La settimana degli italiani: un lampo e poco più

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La settimana degli italiani: un lampo e poco più

Giorgi si toglie la soddisfazione dello scalpo di Svitolina e torna ai quarti in un torneo. Ma è troppo poco per essere soddisfatti della settimana principale pre-Wimbledon

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La breve stagione sull’erba -tre settimane di tornei europei in preparazione alle due di Wimbledon, seguite dalla tradizionale sette giorni di chiusura del calendario negli Stai Uniti con il piccolo torneo di Newport, in Rhode Island- non ha mai regalato grandi soddisfazioni al tennis italiano. Chissà per quanto tempo ancora, nella ricerca di ricordi quantomeno “prestigiosi” ricorderemo la semifinale persa in 5 set da Pietrangeli da Laver nel 1960 o la grande occasione sprecata nei quarti da Panatta nel 1979, eliminato al quinto dopo essere stato avanti 6-3 4-1 contro il “modesto Dupre. Non è andata mai meglio tra le donne: solo in quattro (Lucia Valerio, Laura Golarsa, Silvia Farina e Francesca Schiavone) sono riuscite ad arrivare nei quarti di finale, con il ricordo forse più bello – e, assieme, il più grande rimpianto- risalente al 1989, quando Laura Golarsa perse solo 7-5 al terzo contro la ex numero 1 del mondo, Chris Evert, dopo essere stata in vantaggio 5-2 nel decisivo parziale ed essersi trovata ben sette volte a due punti dal match.

Sarà anche per questo che la settimana scorsa solo coloro che molto probabilmente sono i migliori tennisti dei due settori su questa superficie, Andreas Seppi e Camila Giorgi, già vincitori di tornei sull’erba, si sono iscritti, senza fortuna, a tornei, raccattando nulla più di due secondi turni. Avvicinandosi Wimbledon, questa volta un numero maggiore di azzurri è stata però presente nel circuito. Se dagli uomini non è arrivata nessuna vittoria, le donne ci hanno per fortuna offerto motivi per sorridere, con due di loro capaci di issarsi ai quarti di finale, Giorgi e Vinci, senza dimenticare la Schiavone, che ha confermato di poter ancora essere competitiva anche sull’erba. La Giorgi, soprattutto, ha regalato una bella gioia che è altresì un esempio illuminante di quanto lo spreco attuale del suo talento sia un rimpianto per il tennis italiano. Al netto dell’infortunio alla schiena che ha condizionato tre mesi del suo 2017 ed inevitabilmente la sua classifica, pochissime volte nella storia del tennis è capitato che la numero 102 del mondo, l’attuale mediocre classifica di Camila, nel giro di un mese e mezzo, abbia sconfitto due top 5 su due superfici differenti. Assieme al pieno recupero dell’integrità fisica – Camila a Birmingham dopo aver sconfitto Elina Svitolina, 5 WTA, si è ritirata per un problema alla coscia sinistra nei quarti- la tennista maceratese, a 25 anni e mezzo, deve decidere una volta e per tutte che fare della sua carriera, sin qui buona (è stata 30 del mondo due anni fa), ma non all’altezza del talento tennistica che mostra di avere. La nostra numero 1, Roberta Vinci, reduce da risultati molto deludenti (sette sconfitte all’esordio negli ultimi nove tornei) questa settimana a Maiorca è tornata a vincere due partite di seguito per la prima volta addirittura da febbraio, quando arrivò ai quarti del Premier di San Pietroburgo. La speranza di tutti è che questo risultato risulti un’iniezione di fiducia per la tarantina, che ha un tennis teoricamente adatto all’erba: il movimento femminile ha bisogno di aggrapparsi a lei, ultima italiana ancora nella top 50 della WTA.

Venendo al racconto della settimana tennistica appena trascorsa, Camila Giorgi ha partecipato per la terza volta in carriera al ricco (885.040 dollari di montepremi ) WTA Premier di Birmingham, torneo dove non aveva mai avuto fortuna precedentemente, vincendo un solo incontro, contro una wc locale, nelle sue due precedenti partecipazioni. La sua sempre più mediocre classifica, 102 WTA, l’ha obbligata ad iscriversi alle quali, per accedere al tabellone principale, traguardo che la marchigiana ha raggiunto vincendo ben tre incontri, onorando così la sua testa di serie numero 2 nel tabellone cadetto. Camila al primo turno ha sconfitto in 93 minuti la 17enne wc locale Emily Appleton, 885 WTA, col punteggio di 7-5 6-4; al secondo ha avuto la meglio in 1 ora e 20 minuti con il punteggio di 6-0 7-6(5) di Grace Min, 202 WTA, 23enne statutinense che l’aveva sconfitta 2 volte su 3 nei precedenti. Infine, nell’ultimo turno delle quali, l’allieva di papà Sergio Giorgi, ha vinto contro l’ottava testa di serie del tabellone, la 20enne croata Jana Fett, 150 WTA, eliminata con un 6-3 6-4 in 76 minuti. Nel tabellone principale, il primo ostacolo per l’azzurra è stato uno scontro inedito, la ventenne russa Natalia Vikhlyantseva, 65 WTA, reduce la settimana precedente dalla finale nell’International di S’Hertogenbosh, liquidata in 1 ora e 40 minuti con un bel 6-3 7-6(4), nonostante un mediocre rendimento al servizio (2 ace e 9 doppi falli, 45% di prime palle in campo, sebbene abbia convertito in punti a suo favore l’81% delle volte in cui la prima era entrata in campo) e qualche affanno di troppo (conduceva 5-3 nel secondo ed ha chiuso solo al quinto match point).

 

La seconda vittoria in poco più di un mese contro una top 5, traguardo che testimonia sia il grande talento di Camila sia come lo stia dilapidando con una classifica mediocre, è arrivato contro la fresca vincitrice degli Internazionali d’Italia, Elina Svitolina, 5 WTA e vincitrice di ben 4 titoli nel 2017. Camila, autrice di una prova che ha confermato come l’erba esalti il suo gioco,  è stata brava soprattutto a far male col rovescio e ad aiutarsi col fondamentale del servizio (57% di prime dentro, 63% di punti vinti quando queste entravano, 56% punti conquistati con la seconda). Avrebbe forse potuto vincere più facilmente: dopo aver vinto in 44 minuti il primo set, ha avuto una palla per il 5 pari dopo essere stata sotto 1-5 nel secondo parziale. Una volta non convertitola, la partita le poteva sfuggire di mano, visto che nel terzo e decisivo set si è anche trovata subito sotto di un break. Ma lo scorso giovedì a Birmingham la Giorgi era più forte della sua solida avversaria ed alla fine ha preso il largo, conquistando i quarti di finale col punteggio di 6-4 4-6 6-2 in 2 ore e 2 minuti. Tornata nelle prime 8 per la quarta volta in stagione (dopo Shenzen, quando si issò alle semi, Biel e Praga), si è trovata di fronte la 21enne australiana Ashleigh Barty, 77 WTA, che l’aveva nettamente sconfitta 6-3 6-0 sulla terra rossa di Strasburgo circa un mese fa. Sull’erba di Birmingham Camila è stata però costretta, dopo 29 minuti, ad arrendersi sul 2-5 del primo set, per un problema all’adduttore della coscia sinistra, rimandando l’appuntamento per Camila alla prima semi in un Premier WTA.

Le prime tre tenniste d’Italia, secondo l’ultima classifica pubblicata dalla WTA, hanno tutte preferito, per prepararsi a Wimbledon e cercare punti per la loro classifica, iscriversi all’International di Maiorca (250.000$), alla sua seconda edizione. Se però Roberta Vinci era la sesta testa di serie del torneo nelle Baleari e Francesca Schiavone era stata omaggiata di una wild card, Sara Errani, per partecipare al tabellone principale, è dovuta passare per le forche caudine delle quali. Dopo aver superato agevolmente in 69 minuti con un duplice 6-3 la 23 enne tennista del Liechtenstein, Kathinka Von Deichmann,181 WTA, la finalista del Roland Garros 2012 si è però arresa nel turno decisivo a Jana Cepelova, al 96°posto del ranking WTA sempre sconfitta, senza perdere un set, da Sara nei due precedenti. A Maiorca ha tuttavia avuto la meglio la 24enne slovacca, vincitrice in 1 ora e 31 minuti con il punteggio di 6-3 6-4. Il ritiro dell’estone Anna Kontaveit, vincitrice la scorsa domenica a S’Hertogenbosh, ha però dato una seconda chance alla Errani, ripescata in un primo turno dalle infinite sfumature, il derby contro la connazionale e ex compagna di doppio, Roberta Vinci, con la quale nella specialità sono state assieme numero 1 e vincitrici del Career Grand Slam. Era l’undicesimo capitolo (6-4 i precedenti per la Errani) di una rivalità che non si rinnovava dal gennaio 2014: si trattava della prima sfida da quando, quasi due anni e mezzo fa, annunciarono la decisione di non giocare più assieme il doppio.

Il primo confronto sull’erba tra le due azzurre è stato a senso unico e senza alcun pathos: Roberta ha vinto 6-2 6-1 in 58 minuti di partita. Al secondo turno, la tarantina, reduce da sette sconfitte nella partita inaugurale negli ultimi nove tornei ai quali aveva partecipato, ha trovato dall’altra parte della rete un’avversaria da prendere assolutamente con le pinze, la 31 enne Kirsten Flipkens, 88 WTA (ma 13 del mondo meno di 4 anni fa, dopo aver raggiunto le semi a Wimbledon) che, tra l’altro, aveva vinto due dei tre precedenti e l’unico giocato sull’erba. Contro un’erbivora doc come la belga, Roberta, partita molto forte e trovatasi avanti 6-4 3-1 è stata brava a non perdere la testa quando un calo di rendimento le è costato il secondo parziale. Nel terzo set, riprendendo il controllo del match, al quarto match point, dopo 2 ore e 16 minuti, ha conquistato i terzi quarti di finale della stagione col punteggio di 6-4 5-7 6-2. Contro la 23 del mondo,la classe 94 transalpina Caroline Garcia, non è riuscita a tornare in semifinale di un evento WTA, un traguardo che le manca dal febbraio 2016, quando poi vinse il primo Premier della carriera a San Pietroburgo. Una sconfitta, contro una tennista che nell’unico precedente di due anni fa sull’erba di Eastbourne l’aveva già sconfitta, che ha lasciato a Roberta più di un rimpianto: sia per una partenza letta che le è costata il primo set, volato via col punteggio di 6-2 in 33 minuti, sia, soprattutto, per il vantaggio a suo favore di 5-3 nel secondo e per i cinque set point non convertiti, sino al combattutissimo tie-break, che ha consegnato la vittoria alla Garcia dopo 1 ora e 33 minuti col punteggio di 6-2 7-6 (8).

A Maiorca vi era, come detto, anche Francesca Schiavone, capace di onorare al meglio la wild card ricevuta dagli organizzatori, cogliendo uno scalpo prestigioso come quello di Eugenie Bouchard, scivolata al 56°posto delle classifiche WTA, ma pur sempre finalista a Wimbledon nel 2014. La milanese, che aveva sconfitto la 23enne canadese nell’unico precedente di tre anni fa sulla terra rossa, è stata brava a non deprimersi dopo aver perso al tie-break la battaglia del primo set, nel quale aveva avuto un set point nel dodicesimo gioco, dopo averne a sua volta annullato uno nel decimo. Con esperienza e furbizia si è aggrappata al match, servendo meglio dell’avversaria (rispetto al bilancio ace-doppi falli e soprattutto come percentuali di punti vinti con la prima e con la seconda) e, dopo una battaglia di 2 ore e 24 minuti con lo score di 6-7(5) 6-4 6-3 ha guadagnato l’accesso al secondo turno. Qui ha incontrato Krystina Plyskova-sorella gemella della più brava Karolina, terza giocatrice al mondo- quest’anno già vincitrice due volte su Roberta Vinci, ma sconfitta da Francesca nei due precedenti dell’autunno 2015 sull’indoor di Limoges e del 2012 sull’erba di Wimbledon. La 25enne mancina ceca. dopo aver vinto il primo parziale grazie ad un break in apertura, a Maiorca si è trovata avanti anche 4-2 nel secondo. Il nickname “Leonessa” non è stato però affibbiato casualmente alla Schiavone, che, ad un paio di giorni dal suo 37°compleanno, ha mostrato di avere ancora intatta la passione e la voglia di soffrire per il tennis, riagguantando l’avversaria ed issandosi prima al 5-1 nel tie-break e poi ad un set-point sul 7-6. Purtroppo, però, per la milanese si è poi spenta la luce e la ceca, dopo 1 ora e 41 minuti complessivi di partita ha guadagnato l’accesso ai quarti col punteggio di 6-3 7-6(7), giusto premio alle grandi doti al servizio (9 ace e 2 doppi falli, 81% di punti vinti con la prima).

Come anticipato, pochissimo da raccontare sui risultati degli uomini, che non hanno vinto neanche una partita nei tabelloni principali. In verità, Paolo Lorenzi è stato l’unico ad accedervi, grazie alla sua ottima classifica, 33 ATP (best career ranking): il senese, reduce dalla vittoria nel ricco Challenger di Caltanissetta la settimana precedente, si è iscritto per la seconda volta in carriera all’ATP 500 di Halle (Sassonia), il Gerry Weber Open, dal nome del ricco imprenditore che lo ha fatto nascere e continua a sostenerlo dal 1993, anno della prima edizione. Purtroppo Paolo, che con l’erba ha uno scarsissimo feeling (3-14 il bilancio vinte-perse in carriera nel circuito maggiore su questa superficie) ha avuto anche un sorteggio proibitivo: dall’altra parte della rete ha difatti trovato Alexander Zverev, 12 ATP e freschissimo vincitore degli Internazionali d’Italia. Il 20enne tedesco non ha incontrato difficoltà di sorta ed ha vinto facilmente in meno di un’ora (59 minuti) col punteggio di 6-3 6-2. Ad Halle sono giunti anche altri due tennisti azzurri, Luca Vanni e Andreas Seppi: il primo ha subito trovato semaforo rosso al primo turno dal 20enne statunitense Ernesto Escobedo, 72 ATP, che lo ha eliminato in 1 ora e 26 minuti col punteggio di 6-3 7-6(2). Il bolzanino, invece, che pure ad Halle in carriera si è tolto belle soddisfazioni (finale nel 2015, quarti l’anno scorso) ha confermato il suo periodo di calo psicofisico e conseguente crisi di risultati, superando la wild card locale, il 22enne Daniel Masur, 203 ATP, con un duplice 6-3 in 1 ora e 3 minuti, ma arrendendosi nel turno decisivo a Lukas Lacko, 103 ATP, che lo ha fermato col punteggio di 6-4 7-5 in 1 ora e 20 minuti di partita.

All’altro ATP 500 sull’erba in programma questa settimana, l’Aegon Championhip che si disputa, secondo tradizione, nel Queen’s Club di Londra, un solo italiano ha provato ad entrare in tabellone, Stefano Napolitano. Il piemontese, 158 ATP, reduce dal secondo turno al Roland Garros dopo aver superato le quali, nella capitale britannica non ha però avuto fortuna, fermandosi all’esordio contro Pierre Hughes Herbert, 71 ATP, che lo ha sconfitto in appena 64 minuti col punteggio di 6-1 6-4.

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Nakashima: “Devo migliorare sui cinque set, Sinner ne aveva più di me allo US Open” [ESCLUSIVA]

Intervistato da Steve Flink, il vincitore delle Next Gen Finals Brandon Nakashima parla del percorso nel torneo milanese, “Più corti sono i set più c’è divertimento”, gli insegnamenti di Pat Cash, “Andare a rete il più possibile”, e dei suoi big match in stagione

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Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)
Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)

Nel 2022 ha vinto nella natia San Diego il suo primo e finora unico titolo ATP, ma ha alzato anche il trofeo Next Gen a Milano. Classe 2001, anche in questa stagione Brandon Nakashima ha continuato il percorso di miglioramento in quel termometro che è il ranking di fine anno. Se nell’agosto del 2021 aveva fatto l’ingresso in top 100, quest’anno ha sfondato il muro successivo e lo ritroviamo così al numero 47, dopo un picco al 43° posto.

Intervistato da Steve Flink per Ubitennis.net, Brandon ha cominciato la conversazione rispondendo alle domande sull’esperienza milanese, soprattutto per quanto riguarda la gestione del formato particolare e delle regole differenti. “Con i set brevi, subisci un break e in pratica vai al set successivo. Toglie dall’equazione l’elemento del cercare di rientrare quando sei in svantaggio perché è estremamente difficile farlo. Personalmente preferisco il solito sistema di punteggio, ma è una buona idea provarlo per le Next Gen Finals. Più corti sono i set, più divertimento c’è per i fan”.

Naturalmente, ha approfittato del vantaggio di aver già giocato con queste regole l’anno prima, quando aveva raggiunto le semifinali, sconfitto da Korda. “Mi ero un po’ abituato al formato, ma ero comunque nervoso prima dell’esordio di quest’anno. Sapevo di avere l’opportunità di fare bene e avevo delle aspettative alte”.

 

E, in effetti, proprio il suo primo match è stato quello più impegnativo, con Matteo Arnaldi unico a costringerlo al quinto set sulle ali dell’entusiasmo del pubblico amico. “Un incontro che mi ha aiutato per quelli successivi in termini di mentalità e approccio ai punti decisivi”.

Lo ha certo aiutato nella vertiginosa semifinale contro Jack Draper, del quale dice: “Ha un buon gioco a tutto campo per diventare un top player. Sono certo che questa non sarà stata l’ultima volta che ci gioco. Ci spingeremo l’un l’altro a migliorare nei prossimi anni”.

La parte più difficile della finale è stata giocare di nuovo contro Lehecka, giù battuto nel girone. “Sapevo che il primo match non significava granché a quel punto. Lui cercava la rivincita e sarebbe partito forte, quindi dovevo superare la tempesta. Un paio di punti nei tie-break hanno fatto la differenza. Alla fine, questo torneo sarà un trampolino”.

Abbiamo detto del primo titolo, che era uno degli obiettivi stagionali per Nakashima. “Sapevo di aver il gioco per riuscirci, mancava solo l’occasione giusta. Vincere nella mia città natale con famiglia e amici a tifare è stato speciale, non lo dimenticherò mai”.

Brandon aveva già avuto modo di dire che il suo idolo era Roger Federer, nonostante il suo gioco assomigli più a quello di Djokovic. Tenere i piedi sempre vicini alla linea di fondo sembra quasi un dogma per lui, tanto che nessuno avrebbe nulla da ridire, anzi, se in determinate situazioni si prendesse un po’ più di tempo e spazio. 188 cm di altezza, inappuntabile dal punto di vista atletico e muscolare, è sedicesimo nella classifica dei migliori battitori dell’anno compilata dall’ATP. Non è bastato per superare colui che in quella classifica è secondo, Nick Kyrgios, trascinato comunque al quinto agli ottavi in Church Road per il miglior risultato Slam del californiano. “Ho avuto l’opportunità di giocare contro alcuni dei più forti e ho tirato fuori il mio tennis migliore. Mi ha dato tanta fiducia. È stato fantastico giocare sul Centrale di Wimbledon oppure sull’Armstrong allo US Open nonostante abbia perso. La vittoria su Dimitrov a New York è stata uno dei migliori momenti della mia stagione”.

Brandon si sofferma poi sull’esperienza con Pat Cash, terminata alla fine del 2020. “Andare a rete il più possibile è una delle tante cose che ho imparato da lui. Poi ho provato diversi coach e ora ho Eduardo [Infantino] e Franco [Davin]. Collaborano e comunicano molto ed entrambi aggiungono valore al mio tennis”.

B-Nak, questo il suo soprannome, è uno dei nove statunitensi in top 50. “Il tennis Usa è messo bene, quindi per me è grandioso essere a questo punto, ma voglio continuare a migliorare. Gli obiettivi per il prossimo anno sono l’ingresso tra i primi 25 o 30 e andare avanti in tutti gli Slam. Ho 21 anni, quindi sto ancora costruendo la mia forma e diventando più forte e veloce. Una delle chiavi sarà migliorare la resistenza nei tre su cinque. Sento che allo US Open Sinner ne aveva assolutamente più di me negli scambi tirati. Ci sto lavorando, so che differenza può fare”.

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Luca Vanni entra nello staff del Piatti Tennis Center: sarà maestro

L’ex n.100 ATP trasmetterà i suoi valori e conoscenze ai giovani del centro di Riccardo Piatti a Bordighera

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Luca Vanni - ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Antonio Milesi)

La legge non scritta che nel tennis si possa arrivare in alto solo se si esplode in età abbastanza giovane, e che i treni passano poche volte, è stata ribaltata, forse non così frequentemente, ma non mancano gli esempi. E in tal senso, per quanto riguarda i colori italiani, Luca Vanni è uno dei maestri. Il 37enne ex n.100 al mondo, ritiratosi nel 2021, ha iniziato a emergere a certi livelli solo verso i 30 anni (best ranking raggiunto proprio a quell’età), mostrando come abnegazione e sacrificio spesso possano ribaltare storie apparentemente già scritte. E così, memore della sua carriera, dopo un anno in cui ha seguito Andrea Pellegrino, si è lanciato in una nuova, entusiasmante avventura: sarà maestro al Piatti Tennis Center di Bordighera. La notizia è stata annunciata con grande entusiasmo dal direttore sportivo Andrea Volpini: “Il nostro obiettivo era di alzare ulteriormente il livello dei maestri, inserendo nel team un coach che avesse grande conoscenza del gioco sulla base di esperienze vissute sulla propria pelle. Ho pensato a Luca: ottima persona e professionista affidabile, con un’enorme passione per il tennis e altrettanta conoscenza di questo sport“.

E lo stesso Vanni, che vanta anche una finale ATP (San Paolo 2015, persa al tie-break del terzo contro Pablo Cuevas), è apparso ben felice di mettere a disposizione dei giovani, dei ragazzi che sognano di emergere in questo sport, la sua esperienza e competenza. “A Bordighera“, spiega Luca, “ho trovato un ambiente davvero stimolante, nel quale si lavora sodo e c’è grande spirito di squadra. Qui i maestri insegnano, ma allo stesso tempo imparano. Trascorrendo ore e ore in campo, a grande intensità, si cresce costantemente. Nella mia prima settimana di impegno ho toccato con mano il funzionamento di un centro come questo, iniziando a capire quali sono i punti cardine del metodo Piatti“. Dunque una collaborazione che promette grandi soddisfazioni, sia per il Piatti Tennis Center, che potrà vantare un ex top 100 tra i propri maestri, sia per Luca Vanni, che avrà l’occasione di trasmettere il suo vissuto e provare a fare da allenatore anche di più di quanto fatto nell’ottima carriera da giocatore.

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Casper Ruud: reincarnazione tennistica di David Ferrer, esponente del pragmatismo

Due stili di gioco polivalenti e molto simili, uniti da uno score (per ora) quasi sempre uguale nelle finali contro i migliori. Riuscirà il norvegese a fare meglio dello spagnolo già dal 2023?

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Casper Ruud e David Ferrer

La più grande sfortuna di David Ferrer – così come di tanti altri potenziali fuoriclasse della sua generazione – è senza dubbio stata quella di nascere nell’epoca tennistica sbagliata. Diventato professionista nel 2000, lo spagnolo si è trovato a fronteggiare molto spesso mostri sacri come Rafa Nadal, il giocatore che ha affrontato di più in carriera, con un record negativo di 6-26 tra vittorie e sconfitte. Anche contro gli altri due big3 il bilancio non è stato positivo, né con Novak Djokovic (5-16) né Roger Federer (0-17), contro il quale non è mai riuscito a vincere.

Oltre ai tre fuoriclasse di cui sopra, il classe 1982 iberico ha molto spesso incrociato la racchetta con altri fenomeni della sua generazione. Da Andy Murray (6-14) a Robin Soderling (4-10), da Juan Martin Del Potro (6-7) a Stan Wawrinka (7-7), fino ai confronti plurivincenti con David Nalbandian (9-5) e Andy Roddick (7-4), sono davvero innumerevoli gli scontri diretti con tennisti estremamente competitivi.

Non solo contro di loro però, perché non si gioca sempre e soltanto contro i migliori. Una delle grandi certezze che David Ferrer ha sempre avuto nel corso della sua carriera era che, contro chi era meno forte di lui, non perdeva quasi mai. E in uno sport come il tennis ciò non è assolutamente scontato. Le ragioni, oltre ovviamente ad una maggior qualità e solidità tennistica, erano molteplici. Ferru era uno di quei giocatori che, quando chiamato a vincere, vinceva. Difficilmente sbagliava. La sua forza mentale, quella di un giocatore abituato sempre a gettare il cuore oltre l’ostacolo e a non dare mai un punto per perso anche durante una giornata storta, è sempre stato un suo tratto distintivo.

 

Uno dei tanti esempi che si possono liberamente scegliere a favore di questa tesi è un’incredibile battaglia contro Nadal alle ATP Finals 2015. Entrambi erano già sicuri del proprio destino – Rafa era già qualificato come primo del girone, David già eliminato – eppure non si sono mai tirati indietro in un match che, a conti fatti, era inutile. Per dovere di cronaca lo vinse 6-7(2) 6-3 6-4 l’attuale n°2 del ranking, ma ciò che rimase impresso di quella partita fu appunto un indomito spirito combattivo dei protagonisti, due che hanno sempre e comunque rifiutato la sconfitta nel corso delle loro carriere.

Eccezion fatta per l’ultimo periodo della carriera, quando il fisico ha iniziato a presentare il (salato) conto, Ferrer è sempre stato uno stacanovista. Basti pensare che, nel corso delle ultime dieci stagioni, nessun tennista ha disputato più partite di lui in un singolo anno: furono 91 nel 2012 (76-15). Se oggi c’è un giocatore che tanto si avvicina ai valori a lungo mostrati dentro e fuori dal campo dallo spagnolo – incarnandoli alla perfezione – quello di certo è Casper Ruud. I tratti comuni a questi due giocatori sono davvero molteplici: proviamo a snocciolarli insieme.

Il primo tratto somigliante è certamente lo stile di gioco solidissimo. Tanto l’iberico quanto il norvegese sono sempre stati maestri di regolarità, con una spiccata predilezione per gli scambi lunghi e una manovra ordinata e avvolgente, più alla ricerca dell’errore dell’avversario che al vincente immediato e/o spettacolare. Difficile ricordare più di un tweener di Ferrer o un rovescio vincente in salto di Ruud, proprio perché sono colpi che a loro non appartengono. Con buona pace dello spettacolo, gli aspetti primari da preferire sono sempre stati concretezza e pragmatismo. E i risultati hanno sempre dato loro ragione.

Un simile tipo di gioco, va da sé, si adatta meglio alla terra rossa, non a caso superficie più cara ad entrambi. Tanto Ferrer quanto Ruud, ad esempio, hanno raggiunto la prima finale a livello ATP, il primo titolo in carriera e la prima finale Slam proprio sul mattone tritato. Nel caso dell’iberico parliamo di Bucarest (2002, prima finale e titolo) e del Roland Garros 2013, mentre per lo scandinavo si tratta di Houston (prima finale, 2019), Buenos Aires (primo titolo, 2020) e ovviamente il Roland Garros di quest’anno.

Ciononostante, nessuno dei due ha fatto fatica ad adattarsi anche al cemento in tempi brevi (con il classe 1982 capace anche poi di vincere, più tardi, il Masters1000 di Parigi Bercy nel 2012). Nel 2007 lo spagnolo ha trionfato ad Auckland e a Tokyo, raggiungendo anche la finale alle ATP Finals di fine anno alla prima apparizione assoluta. Un discorso molto simile si può fare anche per Ruud, capace di imporsi lo scorso anno a San Diego – unico torneo vinto sul cemento dei nove conquistati finora – e di compiere un vero e proprio exploit in questa stagione, approdando in finale a Miami, allo US Open e alle Finals.

In queste occasioni il norvegese si è fermato soltanto di fronte ad Alcaraz (due volte) e Djokovic. Prendendo in considerazione anche la finale (stra)persa al Roland Garros contro Nadal, risulta evidente come tre indizi facciano una prova. Esattamente come molto spesso accadeva a Ferrer, anche Ruud ha finora mostrato diverse difficoltà a battere i fuoriclasse. Contro i tre giocatori più forti della sua epoca (e non solo della sua), Ferru non è mai riuscito ad imporsi in finale. Addirittura, contro Alcaraz, Nadal e Djokovic, il 23enne norvegese non ha mai vinto un match nei nove confronti diretti totali.

Lungi dall’essere feroci critiche, le constatazioni di cui sopra evidenziano in maniera lampante una forbice forse nemmeno troppo netta tra Ferrer e i big3, ma spiegano bene la differenza tra il perché quei tre abbiano vinto 63 Major e il buon Ferru nessuno. Questo non vale soltanto per lui – beninteso – ma anche per qualunque altro “umano” paragonato ad uno dei tre dei del tennis. È inevitabile che il confronto non regga. Ciononostante, in una coinvolgente intervista concessa ad Ubitennis ad inizio anno, l’iberico si è detto entusiasta di aver potuto giocare nella stessa epoca di Roger, Rafa e Nole, anche se inevitabilmente la scena è stata catalizzata sempre o quasi da loro.

Se Casper Ruud seguirà le sue orme anche sotto questo aspetto non è dato saperlo, anche perché la giovane età del numero 3 del ranking – che a settembre era ad un solo match dal n°1 – unita ad una carta d’identità sempre più pesante per gli ultimi due moschettieri rimasti, prospetta una carriera certamente diversa da quella dello spagnolo. Differente, quantomeno, nella (im)possibilità di incontrare i big3 in fondo ai tornei più importanti. Situazione che Ferrer, al contrario, non ha mai potuto evitare.

Nella stessa intervista di cui sopra, il 40enne spagnolo ha voluto giustamente sottolineare come l’esser riuscito a raggiungere il n°3 ATP in quell’epoca fosse un enorme motivo d’orgoglio. Oggi – aggiungo io – per quanto incredibile rimanga il traguardo della la top3 per un giocatore, in termini di difficoltà e costanza di rendimento lo sforzo che sarebbe stato richiesto fino a 4/5 anni fa sarà inevitabilmente un pochino meno estremo. Ma non per questo varrà di meno.

Nel tennis, come nella vita, non si può far altro che guardare avanti. Anche le leggende prima o poi passano e fanno il loro corso, perché l’unica cosa che alla fine resta è l’essenza pura e vera di questo sport meraviglioso. Un’essenza che alcuni tennisti incarnano, fanno propria e lasciano evaporare solamente a fine carriera, consapevoli di aver dato tutto ciò che si poteva dare. David Ferrer è un uomo, prima ancora che un tennista, che perfettamente rientra in questa descrizione: lo ha fatto per tutta la sua carriera.

Al termine di una stagione simile, tuttavia, sembra que questa essenza si sia nuovamente reincarnata in Casper Ruud. Che di Ferrer ha quasi tutto, tranne la possibilità di affrontare 70 volte i tre tennisti più forti di sempre. Ma non è detto che, per lui, questa sia necessariamente una cattiva notizia.

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