La favola del TC Sinalunga

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La favola del TC Sinalunga

Il grande successo del piccolo circolo di Luca Vanni, promossa nell’élite del tennis italiano. Abbiamo intervistato il suo presidente, Marzio Bernardini, che ci ha raccontato di volontariato, Tiriac, FIT e il miracolo di Sinalunga

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CIRCOLI IN VISTA: la voce dei Circoli su Ubitennis

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Lo sport, che vivaddio continua a non nutrirsi della sola strafottente opulenza di calciatori con la cresta, non finirà mai di stupire. Di qualunque livello si tratti, dal campetto spelacchiato di periferia al centre court di Wimbledon, la disciplina fisica è una fucina inesauribile di emozioni e a volte è difficile sottrarsi alla retorica. Pertanto nessuna iperbole o esagerazione: il Tennis Club Sinalunga quest’anno ha letteralmente fatto il botto.

 

Ogni qualvolta c’è un Davide che incontra Golia – la storia dell’uomo, del resto, è piena di duelli almeno potenzialmente impari – l’aria lì intorno si impregna di un fascino catalizzante a tal guisa da risultare impossibile non finirne ammaliati. A maggior ragione se, contro ogni più basilare legge della natura, a prevalere al termine della battaglia, dei due, è quello più minuto. Folle e geniale da calciatore, saggio e pragmatico da allenatore, Emiliano Mondonico – l’artefice della sedia sollevata nel cielo di Amsterdam per intenderci – era solito ripetere in calce a qualche sua mirabile impresa da catenacciaro coach di provincia un pensiero tutt’altro che banale: “Non sempre vince il più forte, spesso vince chi ne ha più voglia”. In quest’ottica che se non illuminata, romantica lo è di sicuro e che allontana lo sport dall’essere classificabile una scienza esatta, succede per esempio che una squadra di football semi amatoriale come il Bradford City dalla quarta divisione inglese possa qualificarsi, in barba ai petroldollari di sceicchi e magnati, per la finale della più antica manifestazione sportiva al mondo. Oppure che un pugile scelto ad hoc alla stregua di una vittima sacrificale come il carneade (chi era costui?!) James Douglas riesca a mettere al tappeto Mike Tyson, forse la più distruttiva macchina da pugni della storia. E ancora che il modesto Giappone della palla ovale, nel bel mezzo di un mondiale atteso con trepidazione quattro lunghi anni, inchiodi al palo quegli Springbocks sudafricani che di mischie e placcaggi ne fanno una ragione di vita.

Tutte storie di una fionda che abbatte il filisteo, dunque. Al pari delle appendici in carbonio sfoderate con vigore rinascimentale dai cavalieri del Tennis Club Sinalunga – come vedremo, il più piccolo circolo di sempre ad esserci riuscito – che, se prima hanno conquistato il castello della massima serie tennistica nazionale, poi lo hanno valorosamente difeso dall’agguerrito ritorno dei più blasonati avversari. Un capolavoro che un’artista toscano non a caso come Paolo Uccello, se solo fosse vissuto qualche secolo più tardi, avrebbe senz’altro immortalato da par suo, in una versione moderna della celebre Battaglia di San Romano. E poco importa che nel corso delle generazioni, tra un’esondazione del torrente Foenna e l’altra, il campo di battaglia sia mutato in un rettangolo diviso in due da una rete e che i senesi da vinti siano magicamente mutati in vincitori.

Sinalunga, per l’appunto, è un minuscolo comune della Valdichiana in provincia di Siena. Situato a mezza via tra Firenze e Roma ad una manciata di chilometri dall’Umbria, vi risiedono poco più di dodicimila anime dedite oggigiorno più all’artigianato e alla piccola industria che a quell’agricoltura che per secoli ne ha costituito la principale risorsa produttiva. Celebre per l’allevamento della razza chianina, il pan lavato sulle tavole imbandite e, già che ci siamo, per aver dato i natali a Rosy Bindi, Sinalunga grazie ad un gruppo di formidabili ragazzi si è ora regalata un meritato surplus di visibilità, ritagliandosi il proprio spazio in quel mondo del tennis per solito poco incline alle nuove frequentazioni. Un melting pot vincente composto da argentini, polacchi e sinalunghesi doc che contempla, come ogni team che si rispetti, gregari e finisseur. Alla seconda categoria, che deve la propria esistenza solo alla solidità della prima, appartiene senza ombra di dubbio Luca, anzi Lucone, Vanni. Autore di un’annata eccelsa che lo ha visto irrompere tra i cento giocatori più forti del pianeta, il gigante buono di Foiano della Chiana, mostrando l’umiltà che da sempre lo contraddistingue, non ha mai avuto dubbi sulla genesi dei successi del circolo di casa: “Passione e amicizia. E naturalmente anche un po’ di talento, perché poi le partite bisogna vincerle!”. Testa, cuore e gambe, quindi, la ricetta per la gloria dell’enfant du pays dal servizio letale e l’espressione un po’ buffa. Indiscussa punta di diamante della formazione toscana con il dono dell’ubiquità: dai playground di mezzo mondo a quelli della Serie A1, più forte delle lancette, dei chilometri e della fatica. Tutto in una notte, e questa volta John Landis non c’entra affatto, per amore di una promessa fatta davanti ad un bicchiere di Chianti all’amico e Presidente Marzio Bernardini che, tra gentiluomini, vale molto più di qualsiasi contratto. Chapeau.

La favola di un Tennis Club nato giusto mezzo secolo fa e che può contare su meno di un centinaio di iscritti adulti, tre soli campi da gioco ed una passione grande come il mondo, regala il suo primo lieto fine nell’estate del 2014 grazie alla storica promozione in serie A1. Squadra che vince non si cambia. È quello che deve essersi ripetuto il Presidente, nella circostanza meno ingegnere e più padre di famiglia. E allora tutti confermatissimi gli alfieri del triplice salto mortale che dall’anonimato hanno saputo proiettare nella élite del tennis made in Italy una simpatica realtà in miniatura, capace di elevare a punto di forza gli intrinseci limiti economici e strutturali. Fare di necessità virtù, recita infatti un noto proverbio. Meglio se sospinti dal calore di un pubblico che non perde mai occasione per incoraggiare i propri beniamini e, aspetto non affatto trascurabile, con il sostegno di un’amministrazione cittadina attenta e partecipe.

Di Lucone Vanni, uomo solo al comando, si è già fatto cenno poc’anzi. Quel che ancora non si è detto è che, come spesso accade, dietro un grande uomo sta una grande donna. Citazione d’obbligo quindi per Francesca, ch’a nullo amato amar perdona, sempre pronta a portare serenità nella vita frenetica del John Isner sinalungano. Tuttavia in uno sport prettamente individuale ma per l’occasione di squadra, è utopistico pensare si possa vincere da soli. Anche se a guardare l’ultima edizione della Coppa Davis non si direbbe ma, come ha già avuto modo di argomentare su queste pagine il Direttore, quello è tutto un altro discorso. Ciò per dire che alle pendici del Monte Cetona, oltre a Luca che spero non me ne voglia, c’è molto di più: un gruppo forte e coeso, capace di farsi trovare pronto in ogni occasione. Poi, come dicono i Rokes, non sempre si può vincere, tuttavia in quanto ad impegno e sacrificio, il team non è secondo a nessuno. Agli encomiabili Tomas Tenconi, Dawid Olejniczak, Federico Polvani, Nahuel Fracassi, Giovanni Galuppo e Giacomo Grazi, che definirei gli “eroi della promozione”, in previsione di ben figurare in Serie A1 e di abbassare l’età media di una squadra un po’ vecchiotta è stato ingaggiato anche Pietro Licciardi, uno dei giovani di maggior prospettiva nel panorama azzurro. Perché, è notorio, che se arrivare in alto è difficile forse lo è ancor di più mantenersi in cima, quando tutti sono lì solo per vederti cadere. Senza dimenticare che al di là del net, questa volta, potrebbe decidere di imbracciare la racchetta anche un certo Fabio Fognini. Quel tizio lì, mezzo matto, che se gli gira batte tre volte Nadal in un anno.

Dire Serie A1, intanto, significa appartenere al gruppo dei migliori sedici circoli d’Italia. Suddivisi in quattro gironi da quattro squadre ciascuno, ci si sfida in un round robin con andata e ritorno, prima in casa e poi fuori. I migliori di ogni raggruppamento accedono alle semifinali; gli ultimi due classificati, invece, si giocano nei play off la sopravvivenza nella massima serie. Un estenuante tour de force concentrato nell’arco di tre mesi scarsi. Per la matricola Sinalunga gli avversari di questa prima emozionante avventura si chiamavano Tennis Club Genova 1893, Park Tennis Club Genova e Circolo Tennis Rovereto. Squadre che, manco a dirlo, possono vantare tutt’altra tipologia di storia, di circolo e di budget. Beh, chissenefrega! Vi ricordate infatti il motto del baffuto allenatore di cui sopra?

La prima volta non si scorda mai. Circoletto rosso, pertanto, intorno ad una data ben precisa sul calendario: domenica 11 ottobre 2015. É il fatidico giorno dell’esordio dei sinalunghesi nel gotha del tennis azzurro, roba da far tremare i polsi. Cuori deboli astenersi, please, che per i ragazzi di Bernardini c’è una salvezza tutta da conquistare. Chi allora meglio del Presidente stesso per raccontare,a bocce ferme, com’è andata a finire un’avventura umana e sportiva cominciata la bellezza di otto anni fa? Oltre, ovviamente, ad un sacco di altre interessantissime cose. Abusando di una disponibilità non comune, gli abbiamo fatto qualche domanda.

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“Un genitore ha già vinto quando il figlio scende in campo”. Parola di Fabio Chiappini, direttore tecnico di MXP Tennis Academy

Quattro chiacchiere con Fabio e con Mattia Bellucci, giovane prospetto del tennis azzurro. Quanto può durare la carriera di un giocatore senza sponsor alle spalle?

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Mattia Bellucci e Fabio Chiappini (Photo Courtesy of Fabio Chiappini)

La città ha cento storie da raccontare. Questa è una delle tante” (dal film “Giungla d’asfalto” )

Non solo il cinema americano ha delle storie interessanti da raccontare; ne ha anche il tennis. La storia che vi racconteremo in questo articolo si riallaccia idealmente a quattro interviste che realizzammo nell’estate del 2020 con altrettanti coach italiani (Massimo SartoriGianluca NasoUgo Pigato e Francesco Cinà); riguarda un’accademia che sorge alle porte di Varese che nel nome si ispira all’aeroporto Malpensa, vale a dire la MXP Tennis Academy, che ci è stata raccontata dal suo direttore tecnico, Fabio Chiappini.

Fabio, come si diventa coach di giocatori professionisti?

 

FC: Nel mio caso con il tempo, la passione e la pazienza. Ho sempre amato il tennis, sport che ho praticato in gioventù senza raggiungere risultati di particolare rilievo. Dopo essermi diplomato all’ISEF [Scienze Motorie per i nati post anni ’90, ndr] iniziai a dare lezioni di tennis presso circoli tennistici dell’hinterland milanese. Lì ho avuto la fortuna di incontrare ottimi maestri che mi hanno aiutato a costruire le fondamenta tecniche sulle quali ancora mi baso nel mio lavoro di coach, a quasi trent’anni di distanza da quei giorni. Sono quindi partito con ragazzi di quarta categoria e – salendo un gradino alla volta – sono arrivato ai professionisti.

Come nasce MXP Tennis Academy, e come è strutturata?

FC: MXP Academy nasce dall’iniziativa di due soci: il sottoscritto e Marco Brigo, maestro nazionale FIT e mio ex allievo, il primo che riuscii a portare sino alla seconda categoria. Gestiamo otto campi – sei in terra battuta e due in sintetico –  distribuiti su tre località: Gallarate, Castano e Casorate Sempione. Oltre che da me e Marco, lo staff tecnico è formato da sei maestri a cui si aggiungono due fisioterapisti. Ci avvaliamo inoltre dell’aiuto di consulenti esterni. Uno di questi è Danilo Pizzorno, il massimo esperto italiano di video-analisi applicata al tennis che da anni collabora con i migliori coach italiani e con tennisti di vertice come Lorenzo Sonego. L’accademia offre programmi per bambini a partire dai 6 anni di età; attualmente è frequentata da circa 160 ragazzi che vanno dall’avviamento sino all’agonistica. Abbiamo anche programmi specifici per adulti.

Chi sono in questo momento gli atleti di punta dell’accademia?

FC: Tra i maschi Remy Bertola, uno svizzero di 23 anni e numero 538 ATP; poi Federico Iannaccone, 22 anni, con il quale abbiamo iniziato a lavorare da circa due mesi. Federico ha un best ranking intorno alla posizione numero 600, ma a mio avviso ha il potenziale per arrivare molto più in alto; Erik Crepaldi, il giocatore più maturo del gruppo e con un best ranking di 282 ATP; Erik a settembre è rimasto vittima di un terribile incidente in cui ha rischiato di perdere la vita ma si sta rimettendo in sesto velocemente e contiamo di riaverlo con noi tra un mese circa. Infine c’è Mattia Bellucci, ventenne numero 682 ATP. Tra le ragazze spiccano Federica Prati e Nadine Keller, entrambe con best ranking WTA intorno alla posizione numero 700.

A questo punto della conversazione veniamo raggiunti dal sopracitato Mattia Bellucci.

Mattia, quando e perchè hai iniziato a giocare a tennis?

MB: Ho cominciato a giocare a 4 anni. Mio padre è un maestro di tennis e fu lui a mettermi in mano la prima racchetta; è stato il mio coach da allora sino a pochi mesi fa, quando ho iniziato a lavorare con Fabio.

A che età hai capito che il tennis poteva diventare il tuo lavoro?

MB: Sin da piccolo ho dato tutto me stesso al tennis, perché mi piaceva tantissimo giocare e perché oggettivamente mi riusciva molto bene; mio padre ha impostato per me una politica di crescita basata su obiettivi chiari, precisi e graduali che ho sempre raggiunto. Intorno ai 13/14 anni abbiamo deciso insieme di tentare la carta del professionismo.

Quanto tempo dedichi alla settimana al tennis?

MB: 33 ore alla settimana divise tra preparazione fisica e lavoro sul campo. Mi dedico al tennis a tempo pieno da circa un anno, ovvero da quando ho finito gli studi superiori che frequentavo in presenza e che mi impedivano di farlo; gli altri ragazzi dell’agonistica che come me si dedicano al tennis a tempo pieno frequentano Istituti che danno loro la possibilità di studiare a distanza.

Hai parlato degli obiettivi che avevi da bambino. Quali sono quelli attuali?

MB: Per poter vivere e non sopravvivere con il tennis si deve entrare tra i primi 100 giocatori del mondo, ed è a quel risultato che io e Fabio puntiamo. Per riuscirci – d’accordo con la mia famiglia – ho deciso di darmi 3 o 4 anni di tempo.

Fabio, ho avuto la possibilità di vederti in campo con i tuoi ragazzi e ti ho sentito ripetutamente citare una parola: ordine. Cos’è per te l’ordine nel gioco di un tennista professionista?

FC: Ordine significa avere un piano tattico preciso e riuscire ad attenervisi; significa fare le scelte giuste al momento giusto in campo; significa eseguire i colpi in modo tecnicamente e meccanicamente corretto. La durata media della carriera di un professionista si sta sempre più allungando rispetto al passato, e a questo fatto non è estranea la sempre migliore qualità tecnica dei giocatori; eseguire bene un colpo non solo spesso ti fa fare il punto, ma preserva anche il tuo corpo dal logoramento e quindi dagli infortuni. Aiutare i giovani aspiranti pro a diventare tecnicamente impeccabili è uno dei miei principali compiti, ed è qui che la collaborazione con un esperto come Danilo Pizzorno che ho citato prima diventa fondamentale.

A gennaio Mattia disputerà dei tornei Challenger. Oltre all’ammontare dei premi, che differenze ci sono tra i tornei di questo livello ed i Futures?

FC: I Futures costituiscono una palestra importante per i giovani ma – ciò premesso – le differenze con i Challenger sono enormi sotto più punti di vista. Oltre alla maggior consistenza dei premi e al rimborso delle spese di soggiorno, ci sono differenze di natura tecnica non banali. Ne cito una su tutte: la gestione del cambio palle durante i match; nei Challenger come nei tornei maggiori le palline vengono cambiate per la prima volta dopo 7 game e poi ogni 9; nei Futures il cambio avviene per la prima volta dopo 11 giochi e poi ogni 13. Per un giocatore di club questo può sembrare un dettaglio, ma a livello professionistico non lo è affatto; il maggior logoramento delle palline costituisce un grave handicap per i giocatori che “spingono” maggiormente e appiattisce le differenze tecniche esistenti, andando così a discapito dei più bravi. Nei Challenger hai poi la possibilità di allenarti molto più facilmente che non nei Futures, dove in sintesi la capacità di arrangiarsi è elevata ad arte.

Hai accennato costi legati alle spese di soggiorno. Più in generale, come fa un ragazzo a tenere vivo il sogno del professionismo dati i costi che comporta?

FC: Ti rispondo portandoti un esempio che ho vissuto in prima persona. Per cinque anni sino al 2018 ho allenato  una giocatrice greca, Eleni Kordolaimi, che non aveva alle spalle una famiglia in grado di sostenerla economicamente. Io credevo nelle sue possibilità e quando abbiamo iniziato a lavorare insieme potevo contare su un fondo messomi a disposizione da uno sponsor. Questa ragazza è arrivata sino al numero 440 della classifica WTA, ma poi si è infortunata e non è più riuscita a riprendersi ed è precipitata in classifica; lo sponsor di conseguenza non ha rinnovato il fondo spese e la sua carriera è finita. Conclusione: se non sei un giocatore di interesse nazionale a cui la federazione dà un contributo importante – come per esempio nel caso di Mattia – puoi contare solo sui tuoi genitori.

E gli sponsor quando entrano in scena?

FC: Di norma a telecamere accese, ovvero quando l’atleta raggiunge una classifica tale da consentirgli di disputare tornei trasmessi dalle televisioni.

A proposito di sponsor: Mattia, ho notato che indossi maglia e pantaloncini della Yoxoi. Mesi fa intervistammo i due soci fondatori della società, Diego Mandara e Giacomo Ruzza, che ci illustrarono i vantaggi derivanti ai giocatori dal particolare processo tecnologico con il quale realizzano i loro indumenti. Come ti trovi?

MB: Premetto che li sto usando solo da pochi giorni, però mi sono già accorto di una cosa: se prima iniziavo la seduta di allenamento con la tuta e rimanevo in maglietta solo dopo essermi scaldato a dovere, da quando indosso Yoxoi non ho più bisogno della tuta. Sono curioso di scoprire se avrò gli stessi benefici anche in estate.

Fabio, hai citato l’aiuto economico che la federazione dà ai giovani di punta. Dal punto di vista tecnico che contributo fornisce la FIT?

FC: La FIT monitora costantemente i progressi dei miei giocatori di punta. Il mio tramite con la federazione è rappresentato da Giancarlo Palumbo, responsabile del settore tecnico Under 18 del centro di preparazione olimpica di Tirrenia, con il quale ho un proficuo rapporto dialettico. Penso che la Federazione stia facendo un grande lavoro e mi inorgoglisce vedere come il modello Italia sia ammirato e rispettato a livello internazionale.

“Father and son” non è solo una splendida canzone di Cat Stevens ma anche uno schema tipico del tennis: padre coach e figlio tennista. Mattia ha avuto il padre come coach per 15 anni. Secondo te quale è il miglior modo di porsi di un genitore nei confronti di un bambino o un adolescente che gioca a tennis?

FC: A tale proposito ho un motto: un genitore ha già vinto quando il figlio scende in campo. E questo vale per ogni sport, non solo il tennis. Perché riuscire a far sì che i propri figli pratichino uno sport penso sia in sé stesso un valore importante, indipendentemente dai risultati che poi si raggiungono. Non è un concetto semplice da fare entrare nella mente di una mamma e di un papà; anche loro come i loro figli devono allenarsi tanto, perché essere i genitori di un ragazzo che pratica sport, soprattutto se lo fa livello agonistico, non è un ruolo facile.

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Serie A1 femminile: Parioli si laurea campione battendo di un soffio Rungg

Le capitoline devono ricorrere al doppio di spareggio per conquistare l’agognato tricolore: decisive Beatrice Lombardo e Camilla Rosatello

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Non poteva finire diversamente la finale di Serie A1 femminile tra Parioli e Rungg, ossia al doppio di spareggio che avrebbe deciso in che direzione sarebbe andato lo scudetto; ancora una volta la sfida tra queste due formazioni è stata in perfetto equilibrio, come già avvenuto nel doppio scontro durante la fase a gironi (in entrambi i casi il punteggio finale era stato 2-2). Dal Carisport di Cesena doveva pur uscire una vincitrice, e quindi l’ennesimo pareggio tra le due squadre non è stato definitivo: a spuntarla al fotofinish è stata la coppia capitolina formata da Beatrice Lombardo e Camilla Rosatello, che si impongono sul duo altoatesino Bandecchi/Meliss in due set. Parioli nella giornata di sabato prova subito a mettere le cose in chiaro con Nastassja Burnett, che nella sfida “vivaio” contro Verena Meliss domina lasciandole due soli giochi; è Susan Bandecchi (n.175 WTA, suo miglior ranking) a togliere le castagne dal fuoco per Rungg, come più volte capitato durante la stagione. La ragazza ticinese di origini toscane supera abbastanza agilmente la croata Tena Lukas (n.331 WTA) e chiude la giornata di sabato sull’1 pari. Il leitmotiv non cambia nella giornata di domenica, quando Martina Di Giuseppe (n.282 WTA) rimonta di carattere (ed anche grazie ad un servizio molto solido) l’oriunda Paula Ormaechea (n.209 WTA, ma in passato tra le migliori 60 al mondo) e consegna il primo match-point a Parioli; è la stessa Ormaechea però, in coppia con Verena Meliss a riportare la situazione in parità, dopo un match di doppio altamente emozionante, con frequenti cambi di inerzia e che lascia in lacrime Camilla Rosatello. La piemontese, che in passato ha anche difeso i colori azzurri in Fed Cup, come abbiamo già avuto modo di raccontare saprà riscattarsi a dovere nel doppio di spareggio conclusivo, riportando per la decima volta lo scudetto nella bacheca del Tc Parioli, tornato a festeggiare una vittoria finale a dieci anni esatti di distanza dall’ultima volta. Molto emozionata alla premiazione Beatrice Lombardo, che ricorda “c’ero anche dieci anni fa, ma con un ruolo diverso.. allora portavo l’acqua. Vincere il titolo da protagonista in campo ha un sapore davvero speciale”. Dieci anni fa c’era anche Nastassja Burnett, quando ancora era una promessa del tennis e non poteva certo immaginare che la sua carriera sarebbe stata condizionata dagli infortuni, tanto da costringerla a prendere una sofferta decisione riguardo il tennis ad alti livelli; nonostante tutto però, la ritroviamo sorridente festeggiare il tricolore e chissà che non ci ripensi. Un vero peccato per Rungg, che ha visto sfumare la vittoria finale all’ultimo, al termine di una cavalcata comunque memorabile e che dà grosse speranze alla matricola altoatesina in vista della prossima stagione.

Risultati in dettaglio:

Tc Parioli Roma – Tc Rungg Appiano 3-2

 

Sabato:

Nastassja Burnett (P) b. Verena Meliss (R) 61 61

Susan Bandecchi (R) b. Tena Lukas (P) 62 63;

Domenica:

Martina Di Giuseppe (P) b. Paula Ormaechea (R) 46 61 62

doppio:

Paula Ormaechea/Verena Meliss (R) b. Beatrice Lombardo/Camilla Rosatello (P) 76(5) 36 10-8

doppio di spareggio

Beatrice Lombardo/Camilla Rosatello (P) b. Susan Bandecchi/Verena Meliss (R) 61 76(5)

Si chiude così il campionato femminile, che l’anno prossimo vedrà protagonista anche il Bal Lumezzane, che rientra in massima serie alla prima occasione disponibile, e l’AT Verona, autore di una grande rimonta in trasferta a Ceriano, dove riesce a ribaltare il risultato dell’andata e conquistare la promozione.

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Serie A1 maschile: Torre del Greco festeggia il primo tricolore della sua storia

Il giovane circolo campano trionfa nella finalissima-scudetto contro Messina, trascinato dallo spagnolo Pedro Martinez

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Pedro Martinez - ATP Challenger Marbella 2020 (foto via Twitter, @ATPChallenger)

Al Carisport di Cesena è andata in scena la finalissima che assegnava il tricolore dell’edizione 2021 del campionato di Serie A1 maschile: a succedere al Park Tennis Genova è la compagine del New Tennis Torre del Greco, che riporta lo scudetto in Campania dopo 12 anni (ricordiamo nel 2009 il trionfo finale della Capri Sports Academy). Grande emozione per il circolo campano, a partire dal presidente del club nonché giocatore di doppio, Filippo Palumbo, che ci tiene a precisare che “siamo un gruppo di amici, prima che compagni di squadra”. La stella della squadra è senz’altro lo spagnolo Pedro Martinez Portero (n.60 ATP), che anche nella finalissima traccia la strada da seguire per i compagni con due vittorie, prima in singolare contro il connazionale Bernabe Zapata Miralles (n.124 ATP), regolato con un netto 6-0 6-4 (il punteggio avrebbe anche potuto essere più severo per Zapata, se Martinez non si fosse un po’ distratto prima di chiudere sul 5-2) e dominato sotto ogni punto di vista, quindi nel doppio decisivo in coppia con Andrea Pellegrino (n.215 ATP) contro il duo composto da Salvatore Caruso e Julian Ocleppo. E dire che era stato il Vela Messina a partire meglio nella giornata di sabato, conquistando da subito il primo punto, che si rivelerà in seguito l’unico, grazie all’affermazione di Fausto Tabacco su Giovanni Cozzolino per 6-2 6-0 in meno di 50 minuti. Giorgio Tabacco, di un anno più giovane del fratello (classe 2003), non riesce a ripetersi nel secondo match di giornata che lo vedeva opposto al più quotato Raul Brancaccio (n.301 ATP), e depone le armi dopo poco più di un’ora. A chiudere i match di sabato è stata la sfida tra numeri 2, Andrea Pellegrino e Salvatore Caruso (n.158 ATP): risultato un po’ a sorpresa, visto che il portacolori di Torre del Greco regola con un doppio 6-4 il siciliano, con una grande prestazione al servizio che non concede mai a Caruso la possibilità di un break.

Domenica è stata invece la giornata di Pedro Martinez Portero, che, come già anticipato, vince entrambi i suoi match e regala alla sua squadra la vittoria finale per 4-1, per la gioia del trio di allenatori Giancarlo Petrazzuolo, Ciro Cardone ed Alessio Concilio e degli oltre cento tifosi campani che hanno seguito con entusiasmo la squadra nella trasferta romagnola, sfidando le condizioni climatiche avverse. Tutta la delusione del team siciliano si riflette nelle parole di patron Antonio Barbera a margine della premiazione, dove pone l’accento sulla seconda sconfitta in finale negli ultimi tre anni, ma allo stesso tempo riconosce la superiorità degli avversari.

Alle due squadre adesso non resta far altro che attrezzarsi al meglio per la prossima stagione, magari rafforzando i roster con nuovi innesti, con l’auspicio che il campionato possa riscuotere un maggiore successo, come gli sforzi dei circoli che vi partecipano meriterebbero. Una soluzione potrebbe essere quella di ritardare l’inizio della stagione regolare di qualche settimana, in modo da consentire alle squadre di avere una scelta maggiore tra i giocatori a disposizione, altrimenti impegnati in quel periodo in giro per il mondo a disputare i più redditizi incontri del circuito ATP (i primi due nomi che saltano all’occhio scorrendo le rose sono Fabio Fognini e Lorenzo Musetti, praticamente mai schierati dal Park Tennis Genova perché impossibilitati a partecipare). Ma non siamo certo noi a dover prendere le decisioni.

 

Risultati in dettaglio:

New Tennis Torre del Greco – Ct Vela Messina 4-1

Sabato:

Fausto Tabacco (M) b. Giovanni Cozzolino (T) 62 60

Raul Brancaccio (T) b. Giorgio Tabacco (M) 63 61

Andrea Pellegrino (T) b. Salvatore Caruso (M) 64 64;

Domenica

Pedro Martinez Portero (T) b. Bernabè Zapata Miralles (M) 60 64

doppio

Pedro Martinez Portero/Andrea Pellegrino (T) b. Salvatore Caruso/Julian Ocleppo

(M) 63 62

Cala il sipario sul campionato dunque, e nel darci appuntamento alla prossima stagione, ricordiamo i nomi delle squadre che si sono guadagnate la promozione in serie A1 tramite i play-off appena trascorsi di A2: in primis, il Tc Prato, autore di una stagione impressionante fatta di sole vittorie, ultima delle quali il 3-0 sul CT Mario Stasi Lecce, già sconfitto all’andata per 5-1, a coronamento di un’annata che non poteva non concludersi con il meritato salto di categoria. Soddisfazione importante per il capitano Antonio Cotugno, che mostra anche una certa ambizione, dichiarando che “il nostro è un team che può pensare in grande, e se riusciremo a trovare un innesto giusto possiamo davvero pensare allo scudetto”. A far compagnia al Tc Prato ci saranno il Tc Sinalunga, che dopo un solo anno di purgatorio ritorna nella massima serie, il Ct Palermo e la Sc Casale, tutti vincitori dei rispettivi match di play-off.

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