Gianluigi Quinzi in esclusiva: "Dopo Wimbledon ho cominciato a sentire la pressione"

Interviste

Gianluigi Quinzi in esclusiva: “Dopo Wimbledon ho cominciato a sentire la pressione”

La più grande promessa del tennis italiano parla in esclusiva ad Ubitennis: Gianluigi Quinzi, vincitore del torneo di Wimbledon juniores nel 2013, confessa che il suo problema è soprattutto di carattere mentale. Il sogno dello Slam

Pubblicato

il

Di Gianluigi Quinzi, classe 1996, si è parlato e si parla molto. Considerato la stella nascente del tennis azzurro, ha cominciato a praticare questo sport all’età di 3-4 anni con il maestro Antonio Di Paolo presso il circolo tennis di Porto San Giorgio, del quale il padre era presidente (e prima di lui il nonno). All’età di otto anni ha partecipato ai Campionati Americani giovanili in Florida, torneo denominato Little Mo in onore della mitica Maureen Connolly. Lì viene subito notato da un direttore dell’Accademia Bollettieri e successivamente riceverà una borsa di studio dallo stesso Bollettieri. Da allora la sua vita è cambiata: dopo l’esperienza in America si è allenato con Sebastian Vazquez, il suo ultimo coach è Giancarlo Petrazzuolo. Al momento la speranza del tennis italiano si allena ancora all’Accademia di Bollettieri in attesa di cominciare una nuova collaborazione con un coach. Il tennista marchigiano ha conquistato 6 titoli ITF, è stato numero uno nella categoria juniores e nel 2013 ha ottenuto il suo più grande successo: la vittoria al torneo di Wimbledon juniores. Però la sua carriera sembra progredire troppo lentamente (Gianluigi è ancora numero 340), soprattutto considerato i risultati raggiunti dal suo rivale di quella “storica” finale, Hyeon Chung, ormai alle soglie della Top50. Ubitennis lo ha incontrato per scambiare due chiacchiere.

Da bambino hai praticato diversi sport, tra cui lo sci, nel quale hai ottenuto un buon risultato e inoltre tua madre è stata nella nazionale di sci (oltre ad essere stata una campionessa nella pallamano). Cosa ti ha spinto a lasciare lo sci per il tennis? Cosa ti ha affascinato di questo sport?
Fondamentalmente, pur piacendomi molto lo sci, l’ho abbandonato perché – in virtù dell’esperienza di mia madre che si era rotta le ginocchia facendo una brutta caduta – ho capito che è uno sport pericoloso. E poi i miei genitori vedevano che nel tennis andavo molto bene e quindi alla fine ho scelto il tennis. Inoltre volendone fare un lavoro, meglio il tennis, lo sci sarebbe stato più complicato.

Tutti i fan del tennis italiano (e non solo) ti considerano l’astro nascente del tennis italiano. Senti il peso di questa, chiamiamola così, responsabilità?
Il peso si sente per tutto. Bisogna convivere con le pressioni. Io devo ancora fare tanto, sono solo all’inizio, però, anche nel mio piccolo, penso che bisogna saper gestire bene le pressioni, perché altrimenti non puoi giocare ad alti livelli. È così in ogni campo. Non bisogna aver paura di affrontare le responsabilità, perché se si affrontano bene, si diventa più forti e si acquista fiducia.

 

Il fatto che i tuoi genitori siano amanti dello sport, ti aiuta a superare i momenti di difficoltà o aumenta le aspettative che tutti hanno nei tuoi confronti?
I miei genitori mi hanno aiutato sempre. Li ringrazio tanto per avermi dato l’opportunità di praticare questo sport. Mi hanno aiutato anche dal punto di vista economico, dandomi la possibilità di andare in America e questo non è da tutti. Quindi li ringrazio moltissimo. Ovviamente anche loro vogliono che io vinca, però mi aiutano nei momenti di difficoltà.

Cosa pensi che manchi al tuo gioco per fare il cosiddetto salto di qualità?
In questo momento mi manca soprattutto la fiducia nello stare in campo. Purtroppo non sto vincendo molte partite e quindi sto perdendo un po’ di fiducia nelle mie capacità. Non è facile, per diventare forti bisogna allenarsi tanto. Però il bello di questo sport è che ogni settimana hai sempre un’opportunità in più. Ma adesso devo migliorare soprattutto mentalmente.

Cosa puoi fare per perfezionarti ogni giorno?
Penso che facendo le cose giuste e migliorando mentalmente, magari con un appoggio tecnico posso andare avanti, perché, stando senza allenatore, ho perso fiducia.

Nel corso della tua carriera hai cambiato diversi allenatori, sei passato da Tenconi a Petrazzuolo negli ultimi mesi. Ci sono stati problemi di tipo caratteriale o tecnico?
Dipende da ognuno. Adesso ho un buon rapporto con tutti. Non è facile per l’allenatore stare 24 ore su 24 a contatto con il giocatore per diverso tempo. Sono intervenuti diversi fattori, da quello mentale a quello tecnico. Un po’ tutti e due insomma.

A proposito di allenatori: all’età di 8 anni sei stato notato da Nick Bollettieri, che di recente ha anche parlato di te, consigliandoti di giocare più d’attacco. Nick ha scoperto tantissimi talenti (da Agassi alle sorelle Williams) e penso che la sua accademia sia tra le migliori nel mondo. In cosa ti ha aiutato? Quali pensi che siano le sue carte vincenti che lo portano ad essere uno dei migliori tecnici del tennis?
Nick Bollettieri in pochi minuti riesce a capire quello che sbagli e quello che non sbagli. È davvero molto bravo. Io lo conosco da quando ero piccolo, ho lavorato con lui all’età di otto anni: mi svegliavo alle quattro e mezza di mattina per allenarmi. Ora, ovviamente, non mi segue più, anche se io mi appoggio all’accademia, spesso vado lì ad allenarmi. Da bambino mi ha aiutato tanto perché si capiva che teneva a me. Vede subito le qualità che ha un giocatore, cosa c’è da perfezionare e impiega pochissimo tempo per far migliorare un tennista. Parla chiaro e ci mette tanta passione anche con ragazzini che magari non sono fortissimi. In quei quattro anni in cui sono stato con lui mi ha aiutato davvero tanto.

In virtù dell’esperienza con Bollettieri, pensi che le nostre scuole di tennis debbano prendere come modello l’accademia americana?
Questo non lo so. Non so dire quale possa essere la chiave vincente per il tennis italiano. Posso dire che, secondo me, in generale, non specificatamente in Italia, il tennis è uno sport in cui la parte mentale conta moltissimo: essere lucido, riuscire a sopportare le pressioni, non avere paura di entrare in campo e perdere. Tutto ciò fa la differenza. Certamente anche fisicamente bisogna essere preparati. Se si hanno queste due caratteristiche la tecnica si perfeziona più facilmente.

Al momento sei alla posizione 340 del ranking, ma hai ottimi margini di miglioramento. Secondo te cosa fa la differenza tra i primi 100 del mondo e gli altri?
I primi 100 sono tutti forti chiaramente. Rispetto a quelli come me, vincono perché sono più intelligenti tatticamente, sono più freddi nei momenti importanti, sono più maturi di me quando si trovano in campo. Anche fisicamente si allenano moltissimo, ore ed ore, e quindi si stancano di meno in partita. Rispetto ad uno come me hanno una tenuta mentale e fisica notevole.

Nel 2013 hai vinto Wimbledon juniores e hai regalato a noi amanti del tennis momenti molto emozionanti. Cosa ti ha lasciato quella vittoria e cosa è cambiato da quel momento?
Quella vittoria mi ha lasciato sorpreso: non mi aspettavo di vincere. Quell’anno volevo vincere uno Slam e mi sentivo in gran forma anche se avevo perso al torneo precedente, ma mi sentivo davvero bene, tanto che lo dissi anche al mio coach. Alla fine ho vinto Wimbledon e non ci potevo credere. Da quel momento ho acquisito tanta fiducia in me. Dopo ho cominciato a sentire la pressione perché tutti mi volevano come se fossi una star, anche se in realtà non avevo vinto ancora nulla. Infatti da lì agli ultimi due anni le mie prestazioni sono un po’ calate, non sono riuscito ad esprimere il mio tennis.

Quali obiettivi ti sei posto per l’inizio della prossima stagione? I tuoi sogni?
Giocare bene ed essere sereno. I miei sogni? Non so quanto sia realizzabile, ma vorrei vincere uno Slam.

Continua a leggere
Commenti

Flash

Miami, la maturità di Jannik Sinner: “A 19 anni o vinci o impari”

Jannik nasconde la sua giovane età dietro una grande ambizione, nonostante la sconfitta: “Non mi ha preso a pallate, sono io che ho sbagliato molto. Quando perdo voglio subito capire perché ho perso”

Pubblicato

il

Jannik Sinner - ATP Miami 2021 (via Twitter, @atptour)

La grande settimana di Jannik Sinner purtroppo non ha avuto un degno lieto fine e si è conclusa con la sconfitta in finale contro l’amico Hubert Hurkacz, anch’egli esordiente in un ultimo atto di questo livello. La delusione è ovviamente forte, com’è giusto che sia, ed è anche abbastanza evidente dall’espressione dipinta sul suo volto. Anche perché l’azzurro era venuto a Miami con le idee chiare e discrete ambizioni. “Sono venuto qui con l’idea di vincere, visto che Rafa, Novak e Roger non avrebbero giocato. Sono venuto qui con l’idea di vincere e, partita dopo partita, di controllare il gioco. Adesso è difficile parlare della finale, ci sono ancora dentro con la testa. Ma penso di poter imparare molto“.

Qualche rimpianto c’è in effetti, soprattutto per quel break subito al momento di servire per il primo set sul 6-5. Jannik ha poi finito per perdere il parziale al tie-break, ritrovandosi addirittura sotto 4-0 nel secondo. A fine partita, Sinner ha provato a analizzare a caldo quel parziale negativo, senza colpevolizzarsi né viceversa nascondersi dietro a un dito. “Ho iniziato a servire peggio, ho fatto qualche errore in più ma se mi trovo in vantaggio 6-5 e poi finisco sotto 7-6 4-0 non vuol dire che ho avuto un blackout, io sono sempre lì per provare a giocare tutti i punti. Non butto via punti senza senso, ho fatto qualche errore ma adesso è difficile analizzare, sono appena uscito dal campo“.

Sì, mi capita spesso di perdere il servizio a inizio partitadice poi Jannik, confermando la sensazione del direttore Scanagatta. “E spesso vado sotto 0-15 quando servo; non so perché, lo dobbiamo analizzare con Riccardo (Piatti, ndr). E quando succede non è semplice venire fuori dalla situazione, perché ti ritrovi dietro nel punteggio. Però è finita 7-6 6-4, non 6-1 6-1. Ho provato a fare il mio gioco, a fare del mio meglio. Ci sono riuscito un po’ sì e un po’ no, ma ho provato sempre a decidere io come giocare tutti i punti. Però lui non è andato 7-6 4-0 grazie a colpi vincenti, sono io che ho sbagliato molto. Non mi ha preso a pallate. Oggi, per la mia crescita, è più giusto fare così, provare a fare il vincente piuttosto che rimanere passivo“.

 

Sinner non è però pentito di come ha gestito la partita, cercando sempre di tenere il comando delle operazioni e di prendere per primo l’iniziativa, anche a costo di sbagliare. “Nelle altre partite del torneo ho sempre deciso come giocare, cosa fare con la palla. Ho commesso errori anche le altre volte, certo, ma oggi proprio non era la mia giornata. Quando hai 19 anni, o vinci o impari. Ovviamente avrei voluto vincere, ero un po’ nervoso ieri e oggi all’inizio del match. Semplicemente non era il mio giorno, congratulazioni a Hubi“.

Hurkacz in effetti ha ampiamente meritato il successo, oggi come nel corso della settimana. Sorprendendo uno dopo l’altro quattro top 20 e anche lo stesso Sinner, che lo conosceva già, avendoci giocato insieme in doppio a Dubai, ma forse non così bene. “Sapevo che serve bene e che gioca meglio di rovescio, ,a non mi aspettavo che si difendesse così bene. Pensavo che si muovesse un po’ più lento e invece è davvero veloce in campo. Oggi è stato un esame che non sono riuscito a passare. Vediamo come andrà il prossimo esame”.

Jannik Sinner e Hubert Hurkacz, stretta di mano – ATP Miami 2021 (via Twitter, @atptour)

Riguardo alla sua amicizia con il polacco e l’eventuale ruolo giocato dalla stessa nella partita odierna, Jannik ha prontamente sgombrato ogni dubbio: essere amici non influenza l’andamento del match né il match influenza l’amicizia. “Quando giochi il doppio con qualcuno e il torneo successivo ci giochi contro, ovviamente è strano. Non stavo pensando a quello però, ero concentrato più sul gioco e su quello che dovevo fare. Mi piace giocare il doppio con lui, quando ti senti a tuo agio con qualcuno è bello giocarci insieme. Però non credo giocheremo il doppio insieme in tutti i tornei, in quelli più importanti sarà difficile. Ma non vedo l’ora di affrontarlo di nuovo in singolare e prendermi la rivincita“.

La finale di quest’anno è stata la più giovane in questo torneo dal 2009 (Murray-Djokovic) e in generale la quinta più giovane nella storia di Miami. Sinner ha ovviamente commentato con piacere l’evento, ma con altrettanta cautela ha ammesso che il cambio della guardia è ancora di là da venire. “Credo che la NextGen sia divertente da vedere. Prima di tutto, perché non ci conosciamo benissimo tra di noi e anche il pubblico ancora non ci conosce. Però deve ancora dimostrare di poter battere i Big3, non sembra ancora pronta per batterli con una certa frequenza

Ora è tempo di riposarsi un po’ (ma non troppo) e di riflettere a mente più fredda sulla sconfitta, indagandone a fondo le motivazioni. “O vinci o impari” è il mantra di Sinner, ben lontano da un certo qual vassallaggio e/o quasi indifferenza che spesso abbiamo visto trasparire dalle conferenze stampa di altri giovani. “Io quando perdo cerco sempre di capire perché ho perso. Lo voglio sapere subito, infatti ho già chiamato Riccardo e ho parlato con Andrea (Volpini, ndr) che è qui. Io sono duro perché ho sempre fatto così, voglio capire anche quando vinco subito cosa ho sbagliato. Oggi volevo vincere, ma questa partita mi aiuterà tanto in futuro. La potevo vincere, ho fatto io il gioco e deciso cosa fare, ma ho sbagliato spesso. Adesso non c’è tanta pausa, perché non gioco da tanto sulla terra e c’è subito Montecarlo“.

Il piano è chiaro, i limiti sono chiari, anche a Sinner stesso. Il diavolo sta nei dettagli dopotutto e questo è pur sempre lo sport del diavolo. “Lavorerò tanto con Sirola, forse più sulla parte fisica che sul tennis, perché è l’aspetto in cui devo migliorare di più. Sono bravo a rimanere lì con la testa su tutti i punti e affrontare sempre le difficoltà. Non ho paura di quello che sto facendo e di quello che devo fare. Però fisicamente devo ancora migliorare e lo sento in campo, soprattutto negli scambi lunghi. Ad esempio la partita contro Khachanov è stata dura, devo migliorare tanto sotto quell’aspetto. In fondo un torneo non dice nulla, la strada è lunga e devo capire tantissime cose“.

Continua a leggere

Flash

Hurkacz: “Per battere Sinner devi fare qualcosa di speciale”

Il vincitore del torneo di Miami si è detto felice ma non sazio: “Devo continuare a migliorare ogni giorno”

Pubblicato

il

Hubert Hurkacz - Miami 2021 (foto Twitter @ATPTour)

È un Hubert Hurkacz estatico quello che si è presentato in conferenza stampa dopo la vittoria del titolo di Miami, e non potrebbe essere altrimenti. Il polacco (che da oggi sarà N.16 ATP, un miglioramento di 21 posizioni) ha battuto cinque giocatori che lo precedevano in classifica (fra cui due Top 10) ed è diventato il giocatore con il ranking più basso a vincere un Masters 1000 dai tempi di Tomas Berdych a Bercy 2005, e sta ancora cercando di capacitarsi di quanto successo: “Sono veramente felice per aver vinto quello che finora è il titolo più importante della mia carriera, è un momento speciale. Ho giocato il mio miglior tennis di sempre o giù di lì. Sono stato solido per tutto il torneo, e ogni volta che passavo un turno mi sentivo ancora più carico per quello successivo”.

IL MATCH DI OGGI E IL RAPPORTO CON SINNER

Non è un mistero che i rapporti con Jannik Sinner siano eccellenti, e quindi non sono mancati i complimenti all’avversario di ieri: “Si è trattato di un match molto duro. Per battere Jannik devi fare qualcosa di speciale, è un giocatore fantastico e anche una persona fantastica, avrà un grande futuro. Ho cercato di essere il più solido possibile perché lui ha colpi pesantissimi, e se glielo lasci fare lui prende il controllo; ho dovuto mischiare le carte in un paio di occasioni e cambiare ritmo per arginare la potenza dei suoi colpi a rimbalzo. Lui è in grado di buttarti fuori dal campo, e quindi ho cercato di far sì che non succedesse rimanendo aggressivo e lottando su ogni palla”.

Durante il match, Hubi ha dimostrato una grande capacità nel gestire i momenti della partita, breakkando a zero quando Sinner ha servito per il primo set e alzando improvvisamente il livello di aggressività all’inizio del secondo, ma inevitabilmente ha sentito un po’ di tensione quando l’italiano è tornato a farsi minaccioso: “Lui ha iniziato a giocare meglio quando ho avuto la chance di salire 5-0 nel secondo ed è tornato in partita; in quel frangente mi sono un po’ innervosito, lui ci ha provato e mi è arrivato molto vicino. Ho solo cercato di lottare per innalzare il mio livello e vincere qualche punto in più”.

 

L’occasione era di quelle irripetibili, viste le assenze di così tanti top player, ed entrambi hanno saputo approfittarne: “Senza i Big Three nel torneo, tutti noi della Next Gen abbiamo provato a dare il nostro meglio e di competere al limite delle nostre possibilità – spero che gli spettatori si siano divertiti e che abbiano apprezzato. Jannik in questo senso è un grande giocatore e competitor, la sua presenza è un bene per questo sport. Ovviamente non sta a me giudicare il nostro livello, spero solo che le persone si siano divertite a guardarci e sostenerci qui a Miami”.

Come detto, i due sono molto legati, e gli è quindi stato chiesto delle origini della loro amicizia: “Da quel che ricordo ho iniziato ad allenarmi con Jannik durante i Challenger italiani nel periodo in cui ho raggiunto la Top 100, quindi più o meno tre anni fa. In quel torneo lui perse nelle qualificazioni, ma era già uno che si allenava tutti i giorni. Poi mi ricordo di averlo visto allenarsi a Montecarlo nel 2019, e da lì ha iniziato a ricevere wildcard e a giocare bene anche a livello ATP. Lui è sempre stato molto gentile, ed è incredibilmente professionale, vuole sempre migliorare; gli auguro il meglio per il futuro”.

LA FLORIDA E IGA SWIATEK

In questa stagione Hurkacz ha dieci vittorie su dieci nei match giocati in Florida, visto che ha vinto anche il torneo di Delray Beach a gennaio – forse essere di casa aiuta, così come aver già vinto nel 2021: “L’anno scorso sono rimasto in Florida per circa metà dell’anno, quindi sono riuscito ad abituarmi alle condizioni di gioco, sicuramente questo è stato un elemento importante per il mio successo. La mia autostima è stata molto alta dall’inizio della stagione, e vincere un titolo di questo tipo è un grande incentivo in termini di motivazione e fiducia in me stesso, perché sono riuscito a tirarmi fuori da alcune situazioni molto complicate”. Anche per questo si è trovato bene, seppur con pochi spettatori: “L’atmosfera durante la finale e le ultime partite del torneo è stata fantastica. Gli spettatori si sono fatti sentire e hanno tifato per noi. Certo, sarebbe più bello se gli spalti fossero piani, ma è comunque stato piacevole, e poi a me piacciono molto la Florida e Miami”.

Va poi sottolineato che il movimento polacco si sta abituando a grandi successi: lui stesso ha vinto un 1000 in doppio a Bercy lo scorso novembre, e un mese prima Iga Swiatek ha conquistato (sempre a Parigi) il suo primo Slam – è stato importante per lui? Sono stato davvero orgoglioso di Iga, quello che ha fatto a Parigi è stato fantastico. Credo abbia permesso a noi, a me, e a tutti i giovani polacchi di credere che sia possibile vincere dei grandi tornei. A mia volta spero di poter ispirare le persone in Polonia, sono orgoglioso di essere polacco e grato di tutto il supporto che ricevo”.

Ora che è arrivato un titolo di questa importanza, però, Hurkacz non ha intenzione di fermarsi: “Il mio livello sta crescendo, anche perché lavoro molto duramente con CB, il mio coach [Craig Boynton, ndr]. Ovviamente ci sono ancora un paio di aspetti da migliorare, per questo dobbiamo lavorare ogni giorno, anche perché pure i miei avversari lavorano tanto, e quindi devo cercare di crescere per poterli battere”.

Continua a leggere

Flash

Bianca: “Non mi vergogno a mostrare le mie emozioni”. Ashleigh: “Non devo provare di essere la n.1”

Le parole di Bianca Andreescu e Ashleigh Barty dopo la finale del Miami Open

Pubblicato

il

Bianca Andreescu (di schiena) e Ashleigh Barty (di fronte) - finale Miami Open 2021 (foto Twitter @MiamiOpen)

 La Congenital Insensitivity to Pain with Anhidrosis (CIPA) è una patologia congenita molto rara del sistema nervosa che impedisce ad un individuo di sentire dolore. Qualcuno potrà pensare che si tratti di una manna dal cielo, ma in realtà si tratta di una malattia molto pericolosa perché il dolore è il segnale che il nostro corpo manda per far capire che qualcosa non va.

Bianca Andreescu sembra patire le conseguenze di una sindrome simile, perché la sua straordinaria carica agonistica che più e più volte le ha fatto letteralmente rifiutare la sconfitta anche in situazioni disperate sembra spingerla a giocare oltre il dolore e oltre i limiti del suo stesso corpo. Anche in questa finale del Miami Open, nella quale un incidente abbastanza fortuito a una caviglia l’ha resa sostanzialmente incapace di continuare a giocare, Bianca avrebbe voluto continuare, “ma il mio preparatore atletico Abdul mi ha salvato da me stessa e mi ha fatto capire che avrei dovuto fermarmi” ha dichiarato durante la conferenza stampa post-match in un discorso interrotto più volte dalle lacrime.

Era già accaduto prima, era già accaduto che avevo spinto il mio corpo fino a peggiorare il problema che mi stava fermando. Questa volta mi sono fidata del mio team, e so che è stata la decisione giusta”.

 

È stato comunque un torneo positivo per me – ha aggiunto una volta ricompostasi – ho passato talmente tante ore in campo che mi sembra di aver giocato tre tornei in uno, ed è fantastico, perché ha aiutato molto la mia fiducia. In Australia mi sentivo soverchiata da tutto quello che stava succedendo, e sono contenta di aver giocato i miei primi match al rientro, perché sono convinta che quelle partite mi abbiano aiutato a raggiungere questo splendido risultato”.

Ci sono state parole di grande apprezzamento per la sua avversaria: “Ashleigh è stata molto carina con me, mi ha detto che le dispiaceva e che sicuramente ci incontreremo tante altre volte. Il suo gioco è molto vario, le piace alternare i colpi, un po’ come me. Ora so come ci si sente a giocare contro di me”.

È presto per sapere se l’infortunio alla caviglia richiederà una sosta più o meno lunga, “ma so quello che devo fare, continuare con il piano che stiamo seguendo e guardare avanti. Mi è costato molto fare quello che ho fatto oggi, ma sono convinta che sia stato un bene aver preso questa decisione, è stata la decisione giusta. Non mi vergogno di mostrare le mie emozioni, in campo e fuori, perché così facendo spero di poter dare l’esempio e far vedere che mostrare le proprie emozioni non vuol dire mostrarsi deboli, e che non c’è niente di sbagliato nel farlo”.

Ovviamente di altro tono l’incontro di Ashleigh Barty con la stampa: questo Miami Open è il primo titolo che l’australiana difende con successo in carriera, e si tratta anche di una sorta di legittimazione del suo ruolo di n. 1 del mondo che più di una volta era stato messo in dubbio a causa della sua scelta di non giocare alla ripresa dell’attività nella stagione 2020. “Onestamente non credo di dover provare nulla a nessuno. Sono consapevole del lavoro che faccio giorno dopo giorno in campo e in palestra. Lo scorso anno non ho giocato, ed è vero che non ho perso punti per questo, ma non ho nemmeno avuto la possibilità di migliorare il mio ranking come invece hanno fatto le altre giocatrici. So che ci sono persone che pensano che non meriti di essere al n.1, e questo fa parte dell’ordine naturale delle cose, ognuno ha diritto alla sua opinione. Ma siccome si tratta di opinioni che non posso in alcun modo cambiare, non lascio che mi influenzino”.

Il match si è disputato in condizioni ambientali piuttosto difficili e sicuramente diverse da quelle avute durante il resto del torneo. “Sì, c’era molto vento – ha confermato Barty – era molto difficile capire come giocava l’altra, ci è voluto un po’ di tempo, soprattutto perché non ci eravamo mai incontrate quindi non sapevo esattamente cosa aspettarmi”.

Uno dei reporter che copre il torneo di Miami da più tempo ha ricordato ad Ashleigh che le sole altre giocatrici che sono state capaci di vincere due Miami Open consecutivi sono state Steffi Graf, Monica Seles, Arantxa Sanchez Vicario, Venus Williams e Serena Williams. “Non credo di essermi guadagnata il diritto di appartenere a questo gruppo di campionesse – ha ribattuto Barty – si tratta di vere leggende del nostro sport, per me è un privilegio anche solo essere menzionata nella stessa frase con loro, ma davvero penso di avere ancora molta strada da fare per poter essere considerata al loro livello”.

Ora Barty continua il lunghissimo tour di questa stagione 2021 con i tornei sulla terra. L’australiana ha infatti dichiarato prima dell’inizio del torneo che trascorrerà tutta la stagione senza tornare in Australia (dove dovrebbe fare 14 giorni di quarantena) ed inizierà con due tornei nuovi nel suo calendario: il Volvo Open di Charleston, in South Carolina, e il Porsche Tennis Grand Prix di Stoccarda, tradizionale appuntamento indoor sulla terra battuta di metà aprile.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement