Federico Di Carlo: "Usate la forza mentale, tennisti!"

Interviste

Federico Di Carlo: “Usate la forza mentale, tennisti!”

Ubitennis ha intervistato in esclusiva Federico Di Carlo, mental coach di fama mondiale. Dalla piena maturazione di Flavia Pennetta, alla mancanza di disciplina mentale di Camila Giorgi; dalla passione di Federer, al rifiuto della sconfitta di Nadal. L’importanza della forza mentale

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Ciao Federico, non credo ci sia bisogno di una presentazione, i nostri lettori ti conoscono abbastanza bene sia perché hai avuto modo di interagire personalmente con loro attraverso le pagine del blog ma anche per via della tua pubblicazione “Il Cervello Tennistico” ed alcuni articoli pubblicati sul giornale della ITF sempre sugli aspetti mentali del tennis. Parliamo di oggi….

Su cosa stai lavorando in questo momento?
Al momento sto lavorando su una nuova pubblicazione in lingua inglese sugli aspetti neuroscientifici del tennis. È un lavoro che mi sta portando via molto tempo perché le cose bisogna farle bene ed in modo approfondito. Sono in contatto diretto con molti centri di ricerca negli Stati Uniti ed è un mondo ultra specialistico, in grande fermento e perenne cambiamento. L’applicazione allo sport non è immediata e superficiale come fa qualche presunto guru dell’allenamento per avallare proprie teorie, idee personali e metodi di allenamento che di scientifico hanno poco o niente. Insieme al lavoro di ricerca alterno anche il lavoro pratico sul campo. In questo momento sto collaborando con 5 circoli a nord e a sud dell’Italia e seguendo anche molti giocatori e giocatrici sparpagliati per tutto il territorio che seguo da casa. Purtroppo non ho il dono dell’ubiquità e molti atleti li seguo lavorando via skype ed interagendo in modo continuo e serrato con i loro allenatori. Seguo dal punto di vista mentale anche diversi tiratori a piattello di fama e spessore mondiale che sono allenati dal coach Diego Gasperini, uno dei soli 5 coach al mondo di livello della International Sport Shooting Federation (ISSF).

Proviamo a fare un resoconto per i colori azzurri, che stagione è stata per il tennis italiano?
Sicuramente per il tennis femminile è stato un anno d’oro! Sei italiane tra le prime 100 ed una finale slam tutta italiana, per citare i fatti più eclatanti, sono un bel riscontro.

 

Ecco, parlando del tennis femminile italiano, prendendo una ad una le nostre migliori atlete, ci puoi fare una panoramica dei punti di forza e punti deboli dal punto di vista mentale?
Premetto che nel tennis femminile l’aspetto mentale conta molto di più che nel tennis maschile per diverse ragioni. Tornando comunque alla tua domanda, sono tutte giocatrici diverse dal momento che vengono da percorsi diversi, e non potrebbe essere altrimenti. Flavia Pennetta è a mio parere quella che ha raggiunto la piena maturazione come donna e come giocatrice. Le due cose spesso sono interrelate inestricabilmente. Questo secondo me è anche il motivo per cui sia nel tennis maschile che in quello femminile accade sempre più spesso che i giocatori arrivino ad avere prestazioni insperate oltre i trenta anni. Il tennis dal punto di vista mentale può essere devastante. Solo quando il giocatore si mette in pace con se stesso ed il tennis non è in grado più di far male all’immagine di sé, in quel momento esce fuori il suo miglior tennis. Flavia questo percorso lo ha compiuto tutto, il tennis le ha tolto tanto ma le ha dato forse il doppio. Adesso è giunto per lei il momento di continuare il suo percorso di donna ed iniziare una vita diversa. La scelta di ritirarsi dopo aver raggiunto il culmine della sua carriera è quella di una donna e di una giocatrice matura.

Sara Errani è una giocatrice che da anni continua a stupire tutti. È una ragazza che ha una forza d’animo, una determinazione e convinzione dei propri mezzi straordinaria. Mentalmente in campo è il prodotto di molta scuola spagnola ed in genere sudamericana. In spagnolo questo atteggiamento in campo viene di solito definito “garra”. Si tratta di uno stato di attivazione fisica e mentale che vengono di solito definiti come” grinta e determinazione” che permettono ad un giocatore di lottare su ogni punto. Sebbene questo stato mentale permette ad un giocatore di esprimere buona parte del proprio potenziale, è molto dispendioso e comunque non è l’ideale. Il tennis è un gioco di destrezza in cui viene richiesta coordinazione fine dei movimenti. Il gesto tecnico ottimale nel tennis richiede decontrazione muscolare. L’attivazione nervosa invece non fa altro che aumentarla. I giocatori che accedono all’energia nervosa come fonte di energia si consumano con il tempo prima. Giocare con i muscoli sempre over-tesi è altresì fonte di infortuni e lesioni. Non è un caso che molti giocatori spagnoli che vengono da questa scuola, hanno avuto un sacco di guai fisici nella loro carriera (Bruguera, Ferrero, Berasategui, Nadal per citarne alcuni) ed all’approssimarsi dei trenta anni sono finiti. Quando si dice che Federer è stato fortunato a non infortunarsi, da una parte è vero, ma dall’altra è vero anche che Federer ha saputo costruire la sua preparazione, il suo gioco, la sua programmazione sulla personalizzazione dei carichi, sulla decontrazione muscolare, sulla partecipazione limitata a ristretto numero di tornei .

Per tornare al nostro discorso…
Roberta Vinci è la giocatrice italiana che tra le altre ha seguito di più questa filosofia. Sicuramente è dovuto al fatto che la costruzione di un tennis classico vario e brillante non consigliava la costruzione di un gioco troppo muscolare. È una giocatrice che tra le altre si è un po’ costruita l’immagine di gregaria ma a mio modo di vedere è una giocatrice estremamente intelligente che è riuscita a trarre vantaggi competitivi da un tennis che sta quasi sparendo.

Camila Giorgi è sicuramente tra le giocatrici italiane quella per me più interessante. Il tennis di Camila è molto fluido ed i suoi livelli di energia in campo sono altissimi. Quando gioca in modo rilassato e debitamente concentrato è veramente un piacere assistere alle sue partite. Sfortunatamente, ci sono dei momenti in cui entra in stati mentali negativi da cui non riesce ad uscire e le partite sembrano volarle di mano. A volte esce da stati mentali ottimali senza sapere come rientrarvi. Non ha ancora imparato ad evitare che i processi razionali influiscano negativamente con gli automatismi della memoria neuromuscolare. Non ha ancora acquisito le abilità di eseguire a piacimento gli switch mentali che le permetterebbero di avere continuità di prestazione. Nel momento in cui deciderà di lavorare su questi aspetti e riuscirà a trovare una sua disciplina mentale, saranno guai per tutte!

Delle 6 giocatrici, Karin Knapp è sicuramente quella che conosco meglio. Karin è una ragazza straordinaria, la vita l’ha messa davanti a tante prove che avrebbero stroncato la carriera alla maggior parte delle altre giocatrici. Ma non Karin. È una ragazza che ha umiltà, spirito di abnegazione e cultura del lavoro eccellenti. Karin non ha ancora trovato continuità. Il fatto di entrare ed uscire negli anni dalle competizioni hanno fatto in modo che lei non potesse costruire sensazioni e certezze soprattutto dentro al campo. Questo si è spesso ripercosso sulla continuità sia nelle prestazioni che nel rendimento. Sta uscendo da un ulteriore infortunio al ginocchio e mi auguro che nel 2016 possa giocare con continuità e soprattutto serenità.

Se dovessi descrivere Francesca Schiavone con un solo aggettivo, direi “animus pugnandi”. Il tennis di Francesca è fatto di fibrillazioni continue. È un tennis senza riposo, estroverso, per certi versi discontinuo ed incoerente ma spesso efficace e mai banale. Il tennis ha esacerbato in Francesca una personalità in perenne contrasto con se stessa e con gli altri, accendendo luci ed ombre, eccessi e manchevolezze. Una carriera vissuta sempre al limite ma sempre in modo personale.

Delle nuove leve chi è che ti piace dal punto di vista mentale e chi pensi abbia maggiori chance di entrare tra le prime cento?
Questo è un discorso molto lungo e difficile, Angelo. Come evidenziato dal percorso delle italiane, non c’è una sola strada che porta al successo e la storia di tutte le giocatrici indica che le ragioni per cui una giocatrice ce la fa e le altre non ce la fanno sono da ricondurre soprattutto a fattori personali motivazionali ed altri di diversa natura (ambientale, economico, strutturale etc) che possono scattare o non scattare a seguito di molti fattori. Quello di fare nomi sarebbe pertanto soltanto un puro esercizio di stile. Come si evidenzia anche la storia delle “magnifiche sei”, i percorsi per arrivare tra le top 100 sono tutti diversi, chi è andata in Spagna, chi si è affidata a team italiani, chi si è affidata alla federazione e via discorrendo. Al momento in Italia ci sono tante ragazze che magari hanno visibilità e sono conosciute anche al pubblico, ma ce ne sono altrettante che magari stanno facendo un percorso di élite, in silenzio, e noi non lo sappiamo ancora… Se devo comunque citarti alcune giovanissime, forse sconosciute al grande pubblico, di cui conosco il percorso e che mi piacciono per mentalità ed atteggiamento in campo ti direi Federica Bilardo, Alexia Carlone, Rosanna Maffei. Entreranno tra le prime cento? Nessuno può dirlo. Ma passione, dedizione incondizionata, determinazione a riuscire e desiderio continuo di migliorare avranno sicuramente un’incidenza fondamentale.

Parlando di desiderio di volersi migliorare continuamente, cosa ne pensi dell’atteggiamento mentale di Federer?
Io penso che Federer sia un grandissimo professionista e forse il miglior ambasciatore possibile che questo sport potesse avere. Essere professionista vuol dire lavorare senza sosta per guadagnare vantaggi competitivi sui propri avversari. Federer sa benissimo che Djokovic, Murray e Nadal (per non parlare degli altri) studiano il suo gioco, le sue statistiche, i suoi movimenti e si preparano per controbattere a quelli che sono i suoi punti di forza e per usare a proprio vantaggio quelle che sono le sue debolezze. È per questo motivo che è ancora li, a 34 anni a studiare ed imparare per guadagnare vantaggi competitivi. Un vero esempio per tutti. Ma se Federer facesse questo soltanto per scopi puramente professionali, probabilmente lo renderebbero un personaggio molto freddo ed insignificante. È la passione e l’amore per questo sport che spingono un giocatore che nella carriera ha vinto tutto a continuare a fare sacrifici ed a spostare il limite oltre. Se pensiamo che questo era un giocatore che fino ai 21 era conosciuto sul circuito come “Mad Federer” e che qualcuno che lo aveva visto giocare nel 2001 aveva esclamato che con quel rovescio non sarebbe diventato nessuno nel tennis, mi pare che non se la sia cavata male, e che non si può mai dire mai!

E di Nadal cosa ne pensi?
Penso che Nadal sia uno dei giocatori più forti mentalmente che abbia calcato un campo da tennis. Penso anche che per stile di gioco, personalità e caratteristiche la rivalità con Federer sia diventata un classico. I due campioni sono anche diversi dal punto di vista mentale. Federer ha lavorato tanto sulla naturalezza; Nadal sul controllo razionale. Fatto sta che Nadal ha fatto della parte mentale un vantaggio competitivo del suo gioco. Conoscendo un po’ la mentalità sportiva di Nadal si capisce come l’atteggiamento in competizione sia quello di competere per non arrivare secondo. È una mentalità che difficilmente accetta la sconfitta. Non è un caso che la maggior parte degli infortuni di Nadal siano capitati in modo concomitante alle sue sconfitte sul campo. Nel momento in cui le sconfitte sono arrivate più sovente nell’ultima stagione, il campione spagnolo ha ammesso pubblicamente che i risultati negativi erano dovuti in particolar modo a mancata tenuta mentale e, da eccellente professionista quale è, si è rimesso a lavorare su questo aspetto. Mi auguro che il 2016 ci restituisca un Nadal completamente ristabilito e totalmente competitivo. Il nostro sport ha bisogno della personalità di tennisti come Nadal.

Pensi che Nole e Murray sono destinati ad un duopolio dopo il ritiro di Federer e Nadal? Cosa ne pensi dal punto di vista mentale dei due?
La mia impressione è che al momento Djokovic e Murray abbiano qualcosa in più e soprattutto più continuità rispetto a giocatori come Wawrinka, Nishikori, Berdych e gli altri che vengono dietro. Come dicevo sopra, tutto può succedere, il fatto di essere diventati genitori potrebbe togliere un po’ di focus, dedizione ed energia ai due o aggiungerne, chi lo sa? Certamente dei due Djokovic sembra quello che ha trovato più stabilità e continuità. Ha dovuto lavorare moltissimo sulla gestione delle emozioni con dei protocolli di allenamento mentale che conosco molto bene. L’immagine di Nole all’esterno è quella di una persona scanzonata e burlona, ma la verità è che si è costruito un team di primissimo ordine che lascia poco o nulla al caso. Penso che con il ritiro di Federer e Nadal, Djokovic possa diventare il nuovo padrone del circuito.

Murray per me rimane ancora un’opera incompiuta. Sembrava che con l’avvento di Lendl come allenatore avesse trovato una sua dimensione. Non è un caso che Lendl avesse preteso al suo arrivo che Murray seguisse i consigli di uno psicologo dello sport. Da quando non c’è più Lendl, il ragazzo sembra essere ritornato quello di una volta. Molto nervoso e loquace in campo e con atteggiamenti spesso remissivi. Spesso il cambiamento nei giocatori è sollecitato da singole situazioni che ne scuote lo status quo e porta a dei cambiamenti. Mi auguro che per Murray la paternità ormai prossima possa essere il mental turning point.

Grazie per la chiacchierata Federico, spesso si guardano questi grandi campioni e non si capisce come possano ottenere risultati del genere con cosi tanta continuità, ma sappiamo bene come dietro un fenomeno del tennis, ci sia comunque un lavoro estenuante dal punto di vista mentale.

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Miami, la maturità di Jannik Sinner: “A 19 anni o vinci o impari”

Jannik nasconde la sua giovane età dietro una grande ambizione, nonostante la sconfitta: “Non mi ha preso a pallate, sono io che ho sbagliato molto. Quando perdo voglio subito capire perché ho perso”

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Jannik Sinner - ATP Miami 2021 (via Twitter, @atptour)

La grande settimana di Jannik Sinner purtroppo non ha avuto un degno lieto fine e si è conclusa con la sconfitta in finale contro l’amico Hubert Hurkacz, anch’egli esordiente in un ultimo atto di questo livello. La delusione è ovviamente forte, com’è giusto che sia, ed è anche abbastanza evidente dall’espressione dipinta sul suo volto. Anche perché l’azzurro era venuto a Miami con le idee chiare e discrete ambizioni. “Sono venuto qui con l’idea di vincere, visto che Rafa, Novak e Roger non avrebbero giocato. Sono venuto qui con l’idea di vincere e, partita dopo partita, di controllare il gioco. Adesso è difficile parlare della finale, ci sono ancora dentro con la testa. Ma penso di poter imparare molto“.

Qualche rimpianto c’è in effetti, soprattutto per quel break subito al momento di servire per il primo set sul 6-5. Jannik ha poi finito per perdere il parziale al tie-break, ritrovandosi addirittura sotto 4-0 nel secondo. A fine partita, Sinner ha provato a analizzare a caldo quel parziale negativo, senza colpevolizzarsi né viceversa nascondersi dietro a un dito. “Ho iniziato a servire peggio, ho fatto qualche errore in più ma se mi trovo in vantaggio 6-5 e poi finisco sotto 7-6 4-0 non vuol dire che ho avuto un blackout, io sono sempre lì per provare a giocare tutti i punti. Non butto via punti senza senso, ho fatto qualche errore ma adesso è difficile analizzare, sono appena uscito dal campo“.

Sì, mi capita spesso di perdere il servizio a inizio partitadice poi Jannik, confermando la sensazione del direttore Scanagatta. “E spesso vado sotto 0-15 quando servo; non so perché, lo dobbiamo analizzare con Riccardo (Piatti, ndr). E quando succede non è semplice venire fuori dalla situazione, perché ti ritrovi dietro nel punteggio. Però è finita 7-6 6-4, non 6-1 6-1. Ho provato a fare il mio gioco, a fare del mio meglio. Ci sono riuscito un po’ sì e un po’ no, ma ho provato sempre a decidere io come giocare tutti i punti. Però lui non è andato 7-6 4-0 grazie a colpi vincenti, sono io che ho sbagliato molto. Non mi ha preso a pallate. Oggi, per la mia crescita, è più giusto fare così, provare a fare il vincente piuttosto che rimanere passivo“.

 

Sinner non è però pentito di come ha gestito la partita, cercando sempre di tenere il comando delle operazioni e di prendere per primo l’iniziativa, anche a costo di sbagliare. “Nelle altre partite del torneo ho sempre deciso come giocare, cosa fare con la palla. Ho commesso errori anche le altre volte, certo, ma oggi proprio non era la mia giornata. Quando hai 19 anni, o vinci o impari. Ovviamente avrei voluto vincere, ero un po’ nervoso ieri e oggi all’inizio del match. Semplicemente non era il mio giorno, congratulazioni a Hubi“.

Hurkacz in effetti ha ampiamente meritato il successo, oggi come nel corso della settimana. Sorprendendo uno dopo l’altro quattro top 20 e anche lo stesso Sinner, che lo conosceva già, avendoci giocato insieme in doppio a Dubai, ma forse non così bene. “Sapevo che serve bene e che gioca meglio di rovescio, ,a non mi aspettavo che si difendesse così bene. Pensavo che si muovesse un po’ più lento e invece è davvero veloce in campo. Oggi è stato un esame che non sono riuscito a passare. Vediamo come andrà il prossimo esame”.

Jannik Sinner e Hubert Hurkacz, stretta di mano – ATP Miami 2021 (via Twitter, @atptour)

Riguardo alla sua amicizia con il polacco e l’eventuale ruolo giocato dalla stessa nella partita odierna, Jannik ha prontamente sgombrato ogni dubbio: essere amici non influenza l’andamento del match né il match influenza l’amicizia. “Quando giochi il doppio con qualcuno e il torneo successivo ci giochi contro, ovviamente è strano. Non stavo pensando a quello però, ero concentrato più sul gioco e su quello che dovevo fare. Mi piace giocare il doppio con lui, quando ti senti a tuo agio con qualcuno è bello giocarci insieme. Però non credo giocheremo il doppio insieme in tutti i tornei, in quelli più importanti sarà difficile. Ma non vedo l’ora di affrontarlo di nuovo in singolare e prendermi la rivincita“.

La finale di quest’anno è stata la più giovane in questo torneo dal 2009 (Murray-Djokovic) e in generale la quinta più giovane nella storia di Miami. Sinner ha ovviamente commentato con piacere l’evento, ma con altrettanta cautela ha ammesso che il cambio della guardia è ancora di là da venire. “Credo che la NextGen sia divertente da vedere. Prima di tutto, perché non ci conosciamo benissimo tra di noi e anche il pubblico ancora non ci conosce. Però deve ancora dimostrare di poter battere i Big3, non sembra ancora pronta per batterli con una certa frequenza

Ora è tempo di riposarsi un po’ (ma non troppo) e di riflettere a mente più fredda sulla sconfitta, indagandone a fondo le motivazioni. “O vinci o impari” è il mantra di Sinner, ben lontano da un certo qual vassallaggio e/o quasi indifferenza che spesso abbiamo visto trasparire dalle conferenze stampa di altri giovani. “Io quando perdo cerco sempre di capire perché ho perso. Lo voglio sapere subito, infatti ho già chiamato Riccardo e ho parlato con Andrea (Volpini, ndr) che è qui. Io sono duro perché ho sempre fatto così, voglio capire anche quando vinco subito cosa ho sbagliato. Oggi volevo vincere, ma questa partita mi aiuterà tanto in futuro. La potevo vincere, ho fatto io il gioco e deciso cosa fare, ma ho sbagliato spesso. Adesso non c’è tanta pausa, perché non gioco da tanto sulla terra e c’è subito Montecarlo“.

Il piano è chiaro, i limiti sono chiari, anche a Sinner stesso. Il diavolo sta nei dettagli dopotutto e questo è pur sempre lo sport del diavolo. “Lavorerò tanto con Sirola, forse più sulla parte fisica che sul tennis, perché è l’aspetto in cui devo migliorare di più. Sono bravo a rimanere lì con la testa su tutti i punti e affrontare sempre le difficoltà. Non ho paura di quello che sto facendo e di quello che devo fare. Però fisicamente devo ancora migliorare e lo sento in campo, soprattutto negli scambi lunghi. Ad esempio la partita contro Khachanov è stata dura, devo migliorare tanto sotto quell’aspetto. In fondo un torneo non dice nulla, la strada è lunga e devo capire tantissime cose“.

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Hurkacz: “Per battere Sinner devi fare qualcosa di speciale”

Il vincitore del torneo di Miami si è detto felice ma non sazio: “Devo continuare a migliorare ogni giorno”

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Hubert Hurkacz - Miami 2021 (foto Twitter @ATPTour)

È un Hubert Hurkacz estatico quello che si è presentato in conferenza stampa dopo la vittoria del titolo di Miami, e non potrebbe essere altrimenti. Il polacco (che da oggi sarà N.16 ATP, un miglioramento di 21 posizioni) ha battuto cinque giocatori che lo precedevano in classifica (fra cui due Top 10) ed è diventato il giocatore con il ranking più basso a vincere un Masters 1000 dai tempi di Tomas Berdych a Bercy 2005, e sta ancora cercando di capacitarsi di quanto successo: “Sono veramente felice per aver vinto quello che finora è il titolo più importante della mia carriera, è un momento speciale. Ho giocato il mio miglior tennis di sempre o giù di lì. Sono stato solido per tutto il torneo, e ogni volta che passavo un turno mi sentivo ancora più carico per quello successivo”.

IL MATCH DI OGGI E IL RAPPORTO CON SINNER

Non è un mistero che i rapporti con Jannik Sinner siano eccellenti, e quindi non sono mancati i complimenti all’avversario di ieri: “Si è trattato di un match molto duro. Per battere Jannik devi fare qualcosa di speciale, è un giocatore fantastico e anche una persona fantastica, avrà un grande futuro. Ho cercato di essere il più solido possibile perché lui ha colpi pesantissimi, e se glielo lasci fare lui prende il controllo; ho dovuto mischiare le carte in un paio di occasioni e cambiare ritmo per arginare la potenza dei suoi colpi a rimbalzo. Lui è in grado di buttarti fuori dal campo, e quindi ho cercato di far sì che non succedesse rimanendo aggressivo e lottando su ogni palla”.

Durante il match, Hubi ha dimostrato una grande capacità nel gestire i momenti della partita, breakkando a zero quando Sinner ha servito per il primo set e alzando improvvisamente il livello di aggressività all’inizio del secondo, ma inevitabilmente ha sentito un po’ di tensione quando l’italiano è tornato a farsi minaccioso: “Lui ha iniziato a giocare meglio quando ho avuto la chance di salire 5-0 nel secondo ed è tornato in partita; in quel frangente mi sono un po’ innervosito, lui ci ha provato e mi è arrivato molto vicino. Ho solo cercato di lottare per innalzare il mio livello e vincere qualche punto in più”.

 

L’occasione era di quelle irripetibili, viste le assenze di così tanti top player, ed entrambi hanno saputo approfittarne: “Senza i Big Three nel torneo, tutti noi della Next Gen abbiamo provato a dare il nostro meglio e di competere al limite delle nostre possibilità – spero che gli spettatori si siano divertiti e che abbiano apprezzato. Jannik in questo senso è un grande giocatore e competitor, la sua presenza è un bene per questo sport. Ovviamente non sta a me giudicare il nostro livello, spero solo che le persone si siano divertite a guardarci e sostenerci qui a Miami”.

Come detto, i due sono molto legati, e gli è quindi stato chiesto delle origini della loro amicizia: “Da quel che ricordo ho iniziato ad allenarmi con Jannik durante i Challenger italiani nel periodo in cui ho raggiunto la Top 100, quindi più o meno tre anni fa. In quel torneo lui perse nelle qualificazioni, ma era già uno che si allenava tutti i giorni. Poi mi ricordo di averlo visto allenarsi a Montecarlo nel 2019, e da lì ha iniziato a ricevere wildcard e a giocare bene anche a livello ATP. Lui è sempre stato molto gentile, ed è incredibilmente professionale, vuole sempre migliorare; gli auguro il meglio per il futuro”.

LA FLORIDA E IGA SWIATEK

In questa stagione Hurkacz ha dieci vittorie su dieci nei match giocati in Florida, visto che ha vinto anche il torneo di Delray Beach a gennaio – forse essere di casa aiuta, così come aver già vinto nel 2021: “L’anno scorso sono rimasto in Florida per circa metà dell’anno, quindi sono riuscito ad abituarmi alle condizioni di gioco, sicuramente questo è stato un elemento importante per il mio successo. La mia autostima è stata molto alta dall’inizio della stagione, e vincere un titolo di questo tipo è un grande incentivo in termini di motivazione e fiducia in me stesso, perché sono riuscito a tirarmi fuori da alcune situazioni molto complicate”. Anche per questo si è trovato bene, seppur con pochi spettatori: “L’atmosfera durante la finale e le ultime partite del torneo è stata fantastica. Gli spettatori si sono fatti sentire e hanno tifato per noi. Certo, sarebbe più bello se gli spalti fossero piani, ma è comunque stato piacevole, e poi a me piacciono molto la Florida e Miami”.

Va poi sottolineato che il movimento polacco si sta abituando a grandi successi: lui stesso ha vinto un 1000 in doppio a Bercy lo scorso novembre, e un mese prima Iga Swiatek ha conquistato (sempre a Parigi) il suo primo Slam – è stato importante per lui? Sono stato davvero orgoglioso di Iga, quello che ha fatto a Parigi è stato fantastico. Credo abbia permesso a noi, a me, e a tutti i giovani polacchi di credere che sia possibile vincere dei grandi tornei. A mia volta spero di poter ispirare le persone in Polonia, sono orgoglioso di essere polacco e grato di tutto il supporto che ricevo”.

Ora che è arrivato un titolo di questa importanza, però, Hurkacz non ha intenzione di fermarsi: “Il mio livello sta crescendo, anche perché lavoro molto duramente con CB, il mio coach [Craig Boynton, ndr]. Ovviamente ci sono ancora un paio di aspetti da migliorare, per questo dobbiamo lavorare ogni giorno, anche perché pure i miei avversari lavorano tanto, e quindi devo cercare di crescere per poterli battere”.

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Bianca: “Non mi vergogno a mostrare le mie emozioni”. Ashleigh: “Non devo provare di essere la n.1”

Le parole di Bianca Andreescu e Ashleigh Barty dopo la finale del Miami Open

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Bianca Andreescu (di schiena) e Ashleigh Barty (di fronte) - finale Miami Open 2021 (foto Twitter @MiamiOpen)

 La Congenital Insensitivity to Pain with Anhidrosis (CIPA) è una patologia congenita molto rara del sistema nervosa che impedisce ad un individuo di sentire dolore. Qualcuno potrà pensare che si tratti di una manna dal cielo, ma in realtà si tratta di una malattia molto pericolosa perché il dolore è il segnale che il nostro corpo manda per far capire che qualcosa non va.

Bianca Andreescu sembra patire le conseguenze di una sindrome simile, perché la sua straordinaria carica agonistica che più e più volte le ha fatto letteralmente rifiutare la sconfitta anche in situazioni disperate sembra spingerla a giocare oltre il dolore e oltre i limiti del suo stesso corpo. Anche in questa finale del Miami Open, nella quale un incidente abbastanza fortuito a una caviglia l’ha resa sostanzialmente incapace di continuare a giocare, Bianca avrebbe voluto continuare, “ma il mio preparatore atletico Abdul mi ha salvato da me stessa e mi ha fatto capire che avrei dovuto fermarmi” ha dichiarato durante la conferenza stampa post-match in un discorso interrotto più volte dalle lacrime.

Era già accaduto prima, era già accaduto che avevo spinto il mio corpo fino a peggiorare il problema che mi stava fermando. Questa volta mi sono fidata del mio team, e so che è stata la decisione giusta”.

 

È stato comunque un torneo positivo per me – ha aggiunto una volta ricompostasi – ho passato talmente tante ore in campo che mi sembra di aver giocato tre tornei in uno, ed è fantastico, perché ha aiutato molto la mia fiducia. In Australia mi sentivo soverchiata da tutto quello che stava succedendo, e sono contenta di aver giocato i miei primi match al rientro, perché sono convinta che quelle partite mi abbiano aiutato a raggiungere questo splendido risultato”.

Ci sono state parole di grande apprezzamento per la sua avversaria: “Ashleigh è stata molto carina con me, mi ha detto che le dispiaceva e che sicuramente ci incontreremo tante altre volte. Il suo gioco è molto vario, le piace alternare i colpi, un po’ come me. Ora so come ci si sente a giocare contro di me”.

È presto per sapere se l’infortunio alla caviglia richiederà una sosta più o meno lunga, “ma so quello che devo fare, continuare con il piano che stiamo seguendo e guardare avanti. Mi è costato molto fare quello che ho fatto oggi, ma sono convinta che sia stato un bene aver preso questa decisione, è stata la decisione giusta. Non mi vergogno di mostrare le mie emozioni, in campo e fuori, perché così facendo spero di poter dare l’esempio e far vedere che mostrare le proprie emozioni non vuol dire mostrarsi deboli, e che non c’è niente di sbagliato nel farlo”.

Ovviamente di altro tono l’incontro di Ashleigh Barty con la stampa: questo Miami Open è il primo titolo che l’australiana difende con successo in carriera, e si tratta anche di una sorta di legittimazione del suo ruolo di n. 1 del mondo che più di una volta era stato messo in dubbio a causa della sua scelta di non giocare alla ripresa dell’attività nella stagione 2020. “Onestamente non credo di dover provare nulla a nessuno. Sono consapevole del lavoro che faccio giorno dopo giorno in campo e in palestra. Lo scorso anno non ho giocato, ed è vero che non ho perso punti per questo, ma non ho nemmeno avuto la possibilità di migliorare il mio ranking come invece hanno fatto le altre giocatrici. So che ci sono persone che pensano che non meriti di essere al n.1, e questo fa parte dell’ordine naturale delle cose, ognuno ha diritto alla sua opinione. Ma siccome si tratta di opinioni che non posso in alcun modo cambiare, non lascio che mi influenzino”.

Il match si è disputato in condizioni ambientali piuttosto difficili e sicuramente diverse da quelle avute durante il resto del torneo. “Sì, c’era molto vento – ha confermato Barty – era molto difficile capire come giocava l’altra, ci è voluto un po’ di tempo, soprattutto perché non ci eravamo mai incontrate quindi non sapevo esattamente cosa aspettarmi”.

Uno dei reporter che copre il torneo di Miami da più tempo ha ricordato ad Ashleigh che le sole altre giocatrici che sono state capaci di vincere due Miami Open consecutivi sono state Steffi Graf, Monica Seles, Arantxa Sanchez Vicario, Venus Williams e Serena Williams. “Non credo di essermi guadagnata il diritto di appartenere a questo gruppo di campionesse – ha ribattuto Barty – si tratta di vere leggende del nostro sport, per me è un privilegio anche solo essere menzionata nella stessa frase con loro, ma davvero penso di avere ancora molta strada da fare per poter essere considerata al loro livello”.

Ora Barty continua il lunghissimo tour di questa stagione 2021 con i tornei sulla terra. L’australiana ha infatti dichiarato prima dell’inizio del torneo che trascorrerà tutta la stagione senza tornare in Australia (dove dovrebbe fare 14 giorni di quarantena) ed inizierà con due tornei nuovi nel suo calendario: il Volvo Open di Charleston, in South Carolina, e il Porsche Tennis Grand Prix di Stoccarda, tradizionale appuntamento indoor sulla terra battuta di metà aprile.

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