Federico Di Carlo: "Usate la forza mentale, tennisti!"

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Federico Di Carlo: “Usate la forza mentale, tennisti!”

Ubitennis ha intervistato in esclusiva Federico Di Carlo, mental coach di fama mondiale. Dalla piena maturazione di Flavia Pennetta, alla mancanza di disciplina mentale di Camila Giorgi; dalla passione di Federer, al rifiuto della sconfitta di Nadal. L’importanza della forza mentale

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Ciao Federico, non credo ci sia bisogno di una presentazione, i nostri lettori ti conoscono abbastanza bene sia perché hai avuto modo di interagire personalmente con loro attraverso le pagine del blog ma anche per via della tua pubblicazione “Il Cervello Tennistico” ed alcuni articoli pubblicati sul giornale della ITF sempre sugli aspetti mentali del tennis. Parliamo di oggi….

Su cosa stai lavorando in questo momento?
Al momento sto lavorando su una nuova pubblicazione in lingua inglese sugli aspetti neuroscientifici del tennis. È un lavoro che mi sta portando via molto tempo perché le cose bisogna farle bene ed in modo approfondito. Sono in contatto diretto con molti centri di ricerca negli Stati Uniti ed è un mondo ultra specialistico, in grande fermento e perenne cambiamento. L’applicazione allo sport non è immediata e superficiale come fa qualche presunto guru dell’allenamento per avallare proprie teorie, idee personali e metodi di allenamento che di scientifico hanno poco o niente. Insieme al lavoro di ricerca alterno anche il lavoro pratico sul campo. In questo momento sto collaborando con 5 circoli a nord e a sud dell’Italia e seguendo anche molti giocatori e giocatrici sparpagliati per tutto il territorio che seguo da casa. Purtroppo non ho il dono dell’ubiquità e molti atleti li seguo lavorando via skype ed interagendo in modo continuo e serrato con i loro allenatori. Seguo dal punto di vista mentale anche diversi tiratori a piattello di fama e spessore mondiale che sono allenati dal coach Diego Gasperini, uno dei soli 5 coach al mondo di livello della International Sport Shooting Federation (ISSF).

Proviamo a fare un resoconto per i colori azzurri, che stagione è stata per il tennis italiano?
Sicuramente per il tennis femminile è stato un anno d’oro! Sei italiane tra le prime 100 ed una finale slam tutta italiana, per citare i fatti più eclatanti, sono un bel riscontro.

 

Ecco, parlando del tennis femminile italiano, prendendo una ad una le nostre migliori atlete, ci puoi fare una panoramica dei punti di forza e punti deboli dal punto di vista mentale?
Premetto che nel tennis femminile l’aspetto mentale conta molto di più che nel tennis maschile per diverse ragioni. Tornando comunque alla tua domanda, sono tutte giocatrici diverse dal momento che vengono da percorsi diversi, e non potrebbe essere altrimenti. Flavia Pennetta è a mio parere quella che ha raggiunto la piena maturazione come donna e come giocatrice. Le due cose spesso sono interrelate inestricabilmente. Questo secondo me è anche il motivo per cui sia nel tennis maschile che in quello femminile accade sempre più spesso che i giocatori arrivino ad avere prestazioni insperate oltre i trenta anni. Il tennis dal punto di vista mentale può essere devastante. Solo quando il giocatore si mette in pace con se stesso ed il tennis non è in grado più di far male all’immagine di sé, in quel momento esce fuori il suo miglior tennis. Flavia questo percorso lo ha compiuto tutto, il tennis le ha tolto tanto ma le ha dato forse il doppio. Adesso è giunto per lei il momento di continuare il suo percorso di donna ed iniziare una vita diversa. La scelta di ritirarsi dopo aver raggiunto il culmine della sua carriera è quella di una donna e di una giocatrice matura.

Sara Errani è una giocatrice che da anni continua a stupire tutti. È una ragazza che ha una forza d’animo, una determinazione e convinzione dei propri mezzi straordinaria. Mentalmente in campo è il prodotto di molta scuola spagnola ed in genere sudamericana. In spagnolo questo atteggiamento in campo viene di solito definito “garra”. Si tratta di uno stato di attivazione fisica e mentale che vengono di solito definiti come” grinta e determinazione” che permettono ad un giocatore di lottare su ogni punto. Sebbene questo stato mentale permette ad un giocatore di esprimere buona parte del proprio potenziale, è molto dispendioso e comunque non è l’ideale. Il tennis è un gioco di destrezza in cui viene richiesta coordinazione fine dei movimenti. Il gesto tecnico ottimale nel tennis richiede decontrazione muscolare. L’attivazione nervosa invece non fa altro che aumentarla. I giocatori che accedono all’energia nervosa come fonte di energia si consumano con il tempo prima. Giocare con i muscoli sempre over-tesi è altresì fonte di infortuni e lesioni. Non è un caso che molti giocatori spagnoli che vengono da questa scuola, hanno avuto un sacco di guai fisici nella loro carriera (Bruguera, Ferrero, Berasategui, Nadal per citarne alcuni) ed all’approssimarsi dei trenta anni sono finiti. Quando si dice che Federer è stato fortunato a non infortunarsi, da una parte è vero, ma dall’altra è vero anche che Federer ha saputo costruire la sua preparazione, il suo gioco, la sua programmazione sulla personalizzazione dei carichi, sulla decontrazione muscolare, sulla partecipazione limitata a ristretto numero di tornei .

Per tornare al nostro discorso…
Roberta Vinci è la giocatrice italiana che tra le altre ha seguito di più questa filosofia. Sicuramente è dovuto al fatto che la costruzione di un tennis classico vario e brillante non consigliava la costruzione di un gioco troppo muscolare. È una giocatrice che tra le altre si è un po’ costruita l’immagine di gregaria ma a mio modo di vedere è una giocatrice estremamente intelligente che è riuscita a trarre vantaggi competitivi da un tennis che sta quasi sparendo.

Camila Giorgi è sicuramente tra le giocatrici italiane quella per me più interessante. Il tennis di Camila è molto fluido ed i suoi livelli di energia in campo sono altissimi. Quando gioca in modo rilassato e debitamente concentrato è veramente un piacere assistere alle sue partite. Sfortunatamente, ci sono dei momenti in cui entra in stati mentali negativi da cui non riesce ad uscire e le partite sembrano volarle di mano. A volte esce da stati mentali ottimali senza sapere come rientrarvi. Non ha ancora imparato ad evitare che i processi razionali influiscano negativamente con gli automatismi della memoria neuromuscolare. Non ha ancora acquisito le abilità di eseguire a piacimento gli switch mentali che le permetterebbero di avere continuità di prestazione. Nel momento in cui deciderà di lavorare su questi aspetti e riuscirà a trovare una sua disciplina mentale, saranno guai per tutte!

Delle 6 giocatrici, Karin Knapp è sicuramente quella che conosco meglio. Karin è una ragazza straordinaria, la vita l’ha messa davanti a tante prove che avrebbero stroncato la carriera alla maggior parte delle altre giocatrici. Ma non Karin. È una ragazza che ha umiltà, spirito di abnegazione e cultura del lavoro eccellenti. Karin non ha ancora trovato continuità. Il fatto di entrare ed uscire negli anni dalle competizioni hanno fatto in modo che lei non potesse costruire sensazioni e certezze soprattutto dentro al campo. Questo si è spesso ripercosso sulla continuità sia nelle prestazioni che nel rendimento. Sta uscendo da un ulteriore infortunio al ginocchio e mi auguro che nel 2016 possa giocare con continuità e soprattutto serenità.

Se dovessi descrivere Francesca Schiavone con un solo aggettivo, direi “animus pugnandi”. Il tennis di Francesca è fatto di fibrillazioni continue. È un tennis senza riposo, estroverso, per certi versi discontinuo ed incoerente ma spesso efficace e mai banale. Il tennis ha esacerbato in Francesca una personalità in perenne contrasto con se stessa e con gli altri, accendendo luci ed ombre, eccessi e manchevolezze. Una carriera vissuta sempre al limite ma sempre in modo personale.

Delle nuove leve chi è che ti piace dal punto di vista mentale e chi pensi abbia maggiori chance di entrare tra le prime cento?
Questo è un discorso molto lungo e difficile, Angelo. Come evidenziato dal percorso delle italiane, non c’è una sola strada che porta al successo e la storia di tutte le giocatrici indica che le ragioni per cui una giocatrice ce la fa e le altre non ce la fanno sono da ricondurre soprattutto a fattori personali motivazionali ed altri di diversa natura (ambientale, economico, strutturale etc) che possono scattare o non scattare a seguito di molti fattori. Quello di fare nomi sarebbe pertanto soltanto un puro esercizio di stile. Come si evidenzia anche la storia delle “magnifiche sei”, i percorsi per arrivare tra le top 100 sono tutti diversi, chi è andata in Spagna, chi si è affidata a team italiani, chi si è affidata alla federazione e via discorrendo. Al momento in Italia ci sono tante ragazze che magari hanno visibilità e sono conosciute anche al pubblico, ma ce ne sono altrettante che magari stanno facendo un percorso di élite, in silenzio, e noi non lo sappiamo ancora… Se devo comunque citarti alcune giovanissime, forse sconosciute al grande pubblico, di cui conosco il percorso e che mi piacciono per mentalità ed atteggiamento in campo ti direi Federica Bilardo, Alexia Carlone, Rosanna Maffei. Entreranno tra le prime cento? Nessuno può dirlo. Ma passione, dedizione incondizionata, determinazione a riuscire e desiderio continuo di migliorare avranno sicuramente un’incidenza fondamentale.

Parlando di desiderio di volersi migliorare continuamente, cosa ne pensi dell’atteggiamento mentale di Federer?
Io penso che Federer sia un grandissimo professionista e forse il miglior ambasciatore possibile che questo sport potesse avere. Essere professionista vuol dire lavorare senza sosta per guadagnare vantaggi competitivi sui propri avversari. Federer sa benissimo che Djokovic, Murray e Nadal (per non parlare degli altri) studiano il suo gioco, le sue statistiche, i suoi movimenti e si preparano per controbattere a quelli che sono i suoi punti di forza e per usare a proprio vantaggio quelle che sono le sue debolezze. È per questo motivo che è ancora li, a 34 anni a studiare ed imparare per guadagnare vantaggi competitivi. Un vero esempio per tutti. Ma se Federer facesse questo soltanto per scopi puramente professionali, probabilmente lo renderebbero un personaggio molto freddo ed insignificante. È la passione e l’amore per questo sport che spingono un giocatore che nella carriera ha vinto tutto a continuare a fare sacrifici ed a spostare il limite oltre. Se pensiamo che questo era un giocatore che fino ai 21 era conosciuto sul circuito come “Mad Federer” e che qualcuno che lo aveva visto giocare nel 2001 aveva esclamato che con quel rovescio non sarebbe diventato nessuno nel tennis, mi pare che non se la sia cavata male, e che non si può mai dire mai!

E di Nadal cosa ne pensi?
Penso che Nadal sia uno dei giocatori più forti mentalmente che abbia calcato un campo da tennis. Penso anche che per stile di gioco, personalità e caratteristiche la rivalità con Federer sia diventata un classico. I due campioni sono anche diversi dal punto di vista mentale. Federer ha lavorato tanto sulla naturalezza; Nadal sul controllo razionale. Fatto sta che Nadal ha fatto della parte mentale un vantaggio competitivo del suo gioco. Conoscendo un po’ la mentalità sportiva di Nadal si capisce come l’atteggiamento in competizione sia quello di competere per non arrivare secondo. È una mentalità che difficilmente accetta la sconfitta. Non è un caso che la maggior parte degli infortuni di Nadal siano capitati in modo concomitante alle sue sconfitte sul campo. Nel momento in cui le sconfitte sono arrivate più sovente nell’ultima stagione, il campione spagnolo ha ammesso pubblicamente che i risultati negativi erano dovuti in particolar modo a mancata tenuta mentale e, da eccellente professionista quale è, si è rimesso a lavorare su questo aspetto. Mi auguro che il 2016 ci restituisca un Nadal completamente ristabilito e totalmente competitivo. Il nostro sport ha bisogno della personalità di tennisti come Nadal.

Pensi che Nole e Murray sono destinati ad un duopolio dopo il ritiro di Federer e Nadal? Cosa ne pensi dal punto di vista mentale dei due?
La mia impressione è che al momento Djokovic e Murray abbiano qualcosa in più e soprattutto più continuità rispetto a giocatori come Wawrinka, Nishikori, Berdych e gli altri che vengono dietro. Come dicevo sopra, tutto può succedere, il fatto di essere diventati genitori potrebbe togliere un po’ di focus, dedizione ed energia ai due o aggiungerne, chi lo sa? Certamente dei due Djokovic sembra quello che ha trovato più stabilità e continuità. Ha dovuto lavorare moltissimo sulla gestione delle emozioni con dei protocolli di allenamento mentale che conosco molto bene. L’immagine di Nole all’esterno è quella di una persona scanzonata e burlona, ma la verità è che si è costruito un team di primissimo ordine che lascia poco o nulla al caso. Penso che con il ritiro di Federer e Nadal, Djokovic possa diventare il nuovo padrone del circuito.

Murray per me rimane ancora un’opera incompiuta. Sembrava che con l’avvento di Lendl come allenatore avesse trovato una sua dimensione. Non è un caso che Lendl avesse preteso al suo arrivo che Murray seguisse i consigli di uno psicologo dello sport. Da quando non c’è più Lendl, il ragazzo sembra essere ritornato quello di una volta. Molto nervoso e loquace in campo e con atteggiamenti spesso remissivi. Spesso il cambiamento nei giocatori è sollecitato da singole situazioni che ne scuote lo status quo e porta a dei cambiamenti. Mi auguro che per Murray la paternità ormai prossima possa essere il mental turning point.

Grazie per la chiacchierata Federico, spesso si guardano questi grandi campioni e non si capisce come possano ottenere risultati del genere con cosi tanta continuità, ma sappiamo bene come dietro un fenomeno del tennis, ci sia comunque un lavoro estenuante dal punto di vista mentale.

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Indian Wells, Sinner: “Contro Fritz sensazioni non buone, ma ho avuto le mie chances”

L’altoatesino dopo la sconfitta negli ottavi: “Prima del match ho detto a Riccardo Piatti che mi sembrava fosse un altro primo turno. Ma non cerco scuse”

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Jannik Sinner - Indian Wells 2021 (foto Vanni Gibertini)
Jannik Sinner - Indian Wells 2021 (foto Vanni Gibertini)

Fritz non è amico degli italiani: Taylor, dopo Matteo Berrettini, ha superato con lo stesso risultato (6-4 6-3) anche Jannik Sinner. Una vittoria sostanzialmente meritata, quella dell’americano, apparso più brillante dell’azzurro e con una pesantezza di palla maggiore. “In campo non avevo buone sensazioni. Non mi sentivo bene sulla palla, era come se non riuscissi a muovermi bene – è stata l’analisi di Jannik nella conferenza stampa post match -. Ma ho provato a lottare fino alla fine. Lui sicuramente ha giocato meglio di me, io ho però ho avuto tante palle break, le mie chances le ho avute, penso al primo game del secondo set. Poi ho servito io, ho avuto le palle per andare 1-1 ma non ce l’ho fatta. Cose che normalmente faccio non mi sono riuscite. Comunque, nonostante la giornata opaca, sono rimasto lì fino alla fine, ho fatto un controbreak e sono andato vicino a procurarmi le occasioni per il secondo. Quest’anno ho già perso alcune partite in modo simile, ma ogni partita ha un suo perché”.

Dialogando con il nostro Vanni Gibertini, Sinner ha spiegato perché a volte il forfait di un avversario, come capitato a lui con Isner nel turno precedente, sia qualcosa che può giocare a sfavore. “Quando ero in camera di chiamata con Riccardo (il suo coach Piatti, ndr) prima del match gli ho detto che mi pareva di dover giocare un altro primo turno, perchè sono passati tre giorni dalla prima partita a questa. Quando passa questo tempo non è molto semplice presentarsi in campo subito pronto in tutto e per tutto, specie se trovi poi un avversario in fiducia come Taylor, che aveva battuto Berrettini giocando un ottimo tennis (anche se Matteo non era al meglio). Noi ci siamo allenati tanto, abbiamo fatto il massimo che potevamo. Inoltre non devo trovare scuse – sottolinea Sinner -. Quando c’è un forfait di un avversario non è che ti rifiuti di andare avanti senza giocare, inoltre John si è ritirato per un buon motivo, ossia la nascita di un figlio”.

Infine, il 20enne di San Candido conferma la sensazione vista in campo, ossia che il suo gioco rischia di mettere particolarmente “in palla” Taylor Fritz. “Ogni giocatore del circuito, me compreso, ha quei due-tre giocatori contro cui ama giocare, contro i quali sente la palla particolarmente bene – spiega Jannik -. Forse io sono questo tipo di avversario per Taylor. Con lui ci siamo allenati a Washington e mi disse che era stato uno dei suoi migliori allenamenti. Ma questa partita la potevo vincere anche io: se sul 4-2 del primo set avessi tenuto meglio l’angolo sarei andato 5-2 e servizio. Nel secondo set, se avessi fatto il break al primo gioco, sarebbe stata un’altra partita. Ma con i se non si va da nessuna parte, è andata così. Lui si è sentito bene contro di me, e io dovevo sicuramente fare prima quello che ho fatto verso la fine del match, ossia cambiare qualcosa dal punto di vista tattico”.

 

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Sinner: “Devi essere pronto e trovare una soluzione ai momenti difficili”

I due gran punti sulle palle break, gli elogi a Monfils, l’adattamento a Indian Wells e la corsa alle Finals tra gli argomenti toccati da Jannik

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È tornato a Sofia per difendere il titolo da favorito e non ha deluso le attese: Jannik Sinner ha regolato in due set Gael Monfils mettendo le mani sul quarto trofeo della sua giovane carriera. Non capita spesso che un italiano riesca nel bis (Bertolucci a Firenze 45 anni fa, per dire), quindi il ventenne di Sesto deve avere un buon feeling con l’Arena Armeec. “Tornare qui e giocare di nuovo un grande torneo è una sensazione davvero speciale” spiega Jannik nella conferenza stampa dopo la vittoria in finale. “Mi piacciono le condizioni, mi piace il campo. Credo di aver giocato molto bene. Mi sono sentito sempre meglio a ogni incontro e sono molto soddisfatto della mia prestazione e del torneo che ho disputato”. Non può allora non lasciare aperta la possibilità di tornare nel 2022, nella speranza di giocare con gli spettatori dopo questa edizione purtroppo resa triste dagli spalti deserti. “Venire qui è davvero speciale. Non so cosa succederà l’anno prossimo o quale sarà il calendario, ma perché no? Mi trovo bene qui, magari la prossima volta giocherò davanti al pubblico”.

Le capacità atletiche e difensive di Lamonf sembrano non risentire del tempo che passa, quindi sorprende un po’ che l’incontro sia stato piuttosto rapido. “Penso che sia stato un match molto fisico, ci sono stati scambi lunghi. Mi sentivo bene da fondo, oggi ho anche servito meglio e nei game di risposta, quando ho avevo l’opportunità, cercavo di prendermela. A dire il vero, nel secondo set ho risposto un paio di volte sullo 0-30 [nel terzo e nel settimo gioco, dopo il break in apertura, ndr], ma lui è stato bravo. Oggi ho capito bene la situazione in campo e questo mi ha fatto sentire a mio agio”.

A proposito del risultato raggiunto da Monfils – diciassettesima stagione consecutiva con almeno una finale –, Sinner non risparmia elogi e non solo tennistici: “Quello che sta facendo è incredibile. Muoversi così in campo alla sua età è altrettanto incredibile. Ha un gran talento ed è un ragazzo simpatico. Credo che siamo abbastanza amici, ci capita di scherzare negli spogliatoi. Non è facile giocare contro un amico, ma questo risultato è folle, solo Rafa ha fatto meglio [tra quelli che hanno la striscia ancora aperta]”.

 

Dopo aver giocosamente assicurato di avere abbastanza spazio nel suo appartamento di Monte Carlo per i trofei che vincerà a Sofia e negli altri tornei del Tour, prosegue più serio: “Sollevare un trofeo non è mai facile, attraversi momenti in cui le cose non sono facili, affronti situazioni toste in cui devi tirare fuori il tuo miglior tennis – oggi ho giocato due gran punti sul 4-2 15-40. Devi evitare di infilarti in momenti difficili, ma, quando accade, devi essere pronto e trovare una soluzione; per questo vincere un torneo è difficile a ogni livello. Mi porto questo a casa e vediamo cosa ci riserva il futuro”.

Prendiamoci ora un momento per dare uno sguardo indietro e descrivere gli ultimi undici mesi, il tempo trascorso tra i due titoli nella capitale bulgare. “È stato un anno fantastico che mi ha dato più fiducia in campo. Ci sono stati alti e bassi, che è normale alla mia età. Mi alleno sempre sodo, cerco di avere la soluzione giusta al momento giusto”. Ma, lo sappiamo, Jannik non smette di guardare avanti anche nei momenti più lieti: “L’anno, però, non è ancora finito e ci sono ancora dei grossi tornei, così domani volerò a Indian Wells dove proverò a giocare bene. In questo momento posso essere felice, ma allo stesso tempo bisogna anche pensare al futuro. Un trofeo in più o in meno non importa, devo essere concentrato su quello che viene e migliorare”.

La vittoria gli permette di superare Auger-Aliassime staccandolo di 185 punti piazzandosi al decimo posto della Race (nono, contando che Nadal ha chiuso la stagione). Subito davanti a lui, nella corsa a Torino, ci sono Hurkacz e Ruud: come valuta lo stato di forma dei suoi avversari diretti? “Non so come stiano gli altri, bisognerebbe chiederlo a loro” replica. “Sicuramente sono tutti in forma, la settimana più importante sarà quella di Parigi perché spesso gli ultimi posti si decidono lì. Adesso non voglio pensare a che posizione occupo. Sono contento di questa partita perché ho dovuto alzare il livello e l’ho alzato. I tornei si vincono così, quando magari non ti senti benissimo per alcune partite ma poi ritrovi te stesso. Ma riguardo a Torino, è ancora lunga, tante cose possono cambiare, sperando anche che nessuno si faccia male, perché c’è anche il fisico e non è semplice giocare tutte le settimane. Intanto, sono contento di far parte di questo gruppo, ma non è che tutte le mattine appena mi sveglio sia un ‘devo andare lì, devo andare lì’. Mi sveglio per migliorare e stare meglio in campo, poi vediamo a fine anno cosa esce”.

In finale, Jannik ha messo il 50% di prime in campo ottenendo però uno straordinario 93% a cui si affianca il 63% sulla seconda. Quanto è frutto dei cambiamenti che sta apportando e quanto è invece una questione mentale? “Normalmente, quando cambi, non ti senti sicurissimo. In un certo senso, puoi dire ‘ho cambiato tutto, mi sento meglio’, ma, quando alzi il lancio e basta, è un’altra cosa. Oggi mi sentivo meglio in campo, quindi anche sulla seconda mi sono mosso bene e l’ho fatto giocare tanto, anche perché lui non mi ha attaccato tantissimo e questo mi ha aiutato a entrare nello scambio. Ma, ripeto, c’è ancora tanto da fare, migliorare cose che sappiamo tutti e l’obiettivo è quello. Ci saranno partite dove servo meglio e poi perdo, ci può stare anche quello”.

Il prossimo appuntamento, il Masters 1000 di Indian Wells è imminente e, soprattutto, le condizioni del deserto californiano saranno parecchio differenti e la transizione si annuncia complicata. “Non è una situazione facile perché arrivi tardi, hai un paio di giorni e devi essere pronto per la partita” conferma Jannik, “ma bisogna anche imparare a gestire queste cose. Sarà una situazione molto diversa, non ho mai giocato il torneo, solo il Challenger [nel 2020, perse da Kudla agli ottavi]. I campi sono molto ruvidi e la palla rimbalza alta, condizioni ambientali secche, può esserci il vento, quindi è totalmente diverso. Sarà difficile a prescindere dall’avversario, ma vediamo cosa succede”.

La crescita personale, la vita ‘reale’: un campo di gioco ancora più diverso, ma il modo di affrontare le difficoltà non lo è poi così tanto. “A vent’anni devi imparare tutto, non solo il tennis, ma come gestirti fuori dal campo e puoi sempre migliorare. Credo di essere lo stesso ragazzo di cinque o sei anni fa, cerco di fare del mio meglio. Ci sono anche esperienze che fanno male, ma alla fine è importante avere vicino a te le persone di cui sai di poterti fidare; soprattutto la famiglia, sai che saranno sempre uguali che tu vinca o perda. Anch’io sbaglio fuori dal tennis – come fai a non sbagliare a vent’anni –, ma bisogna capire gli errori e andare avanti. È lo stesso che succede sul campo, ma questo ti resta per sempre, mentre il tennis lo giochi per venti, venticinque anni. La vita è un altro discorso”.

La crescita di un tennista è strettamente legata al suo team, con il quale il rapporto non può non essere di completa fiducia. Di sicuro, questo vale per Sinner e la sua squadra: “Siamo una famiglia, ci conosciamo molto bene a partire da Riccardo [Piatti], poi sono arrivati Dalibor Sirola e Claudio Zimaglia che mi hanno aiutato quando sono salito un pochettino e adesso conosco meglio della mia famiglia, sono felice di far parte di questa squadra. Il rapporto è semplicemente bello; sono loro le persone che girano con te, ogni tanto si danno il cambio, però a me non cambia tanto, perché ognuno ha lo stesso obiettivo e sa quello che deve fare”.

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Monfils: “L’Italia ha trovato l’oro. Berrettini e Sinner potrebbero giocare contro una finale Slam”

“Esclusiva” con Gael Monfils su: chi più forte tra Berrettini e Sinner in prospettiva? “Li vedo entrambi top-10 a fine anno. Non è vero che il rovescio di Berrettini non è un buon rovescio”

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Gael Monfils - Sofia 2021 (foto Ivan Mrankov)

Ho approfittato della simpatia e della disponibilità di Gael Monfils, fresco reduce da una facile e rapidissima vittoria nei quarti di finale (6-2,6-2 in 49 minuti e 53 secondi) sul nostro Gianluca Mager a Sofia – “Ma che atmosfera triste senza pubblico! C’era un così bell’ambiente quando ero venuto l’ultima volta“-  e alla seconda semifinale consecutiva in due settimane, per chiedergli un’opinione su due tennisti italiani che lui conosce molto bene, Matteo Berrettini e Jannik Sinner per averci lottato a lungo in due maratone di 5 set (e non solo).

Monfils è stato n.6 ATP come best ranking, ora è n.20 ed è testa di serie n.2 a Sofia, preceduto dal nostro Sinner.

Matteo raggiunse le semifinali dell’US Open dopo un’epica battaglia di cinque set con Gael conclusasi al tiebreak decisivo  (3-6,6-3,6-2 36,7-6), per poi ribatterlo in ATP Cup questo gennaio 6-4 6-2.

 

Jannik e Monfils invece hanno duellato tre volte, Sinner ha vinto due volte. La prima ad Anversa 2019 (6-3,6-2) e la terza all’ultimo US Open 6-4 al quinto (7-6,6-2,4-6,4-6,6-4), nel mezzo ci perse a Vienna (6-3,7-6).

Chiedo a Gael se lui si sente di dare una risposta a tutti quanti chiedono se Jannik diventerà più forte di Matteo, che è una domanda che ci si sente rivolgere molto spesso dagli appassionati italiani.

Matteo dacchè ha raggiunto la semifinale del 2019 all’US Open ha veramente …”decollato”, è diventato un tennista di una solidità impressionante. Da due anni è mezzo non è solo un top-ten, è un top-8, è incredibile come si adatta su qualunque superficie…

E Jannik?

Beh, l’ho conosciuto davvero molto giovane, mi ha anche subito battuto la prima volta a Anversa. Penso che gioca estremamente bene, è molto rapido da tutti i due lati, tira molto forte, ha una palla pesante, fa tutto bene…se diventerà più forte di Matteo? Non posso dire altro che di essere sicuro che entrambi saranno ancora più forti a breve, e non mi sorprenderebbe che i due si possano trovare un giorno a giocare una finale d’uno Slam l’uno contro l’altro!  Matteo ne ha già giocata una e Jannik ha certo il potenziale per arrivare a giocarne una anche lui e anche per vincerla e quindi dire adesso chi diventerà più forte tra i due è difficile da dire adesso, lo sa solo Dio. Ma i due sono un tesoro per il tennis italiano! Sono entrambi due top-ten garantiti”.

Vabbè Gael, però in questo modo non è che ti sbilanci troppo! Capisco che non sia facile eh…, anche a me quando mi chiedono se Jannik diventerà più forte o meno di Matteo mi stringo nelle spalle…Ma puoi provare a essere un po’ meno diplomatico? Hai visto Jannik contro Gerasimov giovedì sera?

No, non l’ho visto perché volevo guardare la partita della mia signora (ma femme; Elina…) a Chicago”.

Puoi provare a fare un’analisi tecnica dei due, per esempio che ne pensi del rovescio di Matteo? E’ chiaro che ha servizio e  dritto formidabili, ma il rovescio a quel livelli è un punto debole non trovi?

No, attenzione, un momento. Il suo rovescio è molto buono…non è all’altezza del dritto, ma il suo rovescio slice è molto fastidioso, e anche quello piatto. Non è forte come il dritto perché altrimenti sarebbe straordinario, ma che non sia forte come il dritto non vuol dire che abbia un brutto rovescio. Il suo dritto è certamente uno dei tre migliori del circuito, e il rovescio soffre il paragone con il dritto ma è un rovescio comunque molto buono. Berrettini con quel servizio che ha poi…quando te lo trovi di fronte è davvero difficile, davvero molto complicato trovare il modo di contrapporcisi. E dal 2019 i risultati che è capace di produrre in continuità parlano per lui: fa finale in uno Slam, semifinali o quarti di finale [perdendo solo da Djokovic…n.d.UBS], grandi match, è arrivato in finale al Masters, fa finali a Masters 1000, vince tornei 250, 500, è un giocatore che fa risultati da top 6…

Mentre Jannik…

Jannik ha 20 anni! Ha fatto risultati enormi per la sua età. Ha fatto finale in un Masters 1000 [Miami], ha vinto un 500 [Washington], ha vinto dei tornei, è appena al di fuori dei top-ten, gioca in un modo incredibile, i due sono diversi, hanno caratteristiche differenti, non so che cosa posso dirti ma credimi, voi avete trovato l’oro con questi due ragazzi…non so che cosa dirti di più. Alla fine per rispondere alla tua domanda su chi abbia maggiore potenziale fra i due, avrai risposte soggettive: dipende infatti da come quello a cui lo chiedi si è trovato giocando contro di loro. Dipende anche dai match ma a un giocatore può piacere più affrontare Berrettini e a un altro Sinner e il suo giudizio ne sarà influenzato. Magari a uno potrebbe preferire affrontare Jannik sul duro e Matteo sulla terra battuta, o meglio giocare con Sinner sull’erba perché avanti è meno forte piuttosto che Matteo che sull’erba gioca molto bene..è molto difficile risponderti perché è come se ti chiedono se preferisci giocare contro Rafa o contro Roger…dipende dove, quando, come. Comunque a fine anno i vostri ragazzi saranno entrambi entrambi top-10“. 

E su questo vaticinio rassicurante di Gael e i miei saluti a Elina Svitolina in Monfils, ci siamo allegramente salutati.

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