Gli italiani vogliono più padel: intervista a Dante Luchetti

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Gli italiani vogliono più padel: intervista a Dante Luchetti

Da Canas a Moya, passando per Robredo e Feliciano Lopez, è praticato da quasi tutti i tennisti e gli ex tennisti ispanici. Abbiamo intervistato Dante Luchetti, italo-argentino che sta portando il padel nella terra delle sue radici

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Una nuova razza di giocatori sta lentamente invadendo i circoli di tennis italiani, armati di racchette lunghe 45 cm, dal profilo considerevole (35-38mm), e pronti a giocare sulle sponde che circondano i loro campi da gioco manco si trovassero all’interno di un gigantesco flipper. I loro colpi hanno nomi esotici: “vibora” (in italiano vipera) che somiglia ad uno slap molto liftato e dal rimbalzo quasi inesistente, “bandeja” (in italiano vassoio) che è un colpo alto effettuato con la palla più bassa e laterale dello smash che porta a schiacciare la palla conferendole un notevole effetto, e lo “smash con uscita per 3 metri” che consiste in uno smash tattico molto liftato che ha l’obiettivo di fare sponda sulle pareti per uscire dalle “porte” poste al centro del campo, portando letteralmente l’avversario al di fuori di questo. Il padel, o paddle se preferite dirlo all’inglese, sta vivendo un momento felice e, una volta partito dal Messico (dove la leggenda vuole che sia nato per errore a causa di un messicano benestante che voleva un campo da tennis in un giardino circondato dalle mura dei vicini e nel quale si è accorto troppo tardi che il campo da tennis proprio non ci stava), invasi Sudamerica e Spagna sta iniziando a mettere le radici anche nello stivale. Complici di questo successo sono stati gli Internazionali d’Italia: le persone che hanno avuto modo di vedere i match allestiti o di calcare i campi, tra questi un’entusiasta Francesco Totti e Marcello Lippi, sono stati conquistati da questo gioco altamente spettacolare. Roma è capitale italiana anche del padel, in quanto già da diversi anni i circoli pionieri hanno costruito i primi campi, seguita da Bologna e Como mentre negli ultimi due anni si è verificata “l’invasione” della Romagna con aperture a Ravenna, Cervia, Misano Adriatico, Pesaro e Fano. Ed è proprio a Misano che abbiamo incontrato Dante Luchetti, italo-argentino vincitore del Masters Series di Roma nel 2011 nonché terzo ai Campionati Europei del 2006 con i colori dell’Italia. Non avendo alcuna conoscenza di padel era difficile immaginarne un atleta tipo, magari un gigante alla Djokovic o alla Michele Cappelletti del beach tennis, quando invece si presenta una persona sui 170 cm e dal fisico assolutamente normale. Vedendo nei campi del circolo giocare alcuni ragazzi all’interno della “gabbia” la prima domanda è spontanea:

È un passaggio difficile quello dal tennis al padel?

No, anche se i colpi e le impugnature sono abbastanza diversi e c’è da imparare a giocare con le sponde. Per potere giocare divertendosi bastano poche ore di pratica mentre per giocare ad un certo livello i tempi si allungano. Ho visto adattarsi molto bene al padel i giocatori di beach tennis, Antomi Ramos (ndr: n.11 del ranking ITF di beach tennis) è un talento anche su questi campi.

 

Come deve essere il giocatore tipo di padel?

Non c’è una corporatura più ideale di altre… Il fisico è molto meno predominante dell’esperienza, del ritmo, della sensibilità sulla palla e della pratica del gioco: se sai come muoverti bastano due passi ed è la pallina ad arrivare da te. Ed ecco perché nei top 10 troviamo molti giocatori over 30: conoscono il campo a memoria e quando vedono una pallina partire sanno esattamente come rimbalzerà sulle sponde.

Come mai ha così tanto successo tra i giocatori di tennis?

Credo che sia perché sviluppa molto la sensibilità sulla palla. Giocatori come Sara Errani e Tommy Robredo ci giocano un paio di volte alla settimana, Djokovic  e Nadal ci hanno provato mentre a Roma vedevo Feliciano Lopez fare delle partite di padel una volta terminate le sue partite di tennis agli Internazionali d’Italia. Quando a tennis gioca il doppio capita spesso di vedergli fare la bandeja che è un colpo tipicamente da padel.

Meglio la scuola spagnola o quella sudamericana?

Gli spagnoli sono bravissimi ma i sudamericani arrivano in Europa con la fame, devono giocare per mangiare. Quando nel 2011 ho vinto al Master Series di Roma ho dovuto dormire la prima notte e quella prima della finale in aeroporto perché non avevo soldi… Ma quando sono sceso in campo per la finale avevo una carica tale che sapevo che non avrei potuto perdere.

Quello spagnolo è un movimento che funziona?

In Spagna ci sono 4 milioni di giocatori di padel, in tv c’è una trasmissione che parla di questo sport e ai campionati spagnoli hanno partecipato 732 coppie… Ci sono bambini che crescono giocando a padel come loro sport principale. Ma in tutto il mondo questo movimento sta crescendo: nei principali tornei di tennis è ormai normale trovare campi di padel nelle fans zone e dopo del Roland Garros (Henri Leconte è uno dei più grandi sostenitori di questi racchettoni al di là delle Alpi) anche Montecarlo e persino Wimbledon hanno creato i loro campi.

In Italia come vanno le cose?

L’Italia sta vivendo un boom e dopo Roma si stanno aprendo campi anche al nord. La federazione sta lavorando bene per quanto riguarda la promozione dello sport, dal punto di vista tecnico invece servirebbero istruttori più preparati di quelli che ci sono. Per quanto mi riguarda sto girando con la mia Academy e vedo un grande entusiasmo: a Padova dove tengo corsi per istruttori, giocatori e principianti ci sono ormai più di 100 giocatori e anche a Misano c’è molto interesse e diversi ragazzi che hanno voglia di crescere. Se si andrà avanti di questo passo fra 10-15 anni si potranno avere dei numeri simili a quelli della Spagna anche qui…

F.M.

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Federer al NYT: “Mi sento completo, non avevo più nulla da dimostrare”

In una lunga intervista rilasciata al quotidiano americano, Federer fa un viaggio nel suo mondo e dice di Nadal: “Non dimenticherò mai quello che ha fatto per essere a Londra con me”

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Roger Federer - Laver Cup 2022, Londra (twitter @LaverCup)

La misurazione del tempo che passa è una delle poche oggettività democratiche su cui non si possono avere dubbi. Non possono esistere complottismi o associazionismi di più o meno identificata natura e ragione, che possano mettere in dubbio il passare del tempo. Quello che fa la differenza, che può in un certo qual modo, influenzare tutti i nostri ragionamenti è la sensazione del tempo che passa. È già infatti passata quasi una settimana da quell’ultimo dolce e romantico passaggio tra i campi da tennis di Roger Federer che in una sorta di messa laica ha salutato, onorandosi e sedendosi al banchetto dei più grandi di sempre dello sport mondiale. Una settimana che è sembrata un’eternità, come se la percezione del suo ritiro fosse traslata in un tempo infinito o in un tempo sospeso da quel 40-15 e due championship point a Wimbledon.

Nel corso di questa settimana molte sono state le pagine scritte su Federer, ma di interviste vere, poche, pochissime. Una su tutte quella concessa al New York Times e nello specifico a Christopher Clarey in cui Roger prova a ripercorrere il filo rosso che unisce momenti così intensi da essere ancora vivi, in lui, in tutti noi. E per farlo si comincia dalla fine, come spesso accade in questi casi: come si sente adesso, che è tutto finito? “Penso di sentirmi completo. Ho perso il mio ultimo match di singolare. Ho perso la mia ultima partita di doppio. Ho perso la voce urlando e sostenendo la squadra. Ho perso l’ultima volta in un contesto di squadra. Ho perso il mio lavoro, ma sono molto felice. Sto bene. Questa è la parte davvero ironica della faccenda, tutti pensano a dei finali fiabeschi felici. E alla fine per me, in realtà, è finita per essere proprio così, con questo tipo di finale: in un modo che mai avrei pensato sarebbe potuto accadere”.

Ma questa storia, che in realtà come dice Federer, può non avere il finale fiabesco che tutti sognano ha quel pizzico di romanticismo sportivo che consegna quel match e quell’evento, all’elenco delle cose da vedere almeno una volta nella vita. L’apoteosi della rivalità sportiva che si discosta da tutto per diventare qualcosa di più, da traslare oltre il campo da tennis, nella vita. Il rapporto con Rafa Nadal è tutto questo: “L’ho chiamato dopo lo US Open, non mi sembrava opportuno disturbarlo durante lo svolgimento del torneo, solo per fargli sapere del mio ritiro. E volevo unicamente informarlo di questa mia decisione, prima che iniziasse ad organizzare la propria programmazione, non includendo la Laver Cup. Gli ho detto al telefono che probabilmente avevo una percentuale di 50 e 50, o al massimo di 60 e 40 a livello di condizione generale per poter prendere parte ad un match di doppio. Infine ho aggiunto: “Guarda, ti terrò aggiornato. Fammi sapere come stanno le cose a casa, e poi ci risentiamo”. Ma invece, rapidamente, è diventato tutto molto chiaro: “Proverò a fare tutto il possibile per essere lì con te”. E questo sua risposta mi è sembrata ovviamente incredibile, perché mi aveva dimostrato ancora una volta quanto siamo importanti l’uno per l’altro e quanto rispetto reciproco c’è tra di noi. E ho solo pensato che sarebbe stata solo una storia bellissima e incredibile per noi, per lo sport, per il tennis, e forse anche oltre, dimostrando che si può coesistere in una dura rivalità sportiva arrivare a lottare per la conquista più grande e poi dire, “hey, è solo tennis”, per poi venirne fuori alla fine, consapevoli di questa grande rivalità amichevole; ho pensato che fosse finita anche meglio di quanto avessi mai immaginato. Rafa ha fatto uno sforzo incredibile per essere a Londra, e ovviamente non lo dimenticherò mai”.

Come probabilmente quello che nessuno dimenticherà mai è ciò che è avvenuto, in particolar modo tra Roger e Rafa, dopo l’ultimo punto del match (di chi fosse è ininfluente ai fini del racconto). “Penso di aver sempre avuto difficoltà a tenere sotto controllo le mie emozioni, quando vincevo e quando perdevo. All’inizio, si trattava più di essere arrabbiati, tristi e piangere; poi, piangevo di gioia per le mie vittorie. Penso che venerdì sia stato un qualcosa di diverso dal solito, ad essere onesti, perché penso che tutti i ragazzi – Andy, Novak e anche Rafa – abbiano visto la loro carriera scorrere via davanti ai loro occhi, sapendo che tutti in un certo senso abbiamo giocato e alcuni di loro giocheranno di più rispetto a quanto immaginassimo. Invecchiando, raggiungi i 30 anni, inizi a sapere cosa apprezzi davvero nella vita ma anche nello sport”. Come l’amicizia, quella vera. Avere a fianco persone che ti hanno accompagnato per tutta la vita, mano nella mano, come la foto simbolo di quella serata e forse di tante altre a venire: “È stato un attimo, un momento breve: stavo singhiozzando così tanto, tutto mi stava passando per la mente e pensavo a quanto fossi felice di vivere questo momento proprio lì con tutti al mio fianco. Credo che fosse così bello stare lì seduto con l’attenzione per un momento rivolta verso Ellie Goulding (la cantante che si è esibita in quei momenti, ndr), da dimenticare che qualcuno potesse scattare una foto. Credo che ad un certo punto non potendo parlargli perché la musica copriva tutto, l’ho toccato con la mano come a dirgli grazie.

Non era solo Roger; lo ha detto chiaramente durante l’intervista non volendo solo far riferimento ai suoi colleghi/amici, ma rivolgendosi soprattutto alla sua famiglia; a Mirka, ai suoi figli a cui ha detto: “non piango perché sono triste, piango perché sono felice”. Difficile da comprendere, difficile non trattenere le lacrime: “Era difficile ad un certo punto non piangere, per me, per loro, per tutti”. In pratica ha contribuito alla disidratazione del mondo.

Ma cosa e quando hanno fatto capire a Federer che sarebbe stato il momento di dire basta? “Si basa principalmente sulle sensazioni di non riuscire ad esprimermi ai livelli che vorrei, muovermi come vorrei. E l’età fa parte di tutto ciò. Arrivi ad un punto in cui ti rendi conto che dopo un’operazione come quella che ho fatto lo scorso anno, per tornare in campo avrei dovuto percorrere una strada, probabilmente lunga un anno. Nei miei sogni, mi sarei visto ancora in campo a giocare ma poi mi sono scontrato con la realtà dei fatti. L’ho fatto (dire basta n.d.c.) in primis per la mia vita personale. Ho lottato per rientrare perché mi sono detto, se ragiono da giocatore professionista farò una riabilitazione post intervento al 100%, al contrario dovessi ritirarmi non l’avrei fatta come si deve. Quindi ho voluto mettere a posto la gamba con una riabilitazione corretta sperando di poter tornare in campo per un 250, per un 500 o un 1000….magari uno Slam, se la magia accade. Ma non è stato così: col passare del tempo, sentivo sempre meno questa possibilità poiché il ginocchio mi creava problemi mentre lottavo per guarire. Ed è allora che alla fine ho detto, guarda, va bene, lo accetto. Non ho più nulla da dimostrare.

Ma la gente del tennis ha ancora bisogno di Federer, questa sua ultima partita ha mostrato a tutti che lo svizzero ha ancora le capacità per continuare a giocare e divertirsi, anche in semplici esibizioni: “Devo capire cosa fare adesso. Penso che sarebbe bello organizzare una esibizione d’addio che vada oltre la Laver Cup. Molta altra gente avrebbe voluto vedermi giocare e vorrebbe tutt’ora continuare a vedermi giocare, ecco perché mi piacerebbe portare il tennis in posti nuovi o in posti dove mi sono divertito”.

Ma esiste all’orizzonte un nuovo Federer o perlomeno qualcuno che giochi come lui? L’ex numero uno al mondo è piuttosto netto sul tema: “Non in questo momento. Ovviamente, dovrebbe essere un ragazzo con un rovescio a una mano. Nessuno ha bisogno di giocare come me, tra l’altro. La gente pensava anche che avrei giocato come Pete Sampras, una volta battuto, e non l’ho fatto. Penso che ognuno debba essere la propria versione di se stesso. E non una copia, anche se copiare è il più grande segno di adulazione. Ma auguro a tutti loro di trovare sè stessi, e il tennis sarà fantastico. Lo continuerò a seguire, a volte sugli spalti, a volte in TV, e spero che ci siano sempre più giocatori con il rovescio ad una mano e che giocano un tennis d’attacco. Adesso mi siederò e mi rilasserò, guardando le partite da una prospettiva diversa”.

È il primo dei fab four a ritirarsi, il più anziano del gruppo, giusto che sia così anche se ha avuto paura che a farlo fossero i suoi principali avversari, prima di lui, come Rafa con il problema al piede che non lo molla: “Mi ha anche fatto preoccupare Andy. Ricordo quando lo vidi nel 2019 in Australia dopo il match con Bautista. Mi ha guardato dicendomi: “Penso sia finita”. Ci chiesero di fare un video di saluto, ma andai da lui e gli chiesi: “vuoi davvero lasciare?”. Mi rispose: “con quest’anca non posso continuare”. Quindi sapeva che era ad un bivio della sua vita. Alla fine sono felice di aver smesso per primo perché era giusto che a finire per prima fossi io. Ecco perché mi sento bene e spero che tutti possano giocare il più a lungo possibile, a tutti loro auguro davvero il meglio”. E l’augurio sarà sicuramente senz’altro ricambiato, noblesse oblige.

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Del Potro confessa: “Il ginocchio? Cerco una cura per vivere bene, non per giocare a tennis”

L’argentino ex numero 3 del mondo parla dei suoi problemi: “Mi serve tempo per trovare lucidità e consapevolezza”

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Jaun Martin Del Potro - Buenos Aires 2022 (foto Facebook @ATPTour)

La sua ultima apparizione era stata a febbraio scorso, a casa sua in Argentina, contro Federico Delbonis. Del Potro aveva perso 61 63 e salutato il pubblico con la forte sensazione che quella potesse essere l’ultima volta. Si era infatti ritirato dal tabellone del torneo Open di Rio la settimana dopo. Da quel momento Del Potro ha dovuto continuare a combattere contro il dolore fisico: “Sono andato in Svizzera recentemente a parlare con un altro dottore” ha dichiarato al quotidiano argentino La Nación, “un nuovo trattamento mi è stato consigliato da diversi dottori, non mi resta che sperare”. Soprannominato il gigante gentile, Del Potro ha affrontato una vita piena di infortuni fisici, tra cui un problema alla rotula e un problema al polso dovuto allo schiacciamento di un tendine. “Oggi posso solo camminare, non posso correre, non posso neanche guidare per troppe ore di fila senza dovermi fermare per fare stretching. È una realtà molto dura e triste con la quale devo convivere ogni giorno” ha detto l’argentino affranto. “Non ero preparato a tanta sofferenza, non so come fanno gli altri atleti a convivere con questo tipo di dolore” ha continuato l’ex numero 3 del mondo. Lui è stato uno dei primi grandi campioni a ritirarsi in questo 2022. Ma a differenza di altri, lui sta per compiere 34 anni e vorrebbe poter continuare anche se confessa: “Sto iniziando a perdere la fiducia che avevo all’inizio, quando provavo un trattamento nuovo speravo sempre che fosse la volta buona. Ma alla fine non funzionava mai”. 

Il gigante gentile ha parlato anche del triste momento che sta passando ma con la speranza di poter tornare un giorno a competere: “Non voglio chiudere con il tennis, voglio lasciare la porta aperta. Saranno la vita e il tempo a dirmi come andrà a finire”. Oltre a raccontare quello già molti sanno, questa volta l’argentino ha spiegato alla Nación di come lui ora sia alla ricerca di una cura per la vita e non più per il tennis. Alla domanda: “quand’è stata l’ultima che hai preso la racchetta in mano seriamente?”, lui ha risposto: “Al torneo di Buenos Aires, lo scorso febbraio. Ero arrivato reduce da tanti trattamenti, avevo preso un sacco di antidolorifici e mi sono detto: ora che faccio? Butto via tutta questa fatica o entro in campo per giocarmi quella che potrebbe essere la mia ultima partita? Alla fine sono contento di essere sceso in campo, perché se è vero che quella è stata l’ultima almeno ero a casa mia, con la mia gente e la mia famiglia. È stato comunque spettacolare”. E poi ammette: “Ma ora non sto cercando però l’ennesima cura per giocare a tennis, sto cercando una cura per continuare a vivere con serenità”. Alla domanda: “Come riempi le tue giornate ora che non c’è più il tennis a riempirle?”, Del Potro risponde sinceramente: “Non lo so, ogni giorno non sono preparato ad affrontare il giorno successivo e mi chiedo cosa sarà, cosa farò”.

A pochi giorni dall’addio di Roger Federer, l’argentino definisce così il re del tennis “lui ha aperto la strada per la perfezione nel mondo del tennis”. I due negli anni hanno costruito un’amicizia sincera e consolidata e Del Potro è rimasto molto sorpreso quand’è venuto a conoscenza che Roger si sarebbe ritirato dopo la Laver Cup e confessa: “in cuor mio ho creduto di vederlo giocare ancora una volta Wimbledon nel 2023, non mi aspettavo lasciasse adesso”.

 

Quando gli viene chiesto se ha immaginato di giocare contro talenti esordienti come Sinner e Alcaraz risponde: “Sì, mi sarebbe piaciuto, si stanno trasformando e stanno diventando davvero forti e potenti. Ho visto la partita che hanno giocato allo US Open, davvero intensa. Però a entrambi mancano ancora alcune variazioni. Stanno molto sulla riga di fondo e colpiscono forte ma sono sicuro che col tempo diventeranno sempre più completi”. Durante l’intervista gli è stato anche chiesto se riesce a pensare di essere un giorno allenatore e Del Potro ha risposto: “Ho parlato di questo proprio con Juan Carlos Ferrero, e gli ho chiesto come fa a viaggiare così tanto. Lui mi ha risposto che ora viaggia così tanto perché si tratta di Alcaraz. Però prima di quel momento è stato cinque anni a casa con la sua famiglia e si è preso il tempo necessario. Forse è proprio quello che a me serve ancora tanto: il tempo. Per trovare lucidità e consapevolezza di quello che succederà. Quello che però mi fa già stare bene è quando vedo che i giovani mi ascoltano e fanno tesoro dei consigli che gli do. Il problema di adesso è solo che io mi sento ancora uno di loro”.

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Djokovic: “Ho ancora fame e passione, il mio ritiro non dipenderà dal numero degli Slam”

Nel Media Day dell’ATP di Tel Aviv, Novak parla di ritiri, della sua formula per il successo e del ricambio generazionale, ma avverte, “io e Nadal non ci arrenderemo facilmente”

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Novak Djokovic – ATP Tel Aviv 2022 press conference (foto via Twitter @telavivopen)

Non gioca un torneo da Wimbledon, dove peraltro ha alzato il suo settimo trofeo, non partecipa a un evento del Tour che distribuisce punti dal Roland Garros e, soprattutto, da parecchi anni non cammina sul suolo israeliano. Da questa settimana, però, Novak Djokovic può finalmente coniugare questi verbi all’imperfetto. Reduce dall’esibizione ufficiale della Laver Cup dove ha dominato Frances Tiafoe – che avrebbe poi giocato insieme a Sock lo storico doppio contro Federer e Nadal con annesse polemiche nostrane – e perso da Auger-Aliassime lamentando un problema al polso, Nole è infatti già stato in campo all’International Convention Center per il suo primo allenamento in attesa di esordire giovedì al Tel Aviv Watergen Open contro il vincente fra Andujar e Monteiro. E ha anche avuto modo di parlare con i rappresentanti dei media della sua stagione “particolare”, del segreto del suo successo, del ritiro non solo di Roger e di altro ancora. Si parte naturalmente con la sua presenza in Israele.

“Sono contento di essere di nuovo in Israele dopo un bel po’ di anni. Credo fosse il 2006, per il tie di Coppa Davis tra Israele e Serbia [allora Serbia e Montenegro, ndr] al Canada Stadium di Ramat Hasharon, una delle atmosfere migliori e più rumorose mai vissute. Persone davvero appassionate e mi piace questa passione, questo amore della gente per lo sport. E’ la seconda volta ho visitato Gerusalemme, ma ormai ho dimenticato alcune cose che ho visto e quindi spero di trovare il tempo per tornare a vedere i luoghi improtanti. Ma questa settimana si tratta principalmente di giocare a tennis.”

La successiva domanda, scontata e quasi retorica, è cosa ci faccia all’ATP 250 di Tel Aviv il 21 volte campione Slam.

 

“Mi sono perso un paio di grossi tornei quest’anno per circostanze che… non mi permettevano di viaggiare, poi pensavo alla mia programmazione, quali tornei giocare. Avevo l’impegno della Laver Cup a Londra e poi volevo giocare due o tre settimane di fila, quindi Tel Aviv era perfetto da questo punto di vista. E, naturalmente, anche perché non venivo da tanto e allora avevo avuto un’esperienza fantastica. Ho anche collaborato per anni con persone israeliane, come il mio preparatore atletico, il mio manager.”

Djokovic è anche presente nel tabellone di doppio. Pochi giorni dopo aver assistito dalla panchina al match di addio di Roger Federer, Nole sarà invece in campo per accompagnare un altro addio al tennis professionistico, quello di Jonathan Erlich, israeliano, ex quinto giocatore del mondo di specialità e attualmente 317°, posizione tutt’altro che disprezzabile parlando di un classe 1977. Alla domanda sul perché abbia accettato di giocare con lui, Novak risponde partendo con una battuta che gli fa guadagnare simpatie e consensi:

“È il contrario, è lui che ha accettato di giocare con me! Sono onorato di essergli al fianco nel suo ultimo torneo, davanti ai suoi connazionali. Cercheremo di vincere più incontri possibile. Siamo entrambi agonisti, ci piace vincere… Sarà attraversato da tante emozioni diverse dentro e fuori dal campo. Non l’ho ancora visto qui, sono arrivato ieri. Avrò la possibilità di vederlo tra stasera e domani e ci alleneremo un po’ insieme”.

Gli viene poi domandato come si mantenga in forma dal punto di vista mentale e fisico non avendo potuto disputare diversi tornei.

“Non è una situazione comune. Gioco come professionista da vent’anni, sono stato fortunato per aver ottenuto alcuni grandi successi, perché la mia traiettoria verso il vertice è stata quasi sempre verso l’alto, nella giusta direzione, e per aver mantenuto quel livello nel tempo. Ma negli ultimi anni ho iniziato a dare la priorità anche al tempo con la famiglia, con i figli, cercando di trovare un equilibrio, quindi ho cercato di selezionare gli eventi a cui partecipare e dove giocare il mio miglior tennis. Purtroppo quest’anno non ho potuto partecipare a due tornei dello Slam. Non è tanto difficile mantenere il giusto stato fisico ed emotivo. Più complicato quello emotivo per via delle circostanze che non avevo mai affrontato in vita mia. Mi sono tenuto in forma fisicamente, ma il lato negativo è non giocare match ufficiali. Più ne giochi, più ti senti a tuo agio. Per questi non vedo l’ora di giocare qui, sperando di arrivare in fondo.”

Un giornalista gli cita una sua presunta dichiarazione (“finché gioca, Rafa è il mio principale avversario”). È autentica? E a Tel Aviv chi è l’antagonista per eccellenza?

“Chiunque sia in campo contro di me è un rivale e io voglio batterlo. Ma il mio più grande rivale è senza dubbio Nadal, tra noi ci sono stati più match che in qualsiasi altra rivalità nella storia del tennis. Spero che avremo l’opportunità di giocare tante altre volte perché è eccitante per noi ma anche per gli appassionati. Poi, certo, c’è Alcaraz, numero 1 del mondo, leader della giovane generazione – Medvedev, Zverev, Tsitsipas, Rublev, ragazzi che sono da un po’ stabilmente al vertice. È il ciclo naturale, le cose cambiano, altri giocatori hanno la responsabilità di sostenere il tennis. Ma io e Rafa non ci arrenderemo facilmente.”

Si va poi su argomenti diverse ma parimenti delicati: l’aver guardato da casa i due Slam a cui non ha potuto partecipare e la situazione del polso. Novak parte da quella facile:

“Oggi mi sono allenato per quasi due ore ed è andato tutto bene, sono felice di essermi lasciato alle spalle questo mini-infortunio”. Un sospiro e via con l’altra: “Non è mai facile guardare i match degli Slam sapendo di essere preparato e pronto per andare a giocare, ma è una situazione che devo accettare, perché ho preso una decisione e queste sono le conseguenze”.

Una giornalista vuole sapere le chiavi del successo di Djokovic nel corso degli anni – qui sono tanti quelli pronti a prendere appunti.

“Non c’è un unico segreto o una chiave che risolva ogni problemi. È una combinazione di fattori che fanno parte del tuo carattere, del tuo ambiente, del modo in cui cresci, chi sei, come ti alleni, qual è il tuo stile di vita, e che creano un’immagine completa del successo. È una formula che ha funzionato per me, ma cambio e innovo costantemente anche me stesso perché non credo nella stagnazione, si regredisce o si progredisce. Negli ultimi due anni con i giovani, soprattutto Alcaraz, pieni di adrenalina, motivati a comandare il gioco e vincere i grossi tornei, devi continuamente capire cosa migliorare e come portarti a un livello più alto in modo da sopportare la pressione che arriva da questi ragazzi.”

Il ritiro di Federer pochi giorni fa ha fatto pensare un po’ tutti alle circostanze del ritiro degli altri due terzi del Big 3 e non è azzardato supporre che i primi ad averci riflettuto siano proprio Rafa e Nole, sebbene quest’ultimo vanti ancora uno stato di forma eccellente. Il “quando” di Novak ha a che fare solo con il numero di Slam?

“Prima di tutto, parlo di Roger. Ho un grande rispetto per lui, per quanto ha contribuito al nostro sport dentro e fuori dal campo. Ha avuto una carriera epica di cui dev’essere fiero. Ha lasciato un’eredità e un un’impronta che rimarranno in eterno. Ha trasceso il tennis. Non avrebbe potuto pensare a uno scenario migliore per l’addio, con i rivali sul campo, gli amici, la famiglia, il suo team. Vedere lì i suoi figli, la sua famiglia, mi ha fatto emozionare e ammetto di aver pensato a come sarà per me. Anche a me in quel momento piacerebbe avere accanto la mia famiglia, le persone più care e i miei più grandi rivali perché aggiungono qualcosa di speciale. Sono stato fortunato per il successo e per essere rimasto in salute durante mia carriera, raggiungendo praticamente tutto quello che si può raggiungere nel tennis. Ma ho ancora fame, ancora passione per il gioco, mi piace sempre allenarmi. I tornei dello Slam e i principali eventi dell’ATP sono quelli che contano di più, anche giocare per il mio Paese mi realizza profondamente. Finché avrò questa predisposizione, questa motivazione, continuerò. Non ho in mente un numero di anni o di tornei, semplicemente andrò avanti.”

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