Rafael Nadal: "Un uomo è fatto dei propri obiettivi"

Interviste

Rafael Nadal: “Un uomo è fatto dei propri obiettivi”

Il re della terra battuta ha vissuto la sua traversata nel deserto, ma nonostante gli infortuni e l’ansia sta risorgendo giorno dopo giorno. Rafael Nadal comprende chi dice di lui che è in declino, anche se il suo piano è diverso: “Ho deciso di continuare a lottare e a competere. Se ci riuscirò o meno non lo so”

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Il modesto camerino che attende l’artista ha uno specchio rettangolare e una luce tenue e blanda. Non c’è traccia della iconica fila di lampadine che tutto il mondo immagina. L’artista si chiama Rafael Nadal e la sua luce rifulge scintillante se paragonato al resto della stagione che si è conclusa poche settimane fa a Londra, e nella quale, mostrando miglioramenti, ha raggiunto la semifinale di un torneo che ancora oggi gli resiste. A tratti, il tennis di un campione di cui non è necessario ricordare il palmares, ha brillato proprio come la luce nel camerino, tenue e blando, niente a che vedere con la sicurezza e il vigore accecante, marchio di fabbrica. In poche occasioni qualche scintilla, soccombendo però a rivali molto inferiori nel ranking. Ma ci sono stati anche blackout e cortocircuiti. Alla fine dell’anno, tuttavia, ha irradiato speranza con un gioco robusto e lucido anche sul veloce indoor, quella che accusa di più fisicamente. Il tennista maiorchino, che poco prima dell’intervista ha presentato all’auditorio di Palma un messaggio pubblicitario di Banc Sabadell in cui è protagonista con lo zio Miquel Ángel e al quale hanno assistito centinaia di persone (inclusa quasi tutta la sua famiglia), confessa che il peggiore infortunio che ha subito quest’anno è stata l’ansia.

Parla di ansia, di non riuscire a controllare il proprio corpo come avrebbe voluto, della lenta “lotta contro se stesso”. “Per la prima volta nella mia carriera, non sono stato padrone delle mie emozioni”, riconosce. Adesso è riuscito a riprendere le redini in mano e ad impugnare la racchetta come sempre, con lo sguardo rivolto alla prossima stagione nella quale cercherà ancora una volta di raggiungere semifinali e finali e di tornare a mordere trofei. Lo stesso anno in cui verrà inaugurata l’Accademia che porta il suo nome. Nadal lotta, poi vive; ha una meta, e dopo vive. E lo dice lui stesso con una frase che potrebbe essere un motto o un vincente sulla linea: “Un uomo è fatto dei propri obiettivi”.

 

Lei dice: “Sono tornato a lottare”. Durante questi mesi si sforzava ma non le riusciva?
Non ci riuscivo perché lottavo contro me stesso. E ho passato dei mesi così, e nelle ultime settimane sono tornato, ma a lottare contro gli avversari, che è poi l’idea del tennis. Alla fine non si può perdere tempo litigando con se stesso. Nelle partite devi affrontare chi hai di fronte, se questo non avviene, se devi prima affrontare te stesso è evidente che perdi a strada.

E in questo labirinto c’è voluto tempo ed è stato difficile trovare l’uscita?
Lungo o corto dipende dal valore che dai al tempo, per qualcuno può essere un cammino lungo per qualcun altro breve. Se è stato complicato? No, le cose complicate della vita sono altre. A volte si vogliono drammatizzare troppo certe situazioni, e non c’è stato alcun dramma. Nel 2015 non ho avuto il controllo che ho avuto negli anni passati poi è tutto finito, senza drammi o problemi. L’unica cosa è che bisogna risolvere i problemi personali e che le cose vadano per il meglio perché alla fine è ciò di cui ci si occupa. Quando ci si concentra sul proprio lavoro, anche se io non lo considero tale, speri che le cose vadano bene. So che quest’anno le cose non sono andate bene e che non ho avuto molto controlla ma la cosa importante è che ho lavorato e lavoro ancora molto per risolverle.

È vero che la tua carriera si può definire anche in funzione dei rivali…
Beh, la carriera non si definisce semplicemente con le vittorie e le sconfitte, ma anche sul come riesci a superare te stesso. Alla fine riuscire a battere un rivale è il risultato del lavoro che fai con te stesso, è il prodotto di un’evoluzione, di una crescita. I rivali ti mettono di fronte ad un’esigenza, e questo è molto importante, ma a partire da lì, una persona è definita dai propri obiettivi e dallo spirito di sacrificio, dalla voglia di superarti.

Negli ultimi mesi hai detto di esserti sforzato molto e di aver dato tutto il possibile.
Sì, ho lavorato di più perché il fisico me lo ha permesso, non perché non ho voluto lavorare per un certo periodo. Ho avuto in passato problemi con gli infortuni e ho dovuto misurare gli sforzi, perché ho avuto sempre qualche problema. Adesso fisicamente mi sento bene e questo mi permette di allenarmi, e se questo è possibile tutto ha più senso.

Le sue sfide devono sempre essere al limite, anche con tennisti che non sono molto alti in classifica.
Tutti si spingono al limite, è questa la logica: ogni giocatore ci prova perché ad un certo livello devi cercare di imporre quelle piccole differenze che alla fine ti fanno vincere, e soprattutto nel tennis, dove le partite vengono decise da piccole cose. In campo possono essere tre o quattro i punti che decidono un risultato.

Durante una conferenza stampa a Wimbledon, lei ha ripreso i giornalisti dicendo: “Non sotterrate ancora Federer, che lo avete già fatto molte volte ed è ancora vivo”. Lei durante questa stagione ha sentito queste voci sul fatto che non sarebbe più tornato quello che era?
Sì, le ho sentite, ma sinceramente non è un tema per il quale mi sono sentito offeso e nemmeno posso dire di comprenderlo. Io lo capisco completamente. Alla fine succede una, due, tre volte e lo sport e la vita passano, la ruota gira. E quando passa del tempo senza che tu riesca ad emergere come in passato, è logico che la gente pensi: “Questo qui è finito”. Però, se uno sa cosa fare, ciò di cui ha bisogno per poter andare avanti, allora prosegue per la sua strada e ci sono solo due possibilità: o riesci a superarti e ti reinventi e continui ad avere la voglia di andare avanti, o al contrario, ti lasci andare dopo tutto quello che hai raggiunto, che è molto, e te lo godi e passi ad altro. Io ho deciso già da tempo che continuerò a lottare e ad avere l’obiettivo di competere e di essere motivato. Se ci riuscirò o meno, non lo so. Ma in questo momento voglio provarci.

Quello che è certo ad oggi è che nella sua carriera ci sono stati dei momenti in cui si è dovuto adattare, per esempio a giocare sull’erba, o sul cemento veloce… e per un certo periodo ha dovuto adeguarsi a molti e diversi infortuni.
Credo di essere una persona che ha accettato bene queste cose, anche i contrattempi. Ho accettato di non essere sufficientemente bravo in alcuni aspetti del mio gioco e che avrei dovuto migliorarli, quindi alla fine si tratta di fare autocritica e di essere umili. Cerco di non lasciarmi andare quando arrivano critiche personali o quando le cose vanno male, né per le lusinghe quando le cose vanno bene. Quando ricevi tanti complimenti, ti dici: “Sì, molto bene, ho vinto”, però per continuare a vincere non mi basta quello che ho raggiunto, ma devo invece vedere cosa mi serve per poter vincere ancora.

Con il tempo Nadal ha accettato anche che il suo servizio non era buono come altri aspetti del suo gioco, come la velocità di reazione, lo scambio, la capacità di recupero. “È difficile avere tutto, e ha ragione chi dice che il mio servizio non è all’altezza del mio gioco, però ho la motivazione per migliorarlo. Dal 2005 ad oggi il mio servizio è migliorato e ha subito un’evoluzione, non mi sono adagiato su quello che avevo.

È felice quando riceve tante dimostrazioni di ammirazione?
In realtà non mi è mai importato molto, né ho sempre creduto a tutto quello che mi hanno detto, nel bene e nel male. Io ho proseguito per il mio cammino, e ho sempre mantenuto una via stabile. Direi di essere stato sempre qui (mette una mano sotto il viso) piuttosto che qui ( sopra la testa). Non mi sono mai considerato speciale. Ovviamente non sono così stupido da non sapere quello che ho fatto e quello che ho raggiunto. Non voglio dare l’idea di essere un falso modesto, perché so bene quanto sia difficile fare quello che ho fatto. Per tutta la mia vita ho sempre saputo che per raggiungere gli obiettivi che mi ero posto avrei dovuto lavorare molto, ed è quello che ho fatto.

Al suo allenatore sì che lo hanno voluto far ritirare. Lei è la sua squadra? Siete un unico corpo?
No, no, no. Nel mio team ognuno è indipendente, e molte volte, a dire la verità, non abbiamo agito nemmeno da squadra. Ognuno ha il suo salario e continua a fare quello che ha voluto. Non abbiamo fatto un gran lavoro come squadra. Non è che l’allenatore e il preparatore fisico hanno lavorato assieme, no. Ognuno ha fatto quello che credeva. Siamo una squadra, credo in tutto questo ma il legame sono io. E non m i sembra che la soluzione sia cambiare allenatore. Potete credere che una nuova squadra possa cambiare le cose…

…Che allo stesso tempo non ti riportano come prima.
L’importante è trovare un equilibrio, nel quale stai bene e io l’ho trovato. Cercare un nuovo team sarebbe una facile scusa, il problema è sempre stato mio. Ed io solo devo risolverlo.

Lei è un esempio, come lo è Federer. Crede che anche Djokovic lo sia diventato?
Per me più che un esempio, sono due dei migliori tennisti della storia, e ho avuto la fortuna e la sfortuna di condividere la mia carriera con loro. Stiamo parlando di uno (Federer) che in teoria è considerato il migliore della storia, e l’altro è sulla buona strada ed è già fra i primi sei o sette del mondo e punta ad arrivare ancora più in alto.

Nadal, che compirà 30 anni il prossimo 3 giugno, nel giorno delle semifinali del Roland Garros, riflette su come sia cambiato l’aspetto ‘robotico’ del tennista professionale e di come il circuito si sia riempito di ‘bombardieri’. “Si gioca con maggiore aggressività di prima e si pensa meno di prima, anche se – ironizza – con la velocità a cui viaggia la palla non si quasi nemmeno il tempo di pensare. Il maiorchino crede che con il tempo, “si andrà perdendo l’aspetto tattico e mentale” durante le partite.

In che modo pensa che il suo gioco e i suoi trionfi siano stati importanti in Spagna?
No, non sarei in grado di sentirmi così importante o arrogante, da pensare che sono il barometro dello sport in Spagna. Qui tutti hanno i propri momenti buoni e brutti. Non sono il barometro di nulla, se sono riuscito a rallegrare la serata di qualcuno in Spagna ne sono soddisfatto, e so che dall’appoggio di tante persone, sono io quello che deve ringraziare gli altri per tutto quello che mi hanno dato. E questo mi da molto. Quando ci si sente amati è perché ci si è comportati bene e non solo per i trionfi.

È ‘contento senza vantarsi’, come diceva Luis Aragonés, per i progressi fati sui campi veloci, che non sono nella sua natura?
Concludere bene l’anno mi aiuterà per il prossimo. Le ultime settimane sono state un’iniezione di fiducia. Se sono contento? Sì. Se sono appagato? No. So che devo continuare a migliorare e devo lavorare per farlo.

Con l’età ci sono cose nel gioco che si vedono in maniera più chiara in campo?
No, quando sei più giovane tutto è più semplice perché hai più incoscienza.

Dopo di te, di Ferrer, di Feliciano e qualche altro tennista, come vede il futuro del tennis spagnolo?
La federazione deve aiutare questo sport, perché più ragazzi giocano e maggiore è la possibilità che venga fuori un professionista. La prossima generazione? Sicuramente attraversiamo un momento difficile. Per molti anni abbiamo visto nuove generazioni sempre più forti delle precedenti, ma adesso. È da qualche anno che non escono nuovi tennisti. Non so cosa accadrà, ma le previsioni non sono fantastiche.

Nel suo club ha tempo per allenare i giovani? Lo farà nell’Accademia in futuro?
Nel piccolo club che abbiamo non ho tempo, mi occupo delle mie cose, e poi deve insegnare chi ha la capacità di farlo. Sono contento per l’inaugurazione dell’Accademia. Quando sarà completa sarò un punto di riferimento.

In poco tempo si sono mosse molte cose in Spagna, più casi di corruzione, il processo in Catalogna, gli effetti della crisi.. Che idea si è fatto della Spagna nel breve e nel lungo periodo?
Credo che una cosa sia chiara: come paese non possiamo dare un messaggio negativo. Viviamo in un modo in cui si dipende dalla promozione, quello che vendiamo è la percezione che gli altri hanno di noi. Se ciò che trasmettiamo è instabilità politica, se vendiamo crisi ogni giorno, se quello che arriva è che il paese è diviso da diverse ideologie, i messaggi negativi che mandiamo sono troppi. E tutti questi messaggi fanno sì che non si abbia più fiducia nel nostro paese. Non voglio ovviamente che la Spagna venga vista male. È vero che poi una cosa è riuscire a mettere in atto realmente quello che si vuole fare, ma la nostra immagine non può essere così negativa. Abbiamo banche ed imprese che sono d’esempio, nel turismo siamo leader mondiali me diamo un’immagine di pessimismo. E questo mi fa arrabbiare.

E i cambiamenti politici?
Siamo una democrazia e quindi ognuno ha il diritto di avere un’opinione, di presentarsi, di votare e quello che vuole il popolo è quello che verrà. Il paese ha bisogno di essere guidato da gente preparata: le migliori imprese devono assumere i migliori dirigenti, e la più importante impresa che abbiamo è la Spagna. Questo dovrebbe succedere. Ed è evidente che la corruzione è un male e che produce sfiducia, deve essere estirpata e deve esserci chiarezza.

E sul processo in Catalogna?
Ho il massimo rispetto per il sentimento nazionalista che vive in alcune regioni. Se mi chiede la mia opinione come maiorchino che si sente totalmente vicino alla Catologna e ancora di più alla Spagna, mi riesce difficile pensare ad una Catalogna lontana dalla Spagna. Non mi piacerebbe. In tutto questo c’è una legge che deve essere applicata ma anche un’idea che deve essere rispettata. Il mondo deve essere libero di poter avere un’opinione nel rispetto degli altri e in maniera tollerante. Vedremo come si svilupperanno gli eventi. Dal mio punto di vista, spero che continueremo ad essere uniti, è ciò che vorrei.

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[ESCLUSIVA] Santopadre: “Berrettini non ha lesioni agli addominali. Tornerà ad allenarsi tra 7-10 giorni”

Il Direttore Scanagatta ha parlato con il coach del numero uno italiano al termine di Italia-Colombia di Coppa Davis: “Sonego e Sinner sono stati bravi a crescere di livello”

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Matteo Berrettini - Vienna 2021 (Foto Felice Calabrò)

La squadra italiana si è presentata alla Davis Cup by Rakuten orfana del proprio numero uno Matteo Berrettini, dal cui campo arrivano però notizie confortanti; al termine della sfida fra vinta dall’Italia contro la Colombia sabato 27 novembre, infatti, il Direttore Ubaldo Scanagatta ha intervistato l’allenatore di Matteo, Vincenzo Santopadre, presente al Pala Alpitour: “Sono qui in molteplici vesti. Mi piacciono la Davis e le competizioni a squadre, conosco bene il capitano e il team, e mi faceva piacere venire qui a tifare, ho anche portato mio figlio. Inoltre domani ci sarà il simposio qui a Torino organizzato dalla Federtennis e avevo dato la mia adesione a partecipare“.

LE CONDIZIONI FISICHE DI BERRETTINI

Interpellato sul problema addominale occorso al suo protetto durante le Nitto ATP Finals ha commentato: “Sta meglio, per fortuna la lesione che temevamo non c’è. Penso che in tempi relativamente rapidi possa essere in campo e sicuramente lo rivedremo a gennaio. Tra una settimana, 10 giorni potrà riprendere ad allenarsi”.

Di sicuro però non è facile chiudere un anno fantastico in questo modo: “È stato un duro colpo, perché quando fai un anno come ha fatto lui e hai fatto tanti sacrifici nel corso della carriera vuoi arrivare ad assaporare la gioia quella ciliegina sulla torta che sono le ATP Finals e le finali di Coppa Davis. Conoscendo poi quanto è passionale e sentimentale Matteo è stato davvero un brutto colpo“.

 

Santopadre, tuttavia, si focalizza sui lati positivi: “Siamo abituati a vedere quanto di buono è stato fatto, quanto di buono c’è nel complesso e quanto ormai Matteo sia stabilmente un giocatore di livello altissimo, sicuramente avrà modo di giocare di nuovo la Coppa Davis e speriamo possa avere modo di giocare nuovamente le ATP Finals. Certo per lui l’attesa era stata tanta e ci teneva parecchio a far bene qui a Torino”.

Mentre il livello di gioco di Berrettini è più che una garanzia, la preoccupazione degli appassionati è legata ai suoi frequenti infortuni e la possibilità che siano legati all’esplosività dei colpi oltre che al fisico imponente. Secondo lui è però necessario valutare anche le circostanze di un problema come quello avuto contro Zverev: “Matteo è un giocatore possente, ha un ‘motore grosso’ essendo un giocatore molto potente, ma credo non sia solo questione di fisico, in questo specifico caso a Torino c’era anche una tensione particolare che ti fa giocare un pochino meno rilassato e quindi credo ci siano stati una molteplicità di fattori che hanno influito. Diciamo che abbiamo cercato di trarre ancora più insegnamento da questa esperienza; stiamo approfondendo per cercare di andare sempre di meno dal medico, puntando sulla prevenzione”.

UN COMMENTO SU SINNER E SONEGO

Vista la sua presenza a Torino, gli è stato chiesto un parere anche sulla sfida con la Colombia: ”Sono state due vittorie più sofferte di quelle che si potesse immaginare, perché contro gli Stati Uniti Lorenzo e Jannik hanno giocato due partite eccezionali contro avversari particolarmente scomodi”.

Santopadre ha evidenziato la capacità dei due italiani di recuperare, gestendo la pressione: “Oggi erano due partite completamene diverse, dove c’era assolutamente da vincere contro avversari più facili da affrontare dal punto di vista tecnico-tattico. Magari la pressione di dover vincere ha attanagliato i nostri nel primo set, perché sia Lorenzo sia Jannik hanno giocato un inizio di partita al di sotto del loro migliore tennis. Credo si tratti di situazioni possibili e normali, specialmente in Davis. Sono stati bravi entrambi a continuare a lottare a stare sul pezzo e a venirne a capo con un crescendo di livello”.

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Lleyton Hewitt si scaglia contro il trasloco della Coppa Davis ad Abu Dhabi: “Sarebbe la fine”

Il capitano australiano non usa mezzi termini: “Hanno già gettato fuori dalla porta tutto ciò che rendeva affascinante la Davis, adesso vogliono distruggere la porta e anche la casa”

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Lleyton Hewitt, capitano dell'Australia, alla Davis Cup by Rakuten 2021 (Credit: Giampiero Sposito, Torino, 23 Novembre 2021)

Da quando si è accomodato sulla panchina della nazionale aussie, Lleyton Hewitt ha addomesticato gli impulsi più focosi che ne avevano caratterizzato le gesta nel rettangolo di gioco, ma l’istinto è l’istinto, e il personaggio rimane poco incline a chinare la testa di fronte ai soprusi. L’ex ragazzaccio di Adelaide si presenta un po’ abbacchiato in conferenza stampa dopo la secca sconfitta patita contro la Croazia nell’esordio Davis a Torino, ma la delusione sportiva, cocente ma pur sempre figlia di questioni di campo e comunque calmierata da una matematica che ancora non condanna nessuno, diventa lucida rabbia quando i cronisti lo incalzano sull’hot topic del momento, vale a dire l’ulteriore mutamento a cui starebbe andando incontro la cara, vecchia manifestazione.

Come noto, il board dell’ITF la prossima settimana dovrebbe prendere in esame la possibilità di un trasloco della grande kermesse per nazionali, con gli Emirati Arabi come destinazione finale per i prossimi cinque anni. Gerard Piqué, l’ideologo della rivoluzione, sembra notevolmente spaventato dal bagno di sangue economico registrato nell’edizione d’esordio nel 2019, e dopo l’apprezzato stop imposto dalla pandemia gradirebbe evitare di incamerare altri debiti che si presumono ingenti. Il processo assomiglia in modo sinistro a quello conclusosi con l’assegnazione del mondiale di calcio 2022 al Qatar: poche garanzie rispetto alla reale affluenza di pubblico ma una montagna di soldi utili a rincuorare chi dello sport non sembra avere una concezione particolarmente popolare. Hewitt, già più volte critico nel corso degli ultimi quattro anni con la radicale riforma della Coppa, rompe gli argini e dice la sua, scegliendo parole discretamente lontane dal concetto di mediazione. “Nessuno mi ha interpellato in merito – esordisce -, ho solo sentito qualche voce a riguardo, ma se ciò dovesse accadere sarebbe ridicolo, la Coppa Davis non esisterebbe più“.

Assecondando il Lleyton-pensiero, gran parte del fascino che il mondiale per nazioni aveva costruito in oltre cento anni di storia si è già spento, insieme all’atmosfera incendiaria di un evento che si cibava del feroce entusiasmo del pubblico di casa e della necessità di sopravvivere al clima da corrida nelle trasferte più disparate. “Guardate per esempio al bellissimo, ampio, meraviglioso palazzetto in cui abbiamo giocato oggi“, continua il capitano australiano, “non era esattamente pieno, non abbiamo ricevuto un grande supporto. Penso che in passato gran parte della magia fosse garantita dalla gente, non importava ci trovassimo in Australia o alle Hawaii. Essere letteralmente trascinati dal nostro pubblico quando giocavamo in casa era magico, ma era magico anche giocare in trasferta, con tutti contro, perché dovevi trovare il modo di venire fuori da situazioni complicate cementando il gruppo. A volte io e Tony Roche raccontiamo ai ragazzi delle vecchie avventure in nazionale, e sono triste per loro, deluso perché non le possono vivere. Penso ad Alex De Minaur, amerebbe ritrovarsi in quelle situazioni. La Davis rappresentava il momento più alto del nostro sport, con partite in cinque set come solo negli Slam. Hanno gettato tutto questo fuori dalla porta, e adesso vogliono distruggere la porta e la casa. Dovessero davvero trasferire tutto ad Abu Dhabi per cinque anni sarebbe la fine, una cosa ridicola, ucciderebbero definitivamente la competizione“.

 

Naturalmente, vista la piega presa dalla situazione, sono esistite ed esistono campane discordanti e opposte, suonate da chi ritiene che un cambiamento, Abu Dhabi o meno, sarebbe stato in ogni caso ineludibile. Novak Djokovic, recentemente espressosi sull’argomento, ha sottolineato come la vecchia versione della Coppa non fosse più sostenibile, auspicando però rilevanti modifiche di quella corrente. La principale, secondo il numero uno ATP, dovrebbe riguardare la collocazione delle partite: un’ipotesi consisterebbe nel raddoppiare il numero delle sedi ospitanti, al fine di promuovere lo sport della racchetta. I grandi fautori della riforma, inoltre, solevano foraggiare le loro tesi battendo su un tasto a loro dire dolente: la vecchia Coppa, sparpagliata durante l’anno ai quattro angoli del globo, non attirava più i grandi giocatori. Nemmeno in questo caso, tuttavia, Lleyton Hewitt ha mai notato un reale problema.

Le stelle giocavano eccome la Coppa Davis. Forse Roger Federer qualche volta si è negato, ma anche lui ha fatto di tutto per iscrivere il proprio nome dell’albo d’oro, e lo ha fatto quando era il più grande giocatore di tutti i tempi. Novak Djokovic è stato presente ogniqualvolta contasse per la Serbia, e sappiamo cosa abbia passato Andy Murray per consentire alla Gran Bretagna di vincere. Sascha Zverev ha sempre giocato, è venuto a sfidarci a Brisbane e ha significato qualcosa di immenso per lui. Adesso c’è anche l’ATP Cup: non vorrei sembrare di parte perché si gioca in Australia, ma tutti i migliori giocatori ne hanno preso parte e la cornice di pubblico è sempre stata clamorosa. Un grande servizio non solo per il nostro Paese, ma per il nostro sport“.

Come sempre, voci pure autorevoli come quella di Hewitt verranno ascoltate il giusto, questioni di tale portata purtroppo decidendosi ai piani alti, e stavolta non dovrebbe andare diversamente. “Nessuno mi ha interpellato quattro anni fa e non vedo perché dovrebbero farlo adesso. Le decisioni vengono prese da un calciatore e dalla compagnia che lo sostiene, ma non credo che queste persone conoscano a fondo il tennis e quello che sarebbe utile a renderlo migliore. Boicottare la Davis in caso davvero si trasferisse negli Emirati? Questo mai, ogni volta che ci sarà data la possibilità di indossare la nostra maglia saremo in prima linea, e daremo tutto“. Povero Lleyton, povera Davis. Sperando che nella stanza dei bottoni qualcuno accenda la luce. Ammesso non siano già stati venduti i bottoni e le lampadine.

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Novak Djokovic sulla Coppa Davis: “Aggiungiamo altre tre città ospitanti”

Il suggerimento di Nole per avere più pubblico arriva proprio mentre circola la notizia del trasloco ad Abu Dhabi

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Novak Djokovic - Finals Davis Madrid 2019 (Photo by Fran Santiago / Kosmos Tennis)

Sfiorata l’impresa del Grande Slam, deluso ai Giochi Olimpici e messe le mani sul numero 1 di fine stagione per la settima volta con tanto di record, Novak Djokovic si appresta a dare l’assalto all’ultimo degli obiettivi che di volta in volta gli sono capitati a tiro in questa stagione particolarmente lunga – forse non per lui che ha saltato parecchi eventi del Tour, ma che in ogni caso non lascerà molto spazio alla off season, soprattutto per chi arriverà in fondo alle Finali di Coppa Davis. Dopo la prima edizione con il nuovo formato nel 2019 alla Caja Mágica, almeno in parte salvata dalla trionfante Spagna di Rafa Nadal, l’anno scorso Piqué e soci hanno preso al balzo la palla pandemica per cancellare anzitempo le Finali. Disinfettatisi le mani, l’atto conclusivo dell’edizione 2021 sta per andare in scena non in una, non in due, bensì in tre differenti location con lo scopo di avvicinare almeno un altro paio di squadre al proprio pubblico.

La questione pubblico – oltre al mero eppure mai secondario aspetto economico – è centrale per una manifestazione a squadre per Nazioni e la fase finale in sede unica a cui si è passati con l’ingresso del Gruppo Kosmos aveva da subito sollevato perplessità anche per questo motivo. Appena arrivato a Torino per le ATP Finals, Djokovic si era espresso a favore di un più frequente cambio di sede, pensiero che in qualche modo applica anche a questo evento. “La Coppa Davis è passata da un estremo all’altro un paio di anni fa quando l’intera competizione si è tenuta in una sola città, cosa che non mi piaceva affatto” ha poi detto Nole al giornalista Saša Ozmo, come riportato su TennisMajors. “D’altra parte, credo che nemmeno il vecchio formato fosse la soluzione migliore. Il mio voto va a qualcosa nel mezzo, qualcosa di simile a quello che stanno cercando di fare ora”.

Ecco allora quale cambiamento si potrebbe apportare per migliorare il formato secondo l’opinione del 20 volte campione Slam. “Aggiungerei altre tre nazioni ospitanti, in modo che che ci sia un Gruppo in ogni città [ora abbiamo due gironi per sede], seguiti da una fase a eliminazione direttua in una città. Inoltre, cambierei le sedi ogni due anni, così come farei con le ATP Finals”. 18 squadre in 6 città, dunque: il formato originale è a sole altre tre di distanza. Risuardo al Mastersi aveva in realtà suggerito un cambio ogni tre o quattro anni, ma l’idea di base è la stessa: “Sento che queste due competizioni rappresentano una grande opportunità di portare il nostro sport in luoghi dove non è popolare al momento, il che sarebbe ottimo per promuoverlo”.

Vedremo quale sarà la reazione di Novak se verrà confermato il trasloco ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, per i prossimi cinque anni: una scelta non esattamente in linea con i suggerimenti del numero uno del mondo e, molto probabilmente, con l’opinione di di diversi giocatori e appassionati. A questo proprosito, Leon Smith, capitano della squadra britannica, ha dichiarato che “sarebbe giusto che se ne potesse parlare prima che venga presa una decisione definitiva. Se parli con qualunque dei giocatori o dei capitani che hanno vissuto l’atmosfera [del formato originale]”, il contesto è davvero importante. Che sia in casa o in trasferta, lo stadio è pieno ed è la cosa migliore per i giocatori e il programma”.

 

Tornando a Djokovic, la Serbia, inserita nel Gruppo D di Innsbruck, esordirà venerdì 26 alle 16 contro l’Austria. Dominic Thiem non sarà l’unico assente, perché a causa delle recenti restrizioni adottate dal governo di Vienna in seguito alla nuova impennata di contagi, “la brutta notizia è che giocheremo tra le tribune vuote, ma la Serbia è nei nostri cuori e cercheremo di portare gioia al nostro popolo a casa”. E conclude spiegando di non aver ancora deciso la sua programmazione dopo la Coppa Davis e ne parlerà con il proprio team, ma di sicuro si prenderà un periodo di riposo.

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