Coppa Davis: la ITF vuole la finale in campo neutro già dal 2018

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Coppa Davis: la ITF vuole la finale in campo neutro già dal 2018

La Croazia deve trovare una sede per la finale di Davis, mettendo in mostra una delle crepe logistiche della formula. Ma l’ITF promuove un progetto per rivoluzionare la finale

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Capita tutti gli anni, in questo periodo, e sembra che nessuno voglia far qualcosa per rimediare a questo problema. Almeno fino ad oggi. La liturgia del calendario tennistico prevede le semifinali di Coppa Davis nel penultimo weekend di settembre, ed il regolamento della Coppa richiede che la squadra ospitante la finale, in programma a fine novembre, presenti entro sette giorni dalla fine delle semifinali il dossier relativo alla sede proposta per la finale.

Questo meccanismo perverso quindi fa sì che la finalista ospitante, che gioco forza ha la certezza di dover ospitare la finale solo a metà settembre, debba reperire in una settimana una sede consona ad una finale di Davis che, a norma di regolamento, deve essere ospitata nella capitale della Nazione oppure in una delle città principali, dotate di un aeroporto internazionale con adeguati collegamenti, un’arena con almeno 12.000 posti e sufficienti stanze in alberghi a cinque stelle a meno di 45 minuti dall’impianto per ospitare tutti i componenti delle due squadre, gli ufficiali ITF, i rappresentanti dei media e tutti gli ospiti degli sponsor.
Come si può vedere si tratta di norme piuttosto restrittive: non ci sono molte città, soprattutto in nazioni piccole come la Croazia, che possano soddisfare questi requisiti. Il nocciolo della questione è però solitamente rappresentato dall’arena, in quanto se si escludono gli Stati Uniti, ogni Nazione può contare su un numero abbastanza limitato di impianti con quel tipo di capienza, e solitamente queste strutture vengono occupate con largo anticipo da concerti, festival ed eventi di vario tipo. Oltretutto un incontro di Davis, sempre a norma di regolamento, necessita della disponibilità dell’impianto per 8-10 giorni consecutivi, se si considera il tempo necessario per allestire il campo, i giorni che devono essere concessi alle due squadre per gli allenamenti, la competizione vera e propria e lo smantellamento del campo. E non si tratta di un’impresa da poco.

Le pene che sta attraversando in questi giorni la Croazia, dibattuta tra lo spostamento di uno spettacolo di supereroi a Zagabria oppure la riprogrammazione di un festival musicale (e la richiesta di diverse deroghe all’ITF) a Spalato, non sono nulla di nuovo: è capitato a (quasi) tutte le Nazioni che si sono trovate in situazioni simili, e spesso e volentieri la soluzione trovata è risultata un compromesso. Nel 1991, quando la Francia di Forget e Leconte (con Noah in panchina) raggiunse la finale contro gli USA di Sampras e Agassi, procurandosi la chance di interrompere il digiuno in Davis che durava dagli Anni ’20 dei Moschettieri, la finale si dovette giocare a Lione perché il Palais Omnisport di Parigi Bercy era occupato da un concerto rock, e non era stato possibile quindi prenotarlo “a breve scadenza”. Sempre la Francia in occasione della finale del 2014 fu costretta ad ospitare la Svizzera di Federer e Wawrinka a Lille, in un impianto sicuramente di grande impatto, ma in una località che si può tranquillamente definire piuttosto provinciale, certamente non consona ad un evento del prestigio della Finale di Davis. Nel 2013, quando in Canada arrivò in semifinale uscendo sconfitta solamente al quinto incontro a Belgrado dalla Serbia di Djokovic e Tipsarevic, nell’eventualità che i biancorossi avessero dovuto ospitare la Repubblica Ceca in finale sarebbero stati costretti a giocare a Quebec City, non per scelta, ma perché il Pepsi Colisèe era l’unico impianto delle dimensioni richieste non occupato dalla stagione di hockey a fine novembre.

 

Gli esempi potrebbero continuare, e probabilmente questi continui “salti mortali” logistici sono anche all’origine dell’iniziativa della ITF che ha annunciato l’intenzione di lanciare un progetto volto a valutare la fattibilità di organizzare la Finale di Davis (ed anche eventualmente quella di Fed Cup) in una sede neutra, decisa con largo anticipo, sulla base di quello che accade per la Finale di Champions League o per il Superbowl. “Con un intero anno o più a disposizione per la promozione e la raccolta degli sponsor, crediamo di poter fare di più per il successo della finale assicurando che venga disputata in uno stadio dalle dimensioni adatte” ha detto il Presidente ITF David Haggerty dal quartier generale di Londra.

Sarà la società di consulenza CSM Sports di Londra (il cui chairman è Sir Sebastian Coe, ex mezzofondista ed ex Presidente del Comitato Organizzatore di Londra 2012, ora a capo della Federazione Atletica Leggera IAAF) a sviluppare questo progetto pilota, che inizialmente si occuperà di ricevere offerte da parte di città interessate ad ospitare questo evento per 2-3 anni.Le considerazioni di carattere economico chiaramente avranno il loro peso – ha spiegato Haggerty – ma il nostro obiettivo è quello di ottenere la massima visibilità. La nostra missione è quella di sviluppare, crescere e promuovere il gioco del tennis in tutto il mondo”.

Oltre a questo cambiamento, verranno anche prese in considerazione le ipotesi di concentrare la competizione in due giornate e di abbandonare il formato dei 3 set su 5 per la Coppa Davis. In ogni modo, qualunque cambiamento di questo tipo dovrà essere approvato dall’Assemblea Generale dell’ITF che si disputa ogni anno in agosto (il prossimo meeting è in programma dall’1 al 4 agosto ad Ho Chi Minh City in Vietnam), quindi nella migliore (o peggiore, a seconda dei gusti) delle ipotesi si tratta di modifiche che verranno introdotte a partire dalla stagione 2018.

Si tratta certamente di proposte forti, che faranno discutere e troveranno senza dubbio sostenitori ed oppositori tra tifosi ed addetti ai lavori. Tuttavia è sicuramente un fatto positivo che il Presidente Haggerty abbia già iniziato, nel primo anno del suo mandato, ad occuparsi dei problemi di Coppa Davis e Fed Cup, le cui formule sembrano non essere più al passo con i tempi e che devono guardare a possibili cambiamenti se non vogliono diventare sempre più irrilevanti e snobbate dai tennisti di punta: l’eleggibilità olimpica non può essere l’unico salvagente di queste due competizioni, che per tradizione e prestigio devono trovare un modello che consenta loro di reggersi sulle proprie gambe.

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Editoriali del Direttore

Ma a Roma si giocherà davvero? Madrid sì, Foro Italico nì

Il presidente FIT Angelo Binaghi è parso super-ottimista. Ma se si giocassero sia US Open che Roland Garros potrebbe esserci posto per un solo Masters 1000 prima di Parigi. In tal caso fra i due prevarrebbe Madrid

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Rafael Nadal - Conferenza Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il presidente FIT Angelo Binaghi ha tenuto venerdì una conferenza stampa per diffondere (cauto o incauto?) ottimismo circa l’effettuazione degli Internazionali d’Italia fra metà e fine settembre. Non penso lo abbia fatto soltanto per evitare di restituire i biglietti a chi li ha comprati, anche se a pensar male… facendo peccato spesso ci si azzecca (diceva Giulio Andreotti).

Premesso che auguro vivamente a Binaghi, alla FIT, a Ubitennis, a me stesso e a tutti gli appassionati di tennis che davvero le fauste previsioni del presidente FIT si avverino, mi pare serio non comportarmi da… Mago Ubaldo e osservare alcune cose, a cui ho associato le lettere dell’alfabeto – completandolo quasi tutto.

a) La stagione sulla terra rossa europea dipende strettamente dalla decisione che prenderanno insieme l’US Open e il torneo (legato a doppio filo con l’USTA) di Cincinnati, come autorevolmente raccontato venerdì  dall’Equipe e ripreso da Vanni Gibertini.

 

b) Ad oggi l’Open del Canada a Toronto sembra decisamente più a rischio di Cincinnati. E non solo perché lo si giocherebbe una settimana prima, quindi con minor tempo per capire se il virus si è ammorbidito e ha perso d’intensità come si comincia da più parti a sostenere, ma anche per le posizioni fin qui prese dall’establishment politico canadese. Tuttavia è chiaro che a Cincinnati nessun giocatore europeo si recherebbe mai se sapesse che l’US Open verrebbe poi cancellato. Un viaggio rischioso negli USA per un solo Masters 1000 non avrebbe alcun senso.

c) È sempre più netta la sensazione che a New York siano decisi a far disputare lo Slam.

d) Diversamente dagli Internazionali d’Italia che per bocca di Binaghi la FIT si spingerebbe a farli disputare sempre, comunque e dovunque, anche a ottobre sulla terra rossa, anche a Milano indoor eventualmente al posto delle NextGen oppure a Torino al coperto, il proprietario del torneo di Madrid Ion Tiriac e il direttore del torneo Gerard Tsobonian hanno invece una solida convinzione: o si gioca prima del Roland Garros o non se ne fa di nulla. Se si gioca – dicono a Madrid – non è escluso che al 50% si possa far entrare nella Caja Magica anche il pubblico. Quella struttura lo consentirebbe con il rispetto delle distanze previste dai protocolli di sicurezza contro il COVID-19. Per Roma, in un caso analogo, sarebbe oggettivamente più difficile aprire a una simile percentuale di pubblico.

e) L’Equipe, dopo che un paio di valenti colleghi hanno fatto un giro d’orizzonte fra addetti ai lavori come ho fatto anch’io, scrive che se si giocherà l’US Open nelle date previste, ovvero dal 31 agosto al 13 settembre (e l’USTA sembra propenso a farli disputare molto più di quanto non apparisse soltanto 10 giorni fa) ci sarebbe spazio poi per un Masters 1000 ma non per due Masters 1000 prima del Roland Garros (inizialmente riprogrammato per il 20 settembre, poi per il 27).

f) Se infatti i protagonisti della finale di domenica 13 settembre all’US Open dovessero precipitarsi in Europa (fatti salvi i problemi di quarantena ancora non risolti) per giocare dal 14 al 20 un Masters 1000, come farebbero fra voli, jet-lag e altri ostacoli a essere in campo in condizioni dignitose già al martedì (sebbene a Madrid sia stato proposto di prendere in esame anche l’ipotesi di un tabellone con soli 48 giocatori)?

Novak Djokovic – Madrid 2019 (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

g) Madrid non è favorevole a questa soluzione. Il torneo di Tiriac rischierebbe di dover rinunciare ai due protagonisti a quel punto proprio più attesi, cioè i finalisti dell’US open. Questi dovrebbero infatti partire immediatamente dopo una finale disputata sul cemento per rimettersi in discussione in 48 ore su campi in terra rossa e in altitudine. Perfino Rafa Nadal, campione in carica all’US Open e che pure ha meno problemi di altri a ritrovare ritmo e abitudine all’amata terra rossa, difficilmente vorrebbe correre quel rischio in casa propria, davanti al proprio pubblico. Tantomeno vorrebbero correre quel rischio gli sponsor del torneo di Madrid, dovessero essere orfani di Nadal o di altri top player eventualmente protagonisti nelle fasi finali a New York. Ma chi potrebbe garantir loro che il problema non si porrebbe? E gli organizzatori sarebbero disposti a pagare una penale agli sponsor in caso di assenza di uno dei big?

h) I giocatori non vogliono giocare a Roma prima di Madrid, per via dell’altitudine. Quindi uno scambio di date fra i due tornei, ancorchè – come detto – Roma farebbe carte false pur di ospitare comunque il proprio torneo, in qualsiasi data e superficie, sarebbe inattuabile. I giocatori difficilmente ci starebbero.

i) A Madrid temono anche che alla fine si decida di giocare a New York e che i giocatori che ancora oggi appaiono più perplessi e orientati negativamente alla trasferta americana per timori oggi più che giustificati, poi – e magari soltanto a metà luglio – cambino invece idea. E vadano tutti a New York. Si sa che spesso i tennisti non sono modelli di coerenza. Se si accorgono che alcuni vanno e magari possono fare incetta di punti preziosi per il ranking (ancor più che soldi) e’ abbastanza probabile che vadano di corsa anche loro.

j) In quel caso ecco che si tratterebbe di dover rassicurare tutti gli sponsor che quegli stessi giocatori, campionissimi compresi, verrebbero poi anche a Madrid a spron battuto. Ma come?

k) Ma se poi – ecco un altro caso che non è impossibile da escludere ma è impossibile da prevedere e circoscrivere – invece qualche tennista si ammalasse di coronavirus a New York e tutto venisse sospeso nell’imminenza del torneo di Madrid, con già un altro pacco di milioni di spese affrontate? Ad oggi le spese per la mancata effettuazione del torneo – cioè quanto già anticipato da un anno a questa parta, il personale impiegato, la promozione – non dovrebbero superare i 5-6 milioni di euro. Ma sono però i guadagni messi a budget – cifre molto più pesanti – che verrebbero a mancare. Proprio quei soldi che verrebbero a mancare, più o meno, alla FIT come lamenta da noi il super angosciato Binaghi ogni piè sospinto.   

l) Ecco perché con un Roland Garros slittato al 27 settembre, nella prima settimana post US open (ovvero dal 14 settembre) Madrid preferirebbe lasciare spazio a un altro torneo. Quello di Amburgo?

m) In quest’ultimo caso resterebbe dunque una sola altra settimana “giocabile” per un Masters 1000 prima del Roland Garros.

n) Madrid ha estrema fiducia che ATP e WTA, dovendo scegliere fra Madrid e Roma, scelgano Madrid. Il perché è stra-evidente per la WTA: Madrid, come i quattro Slam, Indian Wells e Miami, è il solo altro combined con un montepremi non “discriminante”: uomini e donne prendono gli stessi soldi (salvo errori, omissioni o cifre irrisorie legate a quisquilie varie).

Karolina Pliskova, campionessa in carica a Roma

o) Ma è evidente che anche per l’ATP, l’effettuazione del torneo di Madrid comporta maggiori introiti rispetto a Roma: il montepremi complessivo di Roma è 9.243.818 euro, così suddivisi: 5.791.280 per gli uomini e 3.452.538 per le donne. Quello complessivo di Madrid è 13.072.320€, diviso esattamente a metà tra uomini e donne, che si spartiscono 6.536.160€ a torneo. Ci sono quasi 3 milioni e 800.000 euro in più a Madrid. Oltre alla cospicua differenza in campo femminile, Madrid offrirebbe quindi più soldi anche agli uomini – 744.880 euro in più rispetto a Roma, non proprio briciole.

p) Si aggiunga, come se ciò non bastasse, che le recenti dichiarazioni di Andrea Gaudenzi e di tanti altri addetti ai lavori, fanno pensare che si stia lavorando per cercare di assemblare il più possibile, se non proprio di unificare, le situazioni disuguali fra ATP e WTA. Sebbene Gaudenzi e Calvelli siano italiani – e anzi, a contrario, proprio per evitare possibili accuse di… sciovinismo – sembra assai improbabile che nel caso in cui si fosse obbligati a scegliere un solo Masters 1000 fra Madrid e Roma per via di quell’unica settimana disponibile, l’ATP sposi Roma anziché Madrid.

q) In conclusione, se si giocherà l’US Open è tutt’altro che da escludere che Roma possa doversi accontentare di ospitare un torneo con minor appeal dopo il Roland Garros. Insomma, il sogno di Binaghi di riuscire a vedere gli Internazionali d’Italia prima del Roland Garros – e Dio sa quanto vorrei sbagliarmi! Non sarebbe certo interesse di Ubitennis – potrebbe svanire.

r) Se questo fosse il caso a Binaghi e alla FIT (le cui casse sarebbero in forte sofferenza se il torneo non si giocasse: 36 milioni di fatturato su 58 di bilancio annuo sono budgettati grazie al torneo) certo converrebbe di più che saltasse tutto il circuito nord-americano sul cemento, ivi compreso l’US Open. Converrebbe di meno, semmai, agli appassionati e a Ubitennis che dalla disputa di due Slam di 15 giorni hanno più da vedere e guadagnare. Ma senza US Open si potrebbe recuperare gran parte del circuito europeo sulla terra battuta e si potrebbe giocare sia il torneo di Madrid che quello di Roma. Questo, del resto, al momento è l’obiettivo dichiarato dell’ATP nel corso dell’ultimo meeting settimanale con tutti i direttori dei tornei: “Cerchiamo di far disputare entrambi i Masters 1000”. Probabilmente è anche questa dichiarazione di volontà espressa dall’ATP ad aver ispirato ottimismo a Binaghi. L’ATP ha ufficialmente sempre dichiarato che la disputa degli Slam è per il Board assolutamente prioritaria e i giocatori (256 fra uomini e donne, più quelli che aspirano a entrare dalle “quali”) hanno sempre detto di pensarla allo stesso modo. Però l’US Open è un torneo dello Slam, gestito dall’USTA. Dalla federazione americana. Non dall’ATP.

s) Ci sarebbe poi da vedere che cosa accadrebbe a Parigi-Bercy: se il Roland Garros si concludesse l’11 ottobre, ritrovare tutti gli stessi top player soltanto tre settimane dopo nella stessa città, il 2 novembre, quando tante altre città europee avrebbero invece perso il proprio torneo… avrebbe davvero un senso logico? E se fosse quella di Bercy, più che quella dell’ATP Next Gen, la settimana attraverso cui l’ATP potrebbe cercare di compensare la FIT per una eventuale mancata disputa a Roma degli Internazionali d’Italia? Ma dove però? Quale stadio italiano indoor sarebbe eventualmente disponibile? Anche in questo caso tornerebbero in auge Torino e Milano. Ma non Roma, perchè a novembre sarebbe un rischio troppo grosso pensare di giocare all’aperto.

Allianz Cloud di Milano – Next Gen ATP Finals 2019 (foto Cristina Criswald)

P. S. Molti hanno osservato che forse anche i Masters 1000, che piangono miseria per i mancati incassi, potevano anche pensare ad assicurarsi contro la mancata effettuazione del torneo. Come ha fatto Wimbledon. Ma è senno di poi. In 52 anni di tennis open (e cospicui incassi) non era mai piombata sul tennis una pandemia terribile come questa. Wimbledon è un torneo che non ha la stessa logica di business: è quasi un no-profit, un charity a favore della LTA e di altri enti. Si può permettere di versare 200.000 euro l’anno ai LLoyds. Un imprenditore privato, un Tiriac, una private equity, non ci pensa neppure – anche in ragione di un volume d’affari inferiore rispetto a uno Slam. Tiriac non accettò di investire 150.000 euro di assicurazione neppure anni fa quando aleggiò su Madrid la minaccia del terrorismo, potete immaginare se avrebbe mai accettato l’idea di spendere molti più soldi per coprirsi da una previsione remota quale una pandemia?

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Novak Djokovic è il re del quinto set. O forse no?

Il serbo ha il miglior rendimento sulla lunga distanza tra i Big Three, ma tra i tennisti in attività c’è chi ha fatto di meglio

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Inutile girarci intorno, per un appassionato di tennis non c’è cosa più affascinante del poter assistere al quinto set di una partita equilibrata e emozionante. Allo stesso tempo, per un tennista il quinto set rappresenta la prova più dura, sia dal punto di vista fisico che mentale. Avere un buon record in questo genere di partite è indice di una forza, mentale ancorché tennistica in senso stretto, che difficilmente può essere sottovalutata. Vero è però che nella attuale top 10 ad esempio, si trovano situazioni molto diverse per quanto riguarda questa particolare voce statistica, ma ci arriveremo più avanti.

Il caso dei Big Three: chi fa meglio al quinto?

La domanda a cui vorremmo rispondere prima è la seguente: chi tra i Big Three se la cava meglio sulla massima distanza? Se vi sembra che la risposta a questa domanda sia facile, probabilmente avete indovinato. Il record migliore è quello di Novak Djokovic. Passiamo allora ad un altro quesito: c’è davvero il divario che immaginiamo tra Roger Federer, spesso accusato di avere una minor tenuta mentale e fisica, e due giocatori come Djokovic e Nadal?

Di seguito il bilancio al quinto set dei tre dominatori dell’era moderna (dati di TennisAbstract):

 
  • Novak Djokovic 31-10 (75,6%)
  • Rafael Nadal 22-12 (64,7%)
  • Roger Federer 32-23 (58,2%)

I numeri sembrano abbastanza chiari e sono più o meno quelli attesi. Quando il gioco si fa duro, Djokovic è il più pronto dei tre. La resistenza fisica del numero uno al mondo è riconosciuta da tutti, ma come sempre a fare la differenza è probabilmente l’aspetto mentale. Spicca in effetti la capacità di Nole di incassare colpi, dell’avversario e del tifo avverso, e di trarne nuove energie. Della sua forza mentale, del resto, vi avevamo offerto un altro punto di vista statistico in questo articolo. Altro dato a favore della forza di Djokovic è il saldo nelle finali Slam conclusesi al quinto set: quattro vittorie (Australian Open ’12 e ’20, Wimbledon ’14 e ’19) e una sola sconfitta (US Open ’12 contro Murray, dopo essere stato in svantaggio di due set). In particolare la reazione al quarto set perso contro Federer nel 2014, i due celeberrimi match point annullati nel 2019 e la recente vittoria in Australia contro Thiem sono manifesti evidenti della grande resilienza di Djokovic.

Anche i dati di Nadal sono piuttosto buoni. Non sorprende il 4-0 negli incontri su terra battuta (menzione speciale ovviamente per le finali di Roma 2005 e 2006, rispettivamente contro Coria e Federer), mentre sorprendono un po’ di più alcune delle sconfitte: in primis quelle del 2016 contro Verdasco in Australia e contro Pouille a New York, ma anche la grande rimonta di Fognini agli US Open 2015 (unica volta in cui Nadal ha sciupato due set di vantaggio) e con Muller a Wimbledon 2017.

Meno appariscenti, ma in parte ce lo si aspettava, i numeri di Federer. Lo svizzero è quello tra i tre con più vittorie e il suo bilancio non è comunque malvagio (poco meno del 60% di successi), ma le sue statistiche sono molto lontane da quelle dei suoi più grandi rivali. A un primo sguardo si potrebbe dedurre che con l’avanzare dell’età il record di Federer sia peggiorato dovendo affrontare avversari nel loro prime fisico e tecnico, ma analizzando meglio l’andamento dei match questa ipotesi naufraga. Dall’Australian Open 2017 a oggi il record di Federer al quinto set è 8-3. In due delle tre sconfitte lo svizzero aveva praticamente la partita in mano (due set di vantaggio contro Anderson a Wimbledon 2018 e due match point contro Djokovic a Wimbledon 2019). Le prestazioni di Roger dunque non sono affatto peggiorate, anzi è probabile che la minuziosa e stringata programmazione, unita a un tennis più rapido e meno dispendioso, faccia di lui un avversario ancora molto temibile per tutti sulla lunga distanza, forse addirittura più di prima.

Roger Federer – Australian Open 2017

Proviamo ora a scendere ancora più nel dettaglio prendendo in considerazione solo i match contro i top 10:

  • Novak Djokovic 14-6 (70%)
  • Rafael Nadal 7-5 (58,3%)
  • Roger Federer 11-16 (40,7%)

Le sorprese non mancano. Se da una parte il divario tra Djokovic e i due rivali è aumentato, dall’altra balza all’occhio il bilancio negativo di Federer. Partiamo da Nole per apprezzare ancora una volta quanto possa essere sottile la linea tra grandezza e mediocrità (relative, s’intende). In ben quattro delle sue quattordici vittorie, il serbo ha annullato match point all’avversario: tre volte a Federer (US Open ’10-’11 e Wimbledon ’19) e una a Tsonga (Roland Garros 2012). Sono discorsi che lasciano un po’ il tempo che trovano, ma se avesse perso quelle partite, il suo bilancio sarebbe in perfetta parità (10-10).

Più articolato il discorso su Federer. Anche in questo caso verrebbe da pensare che aver dovuto affrontare, a trent’anni suonati, avversari come Nadal e Djokovic di cinque/sei anni più giovani e al massimo della condizione abbia avuto un peso significativo. In realtà non è così. La fama di giocatore un po’ “morbido” (il termine va ovviamente relativizzato) segue Federer dagli inizi della carriera e proprio nei suoi primi anni affonda le radici più solide. Dei primi undici incontri nei quali è stato costretto al quinto da un top 10, lo svizzero ne ha vinti soltanto tre. Roger dunque non brillava in questo tipo di incontri già dai tempi in cui i suoi maggiori avversari erano Hewitt, Safin, Enqvist, Haas, Novak e Nalbandian. Il dato si inserisce in un quadro più generale che fino alla fine del 2008 lo vedeva girare sul tour con un per niente impressionante saldo di 12-11 negli incontri terminati alla massima distanza.

Gli altri Top 10 e il vero re del quinto set

Allargando lo sguardo agli altri giocatori che attualmente compongono la top 10 del ranking ATP, si riscontrano non poche sorprese, a partire dall’impietoso bilancio di zero vittorie e sei sconfitte di Daniil Medvedev, nonostante si avvalga del supporto di un data analyst. Altrettanto sorprendente a una prima occhiata il record estremamente positivo di Alexander Zverev: 13-6 (68,4%). Il dato sembrerebbe confutare la sua presunta fragilità mentale negli Slam (unici tornei al giorno d’oggi si gioca al meglio dei cinque set). Scrutando dietro la tenda opaca dei freddi numeri però si va a scoprire che il ranking medio degli avversari che lo hanno portato al quinto è 51. Essendo ormai da quasi quattro anni un top 10 affermato, il dato si ridimensiona un po’ e lascia il posto alla seguente domanda: è più importante non cacciarsi nei guai contro tennisti di classifica molto più bassa o saperne comunque uscire il più delle volte quando accade? Ciascuno scelga la risposta che preferisca, per completezza aggiungiamo che non ha mai battuto uno dei primi dieci al quinto set (0-3).

Anche le statistiche di Dominic Thiem, attuale numero tre del mondo e primo antagonista dei Big Three negli ultimi anni, hanno un che di inaspettato: 8-7 il totale e 1-2 contro Top 10. Quest’ultimo dato è addolcito dal fatto che non si tratta di top 10 “qualunque”, ma di Nadal e Djokovic, mai classificati peggio del numero 2 al momento delle loro sfide.

Il miglior record tra i primi dieci tennisti del mondo però lo detiene David Goffin che con il suo 76,5% (13-4) supera persino Djokovic. Il campione delle partite è ovviamente inferiore e anche in questo caso il ranking medio degli avversari non è altissimo (65), ma 7 volte su 17, ovvero nel 41% dei casi, il belga aveva una classifica più bassa del tennista di là dalla rete.

Neanche lui però è il giocatore con il miglior record tra quelli in attività. La corona di re del quinto set infatti è mollemente adagiata sulla testa di Kei Nishikori, sempre che la perifrasi “in attività” possa ancora accostarsi al tennista giapponese – che non disputa un incontro ufficiale dalla sconfitta allo US Open 2019 contro de Minaur. Il suo taccuino riporta un saldo di 23 vittorie e sole 6 (79,3%), oltre ad un eccellente 7-1 contro i Top 10; ben cinque di queste vittorie contro top 10 sono arrivate allo US Open, l’unico Slam nel quale abbia raggiunto la finale. Proprio nel 2014, prima di arrendersi a Cilic all’ultimo atto, aveva avuto bisogno di cinque set per rimontare Raonic (numero 6 del mondo) agli ottavi e Wawrinka ai quarti (numero 4).

Kei Nishikori – US Open 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

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Fabio Fognini si opera in artroscopia a entrambe le caviglie

Lo stop normalmente è di circa 40-60 giorni, ma con la doppia operazione i tempi potrebbero allungarsi. Una decisione che Fabio meditava già da due anni, ora diventata inevitabile

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Fabio Fognini - Australian Open 2020

Se esiste un momento ideale per risolvere chirurgicamente – si spera in via definitiva – un problema fisico, questo momento è di sicuro l’off-season. Dunque quale momento migliore di una off-season supplementare, dalla durata ancora incerta, come quella che ci è stata imposta dall’emergenza coronavirus.

Fabio Fognini ha deciso di sfruttare questo periodo per sottoporsi a una doppia artroscopia, a entrambe le caviglie, per risolvere un fastidio che si porta dietro da diversi anni alla caviglia sinistra e a cui più di recente si è aggiunto un fastidio analogo alla caviglia destra. L’operazione si svolgerà quest’oggi in Italia.

Ciao a tutti, da circa tre anni e mezzo soffro di un problema alla caviglia sinistra. È un risentimento con cui ho convissuto e, tra alti e bassi, sono riuscito a gestirlo. Sfortunatamente negli ultimi due anni anche la caviglia destra ha iniziato a farmi tribolare. Dopo più di due mesi di stop per il lockdown ho ripreso ad allenarmi sul campo e i problemi che speravo si fossero risolti con il riposo, si sono ripresentati. Ho fatto l’ennesima visita specialistica e dopo un’attenta discussione con il mio team ho deciso di sottopormi a un intervento in artroscopia su entrambe le caviglie. Penso sia la cosa giusta da fare in questo momento di stop forzato del circuito. Oggi mi opererò in Italia. Non vedo l’ora di tornare a giocare! So che mi supporterete in questo percorso. Vi abbraccio. Fabio“.

Con questo messaggio Fognini ha annunciato la sua decisione di andare sotto i ferri. Il fatto che il ligure abbia deciso di non perdere troppo tempo indica che i tempi di riabilitazione dovrebbero consentirgli di tornare in campo già quest’anno, qualora ovviamente il circuito ripartisse. Di norma per questo tipo di operazione i tempi di recupero sono stimabili in circa 40-60 giorni. Fognini potrebbe dunque essere pronto ad agosto, ma considerando il tempo necessario a recuperare il tono muscolare ai due arti l’orizzonte potrebbe diventare quello di settembre; come ci spiega un fisioterapista esperto in materia, una normale riabilitazione si basa sulla possibilità di ‘caricare’ sulla gamba sana, una possibilità che Fognini non avrà a disposizione. I tempi di recupero saranno dunque un po’ più lunghi rispetto all’operazione a una singola caviglia.

Ricordiamo che al momento lo US Open è programmato a partire dal 31 agosto: in caso di normale svolgimento dello Slam statunitense, potrebbe essere l’obiettivo principale per il rientro in campo.

DECISIONE QUASI OBBLIGATA? – Il tennista ligure, attualmente numero 11 del mondo, aveva manifestato già da tempo l’intenzione di provare a risolvere chirurgicamente questo problema. Durante la corsa alla qualificazione per le Finals 2018, obiettivo che Fognini non riuscì poi a raggiungere, il tennista aveva confermato di avere ‘dei frammenti ossei sopra il collo del piede destro‘ – quindi il problema era già esteso a entrambe le caviglie – che gli procuravano parecchio dolore: “Sto pensando di operarmi, sinceramente non ne posso più. L’operazione sarebbe difficile e dura, a 31 anni e mezzo rappresenterebbe un’incognita e vorrei evitarla. E poi non si conoscerebbero i tempi di recupero, vanno da un mese e mezzo in su, ma sono difficilmente quantificabili“.

Un anno dopo, sempre per inseguire le Finals (anche in questo caso senza successo), Fognini decise di stringere i denti e andare avanti, confermando però di provare dolore e di continuare a valutare l’ipotesi dell’operazione che dopo meno di un anno da quelle dichiarazioni è diventata realtà. L’augurio è che questa scelta possa migliorare le prospettive del finale di carriera di Fognini, piuttosto che pregiudicarle.

Nel primo pomeriggio Fabio ha pubblicato una storia Instagram confermando che l’operazione è stata eseguita con successo.

L’ultima storia Instagram di Fognini

A.S.

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