Protagonisti allo specchio: Andy Murray o Stan Wawrinka?

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Protagonisti allo specchio: Andy Murray o Stan Wawrinka?

Analisi statistica dei risultati di Andy Murray e Stan Wawrinka, due dei giocatori più caldi di questo 2016. Le vittorie per superficie, gli scontri diretti e molto altro

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Quando domenica 11 settembre 2016 Stan Wawrinka ha vinto gli US Open, suo terzo titolo Slam, il dibattito su chi tra Murray e Wawrinka abbia avuto una carriera migliore si è magicamente riacceso. La scintilla è rappresentata dal numero di Slam vinti, generalmente usato dai più come primo parametro per valutare la carriera di un tennista e, dopo Wimbledon, il 3-2 a favore di Murray sembrava aver spento la discussione, ma l’aggancio di poche settimane fa da parte di Wawrinka sul 3-3 ha ufficialmente riaperto il dibattito. Tralasciando le questioni puramente tecniche, pochi giocatori sono diversi quanto lo sono Murray e Wawrinka, abbiamo provato ad analizzare tutti i numeri importanti delle rispettive carriere, non soltanto gli Slam vinti. Per tagliare subito la testa al toro (anche se in questo caso dovremmo forse parlare di tacchini e cinghiali), la posizione dell’autore di questo pezzo è chiara: pur preferendo Wawrinka, la carriera di Murray è nettamente superiore. Ma non lo è in ogni ambito, vediamo dunque dove Wawrinka può ritenersi superiore e dove può farlo Murray.

Gli Slam

Anche se questo articolo intende mostrare i numeri in senso lato, non si può non partire proprio dagli Slam. Riassumiamo i dati salienti:

 
  • entrambi hanno vinto 3 Slam, ma Wawrinka ha disputato 3 finali, mentre Murray ben 11;
  • entrambi hanno battuto due volte Djokovic in finale, Wawrinka ha battuto sempre il numero 1 di quel momento del mondo in finale, Murray no;
  • Wawrinka ha vinto 3 Slam diversi, Murray 2, entrambi hanno vinto Slam su 2 superfici diverse;
  • Warinka ha disputato semifinali e finali in 3 Slam, Murray in tutti gli Slam;
  • Wawrinka ha disputato 3 finali (% di vittoria: 100%), 7 semifinali (43%) e 12 quarti di finale (58%);
  • Murray ha disputato 11 finali (27%), 20 semifinali (55%) e 33 quarti di finale (61%).

Escludendo la percentuale di vittorie in finale, i numeri sono tutti dalla parte di Murray. Ma resta un dubbio importante: aver vinto tre slam diversi (e vincendo sempre in finale) vale più di averne vinti tre ma in due Slam diversi?

Analizziamo il comportamento nei singoli Slam, P sta per partecipazioni, W per vittorie, F per finali, SF per semifinali e QF per quarti di finale:

  • Australian Open – Murray (11P; 0W; 5F; 6SF; 7QF); Wawrinka (11P; 1W; 1F; 2SF; 3QF);
  • Roland Garros – Murray (9P; 0W; 1F; 4SF; 6QF); Wawrinka (12P; 1W; 1F; 2SF; 3QF);
  • Wimbledon – Murray (11P; 2W; 3F; 7SF; 9QF); Wawrinka (12P; 0W; 0F; 0SF; 2QF);
  • US Open – Murray (12P; 1W; 2F; 3SF; 6QF); Wawrinka (12P; 1W; 3SF; 5QF).

Dunque se complessivamente i numeri negli Slam sorridono a Murray, si potrebbe ribattere dicendo che Wawrinka abbia fatto “meglio” di Murray in 2 Slam su 4: Roland Garros ed Australian Open (meglio 1 vittoria o 5 finali perse?). Murray ha fatto meglio a Wimbledon, mentre agli US Open la bilancia è sostanzialmente in equilibrio: Murray ha disputato una finale in più, ma Wawrinka ha vinto 2 scontri diretti su 3 a Flushing Meadows. Chiudiamo questa sezione con una curiosità: Stan Wawrinka ha una notevole striscia aperta di partecipazioni consecutive agli Slam: ben 47.

Gli ATP Masters 1000

Qui non c’è veramente storia. Tutti i numeri più importanti sorridono a Sir Andrew Barron Murray:

  • Murray ha ottenuto 12 titoli in 19 finali, 31 semifinali e 49 semifinali;
  • Wawrinka ha vinto 1 solo titolo in 3 finali, 8 semifinali e 20 quarti di finale;
  • Murray ha vinto Miami (2), Madrid (2, 1 su terra, 1 cemento indoor), Roma (1), Canada (3), Cincinnati (2), Shanghai (2); Wawrinka ha vinto soltanto a Monte Carlo;
  • Murray ha vinto su tutte le superfici/condizioni: terra, cemento, cemento indoor ed ha disputato almeno una finale in tutti i 1000 attuali escluso Monte Carlo;
  • Wawrinka ha disputato finali soltanto su terra;

L’unico feudo di Stan The Man Wawrinka è Montecarlo. In tutti gli altri 1000 Murray ha ottenuto risultati migliori. Curiosamente hanno entrambi vinto due tornei importanti su quattro su terra, ma dove ha vinto uno, non ha vinto l’altro. Se sommiamo i dati relativi a Slam, Master 1000 ed includiamo anche le Olimpiadi, Murray ha ottenuto 17 vittorie in 32 finali (53%), 53 semifinali (60%), 84 quarti di finale (63%), Wawrinka ha ottenuto 4 vittorie in 6 finali (67%), 15 semifinali (40%) e 33 quarti di finale (45%).

Coppa Davis e Olimpiadi

Anche qui i numeri dicono Murray: 2 Olimpiadi a 0, 1 Davis a testa, ma con un peso specifico superiore per lo scozzese. Murray è l’unico giocatore ad aver vinto 2 Olimpiadi in singolare (a cui si somma un argento ottenuto nel doppio misto), Wawrinka può rispondere con un oro ottenuto nel doppio in coppia con Roger Federer. La Davis vinta nel 2015 ha avuto Murray come straordinario protagonista: 8 singolari decisivi su 8 vinti e 3 doppi decisivi su 3 vinti, per un apporto totale di 9.5 punti. Wawrinka, che vinse la Davis l’anno precedente, fu meno decisivo, avendo vinto 4 singolari decisivi su 5 disputati (sconfitto da Golubev nel primo match dei quarti di finale) ed 1 doppio su 3 disputati, per un apporto totale di 4.5 punti (ma con un malus di 2 punti se consideriamo le sconfitte). Importantissima però la vittoria su Tsonga in finale. Impressionante il bilancio complessivo di Murray in Davis: soltanto tre sconfitte in carriera. L’ultima pochi giorni fa per opera di del Potro in cinque set, la seconda ad opera del nostro Fognini nel 2014 su terra rossa, la prima proprio da Wawrinka su terra indoor nel lontano 2005 ed in tre set come contro Fognini. Sommando incontri di singolare e doppio Murray ha un bilancio eccezionale in Davis (39-8), Wawrinka appena sufficiente (26-25).

I tornei “minori” (ATP 500 e 250)

Negli ATP 500, Murray può vantare 6 trionfi (Rotterdam, Tokyo e 2 volte Queen’s e Valencia) su 7 finali disputate, unica sconfitta da Federer a Dubai nel 2012. Sono invece 3 i trionfi per Wawrinka (Rotterdam, Tokyo e Dubai) su 5 finali disputate (sconfitte da Nadal a Stoccarda nel 2007 e da Djokovic a Vienna lo stesso anno). Ben 16 i titoli 250 per Murray (3 volte il Queen’s, 2 volte Brisbane, Doha, San Pietroburgo e San Josè, 1 volta Monaco, Vienna, Shenzen, Bangkok e Marsiglia) su 21 finali disputate; Wawrinka vanta 8 titoli (4 volte Chennai, 1 volta Umag, Oeiras, Ginevra e Casablanca) su 14 finali disputate. Dunque anche per quanto riguarda i 250 ed i 250 Murray è avanti. I tornei minori sono serviti a costruire le più lunghe strisce di vittorie per entrambi: il record per Murray è di 22 vittorie consecutive tra il Queen’s e gli U.S. Open 2016, per Wawrinka è di 14 vittorie consecutive tra Chennai ed Indian Wells 2014. Wawrinka ha 1 sola doppietta back-to-back in carriera, Chennai-AUS Open 2014, Murray ha ben 4 doppiette back-to-back (Madrid-San Pietroburgo 2008, Queen’s-Wimbledon 2013, Vienna-Valencia 2014 e Monaco-Madrid 2015) e addirittura 2 triplette back-to-back (Bangkok-Tokyo-Shanghai 2011 e Queen’s-Wimbledon-Olimpiadi 2016).

SEGUE A PAGINA 2 CON L’ANALISI DEGLI SCONTRI DIRETTI E LE CONCLUSIONI

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Perché è stato Hurkacz a vincere la finale di Miami, non Sinner a perderla

Quali sono stati i fattori decisivi per la prima vittoria di Hubert Hurkacz in un Masters 1000?

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Jannik Sinner e Hubert Hurkacz (Photo Credit_ Peter Staples_ATP Tour)

Quando mancano poche ore all’inizio del secondo Masters 1000 stagionale, quello di Montecarlo, riavvolgiamo brevemente il nastro per analizzare più nel dettaglio la finale di Miami, vinta (un po’ a sorpresa) da Hurkacz su Sinner. Un momento: davvero a sorpresa? Non proprio…


La favola di Jannik Sinner a Miami, in un Masters 1000 ancora condizionato dalla pandemia, con diversi big assenti e qualche sorpresa nei primi turni, non ha trovato il suo lieto fine. Nell’albo d’oro compare sì un nome nuovo, si tratta però quello di Hubert Hurkacz. Il ventiquattrenne polacco si è imposto nella finalissima, sconfiggendo la giovane promessa del tennis italiano e mondiale in due set, con il punteggio di 7-6 (4), 6-4. In molti, specialmente tra i meno appassionati, nutrivano grandi speranze per il risultato della finale, considerato il blasone non eccezionale di Hurkacz.

Tale ottimismo però, come il campo si è incaricato di mostrare, era ingiustificato: cercheremo di capire meglio perché, con l’aiuto dei dati. Prima di entrare nello specifico però, ricordiamo come il polacco avesse già mostrato di trovarsi in uno stato di forma davvero eccezionale, sconfiggendo nel corso del torneo, sempre contro pronostico, due Top 10 (Tsitsipas e Rublev) e altri due Top 20 (Shapovalov e Raonic).    

 

IL PARZIALE DECISIVO

Figura 1. Punti vinti, nelle tre fasi della partita: da 0-0 a 5-6, da 5-6 a 7-6 4-0, da 7-6 4-0 a 7-6 6-4

Anche in questa finale, tutto si è deciso in poche mani, o meglio, in pochi game. Per la precisione, quelli che vanno dal 5-6 nel primo set, situazione di equilibrio (sia pur contraddistinta da due diversi parziali, il primo a favore di Hurkacz, il secondo di Sinner, che si trovava a servire per il primo set), al 7-6 4-0 Hurkacz, con set e doppio break di vantaggio per il polacco.

Nei primi undici game, Sinner si è aggiudicato due punti più di Hurkacz: trentotto a trentasei. E, va detto a testimonianza del grande orgoglio e della forza mentale di Jannik, anche per gli ultimi game dell’incontro, che portano dal 4-0 al 6-4 del secondo set, Sinner ha conquistato più punti dell’avversario (ventidue contro quindici), complice probabilmente anche un piccolo calo di tensione da parte di Hurkacz, dato l’ampio vantaggio. La differenza la fa quel perentorio parziale di ventisette a nove piazzato dal polacco a cavallo tra primo e secondo, che gli ha consentito di aggiudicarsi l’incontro. Per una volta, quel diciannovenne che tanto aveva stupito (anche) per la sua capacità di elevare il proprio livello di gioco nei momenti decisivi (basti pensare alla semifinale con Bautista Agut) ha ceduto sotto i colpi del proprio avversario nel momento cruciale.

Approfondendo l’analisi però, potremo forse capire meglio come quel parziale possa essere figlio di una dinamica che è esistita, sia pur sottotraccia, lungo tutta la partita, e che ha a che fare con il rendimento dei due giocatori al servizio. Inoltre, un’analisi puntuale ci permetterà di confermare quella che è anche l’impressione “visiva”, a proposito di questa grande partita: non si può parlare tanto di demeriti di Sinner, quanto sottolineare i grandi meriti di Hurkacz. 

RENDIMENTO AL SERVIZIO

Figura 2. Percentuale di prime palle in campo, al progredire dei punti giocati al servizio
Figura 3. Percentuale di punti vinti sulla prima, al progredire dei punti giocati al servizio

Per quanto riguarda il servizio, era nota già alla vigilia la superiorità del polacco, che si mostrava in gran forma a Miami, anche se non soprattutto da questo punto di vista. Basti pensare che, pur avendo affrontato quattro giocatori tra i primi venti a livello mondiale nei turni precedenti, Hurkacz si è presentato alla finale forte di una statistica davvero impressionante: il ribattitore non era infatti riuscito a rispondere in campo al suo servizio nel 45% dei casi.

In altre parole, fino a quel momento, Hurkacz è stato capace di procurarsi un punto “gratis”, ovvero senza entrare nello scambio, quasi una volta su due. E il polacco non si è smentito neanche in finale. Come possiamo osservare, sia concentrandoci sulla percentuale di prime in campo (Figura 3) che sulla percentuale di punti una volta messa in campo la prima (Figura 4), la differenza è chiara. A fine partita, Hurkacz ha avuto il 71% di prime in campo, e il 76% dei punti con la prima; Sinner riuscirà a mettere in campo soltanto il 60% di prime, raccogliendo, con la prima in campo, il 62% dei punti.

Monitorare l’evoluzione di queste statistiche nel corso del match, a mano a mano che i giocatori accumulano punti giocati al servizio, ci permette di osservare come il gap di rendimento sulla prima di servizio (sia in termini di frequenza che di efficacia) sia una sorta di leitmotiv dell’intero match. In estrema sintesi, spesso e volentieri Hurkacz ha raccolto punti direttamente con il colpo di apertura, mentre Sinner si è dovuto sudare quasi ogni punto, guadagnandoselo nello scambio. L’italiano è sicuramente stato superiore nel gioco da fondo, e ha avuto maggiore facilità nel produrre colpi vincenti, sia di dritto che di rovescio. Tuttavia, si è trovato a giocare sempre in salita, costretto a dare fondo a tutte le sue capacità, fin dall’inizio, per tenere il match in equilibrio fino al 5-5. A questo punto, con un grande game, è arrivato il break e la conseguente opportunità di servire per il set.

Ma il lavorio, per così dire, “ai fianchi” indotto dal persistente disequilibrio nell’efficacia del servizio, a quel punto, si è fatto sentire. A enfatizzare tale elemento, il fatto che Hurkacz abbia deciso di piazzare la prima esterna, a buttare Sinner fuori dal campo, addirittura nel 68% dei casi. Evidente il tentativo di destabilizzare l’avversario, portandolo fuori posizione fin dall’inizio dello scambio. Questo genere di persistente fatica, sia fisica che mentale, ha finito per costare molto cara all’italiano.

GLI ERRORI NON FORZATI DI SINNER

Figura 4. Cumulativa degli errori non forzati, dal 5-6 al 7-6 4-0

Lungo tutto l’arco del match, il numero di errori non forzati di Sinner è stato decisamente superiore rispetto a quello di Hurkacz. Questo un po’ a causa di una partenza a handicap da questo punto di vista, con addirittura sei rovesci sbagliati nei primi tre game, statistica questa decisamente inusuale per Sinner, solidissimo in particolare da quel lato, e probabilmente da attribuire all’emozione dell’esordio a questi livelli. Si può però forse intravedere anche una motivazione più profonda alla partita inusualmente fallosa di Sinner. Come discusso nel paragrafo precedente, infatti, Jannik si è trovato sempre sotto una forte pressione: ha raccolto poco direttamente col servizio ed è stato costretto, punto dopo punto, a cercare una breccia nella difesa di Hurkacz. Il polacco però, specialmente considerata la sua stazza, si muove molto bene, e ha regalato poco, obbligando di fatto Sinner a rischiare, forse più di quanto non avrebbe voluto.

E così, nel dodicesimo game, nel tie-break e nei primi quattro game del secondo set, nel momento decisivo della partita, la tensione e la stanchezza (fisica e mentale) hanno presentato il conto: Sinner ha sbagliato undici volte, sette delle quali (compreso un doppio fallo) tra il dodicesimo game che avrebbe potuto dargli la vittoria nel set e il tie-break. Nei game che vanno dal 5-6 al 7-6 4-0, Hurkacz ha commesso invece soltanto sette errori non forzati, di cui appena due fra il dodicesimo game e il tie-break. Quattro punti di differenza nell’intera fase centrale, addirittura cinque in chiusura di primo parziale: un gap che assume un notevole peso specifico. A completare il quadro della partita, e in particolare di quella decisiva fase centrale, va ricordata la grande qualità del gioco di Hurkacz, come mostra la dinamica dei suoi colpi vincenti.

I VINCENTI DI HURKACZ

Figura 5. Cumulativa dei vincenti, dal 5-6 al 7-6 4-0

Fino al 6-5 in proprio favore, Sinner ha messo a referto sei colpi vincenti in più di Hurkacz: è sembrata evidente la scelta strategica del polacco di non rischiare nello scambio. Hurkacz è stato molto disciplinato da fondo e ha deciso di tenere per larga parte della partita: si è rifiutato, per così dire, di giocare la partita sul terreno di Sinner. Nei primi undici game, ha messo a referto soltanto quattro vincenti. Con l’arrivo della fase decisiva del match però, Hurkacz ha messo sul tavolo le proprie fiches e si è fatto propositivo, cogliendo di sorpresa l’italiano e inanellando, dal 6-5 Sinner nel primo set al 7-6 4-0 in suo favore, sei colpi vincenti. Un notevole colpo di reni, che testimonia una volta di più come, in ultima analisi, sia Hurkacz ad aver vinto la finale, e non Sinner ad averla persa.

Alla fine della fase centrale e decisiva della partita, il saldo dei colpi vincenti arrideva ancora a Sinner: la differenza in suo favore però è calata da sei a due colpi. Altri quattro punti di differenza che, combinati con la pressione originata dalla prima di servizio e con gli errori di cui si parlava nello scorso paragrafo, sono valsi la partita e il titolo per Hurkacz, che è salito così al N.16 nel ranking ATP (mentre Sinner, sconfitto in finale, arresta la sua corsa, per ora, al ventitreesimo posto).

Mike McDermott, il giocatore di poker interpretato da Matt Damon in “Rounders” (pellicola del 1998), ricordava: “Tutto si decide in poche mani. Il resto è attesa”. Stavolta, è stato Hurkacz ad avere la mano buona, quella del primo Masters 1000 della carriera. Ma, ne siamo certi, Sinner siederà ancora a quel tavolo: con un’esperienza in più e, se possibile, con ancora maggior determinazione.

A cura di Damiano Verda

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Flash

Ticking clock parte due: da Andreescu a Swiatek, chi difende più punti in un solo torneo

Nel circuito WTA, i punti andranno difesi al 100 percento – ci saranno più scossoni di classifica? Il curioso caso di Muguruza

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Bianca Andreescu - Pechino 2019 (foto via Twitter, @WTA)

Qualche settimana fa ci siamo occupati dei giocatori che devono almeno il 30 percento della propria classifica ATP ad un solo risultato, ed era naturale che un pezzo equivalente sulla WTA facesse seguito. 

Il tour femminile ha deciso di scalare completamente i punti ottenuti in tornei giocati nel 2019 che non si sono svolti nel 2020 ma si giocheranno nel 2021 (Indian Wells rimarrà escluso da questa sistematizzazione, e lo stesso vale per quegli eventi che non si disputeranno nemmeno in questa stagione), e questo significa che dal 5 di aprile la difesa dei punti non sarà eufemistica: le atlete dovranno lottare per salvaguardare la totalità dei propri score, anche se per tornei che nel 2020 si sono svolti a mesi di distanza dalla loro normale collocazione (come Parigi e Roma) una mancata conferma avrà comunque uno scoppio ritardato, visto che i punti ottenuti a ottobre 2020 dureranno comunque 52 settimane.  

IL QUADRO GENERALE

L’elenco delle giocatrici che segue ci dà un’idea del grande equilibrio del circuito WTA: se nel maschile i giocatori a rischio sono tutti fuori dalla Top 10, perché i migliori essenzialmente monopolizzano i piazzamenti di rilievo, nel femminile tante top player sono attaccate a un solo risultato, per vari motivi che includono per esempio un numero inferiore di tornei in calendario, soprattutto negli ultimi mesi, e anche il tipo di momento storico in cui si trovano i due tour. Questo significa che alcune giocatrici devono addirittura più della metà del proprio punteggio a un solo risultato, e che ora lo dovranno difendere in toto.

 

Rispetto al maschile, però, sono molti meno i casi di veterane che godono ancora di una buona classifica grazie a risultati del 2019 (essenzialmente solo Kuznetsova, che comunque è ancora competitiva, e Strycova). Tante giocatrici hanno realizzato la rispettiva pièce de résistance in tempi recenti, e tutto fa pensare che la loro statura nel circuito non potrà che crescere.

PARIGI VAL BENE UNA CLASSIFICA ALTA

Come si potrà notare, le ultime due edizioni del Roland Garros sembrano aver prodotto diverse grandi performance che sono rimaste isolate (per esempio quelle di Podoroska e Trevisan), in particolare quella del 2020 – il fenomeno può probabilmente essere attribuito alle condizioni uniche in cui il torneo si è svolto dal punto di vista climatico, e anche al fatto che da allora non si sia poi giocato molto, né a fine 2020 (c’è quindi stata poca possibilità di guadagnare sull’inerzia di un grande exploit) né in generale sulla terra battuta (per il rosso bisognerà aspettare la fine di Miami con il mini-swing americano e poi la stagione europea).

Infine, la situazione Ashleigh Barty è comparabile a quella di Roger Federer che si era citata nell’articolo precedente: è vero, è stata ferma un anno, ma ha tanti punteggi grossi a cui rimanere attaccata, dalle vittorie al Roland Garros, alle WTA Finals e a Miami nel 2019, fino alla semifinale dell’Australian Open del 2020; è quindi presumibile che nei prossimi mesi riuscirà quantomeno a rintuzzare un calo che al momento parrebbe inevitabile vista la lunga assenza dai campi, e se anche non dovesse aiutarla ad evitare il sorpasso da parte di Osaka, almeno potrebbe consentirle di rimanere nell’acme del gioco.

IGA, BIANCA E LE ALTRE

Di seguito l’elenco delle 18 giocatrici con classifica e punteggio attuali, nonché la data della scadenza delle loro cambiali più ingenti (“perdita massima” significa quante posizioni verrebbero persi se la giocatrice non riuscisse a difendere nessuno dei punti fatti nel proprio miglior torneo):

1. Iga Swiatek, N.16, 3570 punti

  1. Torneo: Roland Garros 2020 (2000 punti), scadenza ad ottobre
  2. Incidenza sul suo punteggio WTA: 56%
  3. Perdita massima: circa 35 posizioni

Si inizia proprio con la vincitrice del Roland Garros 2020, e che vincitrice: nessun set e solo 28 giochi persi – non male per una che non era troppo sicura di avere un futuro nel tennis. Grazie alla riforma del ranking, la polacca è sicura di tenere i suoi 2000 punti fino ad ottobre nonostante il Roland Garros si giochi fra maggio e giugno, ma in ogni caso ha già vinto un WTA 500 ad Adelaide nel 2021 e non sembra intenzionata a rimanere una Totò Schillaci della racchetta, anche perché dotata di un tennis che potenzialmente non ha limiti di superficie o palcoscenico.

Iga Swiatek – Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

2. Martina Trevisan, N.92, 890 punti (Roland Garros 2020)

  • Torneo: Roland Garros 2020 (470 punti), scadenza ad ottobre
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 52,8%
  • Perdita massima: circa 85 posizioni

La corsa dell’azzurra fino ai quarti di Bois de Boulogne è stata una delle più grandi sorprese degli ultimi anni, arrendendosi solo contro la sopracitata Swiatek. In questo inizio di 2021, Trevisan non è per ora riuscita a confermarsi, ma come detto non ha ancora avuto modo di giocare sulla sua superficie preferita e soprattutto si è dovuta adattare ad un livello a cui non era usa fino a pochi mesi fa.

3. Nadia Podoroska, N.48, 1577 punti

  • Torneo: Roland Garros 2020 (820 punti), scadenza ad ottobre
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 52%
  • Perdita massima: circa 62 posizioni

Tutto quello che si è detto di Trevisan può essere ripetuto quando si parla dell’argentina, la cui esistenza è cambiata radicalmente nel giro di tre settimane, visto che da qualificata a Parigi si è guadagnata l’accesso in Top 50.

4. Barbora Strycova, N.45, 1630 punti

  • Torneo: Wimbledon 2019 (780 punti), scadenza a luglio
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 47,9%
  • Perdita massima: circa 65 posizioni

Appena compiuti 35 anni (lo scorso 28 marzo), la ceca ha appena annunciato di essere in dolce attesa:

Al momento è ancora N.4 al mondo di doppio, ma è lecito chiedersi se la rivedremo di nuovo in campo – la sua compagna di squadra, Hsieh, le ha comunque dato la staffetta raggiungendo le migliori otto a Melbourne.   

5. Marketa Vondrousova, N.20, 2957 punti

  • Torneo: Roland Garros 2019 (1300 punti), scadenza a giugno
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 44%
  • Perdita massima: circa 24 posizioni

Altra ceca, l’artista della smorzata aveva incantato durante la piovosa edizione dell’Open di Francia di ormai quasi due anni fa. Lo scorso settembre ha raggiunto le semifinali a Roma, e può quindi godere di un discreto cuscinetto a prescindere da quello che farà a Parigi.

6. Bianca Andreescu, N.9, 4735 punti

  • Torneo: US Open 2019 (2000 punti), scadenza a settembre
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 42,2%
  • Perdita massima: circa 14 posizioni

Sembrano passati un paio di eoni, ma solo 18 mesi fa la canadese era considerata il futuro del tennis WTA assieme a Osaka dopo aver vinto lo US Open e un paio di Premier Mandatory/Premier 5. Con un palmarès di questo tipo per una ragazza di neanche 21 anni, sembra strano che possa essere inclusa in una lista di questo tipo: il fatto è che Bianca paga gli infortuni che l’hanno fermata non solo per tutto il 2020 ma anche quando era al suo meglio nel 2019, visto che quell’anno ha sostanzialmente o vinto tornei o rinunciato per problemi fisici. Mentre i 900 punti della Rogers Cup 2019 scadranno ad agosto, subito prima di Flushing Meadows, è comunque sicura di mantenere i 1000 punti di Indian Wells probabilmente fino al 2022, e ha quindi il tempo di cercare la condizione migliore.

7. Amanda Anisimova, N.32, 1905 punti

  • Torneo: Roland Garros 2019 (780 punti), scadenza a giugno
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 40,9%
  • Perdita massima: circa 39 posizioni

Altro grande talento fermato dalla sfortuna, e nel suo caso il cliché esonda facilmente nell’eufemismo: nell’agosto del 2019 ha perso il padre, cosa che ha giustamente fatto passare il tennis in secondo piano, e dopo aver provato a riprendere un buon ritmo alla fine dell’anno scorso è stata fermata prima della trasferta australiana dalla positività al Covid. Ci si può solo augurare che la sua esplosione definitiva sia solo stata temporaneamente rimandata. 

8. Victoria Azarenka, N.15, 3665 punti

  • Torneo: US Open 2020 (1300 punti), scadenza a settembre
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 35,5%
  • Perdita massima: circa 12 posizioni

Come molti ricorderanno, Vika è stata protagonista di una clamorosa rinascita alla ripresa della scorsa estate: allargando un attimo il focus, ben 2550 dei suoi punti (il 69,6 percento) sono stati ottenuti nel giro di quattro settimane fra agosto e settembre, includendo la vittoria nell’allora Premier 5 e la semifinale di Roma. L’inizio di stagione è stato segnato dalla quarantena dura australiana e dai problemi respiratori accusati in campo a Melbourne (oltreché da un infortunio patito a Doha), ma dopo tutto quello che ha passato sarebbe una sorpresa se la cosa la limitasse sine die.

9. Sofia Kenin, N.4, 5760 punti

  • Torneo: Australian Open 2020 (2000 punti), scadenza a gennaio 2022
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 34,7%
  • Perdita massima: circa 11 posizioni

Altro caso particolare, visto che circa il 60 percento dei suoi punti deriva da due finali Slam, una delle quali, ormai lo sapete, le resterà fino a ottobre. L’inizio di stagione è stato complicato per Sonya, fra l’ammessa incapacità di gestire la pressione a Melbourne e soprattutto l’appendicite che l’ha colpita nelle settimane successive – forse la stretta allo stomaco non era solo psicologica! Comunque il tempo è dalla sua, e un gioco di quella solidità difficilmente non le permetterà di rimanere al vertici per anni.

10. Jennifer Brady, N.14, 3765 punti

  • Torneo: Australian Open 2021 (1300 punti), scadenza a gennaio 2022
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 34,5%
  • Perdita massima: circa 12 posizioni

Un po’ come Kenin, Brady ha capitalizzato due momenti di forma in due grandi eventi (ha anche i 780 punti della semi di Flushing Meadows 2020), ed è anzi probabile che il suo ranking salirà nei prossimi mesi, visto che circa il 55 percento dei suoi punti sono cristallizzati almeno fino a settembre, anche se i suoi punti di Melbourne dureranno circa tre settimane in meno del previsto per via della disputa posticipata di quest’anno.

11. Clara Tauson, N.96, 868 punti

  • Torneo: Lione 2021 (298 punti), scadenza a febbraio 2022
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 34,3%
  • Perdita massima: circa 49 posizioni

Classe 2002, la danese aveva già sorpreso a Parigi e ha appena vinto il suo primo titolo in carriera, da qualificata e senza perdere set. Giocatrice molto attesa e super-colpitrice, è presumibile che i punti di Lione che le sono valsi l’ingresso in Top 100 non saranno la sua preda più prestigiosa ancora a lungo.

12. Taylor Townsend, N.100, 836 punti

  • Torneo: US Open 2019 (280 punti), scadenza a settembre
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 33,5%
  • Perdita massima: circa 46 posizioni

Townsend è un caso a parte, visto che ha appena partorito e quindi al momento il tennis non sarà fra le sue priorità. Una delle ultime serve-and-volleyer, la mancina statunitense è una delle giocatrici più varie del circuito, e sta per compiere 25 anni, quindi avrebbe sicuramente una chance di ritagliarsi una buona posizione di classifica al suo ritorno.  

13. Barbora Krejcikova, N.39, 1756 punti, risultato veramente recente

  • Torneo: Dubai 2021 (585 punti), scadenza a febbraio 2022
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 33,3%
  • Perdita massima: circa 29 posizioni

Altro risultato estremamente recente, Krejcikova sta vincendo un buon numero di match, e quindi è lecito aspettarsi che consolidi il suo ranking nelle prossime settimane, magari raggiungendo un seed in vista di Parigi.

14. Margarita Gasparyan, N.88, 948 punti

  • Torneo: San Pietroburgo 2021 (305 punti), scadenza a febbraio 2022
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 32,2%
  • Perdita massima: circa 45 posizioni

Una delle sole tre monomani della Top 100 (con Golubic e Suarez Navarro), Gasparyan si è appena rilanciata dopo parecchi problemi fisici, e vedendola giocare non sembra plausibile che rimanga così bassa ancora a lungo.

15. Laura Siegemund, N.59, 1356 punti

  • Torneo: Roland Garros 2020 (430 punti), scadenza ad ottobre
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 31,7%
  • Perdita massima: circa 31 posizioni

Siegemund è l’ultima beneficiaria dello scorso Open di Francia, e forse più di tutte, visto che ha vinto un match con Mladenovic anche grazie ad una surreale svista del giudice di sedia. Si è appena ritirata dal torneo di Miami, quindi le sue condizioni in vista della terra battuta andranno verificate.

16. Svetlana Kuznetsova, N.35, 1865 punti

  • Torneo: Cincinnati 2019 (585 punti), scadenza ad agosto
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 31,4%
  • Perdita massima: circa 28 posizioni

La due volte campionessa Slam sembrava una ex-giocatrice un paio d’anni fa, quando un disguido burocratico le ha impedito di difendere il suo titolo a Washington nel 2019 spingendola quasi fuori dalla Top 200. Game over? No, perché due settimane dopo era in finale a Cincinnati, tornando prepotentemente ad alti livelli – addirittura, durante il recente torneo di San Pietroburgo è quasi riuscita a tornare N.1 di Russia. Nonostante non sia più quella di una volta, a quasi 36 anni è ancora vicina ad un seed negli Slam, il che è tutto dire.

17. Garbine Muguruza, N.13, 4235 punti

Garbine Muguruza – WTA Doha 2021 (via Twitter, @QatarTennis)
  • Torneo: Australian Open 2020 (1300 punti), scadenza a gennaio 2022
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 30,7%
  • Perdita massima: circa 8 posizioni

Curioso paradosso: Muguruza è stata probabilmente la seconda miglior giocatrice di inizio 2021, ma in condizioni normali avrebbe perso classifica in virtù della sconfitta contro Osaka a Melbourne (con tanto di doppio match point sprecato), e invece è stata bravissima a capitalizzare sull’immobilismo del ranking per raggiungere la finale a Doha e vincere a Dubai, dove ha messo in cantiere 900 punti. La situazione si è quindi ribaltata, visto che pur vincendo tanto ora non sta guadagnando molte posizioni, e le due cose in qualche modo si controbilanciano, ma è comunque notevole come l’iberica stia arrivando in fondo ai tornei che gioca pur affrontando grandi avversarie fin dai primi turni.

18. Saisai Zheng, N.53, 1540 punti,

  • Torneo: San José 2019 (470 punti), scadenza ad agosto
  • Incidenza sul suo punteggio WTA: 30,5%
  • Perdita massima: circa 21 posizioni

Zheng ha avuto un inizio negativo di 2021, e paga, come altre giocatrici cinesi, la decisione di stare ferma alla ripresa delle operazioni. Bisognerà vedere se saprà rimettersi in corsa o se l’anno di stop le precluderà altri progressi di classifica.  

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Flash

Numeri: sulla Race ATP soffia il vento dell’Est, da Djokovic a Dimitrov. Si ‘salva’ Berrettini

Nella top 10 della Race to Torino, l’unico europeo nato ‘completamente’ a ovest della vecchia cortina di ferro è il nostro Berrettini

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Matteo Berrettini - Australian Open 2021 (via Twitter, @atptour)

9 – Sono i tennisti europei a occupare le prime nove posizioni (e dieci delle prime undici e sedici delle prime venti) della Race di questa settimana. Nulla di particolarmente nuovo, si potrebbe giustamente dire osservando la classifica ufficiale ATP, nella quale quindici dei primi diciassette giocatori sono del Vecchio Continente (con Schwartzman e Shapovalov nel ruolo degli” intrusi”). Quella descritta è una tendenza consolidata, già nota alla maggioranza degli appassionati: da quasi venti anni il tennis maschile ai suoi massimi livelli si è molto “europeizzato”, come possono testimoniare diversi fattori.

L’ultimo numero 1 non europeo è stato Andy Roddick, il quale fu l’undicesimo, tra i precedenti ventidue tennisti sulla vetta del ranking da quando nel 1973 è nata la classifica ufficiale, a non provenire dal Vecchio Continente. Il tennista statunitense cedette il primo posto nel ranking nel febbraio di più di diciassette anni fa, a Roger Federer, che assieme a Nadal, Djokovic e Murray ha fatto nascere un’era tennistica nella quale soltanto loro si sono scambiati il numero 1. Inoltre, dalla vittoria di Gaston Gaudio al Roland Garros in quello stesso anno (2004) il solo tennista non europeo a vincere uno Slam è stato l’argentino Juan Martin Del Potro, vincitore dello US Open 2009.

Sempre dal 2004 la Coppa Davis, conquistata sino a metà anni Settanta quasi esclusivamente da Australia e Stati Uniti, solo in due circostanze – nel 2007 dagli USA, che colsero a Mosca la vittoria della loro trentaduesima Insalatiera d’argento e nel 2016 dall’Argentina nella finale di Zagabria – è stata vinta da rappresentative non appartenenti al Vecchio Continente. Le stesse ATP Finals sono state conquistate da un giocatore non europeo per l’ultima volta nel 2005: quell’anno si giocò a Shanghai e vinse David Nalbandian (al tie-break del quinto set) dopo aver recuperato due set di svantaggio a Federer ed essersi trovato a due punti dalla sconfitta.

 

Il vento dell’Est

La vera novità rappresentata da quasi tre mesi di circuito del 2021, che ha proceduto con un calendario compresso ma ha pur sempre messo in archivio sedici tornei (tra cui uno Slam) è piuttosto il sempre più intenso soffio del vento dell’Est, che si fa ancora più notevole se ricordiamo che ai primi posti della Race troviamo lo stesso Sascha Zverev, nato e cresciuto ad Amburgo, ma i cui genitori sono una coppia di ex tennisti professionisti russi trasferitisi in Germania nel 1991. Ricordando questa circostanza, l’unico tra i dieci atleti europei nelle prime undici posizioni della Race nato completamente al di qua di quella che un tempo veniva metaforicamente chiamata ‘cortina di ferro’, è Matteo Berrettini. Anche non forzando l’osservazione e considerando Zverev un atleta dalla formazione tennistica completamente occidentale, guardando la Race di questa settimana si nota come sia caratterizzata da tennisti nati e cresciuti nell’Europa Orientale.

Questa classifica la vediamo inevitabilmente dominata dai due finalisti di Melbourne (e primi due anche nel ranking ufficiale), Novak Djokovic e Daniil Medevedev, seguiti sul terzo gradino del podio da Andrey Rublev, vincitore a Rotterdam e semifinalista a Dubai e Doha, piazzamenti ai quali ha associato anche i quarti di finale raggiunti all’Australian Open. Il quarto posto è di proprietà del greco Stefanos Tsitsipas (in virtù della finale raggiunta la settimana scorsa ad Acapulco e delle semi a Melbourne e in Olanda), così come la quinta piazza in classifica è ancora appannaggio di un russo, colui che sinora è la vera sorpresa della stagione, Aslan Karatsev. Poi troviamo Zverev, vincitore qualche giorno fa dell’ATP 500 giocato in Messico, seguito a sua volta da Dimitrov e Fucsovics, due tennisti di piccole (nessuna delle due raggiunge i dieci milioni di abitanti) nazioni dell’Est europeo, Bulgaria e Ungheria, tra l’altro prive di grandi tradizioni tennistiche.

Aslan Karatsev (Credit: @DDFTennis on Twitter)

Dopo di loro, al nono posto, c’è il nostro Matteo Berrettini, seguito da Diego Schwartzman, il miglior tennista non europeo in questi primi tre mesi del 2021. Siamo solo alle prime avvisaglie della stagione ed è più che presto per trarre sensate conclusioni su uno spostamento ad Est Europa del baricentro del circuito ATP, così d’altro canto sarebbe errato dimenticare che lo scorso anno Serbia e Russia furono le nazioni ad aver fatto meglio nel circuito maschile.

Chiudiamo con una curiosità: decisamente non così marcato come tra gli uomini, ma anche tra le donne c’è stato nel 2021 un incremento del rendimento delle tenniste dell’Europa Orientale. Se non nelle primissime posizioni – che ovviamente vedono ai primi due posti della Race le vincitrici dei due tornei più importanti giocati in stagione, l’Australian Open (e quindi Osaka), ma anche il WTA 1000 di Dubai (Muguruza) – il fenomeno è comunque osservabile nella top 20. Nella fascia di classifica più importante nella Race ci sono infatti ben dieci giocatrici provenienti dall’Est europeo (nell’ordine in cui le si trova in classifica, Kasatkina, Sabalenka, Muchova, Swiatek, Krejcikova, Kudermetova, Kontaveit, Kvitova, Svitolina e Halep), due in più di quelle presenti nel ranking ufficiale WTA.

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