Paolo Lorenzi, ai piedi dell'Hahnenkamm un sogno inseguito trentacinque anni

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Paolo Lorenzi, ai piedi dell’Hahnenkamm un sogno inseguito trentacinque anni

Paolo Lorenzi al termine di una settimana davvero incredibile fa suo il torneo di Kitzbühel, primo titolo di una carriera infinita. Doppia soddisfazione per lui, oltre al trofeo della città dei camosci anche il nuovo best ranking. Cosa chiedere di più ad un ragazzo di quasi trentacinque anni che con dedizione e passione tiene a galla la barca del tennis azzurro?

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Nel cuore delle Alpi, a nord del Tirolo settentrionale, è situata la regione di Kitzbühel con la sua omonima cittadina fatta da non più di ottomila anime. Questo grazioso capoluogo alpino, altresì chiamato Gamsstadt – la città dei camosci – tutto vicoli e sapori montani, una volta l’anno in gennaio, dal lontano 1931 in poi, si traveste da centro del mondo per gli sport invernali grazie alla disputa del cosiddetto trofeo dell’Hahnenkamm. Dal nome della montagna sovrastante il paese e che accoglie le mitica Streif, con ogni probabilità la pista da sci più celebre e complicata al mondo. Ogni trecentosessantacinque giorni, quindi, a Kitzbühel gente proveniente da ogni dove rivolge il naso all’insù nell’intento di cogliere le acrobazie fisiche e stilistiche dei campioni dello sport eroico che fu di Franz Klammer, uno che tanto per non sbagliare quella vertiginosa discesa l’ha fatta propria la bellezza di quattro volte. Correva l’anno 2004 quando un nostro portacolori baciato, bontà sua, da un talento pari almeno al grado di intrinseca follia, fece se possibile qualcosa di meglio che iscrivere il proprio nome – cosa già fatta tra l’altro – nell’albo d’oro della manifestazione. Ghedo, al secolo Kristian Ghedina da Cortina d’Ampezzo, in quella circostanza non vinse la gara ma domò per l’eternità il ‘mostro’. Al pari di quei cowboy capaci di francobollarsi alla schiena del toro inferocito durante un rodeo. Successe infatti che il salto sullo schuss finale, imboccato ad una velocità prossima ai 140 chilometri orari, quell’irripetibile pazzoide scelse di farlo in spaccata, in parole povere divaricando le gambe a compasso, per la gioia irrefrenabile di trentamila spettatori estasiati. Prima di tagliare il traguardo con il sorriso beffardo di chi è conscio di averla combinata grossa.

Dodici anni e due stagioni astronomiche più tardi, a quelle stesse latitudini, il cielo è tornato nuovamente ad essere color azzurro Italia. Merito per l’occasione, come vedremo, di un antidivo per eccellenza, l’inesauribile Paolo Lorenzi. Guru di racchette, palline e sudore, più che di scarponi e scioline. Immersi questa volta in un panorama assai meno glaciale, lo sfondo, da bianco neve, è mutato in rosso argilla, con l’aria secca dell’inverno, quella che taglia il fiato ad ogni respiro, che si è fatta calda e intrisa di polvere. Già, perché la caleidoscopica Kitzbühel, in quanto a sport, non vive di sola Streif e da cinquant’anni a questa parte propone con orgoglio anche il proprio torneo di tennis. Un tradizionale appuntamento su terra battuta di mezza estate – oggi appartenente alla cerchia degli ATP 250 – che fa da spartiacque tra la fine dei Championships e la stagione dei prati verdi e l’avvento della campagna sul cemento americano. Torneo che ha visto trionfare nel corso degli anni gente assai poco comune come Santana, Vilas, Muster e Sampras, giusto per citarne alcuni, oltre che i nostri Panatta e, più recentemente, Seppi. E appunto Lorenzi.

E non sarà arcigna come l’Hahnenkamm, ma la scalata compiuta in questa edizione 2016 del Generali Open dal quasi trentacinquenne tennista romano trapiantato a Siena è da iscrivere comunque nel libro dei ricordi indelebili del nostro sport preferito, per una serie di innumerevoli ragioni. Perché, se per dirla alla maniera ben poco decoubertinana tanto cara a Boniperti vincere è realmente l’unica cosa che conta, vuoi mettere farlo attraverso il tourbillon di emozioni che ha travolto il nostro Paolino nell’arco dell’intera settimana? Con partite infinite che prima sembrano vinte, poi perse e poi vinte di nuovo? Tra valanghe di occasioni conquistate, accarezzate e poi svanite per un soffio e che solo una pazienza grande come una casa ha saputo infine tramutare in esultanze liberatorie? Il tutto condito dalla feroce determinazione nel conseguire l’obiettivo di un vecchietto con il fuoco dentro di un ragazzino.

 

Paolo Lorenzi si presentava al via della manifestazione tirolese forte della quarta testa di serie del seeding, con un bye dunque all’esordio, e di un ranking da numero 48 che con tutte quelle primavere sul groppone farebbe già di per sé gridare al miracolo. Davanti a lui, a caccia di gloria qui in Austria, l’idolo di casa e designato futuro numero uno al mondo Dominic Thiem, il tedesco dai modi gentili e il rovescio da guardare e riguardare in slow motion Philipp Kohlshreiber e l’iberico pochi fronzoli e tanta concretezza Marcel Granollers. A completare un tabellone globalmente di buon livello il ceco Lukas Rosol e la talentuosa speranza russa Karen Khachanov, oltre ai due fratelli Melzer. Desiderosi, questi ultimi, di ben figurare dinnanzi ad un oltremodo esagitato pubblico casalingo. Il sorteggio collocava il senese d’adozione nella parte alta del tabellone, quella presidiata come da regolamento dalla prima testa di serie. All’orizzonte, quindi, la possibilità di una semifinale di lusso proprio contro Thiem per il più classico degli scontri generazionali. E di stili.

Il battesimo nel torneo per Lorenzi significa Roberto Carballes Baena, iberico di Tenerife e carneade solo per gli appassionati meno attenti ma pur sempre un giovanotto con la spavalderia dei ventitré anni e con la classifica che oggi rasenta una più che onorevole Top 100. Una gara senza storia, troppo esperto e centrato l’azzurro capace di liquidare la pratica lasciando indietro la miseria di quattro giochi sulla strada che porta ai quarti di finale. Le sorprese, però, non si fanno attendere e per i favoriti è letteralmente un’ecatombe prematura. Gli ottavi sono infatti fatali alle teste di serie numero uno (Thiem), numero due (Kohlshreiber), numero 3 (Granollers) e numero 7 (Cervantes) con la numero 5 (Rosol) che aveva ben pensato di lasciare la città di Kitzbühel già nel turno precedente.

Avversario di Lorenzi nell’unico quarto di finale tra due teste di serie è dunque il picchiatore tedesco Jan-Lennard Struff, che di anni ne conta nove in meno e che in due partite ancora non ha ceduto un solo set. Più che un incontro di tennis, a conti fatti, uno psicodramma. Paolo, avanti in carrozza un set e un break, si conquista rapidamente due match point. Pratica in ghiaccio? Macché. Trapattoni aveva proprio ragione, mai esultare senza il gatto nel sacco, con il teutonico che non solo aggancia l’italiano ma fa proprio il parziale trascinando la partita al terzo. Lo scontro, come comprensibile, si trasforma in una lotta senza quartiere con i rally che diventano a dir poco interminabili e le scimitarre a soppiantare definitivamente i fioretti. É allora Struff il primo ad andare in fuga prima della reazione orgogliosa dell’azzurro che, come nel set precedente, sale fino a match point. Non basta, perché ce ne vorranno altri tre e tre massacranti ore di lotta complessive per scrivere la parola fine che certifica l’approdo di un indomito Lorenzi alla semifinale, dove ad attenderlo è, effettivamente un po’ a sorpresa, il minore di casa Melzer.

In basso, zitto zitto, è Basilashvili a farsi largo, è proprio il caso di dirlo, a sportellate. Per il georgiano dal diritto al fulmicotone e dalla sagacia tattica così così, sulla via della finale c’è il serbo Lajovic, poi asfaltato in maniera assolutamente perentoria. Cosa che non si può dire della vittoria – la terza nel torneo – del nostro eroe dal cappellino girato al contrario ed i polsini tricolori. Per Lorenzi, pertanto, due tie-break, due ore di interruzione per inclemenze meteorologiche, quattro set point annullati nel primo set (di cui tre in rapida successione) ad un avversario in stato di grazia e lesto ad aprofittare della spinta di un pubblico tutto per lui e, soprattutto, dodici (!) match point incredibilmente gettati alle ortiche nel secondo parziale prima di chiudere la sfida di nervi e paure alla tredicesima occasione utile: un lungo spot per il tennis. Inevitabile, quando in campo scende Lorenzi si suda anche sul divano.

Sarà dunque finalissima.

Un passo indietro. Il 2 marzo di due anni or sono Paolino Lorenzi ebbe già modo di disputare una finale nel circuito maggiore. A San Paolo, quel giorno, a prevalere fu l’argentino Delbonis, bravo e caparbio nell’avere la meglio sull’azzurro al termine di tre set, manco a dirlo, giocati sul filo di lana. Chissà se l’allora trentatreenne Lorenzi si immaginava che da lì a ventiquattro lunghi mesi la vita gli avrebbe concesso una seconda possibilità. Allo stesso modo, chissà se in questo nuovo ed entusiasmante frangente Paolo, conscio di una carta di identità che da tempo ha smesso di fare sconti, sentirà il peso di un’occasione mai così a portata di mano e, per ovvi motivi, ancor di più irripetibile? E ancora. Come risponderà il fisico fiaccato da mille battaglie e la bellezza di sei ore di match in due giorni di un ragazzo la cui cifra stilistica è solidamente ancorata all’asse portante testa-gambe-cuore?

L’atto conclusivo è in programma all’ora di pranzo. Una disdetta se si pensa che, tra una cosa e l’altra, per Paolo l’incombenza semifinale si sarà conclusa – massaggi e rituali vari inclusi – solo a serata inoltrata. Avrà riposato a sufficienza, la domanda dei tifosi con tutta la preoccupazione del caso. Sul suo stato psico-fisico è già il primo game del match a mettere i puntini sulle i, spazzando via come birilli i dubbi che hanno tormentato l’avvicinamento all’incontro. Lorenzi in campo ci è entrato come un leone al punto che in un amen è già un break avanti con l’avversario, spaesato in un mare (per lui) di novità, che a freddo già si ritrova a dover inseguire la velocissima lepre. Lorenzi è un computer programmato per far sempre la cosa giusta al momento giusto e che non perde la rotta nemmeno quando le bordate dell’avversario sembrano cominciare a far breccia nella collosa ragnatela inscenata con maestria operaia dal tennista romano. Il torneo ha un copione ben preciso da rispettare, fatto di pathos e frenetica alternanza di sentimenti, tant’è che anche la finale non può esimersi dall’aderirne fedelmente. Lorenzi, incamerato con facilità il primo parziale, sul punteggio di tre giochi a uno a proprio favore nel secondo subisce, come un fulmine a ciel sereno, il ritorno di Basilashvili che, ormai spalle al muro, sceglie la via per l’occasione redditizia del tutto per tutto rientrando di prepotenza in un incontro che sembrava compromesso. Ancora una volta è battaglia punto a punto; ancora una volta però, a questo logorante giochino di freddezza e polmoni, Paolo si dimostra il più forte. Implacabile interprete del principio di azione e reazione di newtoniana memoria, Lorenzi rimanda al mittente tutto ciò che gli capiti a tiro – missili georgiani inclusi – e la coppa col camoscio e la racchetta sollevata nel cielo di Kitzbühel da lì a qualche istante non può che essere la naturale conclusione di una delle più entusiasmanti storie di tennis (e di vita) che abbiamo avuto l’onore di raccontare.

Cosa ci lascia in eredità questa settimana austriaca? Parafrasando il compianto Jonah Lomu, e una nota réclame di qualche annetto fa che l’assunse a fortunato testimonial, saremmo portati a dire con il cuore in mano nothin’ is impossible”. Sì, anche nel tennis, lo sport diabolico che non fa sconti e che non perdona nemmeno la più impercettibile manchevolezza. Una locuzione, quella televisiva di cui sopra, che Lorenzi deve aver davvero preso alla lettera, costruendo come la celebre formichina delle fiabe la carriera perfetta per un ragazzo forse privo di particolare talento tennistico – anche se qui si potrebbe aprire un lungo capitolo – ma con una volontà ed una abnegazione più grande delle avversità. Abbiamo visto questo giovanotto dalla faccia da buono e il sorriso contagioso migliorarsi ogni inverno e ripresentarsi ai nastri di partenza tutte le volte con una freccia nuova al proprio arco. Un colpo diverso da proporre all’avversario, un aspetto del gioco meglio registrato, un dettaglio ancora più curato. Perché se è vero che nulla è per sempre, pare lo siano solo i diamanti, vero anche che il nuovo possa sempre essere migliore di ciò che lo ha preceduto. Esponente benemerito di quella classe operaia che finisce dritta in paradiso e che ci rende fieri di esserci sentiti almeno una volta nella vita come dei piccoli, grandi Lorenzi, Paolo non più tardi di qualche settimana fa confidava a noi di Ubitennis di avere nel cassetto il sogno di migliorare ancora una volta il proprio best ranking. Detto e fatto. Ma non solo. Visto che nella bacheca già debordante di titoli Challenger ora brilla anche un trofeo ATP. Con le agili sembianze di quel camoscio che ogni santo giorno scorrazza su e giù per i boschi dell’Hahnenkamm e che non teme di percorrere la leggendaria Streif, in discesa alla maniera di Ghedina o in salita proprio come lo scalatore Lorenzi. Questi sette giorni, in altri termini, hanno il pregio enorme di veicolare agli aficionados della racchetta, ed ai più giovani in particolare, un messaggio di inestimabile valore, fatto di sacrifici, umiltà e passione. Ingredienti che, tutti insieme, concorrono al raggiungimento di un sogno.

Appurato che il tennis di casa non nostra non stia navigando in acque prosperose, ancorato così com’è alle lune del talentuoso e, a quanto si apprende da Umago, pure ritrovato Fabio Fognini ed alla potenza talvolta senza controllo di Camila Giorgi, c’è da ammettere senza nessuna vergogna che poter mostrare al resto del mondo della racchetta questo Lorenzi ci riempie immensamente di orgoglio. Lui, un classe 1981 come Federer e come Serena – questa longevità sarà mica un caso? – che da questa mattina conta solo la miseria di quaranta giocatori davanti a sé in classifica e che con questa voglia matta di scendere in campo e divertirsi può tranquillamente rinviare ancora più in là la data della meritata pensione.

Coraggio guerriero, lotta ancora un po’. Del resto, una volta domata la Streif cosa pensi possa farti ancora paura?

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ATP

Caso Djokovic, l’ATP: “L’assenza di Novak una perdita per l’Australian Open. Ma la vaccinazione è raccomandata”

L’ATP descrive gli eventi degli ultimi giorni come “profondamente deplorevoli” e augura buona fortuna al numero uno del mondo

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Novak Djokovic alle Nitto ATP Finals 2021 (Credit: @atptour on Twitter)

A poche ore dal termine dell’udienza che ha visto i giudici australiani della Corte Federale revocare il visto a Novak Djokovic, si è espressa con un breve comunicato anche l’Association of Tennis Professionals. Qui la traduzione integrale del documento firmato ATP:

“La decisione odierna di confermare la cancellazione del visto australiano di Novak Djokovic segna la fine di una serie di eventi profondamente deplorevoli. In definitiva, devono essere rispettate le decisioni delle autorità giudiziarie in materia di salute pubblica. È necessario più tempo per fare il punto sui fatti e per trarre gli insegnamenti da questa situazione. Indipendentemente da come è stato raggiunto questo punto, Novak è uno dei più grandi campioni del nostro sport e la sua assenza dagli Australian Open è una perdita per il nostro gioco. Sappiamo quanto siano stati turbolenti gli ultimi giorni per Novak e quanto volesse difendere il suo titolo a Melbourne. Gli auguriamo ogni bene e non vediamo l’ora di rivederlo presto in campo. L’ATP continua a raccomandare vivamente la vaccinazione a tutti i giocatori.”

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Australian Open

Respinto il ricorso di Novak Djokovic, deve lasciare l’Australia: “Molto deluso”

I giudici della Corte Federale hanno emesso il loro verdetto: il numero uno del mondo non potrà difendere il suo titolo all’Australian Open

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I giudici australiani della Corte Federale James Allsop, Anthony Besanko e David O’Callaghan hanno respinto il ricorso di Djokovic contro la seconda cancellazione del visto. Le motivazioni per le quali è stata confermata la decisione del Ministro per l’Immigrazione Alex Hawke saranno pubblicate più tardi. Questo l’esito dell’udienza iniziata ieri nella tarda serata italiana e durata molte ore, sino alle 7.45 italiane. “Ora mi prenderò del tempo per riposarmi e riprendermi, prima di fare ulteriori commenti oltre a questo. Sono estremamente deluso dalla sentenza – recita un comunicato diramato da Djokovic, che ora dovrà lasciare il Paese -. Rispetto la Corte e coopererò per organizzare la mia partenza. Sono a disagio per il fatto che in queste settimane l’attenzione sia stata su di me e ora spero che si sposti sul gioco e sul torneo che amo. Voglio augurare il meglio ai giocatori, allo staff, ai tifosi dell’Australian Open. Voglio anche ringraziare la mia famiglia, i miei amici, il mio team, i miei tifosi, e i miei connazionali per il supporto continuo. Siete stati tutti una grande fonte di forza per me”. È la fine di una brutta vicenda in qualunque modo la si voglia interpretare. Djokovic non sarà in gara a Melbourne e il suo posto nel tabellone dell’Australian Open sarà preso da Salvatore Caruso.

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Flash

Djokovic, l’attesa infinita. La Corte Federale riunita per decidere il suo destino

Altre ore di incertezza per Djokovic. Il suo esordio programmato lunedì sera sulla Rod Laver Arena: ci sarà? La decisione forse in serata, ma potrebbe slittare a lunedì

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Novak Djokovic - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Domenica di vigilia all’Australian Open, e domenica nelle aule di tribunale per Novak Djokovic e per tutta la tribù che segue il tennis: si discute l’appello di Novak Djokovic contro la decisione del Ministro dell’Immigrazione Alex Hawke di cancellare il suo visto.

Alla presenza del Chief Justice James Allsop, e dagli altri due membri della corte Justice Anthony Besanko e Justice David O’Callaghan si sono riuniti ancora una volta i rappresentanti del team legale di Djokovic, guidato da Nick Wood, e il rappresentante del Ministro dell’Immigrazione, Stephen Lloyd.

Inizio puntuale alle 9.30 con il Sig. Wood che ha iniziato ad elencare i motivi di “irragionevolezza” o di “irrazionalità” della decisione del Ministro Hawke di voler esercitare la propria discrezione come previsto dallo Schedule 133 dell’Immigration Act del 1958 e cancellare il visto a Novak Djokovic.

 

Quella dell’irrazionalità della decisione è infatti l’unica strada per costringere i giudici a ribaltare la decisione, che infatti non può essere discussa sul merito. Il documento di 268 pagine sottoposto all’analisi della Corte nella giornata di sabato viene passato in rassegna, e viene sostenuto come le posizioni di Djokovic non siano anti-vax, e che il Ministro ha considerato solamente un articolo della BBC, peraltro piuttosto datato, per sostenere le argomentazioni no-vax di Djokovic, senza cercare ulteriore conferma delle posizioni attuali del serbo nei confronti dei vaccini.

Il primo attacco pesante da parte di Wood è nella mancata considerazione di entrambe le opzioni: sarebbe stato “irrazionale” da parte del ministro considerare l’effetto sul sentimento anti-vax della presenza continuata di Djokovic in Australia, e invece non considerare l’effetto che potrebbe avere la sua deportazione. Djokovic ha giocato in tutti i tornei del Grande Slam nel 2021 ma non ci sono mai state manifestazioni no-vax dove lui ha giocato. “L’affermazione che un torneo di tennis possa aumentare il sentimento anti-vax dovrebbe essere supportato da prove di manifestazioni o cortei nei pressi del torneo. Invece non c’è stato nessun evento di questo tipo identificato dal Ministro”.

Tuttavia, già nei giorni scorsi nei pressi di Melbourne Park si sono già tenute manifestazioni no-vax.

Nella chiusura della sua presentazione, il Sig. Wood ha reiterato che nonostante il Ministro faccia riferimento più di una volta nelle motivazioni della cancellazione del visto (motivazioni che peraltro non doveva dare secondo la legge, ma che ha in ogni modo fornito) alle “note posizioni no-vax di Djokovic”, queste non vengono mai esplicitate e documentate.

Novak Djokovic ha tuttavia deciso di non testimoniare nel corso dell’udienza e non chiarire le sue posizioni nei confronti dei vaccini, e questo fatto è stato ripreso immediatamente dal legale del Ministro, il Sig. Lloyd: “Il Signor Djokovic aveva la possibilità di chiarire e presentare la sua posizione, e invece ha preferito non farlo”.

È stato ribadito come Djokovic possa essere considerato un esponente del movimento anti-vaccinazione per il semplice fatto di non essersi vaccinato nonostante la possibilità di inocularsi. Inoltre Djokovic aveva espresso posizioni contrarie al vaccino anche prima che questi fossero disponibili: “la sua posizione di base è contraria ai vaccini”. È stato poi fatto anche un collegamento tra la popolarità di Djokovic in Serbia ed il basso tasso di vaccinazione in Serbia, al momento ancora sotto il 50%.

L’argomentazione del Governo è poi proseguita facendo notare come Djokovic sia un personaggio di altro profilo le cui posizioni possono essere prese ad esempio e fomentare un sentimento anti-vaccini non solamente tra i gruppi già contrari alle inoculazioni, ma anche nella popolazione generale. Sono stati citati ad esempio i suoi comportamenti durante la sua recente positività in Serbia, quando ha deciso di non rimandare un’intervista pur sapendo di essere positivo al COVID-19.

Il Ministro ha considerato che la sua presenza in Australia potrebbe incoraggiare la popolazione a imitare questi comportamenti e la sua evidente noncuranza nei confronti delle norme. Gli atleti di alto livello vengono utilizzati come testimonial di qualunque tipo di comportamento e ideali,” ha continuato Lloyd.

Dopo la pausa per il pranzo, la parte del Ministro dell’Immigrazione ha fatto riferimento ai poteri conferiti in lui dal Migration Act, cheriflette il diritto sovrano del Commonwealth di determinare chi può rimanere sul suolo australiano. Il Commonwealth non deve essere costretto a soffrire la presenza di uno straniero per paura di ciò che potrebbe accadere in caso di una sua rimozione, che è essenzialmente il caso del richiedente”.

Oltretutto, mentre questo procedimento si consumava nel centro di Melbourne, nell’impianto di Melbourne Park i giocatori diventavano sempre più impazienti per la mancata comunicazione dell’orario di gioco di lunedì. Tennis Australia ovviamente ha cercato di ritardare il più possibile la pubblicazione del programma, perché a norma di regolamento è l’evento che impedisce di rimestare le teste di serie e imporrebbe la sostituzione di Novak Djokovic con un lucky loser nel caso in cui non potesse scendere in campo, sbilanciando totalmente il tabellone. Dopo parecchi tentennamenti (e la rinuncia di una intervista televisiva da parte del direttore del torneo Craig Tiley), l’annuncio è arrivato che il programma sarebbe stato diffuso per le ore 16 locali, comunque molto tardi rispetto a quanto succede di solito.

Una volta chiusa la presentazione della parte del Ministro, la parola è passata all’avvocato Wood per un paio di commenti finali, e si è potuti poi rapidamente (si fa per dire) aggiornale la seduta e permettere ai giudici di riunirsi per deliberare. L’avvocato Wood ha tentato all’ultimo tuffo di far rigettare in partenza uno dei tre elementi su cui il Ministro aveva basato la sua decisione (quello del rischio per la salute), dopo che durante la sua esposizione aveva provato a farli considerare tutti correlati. In questo modo, se fosse caduto uno, sarebbero caduti tutti, ma i giudici non si sono espressi sulla questione.

Il Sig. Wood ha ottenuto che, se il giudizio della Corte dovesse essere in favore del suo cliente, il giudizio venga emesso con la stessa formula di quello espresso nella Family Court, ovvero la cancellazione del visto annullata e la liberazione di Djokovic entro 30 minuti; il Sig. Lloyd, dal canto suo, chiede di avere un’indicazione di quali motivi della decisione (rischio per la salute, rischio per l’ordine pubblico, interesse generale) siano stati rigettati, cosa questa che probabilmente fa pensare che in caso di sconfitta il Ministro dell’Immigrazione abbia qualche altro asso nella manica che non sia un ricorso all’Alta Corte.

L’indicazione della corte è che la discussione richiederà tutto il pomeriggio e la prima serata, e che probabilmente una decisione potrà essere fornita entro la fine di domenica, con le motivazioni della sentenza pubblicate il giorno successivo.

Per Djokovic, programmato come ultimo incontro di lunedì della sessione serale dopo due giorni senza giocare, la snervante attesa prosegue.

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