Dritto e servizio: la WTA si avvicina al gioco maschile?

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Dritto e servizio: la WTA si avvicina al gioco maschile?

Roberta Vinci a San Pietroburgo, ma anche Serena Williams agli Australian Open, sono solo due dei casi in cui nel tennis femminile aumenta l’importanza di due colpi “maschili”

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Roberta Vinci ha vinto il torneo di San Pietroburgo giocando una finale ad altissimi livelli. Quando si celebra la vittoria di un tennis come il suo, quasi inevitabilmente si evidenziano soprattutto le specificità tecniche, cioè la capacità di praticare soluzioni differenti rispetto al panorama odierno. Nell’articolo dedicato alla storica vittoria nella semifinale di Flushing Meadows contro Serena mi ero dedicato soprattutto a questi aspetti.

Ma c’è un ma. Se si ascoltano le interviste di Roberta quando parla dei match, è lei stessa che molto spesso sottolinea due aspetti del suo gioco che forse vengono trascurati perché meno particolari: l’importanza del servizio e del dritto. E non ricordo un risultato importante raggiunto da Vinci in cui non abbia servito bene e non abbia saputo spingere grazie all’incisività del dritto.
Se questo è vero (e come dicevo è lei stessa che spesso lo sottolinea) significa che per Roberta la costruzione del punto, pur ricca di variazioni e di movimenti in verticale, per poter essere attuata ha bisogno di questi due elementi che sono strutturali e imprescindibili.

Comincio dal servizio: con una statura di 1,64 non può disporre di leve lunghe, né di una altezza di impatto particolarmente favorevole per eseguire botte fulminanti; ma questo non le impedisce comunque di produrre un colpo di inizio gioco degno di rispetto attraverso la varietà e la precisione; tanto che, ad esempio, nella finale di San Pietroburgo contro Bencic ha messo a segno due ace nel solo game conclusivo, quello che spesso per ragioni psicologiche è il più difficile da affrontare.

 

Ma non è meno importante il dritto: una delle migliori doti di Roberta, la capacità di muoversi in verticale, è strettamente collegata all’aggressività della posizione in campo, perché non si può raggiungere la rete in tempo utile se si parte da troppo lontano. Per mantenere una posizione di palleggio a ridosso della linea di fondo, è il punto di impatto della palla dalla parte del dritto (più che quello dal lato del rovescio slice) a fare la differenza: e più riesce a guadagnare tempo dalla parte destra, colpendo traiettorie ancora in risalita, più il baricentro del gioco si sposta avanti. La conseguenza è che tutto il suo tennis diventa più pericoloso: non solo per gli schemi da fondo, ma anche in funzione degli attacchi a rete.
In sintesi si può dire che sia proprio l’efficacia di questi due colpi a dare la misura della condizione di forma di Vinci.

Ma non è certo l’unica giocatrice per la quale si possono fare simili ragionamenti. In fondo anche l’altra finalista e vincitrice dello Slam americano, Flavia Pennetta, ha compiuto l’ultimo decisivo salto di qualità quando, dopo il cambio di allenatore (Salvador Navarro), ha apportato dei correttivi alla esecuzione del dritto: rendendolo più lavorato, carico di spin, e quindi più efficace e insidioso. E negli ultimi anni di carriera ciò che ha ulteriormente rafforzato il suo tennis originario è stata la capacità di ricavare vantaggi con il dritto e con il servizio.
Vinci compirà 33 anni a ore (è nata il 18 febbraio), Pennetta è di una anno più anziana; eppure entrambe sono state capaci di continuare a lavorare su se stesse e sulle proprie caratteristiche fisico-tecniche anche in età avanzata per aumentare la qualità di alcuni colpi e di conseguenza le proprie potenzialità.

Anche Serena Williams ha seguito un percorso simile. Si parla sempre di lei come di un’atleta che fa il bello e il cattivo tempo grazie alle doti fisiche; ma in realtà quelle sono il punto di partenza che ha utilizzato per modificare e rifinire nel tempo il proprio tennis. E se è superfluo raccontare quanto sia brava in battuta, forse quello che risulta più interessante approfondire è la crescente importanza del dritto nel suo gioco.

Come è noto, fino a qualche anno fa il rovescio era senza dubbio il colpo migliore di Serena. Ma negli ultimi anni Williams ha aumentato l’uso del topspin dalla parte destra con un duplice effetto: il primo è che il dritto è diventato molto più solido, perché il lift aumenta il margine nel passaggio sulla rete; il secondo è che è diventato anche più “pesante” e difficile da controllare per il numero di rotazioni impresse. E così l’esecuzione si è avvicinata ai canoni maschili, che richiedono una potenza superiore per caricare il colpo di spin.
In più, sempre grazie al maggiore topspin, oggi è in grado di trovare angoli più stretti nel palleggio da fondo: una soluzione che le consente di produrre non solo più vincenti diretti, ma anche di punire chi arretra molto nella fase difensiva, perché con queste geometrie chi prova a “remare” a ridosso dei teloni fatica moltissimo a raggiungere traiettorie tanto chiuse.
Ecco una tabella che sintetizza la crescente importanza del dritto rispetto al rovescio nei match degli Australian Open appena conclusi:

Serena Stats Australian Open 2016
E questa evoluzione del dritto ha inciso in modo altrettanto importante anche sulla efficacia in risposta. Mi spiego: fino a qualche anno fa chi serviva verso la parte destra di Serena poteva sperare di ricavare qualche gratuito, e in generale una maggior circospezione nello spingere il colpo, specie nelle fasi decisive dei match. Oggi invece grazie al maggior lift, Serena non solo sbaglia meno di dritto, ma può permettersi di caricare la palla rendendola di una pesantezza quasi ingestibile per la maggior parte delle avversarie.
Per chi batte contro di lei rimane quindi l’opzione del servizio al corpo, che però è una soluzione molto rischiosa, perché basta mancare di poco la “sagoma” per farla colpire da ferma dalla sua “hitting zone”, che è quanto di peggio si possa immaginare. In sostanza Serena ha saputo compensare l’inevitabile calo di alcune caratteristiche fisiche (resistenza e mobilità) con la crescita di potenza e l’affinamento della tecnica di alcuni colpi.

Facendo un discorso più generale, la mia sensazione è che negli ultimi anni siano diventati abbastanza frequenti i casi in cui le giocatrici hanno progressivamente spostato l’incidenza del loro gioco proprio su queste due armi: servizio e, soprattutto, dritto. Lavorando durante il periodo in cui erano comunque tenniste già affermate, hanno saputo progredire su alcuni aspetti che prima erano meno affidabili.
E’ ad esempio quello che è accaduto ad un’altra recente vincitrice di Slam, Petra Kvitova, che, stagione dopo stagione, ha aumentato il topspin nel dritto, per cercare di ridurre i rischi rispetto alla esecuzione più piatta che praticava nei primi anni di professionismo.

E l’anno scorso è entrata per la prima volta in top ten una giocatrice di 27 anni come Carla Suarez Navarro. Anche lei per compiere un ulteriore salto di qualità ha particolarmente lavorato sulla aggressività dalla parte del dritto, che, come nel caso di Roberta Vinci, è diventato il colpo fondamentale per riuscire a guadagnare campo e cercare di mantenersi a ridosso della linea di fondo, potendo così praticare un tennis molto più propositivo e dominante. (Rimando a questo articolo per una analisi più dettagliata).

Sono solo alcune delle giocatrici che hanno saputo rendere il proprio dritto sempre più efficace diventando più equilibrate e simmetriche, se non addirittura con il lato “costruito” più efficace di quello naturale (rovescio). Faccio invece fatica a ricordare percorsi opposti, cioè quelli in cui una giocatrice nata con il rovescio più debole sia riuscita a rafforzarlo al punto tale da rendere il proprio gioco sostanzialmente equivalente. Miglioramenti di sicuro sì, ma non al punto tale da eguagliare il dritto.

A mio avviso la ragione è questa: nel tennis contemporaneo il lato del dritto è comunque strutturalmente più efficace, e quindi chi parte con un handicap da quella parte ha più spazio di crescita; e il miglioramento diventa un obbligo quasi inevitabile se si vuole arrivare a grandi risultati. Per le spiegazioni nel dettaglio sulla imprescindibilità del dritto rimando agli articoli di Luca Baldissera, che sono molto più esaurienti di quanto sarei capace di fare io (QUI e QUI).

Ma ciò che in questo caso vorrei sottolineare è che questo aspetto del gioco, che fino a qualche anno fa era tipicamente maschile, probabilmente sta diventando sempre più importante anche per il tennis femminile. E potremmo ragionevolmente pensare che anche tra le donne sia destinato a diventare una caratteristica altrettanto fondamentale come già accade tra gli uomini.

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Kudermetova a Charleston: una vittoria molto esclusiva

Veronika Kudermetova ha vinto a Charleston il suo primo torneo WTA sulla terra verde, la superficie meno praticata nel circuito professionistico contemporaneo

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Per la prima volta dopo undici anni nel Tour femminile si disputano due tornei sulla terra verde. Sui campi di Charleston Veronika Kudermetova ha vinto il primo appuntamento, l’ormai classico “Charleston Open” impegno di livello WTA 500. Ma in più, rispetto al solito, in questi giorni è in corso un secondo torneo sugli stessi campi, anche se di livello inferiore (WTA 250). Non accadeva dal 2010 che due eventi del circuito professionistico femminile si disputassero sulla terra verde.

Allora come oggi si era in aprile, e nel 2010 per due settimane consecutive si giocò su questa superficie particolare: dal 5 aprile a Ponte Vedra Beach, Florida, un torneo paragonabile agli attuali WTA 250 (allora definiti International); e dal 12 aprile a Charleston, South Carolina, il torneo che continua ancora oggi, paragonabile all’attuale WTA 500. A vincere furono Caroline Wozniacki in Florida e Samantha Stosur in South Carolina.

 

La terra verde è una superficie tipica del tennis statunitense, ma nel tempo a livello professionistico è stata progressivamente abbandonata dai tornei del circuito maggiore, sino a ridursi alla presenza limitatissima, quasi di pura testimonianza, di oggi. Quest’anno però, la pandemia ha causato la cancellazione della Fed Cup (rinominata Billie Jean King Cup), liberando uno “slot” che ha permesso di raddoppiare l’appuntamento a Charleston.

Cosa è, e come si gioca sulla terra verde? In inglese è classificata come “clay”, cioè “argilla” ma in realtà non è composta da argilla (terracotta tritata) come i campi europei, quanto piuttosto da pietra tritata. È definita anche Har-Tru, denominazione data dal suo inventore, il costruttore Henry Alexander Robinson (HAR) che alle iniziali del proprio nome aggiunse TRU, abbreviazione di “true green”. Il primo campo realizzato con questo materiale risale al 1931 e inizialmente come materia prima veniva utilizzata una pietra cavata in Pennsylvania. Ma se oggi ci si rivolge alla impresa “Har-Tru”, ancora esistente, si otterrà un campo realizzato con una pietra che proviene dalla Virginia, la cui definizione geologica è “Pre-Cambrian metabasalt”.

Primo campo del 1931: quindi sono passati 90 anni esatti dalla sua introduzione. Nel corso del tempo la terra verde ha avuto un successo crescente negli Stati Uniti, sino a diventare la superficie di tre US Open negli anni ‘70 (1975-1977); ma poi è iniziato il declino, quanto meno nei tornei del circuito professionistico, ed è stata soppiantata dal cemento, che oggi monopolizza gli eventi nordamericani.

Come superficie la terra verde è considerata più veloce rispetto alla media dei campi europei in terra rossa, ma produce condizioni tecniche affini, soprattutto perché su entrambe si scivola facilmente, e sappiamo che la scivolata determina specifiche conseguenze nello sviluppo del gioco. Ne avevo parlato due settimane fa nell’articolo dedicato a Naomi Osaka e le superfici: “La scivolata è la vera arma in più di chi interpreta al meglio la terra, perché se prima si scivola e poi si colpisce si è subito pronti a invertire la direzione di corsa, avendo già assorbito l’inerzia dello spostamento. Un vantaggio che nelle fasi difensive permette di rimanere nello scambio recuperando attacchi in successione, che su altre superfici risulterebbero indifendibili”.

Anche per questo normalmente siamo abituati ad associare la terra rossa agli scambi lunghi, in cui spesso (ma non sempre) prevale la qualità difensiva su quella offensiva. Le cose sono un po’ differenti per la terra verde: dato che è mediamente più rapida, si dovrebbe ottenere un maggiore equilibrio tra tennisti di impronta difensiva e tennisti di impronta offensiva.

Insomma, si tratta di una superficie ricca di interesse, con peculiarità degne di nota. Purtroppo però, l’esiguità dei tornei disputati non consente di individuare una tipologia di giocatrice specifica, in grado di primeggiare. Come detto, dal 2012 si gioca esclusivamente a Charleston: un solo torneo a stagione, con nemmeno tutte le più forti presenti: un riferimento troppo limitato per consentire analisi approfondite. Però qualcosa si può dire, a partire dalla edizione appena conclusa.

a pagina 2: La delusione delle tenniste con il ranking più alto

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Da Konjuh a Barty, otto protagoniste di Miami

I differenti problemi di Venus Williams e Bianca Andreescu, le soddisfazioni parziali di Elina Svitolina e Maria Sakkari e altro ancora nel secondo WTA 1000 della stagione 2021

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Bianca Andreescu e Ashleigh Barty - Miami 2021

Malgrado la finale sotto tono, compromessa dalle condizioni fisiche precarie di Bianca Andreescu, e vinta da Ashleigh Barty per ritiro, il WTA 1000 di Miami ha offerto diverse partite di alto livello e parecchi spunti interessanti. Ho scelto otto giocatrici che mi sembrano adatte per parlare del torneo da punti di vista differenti.

Venus Williams
Venus Williams ha perso al primo turno, sconfitta 6-2, 7-6 da Zarina Diyas, attuale numero 89 della classifica WTA. A 41 anni da compiere fra due mesi (il 17 giugno), Venus è reduce da un periodo di risultati poco incoraggianti e oggi è scesa alla posizione 90 del ranking.

Nel 2020 aveva disputato 9 partite, perdendone 8. L’unica vittoria era arrivata contro Victoria Azarenka a Lexington, ma va ricordato che Vika era al primo match dopo il lockdown, e dall’agosto 2019 era scesa in campo una sola volta (nel marzo 2020), dopo avere anche pensato al ritiro; quindi era comprensibilmente arrugginita.

 

Rispetto al bilancio di 1/8 del 2020, nel 2021 per Williams le cose sono andate un po’ meglio: 2 vittorie e 3 sconfitte. Al momento è riuscita a superare Arantxa Rus (attuale numero 74 WTA) e Kirsten Flipkens (numero 90). Il successo contro Flipkens le era valso il secondo turno all’Australian Open, dove poi aveva incrociato Sara Errani. Nel primo set contro Sara, Venus aveva avuto un problema al ginocchio ma aveva deciso comunque di non ritirarsi, finendo per perdere 6-1 6-0, giocando praticamente da ferma.

È sempre molto difficile, e anche presuntuoso, giudicare queste situazioni da fuori. Naturalmente il primo pensiero che viene, è associare il calo di rendimento all’età. Perché se è vero che i progressi della medicina e dei sistemi di preparazione atletica hanno allungato la carriera di molti sportivi, a un certo punto la carta di identità reclama comunque i propri diritti. Nel caso di Venus va aggiunto il problema determinato dalla sindrome di Sjögren, che le era stata diagnosticata dieci anni fa e che le aveva procurato un calo di rendimento per alcune stagioni, prima che riuscisse a trovare le contromisure adeguate (farmacologiche e dietetiche).

Chissà cosa pensa Venus del proprio futuro sportivo, soprattutto in una stagione nella quale ogni programmazione è messa a rischio dalle incertezze causate dalla pandemia. Per una grandissima campionessa, capace di raggiungere ancora nel 2017 due finali Slam (Australian Open e Wimbledon) e una semifinale (US Open), non deve essere facile decidere di smettere, quando farlo e come farlo. Mettiamo che abbia in mente di ritirarsi a Wimbledon, lo Slam che ha vinto ben cinque volte in carriera. Nel 2020 non si è svolto per pandemia, e la sicurezza assoluta che si giochi nel 2021 non possiamo averla. E se si disputasse senza pubblico, che saluto sarebbe di fronte a uno stadio vuoto? D’altra parte, varrebbe la pena continuare a giocare ed allenarsi, affrontando oltretutto le diverse quarantene, se i risultati continuano a latitare?

Per come la vedo io, i grandi atleti degli sport individuali hanno però una fortuna: rispetto a chi pratica sport di squadra, non hanno compagni da penalizzare in caso di calo di rendimento. Nel tennis gli alti e bassi si vivono interamente sulla propria pelle, e questo dà ai giocatori il diritto di decidere in piena autonomia come, e quando, dire basta.

Ana Konjuh
Ho quasi timore a dirlo, ma sembra davvero che Ana Konjuh sia di nuovo nella condizione di poter giocare a tennis ad alti livelli. Dopo quattro operazioni al gomito, distribuite nell’arco di cinque anni (dal 2014 al 2019, trovate QUI le date precise), e praticamente tre stagioni intere perse per problemi fisici, Konjuh è tornata a far parlare di sé per i risultati sul campo.

È ancora sulla strada del pieno recupero atletico, con il peso forma da ritrovare, ma il talento tecnico è già emerso evidentissimo. Numero 338 del ranking, presente a Miami da wild card, ha sconfitto all’esordio la numero 70 Siniakova. Vittoria non impossibile, considerando che Siniakova non è in un buon momento. Ma poi ha superato in due set Madison Keys (che sul cemento americano è comunque una avversaria tosta), numero 19 del ranking, e quindi in tre set Iga Swiatek, numero 16 WTA sottostimata per i meccanismi di salvaguardia della classifica introdotti la scorsa stagione.

Purtroppo del match contro Keys ho visto solo gli highlights, ma ho seguito la prestazione contro Swiatek: 6-4, 2-6, 6-2 con un saldo finale di +22 (40 vincenti/18 errori non forzati). Una partita eccezionale, ai livelli delle due disputate contro Radwanska nel 2016: una vinta allo US Open (6-4 6-4), una persa a Wimbledon, anche a causa di un infortunio alla caviglia nei game finali (6-2 4-6 9-7).

Delle cinque giocatrici nate nel 1997 e capaci tutte di entrare in Top 50 WTA ad appena 18 anni (Bencic, Ostapenko, Kasatkina, Osaka, Konjuh), Ana era la più giovane (è nata il 27 dicembre) e la più precoce: numero 1 del mondo da Junior ad appena 15 anni, e con due titoli Slam vinti. Di Konjuh stupiva la straordinaria facilità nel coordinarsi: elastica nei movimenti, sempre in controllo del corpo, era capace di colpire in controbalzo o slice con la stessa facilità con cui eseguiva i suoi due ottimi colpi base, dritto e rovescio in topspin.

Rispetto a quella giocatrice, a me sembra che oggi abbia modificato il movimento del dritto, forse per salvaguardare il gomito. Ma non sono sicuro che questo sia un limite, anzi potrebbe risolversi in un progresso. A questo proposito racconto un piccolo retroscena, relativo a Wimbledon 2017. Ero sul posto come inviato insieme a Luca Baldissera. Siccome non mi convinceva del tutto lo swing di Konjuh dalla parte del dritto (particolarmente ampio, forse un po’ troppo), e volevo un parere di Luca, lo avevo strappato ai suoi impegni e trascinato per qualche game sul Court 12. Era il match ideale nello stadio ideale: contro una avversaria forte come Dominika Cibulkova (quarti di finale a Wimbledon nel 2016 e 2018) e con i posti stampa a bordo campo, dunque perfetti per vedere da vicino i singoli gesti atletici. Quel giorno Konjuh avrebbe finito per vincere (7-6, 3-6, 6-4), dimostrando che, al di là dei miei dubbi, il suo dritto era comunque efficace.

Oggi Ana non gioca più il dritto con quel movimento: tende a colpire la palla più vicina al corpo, con il gomito meno disteso. La mia impressione è che ci abbia guadagnato in termini di stabilità e omogeneità nello swing. A Miami 2021 la sua avventura si è conclusa contro Anastasija Sevastova, più che per la forza dell’avversaria (non proprio nel suo momento migliore) per i problemi alla schiena emersi durante il match, che l’hanno menomata al servizio (6-1, 7-5). Probabilmente un guaio determinato dalla desuetudine nell’affrontare più match di alto livello nell’arco di pochi giorni.

Dopo questo sorprendente torneo in Florida, Konjuh è risalita di 98 posizioni in classifica: numero 240. Al di là del ranking, però, non si può che ripetere la cosa più ovvia: ciò che conta davvero è che si mantenga in salute, e i frutti del suo talento arriveranno di sicuro.

a pagina 2: Sara Sorribes Tormo e Maria Sakkari

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Naomi Osaka e le superfici

Ad appena 23 anni Osaka vanta già quattro titoli Slam, vinti però solo sul cemento. Riuscirà a conquistare successi importanti anche su erba e terra?

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Naomi Osaka - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Con il successo all’Australian Open 2021 Naomi Osaka non ha solo vinto il quarto titolo Slam della carriera ma, per quanto riguarda i Major raccolti, si è staccata da tutte le tenniste in attività, ad eccezione delle sorelle Williams e Kim Clijsters (se consideriamo Kim ancora attiva). Non solo. Nel tennis degli anni Duemila, facendo riferimento a tutti gli Slam assegnati, solo quattro tenniste hanno vinto più Major di Naomi: Serena e Venus, Henin e Sharapova. A quattro titoli la affianca Clijsters.

Ricordo che Osaka ha solo 23 anni (è nata nell’ottobre 1997), e quindi non è affatto escluso che possa aumentare il numero di successi. Se ragioniamo in termini di età in rapporto al quarto titolo, ancora una volta, solo le sorelle Williams l’hanno chiaramente sopravanzata, mentre Henin le è davanti di pochissimo, e Sharapova dietro. Infatti, se non ho sbagliato i conti, questa è l’età nella quale sono arrivate al quarto Slam le protagoniste citate: Serena quarto titolo a 20 anni e 11 mesi, Venus a 21 anni e 4 mesi, Henin a 23 anni esatti. Poi c’è Osaka (23 anni e 5 mesi). Sharapova ha raggiunto il quarto Slam a 25 anni e 1 mese, mentre Clijsters a 27 anni e 8 mesi.

Insomma, Osaka si sta costruendo una carriera eccezionale, anche se con alcuni limiti da considerare. Il primo è che a dispetto dei quattro grandi trofei già conquistati, negli altri tornei del circuito WTA è arrivata ad “appena” tre titoli: Indian Wells 2018, Pechino 2019 (entrambi Premier Mandatory), Tokio 2019 (torneo Premier). Anche per questo sino a oggi ha comandato la classifica mondiale per poche settimane, 25 in totale. In sostanza Osaka si è dimostrata più capace di notevoli picchi di gioco, ma limitati nel tempo, che di continuità nell’arco di tutta la stagione. Con una frase fatta si potrebbe dire: più qualità che quantità.

 

Ma il dato tecnicamente più interessante, a mio avviso, riguarda la distribuzione delle superfici sulle quali ha vinto: esclusivamente sul cemento. E anche prendendo in considerazione i tornei nei quali è arrivata in finale senza vincere (Tokio 2016, Tokio 2018, NewYork/Cincinnati 2020) il responso è sempre lo stesso: cemento.

Abbiamo ancora dubbi? Verifichiamo allora un dato più ampio, quello della percentuale di vittorie sul circuito maggiore (tornei WTA, Slam, Fed Cup). Osaka ha vinto 173 partite e ne ha perse 88, così distribuite:

69,4% sul cemento (136 vinte / 60 perse)
59,5% sulla terra (rossa e verde) (25/17)
52,2% sull’erba (12/11)

In sostanza, da qualsiasi punto la si osservi, la situazione appare chiara e univoca: il rendimento di Naomi cambia, e di parecchio, in rapporto alle superfici. Come mai?

Visto che questa tendenza è emersa ormai da anni, la spiegazione che mi ero dato già da alcune stagioni è legata alla sua formazione da ragazzina. Osaka infatti non ha compiuto la classica trafila da junior di successo, che viaggia per il mondo con un calendario che, almeno per gli Slam, ricalca quello delle professioniste. No, Naomi è cresciuta senza disputare tornei junior, affrontando direttamente gli ITF; quelli americani soprattutto. Questo significa che rispetto alla concorrenza non si è costruita un sufficiente bagaglio di esperienza sull’erba e sulla terra rossa.

Qualche settimana fa ha confermato lei stessa questa tesi, nella conferenza stampa tenuta al termine della vittoria all’Australian Open. Le viene chiesto: “Hai vinto quattro Slam solo sul cemento. Quale sarà il primo al di fuori, terra o erba?” Inizialmente Naomi risponde con una battuta: ”Spero sulla terra, perché arriva prima” (il Roland Garros 2021 precede Wimbledon in calendario). Poi però tratta più estesamente della propria formazione:

E qui ci dice che nel 2019 aveva cominciato a sentirsi meglio sulla terra, mentre ritiene di avere pochissima esperienza sull’erba. I numeri lo confermano, anche se da giovanissima ha giocato un paio di ITF sull’erba in Giappone (non ho verificato nel dettaglio, ma non escludo si trattasse di erba sintetica); mentre nel 2015 era arrivata in finale nell’ITF 50K di Surbiton (hinterland londinese), perdendo contro Diatchenko, in un tabellone che vedeva al via, fra le altre, Hsieh, Kontaveit, Cetkovska, Minella, Paszek, Buzarnescu.

In ogni caso stiamo parlando di pochi match, che avvalorano le parole di Naomi. Stabilito questo, è inevitabile chiedersi se Osaka sarà capace di superare le difficoltà su terra ed erba per trasformarsi in una giocatrice più completa. Magari così completa da essere in grado di vincere gli Slam europei. Prima di affrontare il tema, penso sia utile considerare qualche precedente di giocatrici con situazioni simili, e valutare come sono andate le cose.

a pagine 2: I precedenti nel tennis recente

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