Roger Federer, il vincente più perdente di sempre?

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Roger Federer, il vincente più perdente di sempre?

Alle radici del “paradosso Federer”, il tennista più titolato della storia che negli ultimi anni ha preso una brutta abitudine: vince troppo poco. I numeri di un normale campione basteranno a quello che è stato il più grande di tutti?

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Nel lontano 2001 un Roger Federer con codino vinceva, a Milano, il suo primo titolo di una carriera costellata di successi, qualcuno indimenticabile, qualcun altro di routine. Da quel lontano giorno di quindici anni fa il maestro svizzero ha trionfato altre 87 volte in un torneo, e diciassette di queste erano slam. Numeri da capogiro, come tutti gli altri del pluricampione rossocrociato; elencarli sarebbe superfluo per quasi tutti gli appassionati di  tennis abituati ormai a leggerli e sentirli da chiunque. Non sarà questo pezzo dunque ad enumerarli nuovamente.

Saranno altri aspetti, e soprattutto altri numeri a catturare la nostra attenzione. Roger Federer, il tennista più forte di sempre e soprattutto il più vincente (almeno negli slam) può diventare, continuando di questo passo, il più perdente?

Prima di andare avanti bisogna però porsi dei limiti doverosi. Considerando, ad esempio, cosa si vuole intendere con il termine “perdente”. Ovvio che Federer, trionfatore ad esempio negli ultimi due anni di undici titoli (3 Master 1000, 6 ATP 500 e 2 ATP 250), non può essere un perdente. Undici trofei c’è chi non li vince neanche reincarnandosi in una stella del firmamento tennistico.

 

In quindici anni di carriera Roger Federer è rimasto senza titoli slam, alla fine della stagione, per sei volte. Quattro volte negli ultimi cinque anni (2011, 2013, 2014 2015) mentre le restanti due ad inizio carriera. Numeri di un declino? Qualche maligno non ci penserebbe neanche due volte prima dare risposta affermativa ma va comunque ricordato come lo svizzero sia ancora la migliore alternativa a Novak Djokovic in questo preciso momento storico e l’infortunio l’ha dimostrato ancor di più.

In tutta la carriera il super campione svizzero ha alzato un trofeo al cielo ben 88 volte, mentre le sconfitte in finale sono state 48. Numero, il secondo, decisamente alto.  Djokovic ad esempio ha perso solo 26 finali mentre Nadal si è fermato all’atto conclusivo 32 volte in carriera.

In percentuale dunque:
Federer 65% finali vinte, 35% finali perse;
Nadal 68% finali vinte, 32% finali perse;
Djokovic 70% finali vinte, 30% finali perse. 

Nel dettaglio invece, e partendo dai Master 1000, prendendo in considerazione dal 2012 (compreso) in poi, vediamo come lo svizzero abbia perso nove finali (comprese Finals e ritiro del 2014) e vinto sei titoli. Tre nel 2012 ed il restante nei successivi tre anni. Nelle nove perse, cinque volte il successo è andato a Djokovic (escluso w/o nelle Finals del 2014) e una volta a Nadal, Tsonga e Wawrinka. Di queste nove sconfitte tre sono arrivate al set decisivo (due Nole e una Wawrinka). Nelle vittorie invece vediamo come due volte il successo è arrivato contro Djokovic, che comunque mantiene uno score migliore negli head to head parziali, mentre Simon, Ferrer, Berdych e Isner “vantano” una sconfitta a testa.

Finali perse:

2015
Roma vs 6-4 6-3 Djokovic
Indian Wells 6-3 6-7 6-2 Djokovic
ATP Finals 6-3 6-4 Djokovic

2014
ATP Finals w/o Djokovic
Toronto 7-5 7-6 Tsonga
Montecarlo 4-6 7-6 6-2 Wawrinka
Indian Wells 3-6 6-3 7-6 Djokovic

2013
Roma 6-1 6-3 Nadal
2012
ATP Finals 7-6 7-5 Djokovic

Finali vinte:

2015
Cincinnati 7-6 6-3 Djokovic
2014
Shanghai 7-6 7-6 Simon
Cincinnati 6-3 1-6 6-2 Ferrer

2012
Cincinnati 6-0 7-6 Djokovic
Madrid 3-6 7-5 7-5 Berdych
Indian Wells 7-6 6-3 Isner

Visti i Masters 1000 vediamo negli slam dove Federer negli ultimi anni è andato decisamente peggio; chiaramente continuiamo a prendere in considerazione dal 2012 in poi perché proprio quattro anni fa Roger Federer vinceva il suo ultimo slam. Inutile considerare i precedenti (16 finali vinte e 7 perse, percentuale superiore al 50%) ne verrebbe fuori solo come il gran vincente quale è stato. A noi interessa l’eventuale involuzione che lo porterebbe a diventare un “gran perdente” e i risultati slam di questi quattro anni lo testimoniano più di tutti. Proprio dal 2012 in poi, negli slam, abbiamo 3 finali perse ed una sola vinta. Il 75% insomma, statistica ovviamente poco incoraggiante; vista al contrario Federer è passato dal perdere il 30% di finali al 75%. In più, dando un occhio al futuro, il 2016 non è iniziato nel migliore dei modi con la sconfitta in finale da Raonic a Brisbane e la solita mattanza serba in Australia. Tutti campanelli d’allarme che hanno iniziato a suonare come all’ultimo giro di una corsa in linea. In più bisogna considerare l’aspetto infortunio che l’ha tenuto fermo e l’ha costretto a tornare direttamente per la stagione su terra, non proprio il massimo delle sue aspettative.

Ricordate le percentuali iniziali sulle vittorie e finali in carriera? Proviamo a rivedere il tutto prendendo sempre in considerazione dal 2012 in poi: 

Federer 18 titoli, 18 finali 
50% vinte, 50% perse;
Nadal 22 titoli, 12 finali
65% vinte, 35% perse;
Djokovic 35 titoli, 12 finali
74% vinte, 26% perse. 

Numeri ovviamente in discesa per Federer mentre se per Djokovic testimoniano il grande dominio per Nadal si avvicinano molto alla media generale.

Torniamo a questo punto alla definizione di perdente: “Che risulta sconfitto, battuto in una guerra, in una gara, in una contesa, in un gioco”. Così troviamo scritto sul dizionario. Nel nostro caso scatterebbe però la variabile dell’abitudine. Il Federer di questi quattro anni è un tennista abituato a perdere? I numeri, e le statistiche sono riportati sopra anche se lo svizzero non verrà mai ricordato per l’assenza di slam dal 2012 in poi, ma di certo per i 17 vinti in precedenza. Quindi può dormire sonni tranquilli, un po’ meno i suoi tifosi che trepideranno e soffriranno per le prossime, soprattutto importanti, sconfitte del loro beniamino.

Roger Federer è dunque pronto per il ritiro? La decisione finale spetta a lui nonostante qualche suo tifoso vorrebbe farne le veci. Presumibilmente lo svizzero è sempre alla ricerca di un ultimo importante acuto, ma Wimbledon gli è già sfuggito per due anni di fila e anche a New York non è stato bravo a prendere il treno giusto. Saprà accontentarsi del ruolo di “piazzato”? Riuscirà ancora a mettere da parte 17 slam, record di settimana al numero uno e accontentarsi di arrivare semifinalista o runner-up dei grandi eventi? Chiaro è che abbiamo chi pagherebbe per raggiungere questo tipo di risultati ogni anno, ma al mondo non tutti (fortunatamente) siamo uguali. Federer eterno sconfitto non è proprio bello da vedere, i tifosi ne soffrono ma il diretto interessato sembra rilassato come non mai. Ancora una volta, paradossalmente, la vita da tifoso si rivela la più difficile.

 

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Emma Raducanu, il coach russo e le preoccupazioni della politica

Forti perplessità di due membri del parlamento britannico sulla scelta di Emma di assumere Tursunov: “Un colpo propagandistico per il Cremlino”. E le suggeriscono di ripensarci

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Emma Raducanu - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Non c’è pace nel Regno. Il Regno è quello Unito e la pace manca a Emma Raducanu (vittoriosa ieri su Osorio dopo una lotta insensata). Oppure ella ce l’ha, la pace (glielo auguriamo), se riesce a farsi scivolare di dosso molte delle cose che scrivono su di lei. Perché la campionessa in carica dello US Open è costantemente sotto i riflettori – leggasi esposta a critiche continue – ormai da quasi un anno. Anzi, qualcosa di più, visto che era stata oggetto del duro commento di John McEnroe per essere stata colta dai crampi nel suo match di ottavi a Wimbledon 2021, raggiunti da n. 338 della classifica.

Lungi dal mettere a tacere la parte deteriore della stampa britannica e degli appestatori dei social media, l’incredibile cavalcata newyorchese ha invece elevato Emma su un piedistallo con un bel bersaglio dipinto addosso, ponendola in bella vista senza possibilità di riparo alcuno – della serie, “ora tutti sanno chi sei, goditi questo momento perché alla prima sconfitta…”.

I mesi successivi al vittorioso Slam non le hanno giovato da questo punto di vista, quando, conti alla mano, Emma vantava più accordi con nuovi sponsor (e che sponsor) che incontri vinti. Due fatti per i quali è fin troppo facile suggerire una relazione diretta, esistente o meno, di cui ci dovesse importare o meno. Parallelamente, c’è poi la questione dei continui cambi di coach, a cominciare da quell’Andrew Richardson nel suo angolo a Flushing Meadows (in realtà si partiva da prima, da Nigel-suocero-di-Andy-Murray, ma lì abbiamo avuto le prime perplessità e non solo per il luogo comune “squadra che vince non si cambia”).

 

A questo proposito, proprio in questi giorni Raducanu sarà seguita da un nuovo allenatore, Dmitry Tursunov, attualmente in prova con vista sul prosieguo della campagna nordamericana. E qui la notizia prende due strade diverse. La prima travalica l’ormai stantia storia della ragazza sciupa-coach per assumere un qualche connotato “politico”, nel senso che questa volta il commento sulla sua carriera arriva da un politico – il parlamentare laburista Chris Bryant, presidente dell’All-Party Parliamentary Group on Russia, un gruppo informale della Camera dei Comuni aperto a tutti i partiti che si propone di “promuovere buone relazioni tra i parlamenti e i popoli di UK e Russia”.

“Il Cremlino lo rappresenterebbe come un colpo propagandistico e un’indicazione che al Regno Unito non interessa veramente la guerra in Ucraina” ha detto Bryant al quotidiano The Telegraph. “Sarebbe un vero peccato [real shame, in inglese] se Emma continuasse”. E ha aggiunto: La incoraggio a ripensarci e come minimo a condannare la barbarica guerra di Putin”.

Non ci sono stati commenti da parte dei portavoce di Emma e della LTA, la federtennis britannica che continua a fornire supporto a Raducanu, così come da parte di Tursunov. Si è invece espresso un altro membro del parlamento, il tory Julian Knight, presidente della commissione Digital, Culture, Media & Sport: “Fa impressione vedere un russo allenare la stella nascente numero uno della Gran Bretagna”. Knight vorrebbe capire dove stia Tursunov rispetto all’invasione (e qui si ricade nel discorso già fatto quando si parlava delle dichiarazioni per poter partecipare a Wimbledon) e aggiunge di sperare che “la LTA sia capace di consigliare Emma per il meglio”.

Tornando al presunto “colpo propagandistico”, spostiamoci su Shamil Tarpischev, il presidente della federtennis russa che si era fatto (ri)conoscere già diversi anni addietro quando, riferendosi a Serena e Venus, le aveva chiamate i fratelli Williams. Dopo la finale di Wimbledon, Tarpischev ha rivendicato Elena Rybakina come un “prodotto” russo, in quella che pareva un’uscita da bambino delle elementari che butta via un giocattolo che non gli piace, salvo poi cambiare idea quando vede un compagno giocarci felice. Anche Yevgeny Kafelnikov usava lo stesso termine: “Comprare un prodotto pronto all’uso da una fabbrica di alto livello è qualcosa che sanno fare tutti...”.

Persone come oggetti, forse questo permette loro di sopportare meglio le barbarie del proprio Paese sulla popolazione ucraina. Dichiarazioni, in ogni caso, che da un lato quasi giustificano ex post (o almeno fanno riconsiderare) la controversa decisione di Wimbledon di escludere gli atleti che rappresentano la Russia (e non i “russi”), mentre dall’altro, trattandosi di una giocatrice che hanno palesemente e colpevolmente snobbato, non possono essere prese sul serio. Oppure possono? Perché, solo per fare un esempio dell’assurdo, anche giornalisti di nome (e cognome) hanno rilanciato il video dei “falsi morti ucraini che invece si muovevano”. Per dire che c’è gente sempre pronta ad abdicare al minimo sinaptico per credere alle stupidaggini che preferisce a dispetto dell’evidenza.

Allora, se non possiamo non essere d’accordo con Tumaini Carayol quando sul quotidiano The Guardian scrive che si tratta semplicemente di “un privato cittadino che si avvale dei servizi di un professionista indipendente, che è russo, con la semplice speranza di migliorare la propria carriera”, quello che segue, vale a dire che ciò “non dovrebbe costituire motivo per tale indignazione o polemica”, è altrettanto giusto, tranne però per il fatto che, lo abbiamo appena visto, non funziona davvero così. Perché, per quanto goffi, i tentativi di una narrazione russa totalmente avulsa dalla realtà fanno comunque proseliti. In questo senso, dunque, vanno intese le esternazioni dei due politici e inserite in un contesto di interferenze russe nella politica britannica.

La seconda strada verso cui ci porta la notizia del nuovo coach è per fortuna ben più leggera – sebbene anche questa lastricata di apprensioni – e origina da un’intervista di Tursunov dello scorso novembre in cui aveva avuto modo di citare Emma parlando delle perplessità sulla conclusione del rapporto con Sabalenka. “Emma Raducanu, che ha vinto gli US Open, sta licenziando le persone con cui ha lavorato” diceva Dmitry. “Naturalmente, tutti sono scioccati. Se qualcuno della sua squadra mi chiamasse ora e mi chiedesse se voglio allenarla, tremerei di paura, perché non sai quando verrai licenziato”. Una paura che speriamo abbia vinto, perché sarebbe dura trasmettere sicurezza dall’angolo quando sembra che il tuo seggiolino sia l’epicentro di un terremoto…

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Australian Open

Visto ripristinato per Voracova, la doppista ceca espulsa assieme a Djokovic

Il suo caso è diverso da quello di Djokovic secondo il tribunale: “Non ci sono prove che Voracova non abbia rispettato le sue condizioni per il visto”

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L’enorme caos generato dall’arrivo di Novak Djokovic in Australia nel gennaio di quest’anno ebbe delle implicazioni non indifferenti nel mondo del tennis; e a venir risucchiata in quel vortice di eventi inaspettati (che hanno avuto come palcoscenico, uffici di avvocati e tribunali anziché campi da tennis) c’era anche Renata Voracova, doppista ceca attuale n.102. Lei era una delle persone (l’unica tennista oltre al serbo) ad aver ottenuto un’esenzione dal vaccino per entrare nel paese, e ora, come si legge su The Age, ci sono aggiornamenti sul suo caso.

L’ultimo aggiornamento su Voracova c’era stato nel momento del suo rimpatrio, e la 38enne non era affatto felice del mondo in cui era stata trattata. “Chiederò un risarcimento. Non mi sono sentita al sicuro finché non sono tornata a casa” disse alla stampa del suo paese nel mese di gennaio. Ora sono state prese delle decisioni ufficiali che a tutti gli effetti le riconoscono ragione, e separano il suo tipo di esenzione da quella rilasciata a Djokovic.

A Voracova era stato concesso l’ingresso in Australia grazie ad un’esenzione medica dalla vaccinazione COVID-19, uguale a quella concessa al numero 1 del mondo Djokovic, ma il tribunale ha ritenuto che il suo caso fosse notevolmente diverso. L’Administrative Appeals Tribunal of Australia ha ascoltato le prove secondo cui – dopo i negoziati tra gli avvocati di Voracova e le forze di controllo del confine australiano – le è stato concesso un visto transitorio che le ha permesso di lasciare l’Australia in quanto non cittadina. Non c’erano prove che la signora Voracova non avesse rispettato le sue condizioni per il visto“, ha affermato Jan Redfern, vicepresidente del tribunale e capo della divisione migrazione e rifugiati.

 

“Aveva seguito tutte le regole pertinenti e c’erano prove che si fosse basata sulle dichiarazioni fattele da Tennis Australia e dal Dipartimento della Salute dello Stato di Victoria in merito alla sua esenzione medica. Accetto l’argomentazione secondo cui non esisteva alcuna legge che impedisse alla sig.ra Voracova di entrare in Australia nel momento rilevante anche se non era vaccinata. Ha risposto in modo veritiero alla dichiarazione di viaggio e aveva prove mediche convincenti a sostegno della sua esenzione, essendo le prove fornite dal suo medico di base sulla sua vulnerabilità alla trombosi. In particolare, la signora Voracova non aveva bisogno di fare affidamento sul fatto di aver precedentemente contratto il COVID-19 come controindicazione medica alla vaccinazione perché aveva una base medica per ritardare la vaccinazione”.

Dunque la differenza col caso-Djokovic sta tutta qui: la doppista ceca aveva motivazioni mediche legate alla sua salute che le permettevano di non farsi vaccinare. “Rilevo inoltre, per completezza, che il caso della sig.ra Voracova può essere distinto dal [caso] Djokovic perché il suo visto non è stato annullato per ‘ordine pubblico’, né le circostanze del suo caso si prestano a tale conclusione” ha precisato Jan Redfern. “Come già notato, la sig.ra Voracova non è contraria alla vaccinazione e, a differenza del caso Djokovic in cui il ministro ha scoperto che c’erano prove che il sig. Djokovic avesse mostrato un disprezzo per i protocolli di auto-isolamento, non ci sono prove del genere in questo caso”.

Djokovic venne espulso alla vigilia del torneo dopo essere stato inizialmente autorizzato a entrare nel paese. Voracova invece lasciò il paese prima ma comunque non è tornata in campo fino ai primi di marzo per il WTA 125 di Marbella, Spagna. I suoi avvocati hanno fatto sapere che a febbraio aveva provato a disputare un torneo in Russia (St Petersburg Ladies Tournament) ma le era stato negato il visto, e anche per questo si sono voluti accelerare i tempi nella soluzione del suo caso. Il ban di tre anni sul suolo australiano dunque per Voracova è stato revocato, e al momento tutto sembra essersi risolto per il meglio per lei. L’unico aspetto su cui si può tornare a lavorare dunque è il tennis, dato che al momento Voracova conta 9 sconfitte negli 10 ultimi incontri, con ben sei compagne di doppio diverse.

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Nadal, un prezzo troppo alto per continuare a giocare

Fino a che punto ci si può spingere oltre i limiti per una vittoria in più, per un trofeo in più, per un record in più? Nadal sta andando oltre quei limiti, pagando un prezzo salato alla sua integrità fisica

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Rafael Nadal (ESP) in action against Botic Van De Zandschulp (NED) in the fourth round of the Gentlemen's Singles on Centre Court at The Championships 2022. Held at The All England Lawn Tennis Club, Wimbledon. Day 8 Monday 04/07/2022. Credit: AELTC/Simon Bruty

Non diremmo nulla di nuovo nel considerare Rafael Nadal uno dei più grandi tennisti, uno dei più grandi sportivi, di quest’epoca moderna. Le sue vittorie, i suoi record sono lì a testimoniarlo. Aggiungere ridondanza all’ovvio è esercizio retorico di cui facciamo volentieri a meno. “L’intelligenza è la capacità di evitare di dilungarsi con l’ovvio”, citando lo scrittore americano Alfred Bester e non volendoci attribuire, con questo, nessuna attestato d’intelligenza, diciamo soltanto che è giusto andare oltre. Guardare oltre.

L’oltre è l’ingestibile e a tratti insopportabile retorica che gira intorno al fenomeno Nadal. Chi vi scrive riconosce in lui una semi divinità tennistica, un punto di riferimento per chi ama questo sport, per chi lo pratica o per chi semplicemente, ne ha sentito talmente tante volte il nome, da conoscerlo pur non sapendo chi sia: in poche parole un esempio. Rettitudine in campo, rettitudine fuori dal campo; mai una macchia nera, mai un sospetto, mai uno scandalo. Mai un gesto fuori posto. Insomma si potrebbe parlare di un immacolato campione dedito esclusivamente al gioco del tennis, e così in fondo è. Il tema è un altro: a che prezzo?

Da qualche mese a questa parte, per essere chiari dal post vittoria in Australia, e dalla frattura da stress che gli è costato la vittoria in finale ad Indian Wells, il leit motiv delle sue interviste e conferenze stampa è più o meno sempre lo stesso ed assomiglia ad una perpetuo rosario o se volete, ad una perpetua Via Crucis: “non so se giocherò domani”, “il dolore al piede è insopportabile”, “non so quando rientrerò”, “Wimbledon? Vedremo…”, “baratterei le mie vittorie per non avere più dolore al piede e poter vivere una vita normale”. Ecco, quest’ultima dichiarazione, rilasciata da Nadal nella sala stampa del Roland Garros poco prima della semifinale con Sasha Zverev, è il centro focale della grande ipocrisia profusa attorno al giocatore spagnolo. Per continuare a giocare e vincere deve ormai sistematicamente anestetizzare il proprio piede sinistro affetto da un problema cronico noto come sindrome di Muller-Weiss, ovvero una displasia dello scafoide tarsale, inoperabile e che peggiora ogni volta che, puntura dopo puntura, trattamento dopo trattamento, l’osso continua a deformarsi fino all’artrosi. Vi ricordate il tema di fondo e la relativa domanda? Ecco, questo è il prezzo da pagare.

 

E che dire invece dello strappo addominale di circa 7 mm con il quale, nonostante gli ampi gesti del suo box, del padre in primis, visibilmente preoccupato della salute del figlio e forse l’unico in grado di mantenere evidentemente un po’ di lucidità all’interno del team dello spagnolo, Rafa ha comunque portato a termine e vinto il match di quarti di finale a Wimbledon con Fritz? A cosa è servito tutto ciò? Presumibilmente ad incensare lo story telling dello spagnolo combattente, e nulla più. Sportivamente ha giocato e vinto, ma ha messo a repentaglio, ancora una volta, la sua salute; come se non bastasse il piede, come se non fossero sufficienti già i trattamenti e le iniezioni che gli permettono di camminare, correre, giocare.

Cosa c’è di lecito in tutto questo? Assolutamente tutto. Sia chiaro, nessuno grida al doping e nessuno dotato di un minimo di intelligenza può minimamente pensare che lo staff di Nadal possa incunearsi nel solco dell’immoralità sportiva, utilizzando sostanze e prodotti non leciti. La questione è molto più morale. Fino a che punto ci si può spingere oltre il limite? Esiste un punto di non ritorno? Esiste ed è la propria salute che va tutelata secondo i principi dello sport che è un mezzo e non un fine. Il mezzo per sentirsi bene, per gioire, per competere, per sentirsi campioni. Perché essere campioni significa anche, se sei un semidio come Nadal, trasmettere dei messaggi che siano positivi perché volente o nolente, parliamo di esempi. E se per gioire, competere, sentirsi campioni il prezzo da pagare è la propria salute, se il limite è questo, è un limite invalicabile. Quasi immorale e deprimente. Come la scena in cui Rafa, il giorno dopo la vittoria di Parigi, la quattordicesima, il ventiduesimo Slam, era sorretto dalle stampelle, come un infortunato qualsiasi. Peccato avesse corso come un dannato fino a qualche ora prima e per 14 giorni consecutivi. “Non ti dico neanche quante punture ho fatto per giocare oggi” ha dichiarato a Barbara Schett subito dopo la vittoria parigina, come se fosse tutto normale.

Le persone lodano Nadal per essere riuscito ad arrivare così lontano nel dolore, passa per eroe perché lo allontana, ma in realtà usa sostanze per farlo. Se lo facessimo noi ciclisti, ci aggredirebbero dicendoci che siamo dopati”. Ecco cos’è la retorica nadaliana, spiegata magistralmente da Thibaut Pinot che di professione fa il ciclista e non certo il sociologo o il giornalista.

Per qualche strano motivo vogliamo bene a Rafa; è un affetto sincero che nasce dall’aver condiviso con lui alcuni momenti della vita (che lui ovviamente sconosce totalmente) ed è per questo che non possiamo accettare ciò; non possiamo accettare che per un titolo in più a rimetterci sia la sua salute. La vita va oltre il tennis, la sua vita andrà avanti e non può essere una vita menomata per un record da aggiungere o una coppa da esporre. E questo ci sembra ovvio, ci dispiace che non lo sia a lui o a qualcuno del suo team, che evidentemente continua a consigliarlo male. Ma, utilizzando nuovamente parole che non ci appartengono e che sono di Sir Arthur Conan Doyle, “nulla è più ingannevole di un fatto ovvio”.

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