Dylan Alcott e Diede de Groot hanno completato il Golden Slam allo US Open (nel giro di poche ore)

I due campioni del tennis in carrozzina hanno ripetuto l’impresa di Steffi Graf (nel 1988). Per Alcott, volto noto nel Tour, non è da escludere un ritiro dalle gare

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Dylan Alcott con il trofeo - US Open 2021 (via Twitter, @usopen)

Nella stagione in cui Novak Djokovic è arrivato a una sola vittoria dal completare uno storico Grande Slam nel singolare maschile, c’è chi – nel mondo della racchetta – invece ci è riuscito. I nomi dei due campioni non sono soliti finire sulle prime pagine dei giornali e dei siti d’informazione. Parliamo di Dylan Alcott e Diede De Groot, le due brillanti stelle del tennis in carrozzina. Entrambi non solo hanno messo in bacheca tutti e quattro i titoli Major della stagione 2021, ma hanno anche trionfato alle Paralimpiadi di Tokyo, centrando due Golden Slam.

L’unico essere umano capace di centrare questo traguardo, prima di qualche giorno, fa rispondeva al nome di Steffi Graf – che nel 1988 vinse i quattro Slam e poi si impose anche ai Giochi di Seoul. Son serviti 33 anni per festeggiare il secondo Golden Slam – ha scritto Victor Mather per il New York Times domenica 13 settembre. Poi è bastata solo qualche altra ora per assistere al terzo. Due frasi che raccontano al meglio ciò che è successo sui campi di Flushing Meadows.

Diede De Groot, 24 anni e originaria di Woerden in Olanda, sabato 12 settembre ha superato 6-3 6-2 Yui Kamiji – numero 2 del mondo – nella finale del torneo femminile di weelchair tennis (categoria Open) allo US Open. Contro Kamiji iniziò la sua cavalcata verso il Golden Slam in febbraio: vinse 7-6 al terzo set la finale dell’Open d’Australia, mettendo le basi per lo straordinario traguardo tagliato poi sui campi di New York.

 
Diede De Groot con il trofeo – US Open 2021

Son bastate poche ore però per vedere un altro atleta riuscirci. L’australiano Dylan Alcott, che compete nella disciplina del quad, ha trionfato sul Louis Armstrong di Flushing Meadows, realizzando il sogno della sua carriera tennistica. Era andato vicino al Grande Slam nel 2019, ma dopo aver vinto a Melbourne, Parigi e Londra, giocò una pessima finale a New York contro Andy Lapthorne, che si aggiudicò il trofeo col punteggio di 6-1 6-0. Stavolta si è ritrovato di fronte il 18enne Niels Vink, olandese come De Groot. Alcott ha vinto 6-2 7-5, sollevando il suo 15esimo titolo dello Slam.

Nonostante le due vittorie di Alcott e De Groot rientrino – semplicisticamente – nella categoria “tennis in carrozzina”, in realtà sono arrivate in due specialità diverse. De Groot gareggia nella classe ‘Open’, che racchiude tutti gli atleti che non hanno mobilità in una o entrambe le gambe. Alcott invece gareggia nella classe ‘Quad’, riservata agli atleti con paralisi agli arti inferiori e mobilità limitata negli arti superiori (difficoltà quindi nel spostare la carrozzina e impugnare la racchetta).

“Tutti mi chiedevano ‘Stai pensando al Golden Slam?” ha detto Alcott dopo la vittoria. “E io rispondevo ‘No, davvero non mi importa’. Così per tutto l’anno. Ma certo che mi importava. È bello non dover fingere più”. L’australiano è un volto piuttosto noto all’interno del panorama sportivo. La sue presenze in TV e nelle radio sono aumentate ogni anno di più. Oltre al suo talento in campo e agli straordinari risultati raggiunti, il carisma e la positività di Alcott sono ben noti agli sportivi. In conferenza stampa, dopo il trionfo allo US Open, si è detto orgoglioso della sua disabilità e ha specificato che non gli interessa ‘andare là fuori con Djokovic e Medvedev’, ma che vuole essere semplicemente Dylan Alcott. Se queste parole non sono sufficienti a trasmettere la personalità di questo ragazzo, ecco un video in cui beve una birra dal trofeo dello US Open appena conquistato.

Tuttavia la sua carriera – a 30 anni – potrebbe essere già conclusa dopo questo incredibile traguardo: “Sarò onesto con voi” si è rivolto al pubblico dello US Open. “Non so se tornerò a giocare qui. Grazie per aver accolto così questo giovane, grasso ragazzo disabile con un brutto taglio di capelli”.

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US Open, Medvedev tra i Grandi, ma Djokovic non ha ancora finito di vincere

Il russo può diventare una minaccia su tutte le superfici. Sebbene il numero uno al mondo non abbia espresso il suo miglior tennis per assicurarsi il Grande Slam, ha conquistato la folla come mai prima d’ora

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Daniil Medvedev - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

Era da un paio d’anni ormai che gli intenditori del tennis aspettavano di veder comparire il nome di Daniil Medvedev fra i campioni Slam; il russo si trovava da tempo sull’orlo di questo traguardo. Tra l’estate e l’autunno 2019, infatti, aveva fatto passi da gigante nel ranking: in questo lasso di tempo era arrivato alla finale di tutti e sei i tornei a cui aveva partecipato, ma soprattutto era arrivato terribilmente vicino a diventare il vincitore dello US Open. Sfidando niente meno che Rafael Nadal, Medvedev, in svantaggio per due set a zero e sotto di un break nel terzo set, per poco non aveva vinto il match e rivendicato il titolo.

Medvedev aveva trascinato Nadal al quinto set in un match tortuoso, che, iniziato nel tardo pomeriggio, si era protratto fino a sera inoltrata. Era riuscito a rimontare dai due break di svantaggio nel quinto set e a salvare due match point prima che Nadal risalisse 30-40 dell’ultimo game di questo avvincente match, vincendolo 7-5 6-3 5-7 4-6 6-4. Medvedev aveva concluso il 2018 al numero 16 del ranking, ma l’impeto del 2019 l’aveva portato a raggiungere il quinto posto.

Il russo di 1,98 ha poi proseguito la sua ascesa con una stagione 2020 stellare. Ha tentato di nuovo la corsa allo US Open, raggiungendo le semifinali senza perdere nemmeno un set: è qui che è stato sconfitto da un ispirato Dominic Thiem. Per nulla turbato da questo piccolo incidente di percorso, verso la fine dell’anno ha conquistato due titoli consecutivi al Masters 1000 di Parigi e alle ATP Finals di Londra, dov’è imbattuto e ha sbaragliato le prime tre teste di serie del torneo – Novak Djokovic, Rafael Nadal e Dominic Thiem – in un’impresa senza precedenti. Nello spazio di questi due tornei e delle dieci vittorie consecutive ottenute, Medvedev ha battuto ben sette giocatori della Top 10. Quando Medvedev, all’inizio del 2021, ha raggiunto la finale del suo secondo Slam, l’ha fatto con 20 vittorie consecutive alle spalle. Diversi esperti si aspettavano che Medvedev sfondasse proprio sul palco di Melbourne, rivendicando il suo posto tra i campioni. Ma Djokovic ha negato questo prestigioso trofeo a Medvedev, giocando un match magistrale e vincendo il suo nono Australian Open con un trionfante punteggio di 7-5 6-2 6-2.

 

La sconfitta ha finito per rallentare non poco la corsa tennistica di Medvedev. Le modifiche apportate al suo gioco si possono però interpretare come dei passi nella direzione giusta. Arrivato al Roland Garros con un record personale di 0-4, Medvedev ha trovato un po’ di fiducia sulla terra rossa e raggiunto i quarti di finale, dove però, con un certo disappunto, è stato sonoramente sconfitto da Stefanos Tsitsipas. La sconfitta deve avergli bruciato parecchio, considerato che aveva battuto il greco in sei dei loro sette match incontri prima del Roland Garros. Medvedev si è incamminato poi verso Wimbledon, e ancora una volta è arrivato agli ottavi di uno Slam, facendosi però sfilare dalle mani un vantaggio di due set a uno con Hubert Hurkacz in un incontro giocato su due giorni.

Ciononostante, durante l’estate Medvedev si rimette in forma e vince il Masters 1000 in Canada. Arrivato allo US Open da testa di serie numero due, con una silenziosa sicurezza di sé e un cauto ottimismo, Medvedev è un uomo con una missione da compiere. Approfittando di un tabellone favorevole, non perde un set fino ai quarti di finale, ma fatica leggermente contro il qualificato olandese Botic Van de Zandschulp prima di chiudere la partita con un favorevole 7-5 nel quarto set. Poi disintegra la testa di serie numero 12, Felix Auger-Aliassime, in tre set. Questa vittoria contro l’atletico canadese traghetta Medvedev alla sua terza finale Major e la seconda a New York. Per gli osservatori più attenti, l’occasione è quella giusta per pareggiare i conti con un uomo sull’orlo di un’ineffabile, storica missione, che risponde al nome di Novak Djokovic.

Il numero uno al mondo si trova a fronteggiare il tipo di pressione che solo un collega della sua straordinaria caratura può comprendere. Conquistato a giugno il suo secondo French Open, Djokovic si era portato a metà strada del Grande Slam e aveva la mente concentrata sull’ambizioso obiettivo. Ha partecipato a Wimbledon non soltanto per aggiudicarsi la vittoria del più prestigioso torneo al mondo, ma anche per vincere il terzo Slam consecutivo. A New York cercava l’ultimo pezzo del puzzle. Nessun tennista del circuito maschile dopo Rod Laver, che ottenne il suo secondo Grande Slam nel 1969, era stato in grado di aggiudicarsi i primi tre Major della stagione e posizionarsi ad un solo Major dal Grande Slam.

Rod Laver

I media e i colleghi di Djokovic l’avevano sicuramente informato che solo cinque atleti nella storia del tennis avevano vinto tutti e quattro gli Slam dell’anno, aggiudicandosi il Grande Slam. Accadde per la prima volta nel 1938, quando il californiano Don Budge – proprietario, probabilmente, del miglior rovescio che il tennis abbia mai visto – realizzò questa impresa memorabile. Poi venne il turno di Maureen Connolly nel 1953; ebbe successo principalmente perché aveva i colpi migliori del mondo tennistico femminile e per il suo footwork esemplare. Il mancino Laver – un colpitore australiano impareggiabile – conquistò il suo primo Grande Slam nel 1962 da dilettante e il suo secondo da professionista sette anni più tardi. Venne poi il turno di Margaret Smith Court, che realizzò il sogno del Grand Slam nel 1970. Diciotto anni più tardi fu la volta di Steffi Graf: la tedesca dai piedi veloci e dal dritto esplosivo rimase imbattuta ai tornei dello Slam nel 1988.

Ed eccoci all’epilogo. Nessuno dai tempi di Graf aveva più ottenuto il Grande Slam, a riprova del fatto che sia un compito estremamente arduo sia per il tennis maschile che per quello femminile. Teniamo presente anche che diversi tra i tennisti più talentuosi non sono arrivati nemmeno vicini a compiere questa impresa.

Certo, Roger Federer in tre stagioni (2004, 2006 and 2007) ha vinto tre dei quattro Slam, ma senza avvicinarsi al Grande Slam, non riuscendo in quegli anni a fare l’ultimo passo al Roland Garros. L’anno in cui vinse l’Open di Francia (2009) aveva già perso la finale dell’Austrialian Open, sconfitto da Nadal. Rafa ha conquistato gli ultimi tre Slam a Parigi, Londra e New York nel 2010, ma solo dopo aver perso nei quarti all’Australian Open. Quando nel 2009 Nadal vinse l’Australian Open, perse per la prima volta al Roland Garros contro Robin Soderling, e così le sue chance di completare il Grande Slam svanirono. Lo stesso Djokovic è riuscito nell’impresa di conquistare quattro Slam di fila, da Wimbledon del 2015 al Roland Garros del 2016. Si trovava in effetti a metà dalla conquista del Grande Slam nel 2016, perdendo tuttavia al terzo turno di Wimbledon contro Sam Querrey, e così l’opportunità è scomparsa nel nulla.

C’è anche un piccolo gruppo di giocatori che ha vinto i primi tre Slam dell’anno, avvicinandosi al traguardo del Grande Slam. Il primo di questi, dall’Australia, fu Jack Crawford nel 1933. Vinse i primi tre Slam e poi raggiunse la finale degli US Championships a Forest Hills. Ad appena un set dall’aggiudicarsi il Grande Slam, perse contro il talentuoso britannico Fred Perry. Simile il caso di un altro australiano, Lew Hoad, che si trovava a un match dal Grand Slam nel 1956 quando il suo connazionale Ken Rosewall lo sconfisse nella finale di Forest Hills. Nel 1984, Martina Navratilova vinse il French Open, Wimbledon e lo US Open. All’epoca l’Australian Open era l’ultimo Slam della stagione, e Navratilova venne battuta a Kooyong da Helena Sukova nelle semifinali. Nel 2015, infine, Serena Williams perse clamorosamente contro Roberta Vinci nella semifinale di Flushing Meadows.

E così, arrivando allo US Open quest’anno, Djokovic si è trovato circondato da tutte queste informazioni storiche. Il trentaquattrenne mirava ad affermarsi come il giocatore più anziano a vincere il Grande Slam, e nelle sue prime due ardue settimane a New York si è districato bene nel suo lato del tabellone. La sua ansia è stata palpabile sin dall’inizio, ma ad ogni match è riuscito a superare le proprie difficoltà e alzare l’asticella del suo gioco quando necessario. Nel primo round, dopo una breve crisi nel secondo set, Djokovic chiude facilmente il match per 6-1 6-7(5) 6-2 6-1 contro il qualificato danese Holger Vitus Nodskov Rune, che termina la partita con i crampi. L’olandese Tallon Griekspoor affronta Djokovic nel secondo round, dove la prima testa di serie gli concede solo sette games nel corso dei tre set. Il finalista dello US Open 2014 Kei Nishikori strappa il primo set a Djokovic prima di farsi battere per la diciassettesima volta di fila per 6-7(4) 6-3 6-3 6-2. Nei sedicesimi di finale, la giovane wild card americana Jenson Brooksby si presenta con un’alta intensità di gioco che disturba leggermente Djokovic, ma nel secondo set il trentaquattrenne ritrova il proprio passo e non lo perde più, vincendo 1-6 6-3 6-2 6-2.

Giunto ai quarti di finale, Djokovic affronta la testa di serie numero sette del torneo Matteo Berrettini. L’italiano aveva perso contro Djokovic nei quarti del Roland Garros e ancora nella finale di Wimbledon. Djokovic ha quindi la meglio per la terza volta di fila contro questo tennista dall’ottimo servizio con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 6-3. Il palco è dunque pronto per la sfida tra Djokovic e la testa di serie numero quattro Sascha Zverev, in grande forma. Il teutonico aveva vinto 16 match di fila prima del suo rendez-vous con Djokovic, conquistando la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo e poi vincendo il Masters 1000 a Cincinnati. A Tokyo, Zverev è riuscito a rimontare un set e un break di svantaggio dal 6-1 3-2 aggiudicandosi otto game di fila, e dieci degli ultimi undici, fino a vincere 1-6 6-3 6-1. Ma a New York Djokovic gioca il miglior match del suo torneo, pressando ferocemente fino a guadagnarsi una palpitante vittoria in cinque set per 4-6 6-2 6-4 4-6 6-2 in tre ore e 34 minuti di gioco. Nel quinto set, Djokovic colleziona 24 dei primi 30 punti, scappando sul 5-0. Anche se Zverev vince con onore i successivi due game, Djokovic chiude il match con aggiudicandosi un terzo break nel set durante l’ottavo e ultimo game.

Alexander Zverev e Novak Djokovic – US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

In tanti ci aspettavamo che a New York Djokovic replicasse la vittoria della finale dell’Australian Open contro Medvedev, non perché si sottovalutassero le capacità di Medvedev o si supponesse che non avrebbe combattuto con tutte le sue forze, ma perché secondo gli esperti sarebbero state l’abilità di Djokovic nei grandi match e la sua esperienza a prevalere. Dopotutto, questa sarebbe stata la sua trentunesima finale Slam, un numero da record che condivide con Federer. In aggiunta, negli ultimi anni, Djokovic è cresciuto in maniera incredibile nella sua capacità di dare il meglio nelle grandi occasioni. Prima di arrivare allo US Open, aveva vinto 12 delle sue ultime 14 finali Slam. Il record di Djokovic verso metà 2014 era di 6-7 in questi incontri, ma aveva poi vinto 14 delle successive 17 finali giocate, attestandosi a 20-10 prima di domenica. Questa percentuale di successo l’ha reso il favorito per la vittoria del ventunesimo Slam e per la realizzazione dell’obiettivo più ambizioso della sua carriera – la conquista del Grande Slam.

Ma quel che emerge già all’inizio della sfida con il venticinquenne russo è che Djokovic è ben distante dal necessario stato fisico, mentale ed emotivo. Il primo segno rivelatore l’abbiamo visto nel game di apertura. Djokovic conduce 40-15, ma poi commette quattro errori consecutivi subendo subito un break. Medvedev, chiaramente rassicurato da questo inizio, tiene il servizio portandosi 2-0 con due ace. Djokovic poi sprofonda in un 15-40, commettendo il suo ottavo errore non forzato del match. Pur vincendo quattro punti di fila e chiudendo il terzo game con due ace, Djokovic non è entrato in gara con il livello adeguato all’occasione. A Medvedev bastano solo 47 secondi per aggiudicarsi il 3-1 grazie a due ace, un servizio e un dritto vincenti. Nei successivi tre game al servizio, Medvedev concede solo due punti. Djokovic non riesce minimamente a leggere il servizio del suo avversario e, quando ci riesce, reagisce troppo lentamente. Medvedev, sicuro di sé, porta a casa il set per 6-4.

Siamo agli inizi secondo set quando Djokovic si procura delle occasioni che, se sfruttate, gli permetterebbero di alterare il corso del match. Raggiunge il punteggio di 0-40 sul servizio di Medvedev, ma manovra malamente un recupero di dritto su una palla smorzata, lasciandosi superare dal passante lungolinea del russo. Medvedev trova un ace sul 30-40, poi Djokovic sbaglia uno slice in back, buttando la palla a rete e infuriandosi. Medvedev si prende l’1-1 con un ace a cui fa seguire un servizio vincente. Djokovic salva un break point sulla strada del 2-1 e poi ottiene altre due palle break nel quarto game, ma Medvedev produce una volée smorzata bassa che provoca l’errore nel passante di dritto del serbo e poi salva la seconda con un rovescio lungo linea all’incrocio delle righe a cui Djokovic non riesce a rispondere. Medvedev raggiunge il 2-2, breakkando Djokovic nel quinto game; il russo gli concede solo due punti nei suoi ultimi tre game di servizio, chiudendo il set con un 6-4.

Djokovic è chiaramente sconfortato. Non è semplicemente fuori forma, come spiegherà dopo; sta giocando male sotto tutti i punti di vista. Medvedev arriva al 4-0 nel terzo set e presto raggiunge il 5-1. Il pubblico dell’Arthur Ashe Stadium è pieno di tifosi di Djokovic che lo incoraggiano a gran voce, senza aver però molto per cui esultare durante il match. Medvedev si guadagna un match point sul 5-2 ma commette un doppio fallo, mandando in rete una seconda a 193 km/h mentre la folla applaude per il suo errore. Commette poi un altro doppio fallo, portando Djokovic a breakkarlo. Quando Djokovic riesce a tenere nel nono game, l’applauso del pubblico, per un uomo che raramente aveva ottenuto il suo sostegno, è sorprendente e visibilmente apprezzato dal numero uno al mondo.

Al cambio campo Djokovic si commuove, asciugandosi le lacrime con l’asciugamano. Medvedev va a servire una seconda volta per il match commettendo nuovamente un doppio fallo sul 40-15. All’insaputa di tutti il russo sta combattendo contro i crampi, cosa che nasconde molto bene al suo avversario e al pubblico. Per sua fortuna, sul 40-30 la sua prima di servizio è abbastanza buona da impedire a Djockovic di rispondere, e così Medvedev sventa una potenziale crisi e con un triplo 6-4 batte il rivale per la quarta volta delle nove in cui i due si sono confrontati in carriera.

Medvedev ha gestito la situazione straordinariamente bene, isolandosi dal rumore della folla con grande disciplina. Per Djokovic la situazione dev’essere stata triste e al contempo esasperante. Avere il pubblico così fortemente schierato dalla sua parte in uno Slam è un’esperienza che non aveva forse mai vissuto. Eppure, ha faticato molto per trovare anche solo un briciolo di quello che è il suo miglior tennis. È andato a rete 47 volte nei tre set e vinto 31 di quei punti. Ha giocato sorprendentemente bene il serve-and-volley, approfittando della posizione di Medvedev nel campo, ben dietro la linea di fondo nelle sue risposte.

Novak Djokovic – US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Ma Djokovic non ha avuto né la pazienza né la tenuta fisica né l’indole di rimanere a fondo campo a palleggiare con Medvedev, come aveva invece sempre fatto in passato. Le sue gambe erano affaticate, la mente affollata. Alla fine, ha fatto il gioco di Medvedev: il russo è tra i giocatori più astuti di questo sport nel leggere la direzione che sta prendendo la partita e adattare la propria strategia di conseguenza. La scelta dei colpi di Medvedev, la variazione della velocità e del ritmo, sono state di prima categoria. Medvedev sapeva bene di non star giocando contro il miglior Djokovic, ma si trovava di fronte ad un pubblico che gli tifava contro e stava tentando di vincere il suo primo titolo Slam. È stato capace di gestire queste circostanze tutto fuorché semplici. Medvedev ha fatto tutto quel che gli è stato richiesto e molto di più. È stato estremamente professionale. A fine match, Djokovic è stato molto signorile e non si è lasciato andare all’autocommiserazione. Ha lodato Medvedev e non ha cercato scuse per la sua sesta sconfitta sulle nove finali dello US Open giocate contro cinque avversari diversi.

Non si ripresenterà un’occasione simile a Djokovic. È lodevolmente arrivato a soli tre set dal completare il Grande Slam, e questo non può certo essere visto come un fallimento. La sconfitta di New York renderà Djokovic ancora più motivato per il 2022 e per la corsa al ventunesimo slam a Melbourne, titolo che gli permetterebbe di staccare Federer e Nadal. A maggio compirà trentacinque anni, ma continua ad essere in forma per la sua età. Certo, è parso ben più vecchio di Medvedev, ma questo è da imputare alle circostanze specifiche di questo match. Ha ancora tante partite da vincere.

Per quanto riguarda Medvedev, questo trionfo lo porterà a molte alte vittorie importanti. Nei prossimi sette anni può sperare di ottenere almeno altri cinque o sei titoli Slam, se non di più. Dove arriverà dipende parecchio da quanto riuscirà a adattarsi. Medvedev ha ampiamente dimostrato di essere un giocatore prodigioso sui campi veloci, cosa che lo avvantaggerà a Melbourne e a New York, anno dopo anno. Ma riuscirà a migliorare sull’erba e sulla terra rossa? Certo, ha fatto bene nelle sue presenze ai quarti del Roland Garros, ma dovrà riuscire a dare più filo da torcere ai suoi avversari sulla terra rossa di Parigi o sui prati dell’All England Club. Se fosse riuscito a sconfiggere Hurkacz quest’anno a Londra, Medvedev avrebbe quasi sicuramente raggiunto la finale e giocato contro Djokovic. Se avesse superato Tsitsipas a Parigi, sarebbe potuto arrivare alla finale anche lì.

Il mio punto di vista è che Medvedev si farà spazio sulle altre superfici, diventando pericoloso ovunque nei prossimi anni. Lo US Open 2021 farà da trampolino di lancio per un atleta con un ampio spettro di obiettivi e una forte determinazione. Raggiungerà nuove vette nel 2022 e anche dopo.

Traduzione a cura di Giulia Bosatra

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