Montepremi, Diokovjc sfida Serena (Semeraro), Djokovic scatena la guerra dei sessi: «Più soldi agli uomini» (Crivelli), Il valore delle tenniste (Piccardi), Lo sport visto dal macho (Audisio)

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Montepremi, Diokovjc sfida Serena (Semeraro), Djokovic scatena la guerra dei sessi: «Più soldi agli uomini» (Crivelli), Il valore delle tenniste (Piccardi), Lo sport visto dal macho (Audisio)

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Rassegna a cura di Daniele Flavi

 

Montempremi, Diokovjc sfida Serena

 

 

Stefano Semeraro, il corriere dello sport del 22.03.2016

 

«Se fossi una tennista mi inginocchierei ogni sera ringraziando Dio che Federer e Nadal sono venuti al mondo, trascinando letteralmente questo sport». Apriti cielo, perlomeno una metà. Le parole di Ray Moore, ex Davisman sudafricano oggi direttore del torneo di Indian Wells, hanno fatto esplodere l’ennesima polemica sessista sulla parità dei montepremi. Per Moore – che si è poi genuflesso a sua volta sui social network, profondendosi in scuse… – i tornei della Wta non farebbero altro che succhiare la ruota a quelli maschili, molto più seguiti e amati dal pubblico, beccando però gli stessi soldi: il primo Slam a offrire paghe uguali sono stati gli Us Open nel 1973, l’ultimo Wimbledon nel 2007. Una tesi che puntualmente si ripresenta, sostenuta da mold giocatori – e organizzatori La prima a imbizzarrirsi per le dichiarazioni del politicallynot-correct Ray è stata Serena Williams, che ha rimesso piede quest’anno a Indian Wells dopo tre lustri di boicottaggio. «Sono molto sorpresa di queste dichiarazioni – ha ruggito la Pantera – Ci sono parecchie ragazze che giocano un tennis più divertente dei maschi, e volendo potrei aggiungere che tanti spettatori non guardano il tennis se non ci siamo io e Venus. Inoltre agli Us Open dell’anno scorso la finale femminile è andata esaurita prima di quella maschile, e non la giocavano certo Federer o Nadal Nessuna donna dovrebbe inginocchiarsi per ringraziare». La Williams è stata subito spalle  dalla collega che l’ha battuta proprio in finale domenica a Indian Wells, Vika Azarenka: «Noi donne dobbiamo subire sempre questo tipo di commenti, e non solo nello sport. Eppure tutti siamo stati messi al mondo da una donna, no? Lunica cosa è non abbassarsi al loro livello». A favore dei “maschilisti” è penò sceso in campo, con più tatto di Moore ma senza ripensamenti, il ni del mondo, Novak Djokovic. «Io ho grande rispetto per quello che ha fatto la Wta in questi anni battendosi per l’uguaglianza – ha puntualizzato Nole – e capisco le ragazze, che devono affrontare problemi anche di tipo ormonale per giocare, ma sono convinto che noi dell’Atp dovremmo batterci con la stessa determinazione per ottenere montepremi superiori perché le statistiche dimostrano che attiriamo più spettatori». In questo il Djoker ha ragione: nel 2015 l’audience dei tornei Atp è stata di 973 milioni, quella dei tornei Wta di 395. Basta, per giustificare paghe diverse? Per il 2019 è in vista una revisione della struttura dei tornei, compresi quelli misti e vedremo se a spuntarla saranno le ragioni del botteghino o quelle delle pari opportunità.

 

Djokovic scatena la guerra dei sessi: «Più soldi agli uomini»

 

Riccardo Crivelli, la Gazzetta dello sport del 22.03.2016

 

II tennis femminile paga i pochi personaggi e quindi il calo d’interesse, e, ma di solito non si dice. E così ogni tanto emerge prepotente, eruttando polemiche taglienti come stilettate. E’ la guerra dei sessi nel tennis, l’eterna diatriba sull’eguaglianza tra uomini e donne, in particolare (e soprattutto) nel montepremi. Che è il medesimo nei quattro Slam e in quattro combined events (Indian Wells, Miami, Madrid e Pechino), una parità per la quale le donne si sono battute fin dalla creazione della Wta nel 1973 con Billie Jean King paladina e che tuttavia, più o meno sottotraccia, alcuni maschietti faticano a digerire. ATTACCO E SCUSE Nell’elenco dei nemici delle pari opportunità si è schierato da ultimo il direttore del torneo di Indian Wells Raymond Moore, che certo non l’ha toccata piano: «Se dovessi rinascere vorrei avere un qualche ruolo nella Wta. Viaggiano nella scia del tennis maschile, non prendono alcuna decisione e sono fortunati. Molto fortunati. Se fossi una giocatrice mi inginocchierei ogni sera e ringrazierei Dio che Roger Federer e Rafa Nadal sono venuti al mondo, perché hanno letteralmente trascinato questo sport. Il testimone verrà poi passato a Djokovic e Murray e qualche altro giocatore». Bum. Una dichiarazione assai forte, che poi è stata condita da un ulteriore commento a dir poco rivedibile: «La Wta ha un manipolo di giocatrici giovani che sono molto attraenti come Muguruza e la Bouchard». Solo che il termine «attractive», in inglese, ha più una valenza fisica che emozionale, e dunque Moore si è preso pure del sessista, anche se poi si è affrettato a precisare che parlava innanzitutto di valori tecnici. Ma la nitroglicerina era ormai innescata, scatenando il fuoco di sbarramento di Serena Williams, che ad Indian Wells aveva appena giocato e perso la finale: «Ogni giorno ci sono tante persone che mi dicono di guardare il tennis solamente quando giochiamo io o Venus. Ci sono parecchie donne nel Tour che sono più divertenti da guardare di parecchi uomini. La finale femminile agli Us Open lo scorso anno ha esaurito i biglietti prima di quella maschile, e non credo giocassero Roger o Rafa. E comunque nessuna donna dovrebbe inginocchiarsi per ringraziare davanti a nessuno in quel modo». Reazione che ha abbassato le ali di Moore, fino alle scuse obbligate: «Le mie parole a proposito della Wta sono state di pessimo gusto e non corrispondono alla realtà. Sono davvero dispiaciuto per quei commenti e voglio presentare le mie sincere scuse alle giocatrici e a tutta l’organizzazione. Ancora una volta, sono sinceramente dispiaciuto per i miei commenti». LA VOCE DI MOLE Sarebbe finita lì, con il solito cocktail di sentimenti confusi e diffusi, perché non c’è dubbio che l’argomento divida, eccome. Senonché stavolta, anziché un giocatore importante ma di seconda fascia come Simon (il primo che manifestò la contrarietà all’uguaglianza dei montepremi tra uomini e donne), sull’argomento ha preso parola Novak Djokovic, dominatore e icona del circuito maschile: «Ho un enorme rispetto per tutte le energie che la Wta ha speso nel corso degli anni per ottenere uguaglianza di monte-premi. Tuttavia, noi dell’Atp da parte nostra dovremmo combattere per ottenere una fetta più grande di soldi perché possiamo dimostrare che i match maschili attirano più spettatori. Se ci sono statistiche e dati disponibili per verificare chi riesca ad attirare più attenzione, più spettatori, chi venda più biglietti, bisognerebbe far in modo che i montepremi vengano suddivisi di clic conseguenza». IN TV Una posizione destinata a perpetuare lo scontro, partendo dal presupposto sempre latente che negli Slam gli uomini giocano tre set su cinque e le donne due su tre. E se la Wta considera i successi Slam di outsider come la Pennetta e la Kerber un valore aggiunto, i critici ritengono invece che sia proprio la scarsità di personaggi al di fuori di Serena e della Sharapova a impoverire il tennis femminile….

 

Il valore delle tenniste Djokovic: «Noi abbiamo più spettatori, devono guadagnare meno dei maschi»

 

Gaia Piccardi, il corriere della sera del 22.03.2016

 

A furia di andare in giro a ripetere che «le donne che giocano a tennis son o di un a razza inferiore», quello sporco maschio sciovinista (ipse dixit) di Bobby Riggs si prese una ripassata coi fiocchi: 6-4, 6-3, 6-3 da Billie Jean King , davanti ai 30.472 spettatori dell’Astrodome di Houston. Correva a perdifiato, non senza inciampare, il 1973. Quarantatré anni dopo, rieccoci qui a parlare di uomini contro donne e — che volgarità — di soldi immeritati dalle ragazze in crisi d’immagine: il clamoroso caso doping di Maria Sharapova e l’insostenibile  pesantezza dell’essere Serena Williams, incapace d i vincere dal rocambolesco k.o. con Roberta Vinci a New York, hanno incrinato lo yin e lo yang dell’universo femminile, esponendolo a un riflusso di critiche, rimbalzate all’impazzata sui social. L ’ultima frecciata è di Novak Djokovic: «Le donne si meritano ciò che hanno ottenuto, ma i premi dovrebbero essere distribuiti in modo più corretto, tenendo conto di chi attira l’attenzione e di chi fa vendere più biglietti — ha detto il numero uno, fresco del titolo di Indian Wells —. Le statistiche mostrano che noi abbiamo più spettator i» . Un discorso, quello del « Djoke r » , condiviso assai in uno spogliatoio che, di tanto in tanto , si lascia scappare spifferi misogini. Pat Cash («Il tennis femminile? Due set su tre di spazzatura» ), ….Difficile accettare, insomma, che le ragazze si ano arri va te a guadagnare gli stessi premi facendo metà della fatica e non è un caso ch e la penultima puntata di questa polemica sessista fosse scoppiata a Wimbledon, l’ultimo degli Slam ad allinearsi alla parità dei prize mone y, u n tabù caduto ( dopo 130 anni) nel 2007. A oggi i montepremi dei quattro Slam sono uguali per entrambi i tabelloni e lo stesso vale per i combined-event (cioé misti) come Indian Wells, il cui direttore, l’ex doppista Raymond Moore, l’ha combi nata ben più grossa di Djokovic. «Se fossi una giocatrice mi inginocchierei ogni sera e ringrazierei che Federer e Nadal sono venuti al mondo, perché hanno letteralmente trascinato questo sport — ha detto — . Certo la Wta ha un paio di giocatrici attraenti, Bouchard e Muguruza, ma in generale le donne sfruttano la scia degli uomini ». Apriti cielo. È in sorta la Williams («Commenti inappropriati»), è risorta la King («Ha torto marcio»). Ma se negli anni 70 la battaglia dei sessi aveva un senso, questo revival a parti invertite ha il sapore di un rospo in tacchi a spillo mai digerito. Siamo donne, che diamine: oltre il portafogli c’è di più.

 

Lo sport visto dal macho

 

Emanuela Audisio, la repubblica del 22.03.2016

 

Avanti, macho alla riscossa. Cosa c’è di più ingiusto al mondo che guadagnare come gli uomini? A gridare allo scandalo è stato Raymond Moore, ex giocatore professionista, direttore del torneo di Indian Wells, che ha detto che le tenniste di oggi «dovrebbero inginocchiarsi ogni sera e ringraziare Dio che Federer e Nadal so- no venuti al mondo perché hanno trascinato questo sport». Le donne invece sono tutte sanguisughe. Le Williams e le Sharapova si ci sanno fare, ma non meritano di portare a casa gli stessi soldi. Non faticano abbastanza, non generano lo stesso spettacolo. Ognuno ha i suoi Tavecchio, un po’ di maschilismo sotto forma di revanchismo economico non si nega a nessuno. Lo sport promuove quello che la società condanna: parità di salari tra un uomo e una donna. Con le rispettive differenze: tre set su cinque per i primi, due su tre per le altre. Perché l’uomo è più resistente e potente. Ora Moore che candida Indian Wells a prototipo di una nuova categoria, i Masters 2000, con più premi e tabellone allargato a 128 giocatori, vorrebbe tagliare il premio alle donne. Perché le stelle sono poche e per il futuro ci vogliono ragazze «attractive«. Belle, insomma. II segreto è quello, non la bravura. In più lo dice all’indomani di una finale burla tra Djokovic e Raonic (infortunato) finita 6-2 6-0, senza competitività. Mentre invece quella delle donne tra Williams e Azarenka è stata molto combattuta e vinta 6-4 6-4 dalla bieloroussa. n tennis femminile è andato avanti perché Billie Jean King negli anni ’70 sotto la spinta femminista del Women’s Lib creò quello che venne chiamato il Women’s Lob e dichiarò, dopo aver vinto gli Us Open nel ’72, che non li avrebbe più giocati se i premi non fossero stati uguali. Cosi nacque la Wta, cosa i principali tornei si dovettero adeguare: le donne non erano un contorno. Serena Williams ha ricordato che la finale femminile a New York è sold out prima di quella maschile, segno che le donne non sono uno spettacolo inferiore. Solo diverso. In America il calcio femminile è più seguito di quello maschile, ma nessuno vuole togliere gli spiccioli ai calciatori. Si dice: conta il mercato, l’uomo genera più soldi. Peccato che nei primi dieci giocatori al mondo un americano non ci sia mentre Serena è in cima alla classifica. Moore è sudafricano, vinse nel ’74 l’unica Davis che non si giocò perché l’India con i fratelli Armitraj boicottò l’incontro per la politica razziale del regime. Possibile che non capisca che dire alle tenniste di mettesi in ginocchio davanti ai Federer e Nadal vuol dire reintrodurre una segregazione sessuale già abolita?

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Jasmine cresce ancora (Bertellino). Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport). La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Damato)

La rassegna stampa di lunedì 20 settembre 2021

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Jasmine cresce ancora (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La prima volta di Jasmine Paolini è a Portorose. Il trofeo nel WTA 250 sloveno conferma la crescita dell’azzurra ma anche la tenuta mentale visto il ritardo di 3 ore nell’inizio, causa maltempo. Colpi e determinazione per battere la n. 38 del mondo, l’americana Alison Riske, 31enne di Pittsburgh che era alla 10a finale. La fotografia della nuova dimensione della 25enne toscana è nel primo set. Dopo break e contro-break iniziali Jasmine si è trovata a rincorrere la più esperta rivale dal 2-5. I’ha fatto cambiando marcia e chiudendo 7-4 al tie-break. Prima dell’inizio del 2° set Jasmine ha chiesto un medical time-out per un problema alla coscia sinistra. E’ ripartita di slancio, strappando subito il servizio alla statunitense e tenendo proprio dopo aver salvato più palle dell’ 1-1. Sul 2-0 ha rifiatato un attimo el’americana ha incamerato il primo game del set (2-1). Ripresa sul 2-2, Jasmine ha reagito chiudendo il gioco con un gran diritto per il 3-2 cogliendo poi altri 2 break per il sigillo all’8°gioca

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Nell’ITF 80 di Valencia ha vinto Martina Trevisan, in rimonta (4-6 6-4 6-0) contro l’ungherese Delma Galfi, n. 138 WTA.

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Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport)

Era alla prima finale Wta della carriera e l’ha vinta, domando l’americana (n. 38) Alison Riske in due set 7-6 (4) 6-2, dopo un’ora e 46 minuti di gioco. Per Jasmine Paolini il titolo nel 250 di Portorose può essere l’alba di una nuova carriera, ora che ha dimostrato una solidità mentale invidiabile. La 25enne toscana, che oggi raggiungerà il numero 64 della classifica (best ranking), è stata brava a non farsi influenzare dalla lunga attesa (si è cominciato due ore e mezza dopo il previsto per la pioggia) e poi fantastica nel primo set, quando ha recuperato da 5-2 sotto con due break di svantaggio. Nel secondo parziale, la Paolini ha non ha avuto problemi

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Questa settimana si gioca a Metz (cemento indoor): oggi in campo Lorenzo Sonego contro l’ungherese Fucsovics e Gianluca Mager contro il georgiano Basilashvili. A Nur-Saltan (cemento indoor), in Kazakistan, in campo Andreas Seppi contro il kazako Skatov. In tabellone pure Lorenzo Musetti: aspetta un qualificato.

La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Corrado Damato, Il Messaggero Sport)

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l’Italtennis si gode un movimento che tra uomini e donne sembra veramente aver trovato la ricetta universale che porta al successo.

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a Portorose, in Slovenia, è “incappata” in quelle settimane perfette che talvolta capitano nella vita di un tennista e, giocando alla perfezione dall’inizio alla fine, ha scoperto la gioia del trionfo. Che apre nuovi scenari anche per i tornei più importanti visto che produce un balzo in classifica dal suo attuale 87′ posto a quello numero 64 che occuperà da oggi. Ovviamente, il suo nuovo best ranking. VITTIME DOC L’ultima ad arrendersi all’azzurra è stata l’americana Alison Riske, numero 38 della Wta e terza testa di serie del torneo. Le ha strappato il servizio per tre volte nel primo set e quando è andata a servire sul 5-2 (Jasmine aveva recuperato uno dei break) sembrava poter incanalare il match dalla sua parte. Ma l’azzurra ha dato prova di grande pazienza e ha ricucito, punto dopo punto, senza fretta, portando l’avversaria al tie break, poi vinto per 7 punti a 4. II secondo set è stato la copia a specchio del primo con la Paolini volata sul 5-2 e poi più cinica della Riske: 6-2 e tutti a casa. Brava Jasmine a non perdere la concentrazione anche per lo slittamento del match, iniziato con quasi tre ore di ritardo per colpa della pioggia.

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Iannacci)

La rassegna stampa di domenica 19 settembre 2021

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Leonardo Iannacci, LIbero)

In via Veneto giocava a carte con Mastroianni, a Gstaad prendeva l’aperitivo con Richard Burton e Liz Taylor, a Los Angeles cenava una sera con Charlton Heston e quella dopo con Frank Sinatra, a Parigi amoreggiava con una stripteaseuse del Crazy Horse e a Montecarlo insegnava il rovescio al principe Ranieri, suo amico. Schegge di memoria che riguardano il signor Chirinsky, protagonista di pezzi di vita che sembrano capitoli di un romanzo. «Quando mi dicevano: allenandoti meglio avresti potuto vincere di più, io rispondevo: forse, ma nella mia vita mi sarei divertito meno!», ripete sempre. Il signor Chirinsky è uno splendido 88enne, ancora pieno di vita che si diverte a portare in giro il suo mito. Chirinsky, e qui lo sveliamo, è il secondo nome di Nicola Pietrangeli, il tennista italiano più vincente della storia. Prima questione da chiarire: perché Nicola Chirinsky Pietrangeli? «Sono nato a Tunisi, all’epoca un protettorato francese, da papà Giulio e da mamma Anna, russa. Da qui il secondo nome Chirinsky, che non mi dispiace affatto. Ho iniziato a giocare a tennis in un campo di prigionia proprio in Tunisia, durante la seconda guerra mondiale, vincendo con papà il mio primo torneo di doppio. Avevo 13 anni. Ma il mio destino era l’Italia, venimmo espulsi e con la famiglia riparammo a Roma».

Dove si dedicò a tempo pieno al tennis…

 

Affatto. Preferivo il calcio, ero bravino e venni convocato nelle giovanili della Lazio. Dopo qualche tempo mi proposero il trasferimento alla Viterbese, capii subito che con il calcio non mi sarei divertito né avrei viaggiato, così passai al tennis. Al Circolo Parioli, dove il custode era un certo Ascenzio Panatta, che aveva un figlioletto di nome Adriano.

Un tipo che avrebbe incontrato anni dopo.

Sì, ma questa è un’altra storia. Giocare a tennis mi piaceva. Diventai bravo. Tra la fine degli anni ’50 e gli inizi dei ’60 vinsi 44 tornei, quattro volte il Roland Garros, due nel singolare e due nel doppio. Mi rispettavano tutti gli altri grandi giocatori dell’epoca, eravamo amici. Giocavamo ma ci divertivamo un mondo. Era un tennis educato, quello. E vivo.

La differenza tra un campione della sua epoca e uno odierno?

Noi entravamo in campo per divertire il pubblico. Oggi ogni pallina vale decine di migliaia di euro e ai giocatori non importa nulla del pubblico. Pensano solo ai soldi. Quando ho vinto il Roland Garros mi hanno dato un premio in denaro con il quale non mi sono potuto comprare neppure un appartamentino. Oggi chi vince uno Slam si porta a casa due milioni e mezzo di dollari.

Ma, allora, la Osaka che lascia il tennis, Djokovic paralizzato durante la finale degli Us Open, terrorizzato dalla mancata conquista del Grande Slam. Perché?

E qui mi arrabbio. Djokovic avrà, che so, 500 milioni di dollari in banca e gioca una finale stressato? Ma scherziamo? E la realtà attuale del tennis che strofina i nervi a questi plurimiliardari. Sono macchine da guerra, istituti di credito. Forse si stressano a contare i soldi. Quando leggo che sono depressi mi saltano i nervi.

Djokovic, Nadal, Federer: chi al primo posto?

Federer, di un altro pianeta. E ve lo dice uno che ha battuto un certo Rod Laver che di Grande Slam se ne è pappati due.

II tennis italiano sembra rinato: prima Fognini, ora Sinner, Berretti, Musetti, Sonego. Siamo tornati ai tempi di Panatta-Barazzutli-Bertolucci-Zugarelli?

Penso di sì. Sinner ha solo 20 anni. Ha il mondo davanti e arriverà entro l’anno nei primi 10. Berrettini con quel servizio può vincere uno Slam. Non sulla terra battuta, però.

La sua più bella vittoria?

Nel 1976 ero il capitano non giocatore della squadra di Davis e arrivammo alla finale con il Cile. Mezza Italia non voleva che andassimo a giocarla perché a Santiago c’era il regime di Pinochet. Era tutto politicizzato, la sinistra vedeva la finale dal punto di vista ideologico e voleva boicottarla. Pensai: siamo pazzi? Rinunciamo a vincerla? Mi sono battuto come un leone contro tutti i politici ipocriti, di sinistra e non solo. Alla fine mi diedero retta e andammo. Vincemmo la nostra prima e ultima Davis, i giocatori in campo, io fuori. Ma fummo costretti a tornare in Italia quasi di nascosto, protetti dai carabinieri. Ricevetti anche due minacce di morte, avevo la polizia sotto casa.

E una sera si portò a letto la Coppa Davis…

Accadde dopo una festa a Roma, con Giulio Andreotti presente, salito frettolosamente sul carro dei vincitori: tutti se ne andarono a dormire e il servizio d’ordine lasciò lì la coppa. Nessuno se la filava. Così, per paura che la rubassero, la portai a casa, la misi sul letto. C’è una foto con il sottoscritto, la coppa e il mio gatto che ci dorme dentro.

Ed ecco la domanda delle cento pistole: chi è stato più forte, lei o Panatta?

Adriano è nato per giocare a tennis. Un talento puro. Mi ha battuto anche nella finale dei campionati italiani del 1970. Ma lui aveva 20 anni, io già 37… Però è durato troppo poco ai vertici, 3-4 anni. Meglio Nicola Chirinsky Pietrangeli, dai.

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Querusti)

La rassegna stampa di venerdì 17 settembre 2021

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Francesco Querusti, La Nazione)

Circolo Tennis Firenze in festa per la presenza di Camila Giorgi, numero 1 in Italia e al 36° posto nel ranking mondiale. Camila, nata a Macerata ma fiorentina d’adozione, ha portato freschezza, classe, simpatia, femminilità e moda nel tennis. Tra i suoi sogni quello di scalare posizioni nella classifica delle big, di insegnare ai giovani per trasmettere i suoi segreti e di non lasciare mai Firenze città che le ha preso il cuore. Camila, sui campi del Ct Firenze, è scesa in campo con gli allievi della scuola agonistica del circolo delle Cascine, in due ore divertenti, di grande fascino e colpi spettacolari. Oltre al tennis è stata protagonista la moda con sfilata sul bordo piscina con i capi dell’azienda Giomila disegnati dalla mamma di Camila. Poi si è raccontata, con accanto tutta la sua famiglia. «Sono più che soddisfatta – afferma Camila – ma non mi accontento mai. Adoro il tennis: ho detto che è il mio lavoro, ma lo amo. Una volta finito però ho altre cose a cui pensare, come la mia famiglia, e non ho rimpianti. Fra due settimane partirò per Chicago e poi parteciperò al torneo di Indian Wells. Mancano quattro tornei e poi è finita la stagione. Arrivare fra le prime 32 del ranking, per poter essere testa di serie negli Slam, è il mio obiettivo ma spero di fare ancora meglio». E in futuro quali obiettivi? «Mi piacerebbe insegnare alle bambine e ai bambini questo sport, che è incredibile, perché’ in parte è anche stile di vita. La scelta di seguire la passione di mia madre e di non scegliere altri brand è dettata dal fatto che mi ha insegnato tutto ed è una vera artista. Giomila è un progetto di moda che è diventato realtà e che seguirò con impegno». E il suo amore per Firenze e la Toscana. «Viviamo a Calenzano e quando sono a casa, insieme a mia madre e alla mia famiglia, andiamo in giro per la Toscana che è bellissima».

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