Settimana degli italiani: Fognini l'unica luce

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Settimana degli italiani: Fognini l’unica luce

Fabio di gran lungo il miglior azzurro con la semifinale a Stoccolma. Male Lorenzi, buio pesto per le donne

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Dopo gli US Open, tra i tennisti italiani, vince solo Fognini: questa la piuttosto amara considerazione emergente dall’analisi degli ultimi 40 giorni del circuito maggiore, maschile e femminile. In questo lasso temporale, il numero 1 azzurro ha infatti vinto ben 9 partite, quasi il doppio del computo totale racimolato da tutti gli altri azzurri, un misero bottino comprendente i 3 successi di Errani, i 2 di Seppi e l’unico di Fabbiano. E dire che non era affatto scontato che il ligure facesse bene dopo l’eliminazione al primo turno degli US Open contro Travaglia, probabilmente uno dei punti più bassi della sua carriera, non tanto per la sconfitta in sé -in uno Slam contro un tennista non incluso nella top 100- ma, soprattutto, per il giusto risalto negativo dato da media e responsabili dell’ITF ai suoi comportamenti durante la partita. Fabio invece è stato molto bravo a ripartire e ottenere con continuità risultati importanti e, dopo la finale di San Pietroburgo e gli ottavi al Masters 1000 di Shanghai, ecco questa settimana la semifinale in un torneo piccolo, ma storico e prestigioso come Stoccolma: che l’abbia conquistata annullando in due partite dei match-point è un segno ulteriore di una maturazione nel gestire i momenti delicati degli incontri. Un 2017 che, tra alti e bassi, vede Fabio aver raggiunto già 5 semifinali, come negli anni nei quali chiuse la classifica tra i primi 20, il 2013 e il 2014. Un sintomo evidente di come Fognini sia tornato ai suoi migliori livelli, impressione del resto confermata dal tennis fatto vedere a sprazzi a Stoccolma. Anzi, rispetto a quegli anni, seppure la classifica sia leggermente peggiore (a parte la vittoria a Gstaad e gli ottavi a Roma, non ha ottenuto buoni risultati nei tornei sulla terra) è migliorato sulla superficie più importante del circuito, il cemento, indoor o outdoor che sia: dopo Stoccolma, nel 2017 Fabio ha vinto il 60% (18 su 30) degli incontri sul cemento giocati, mentre nel 2013, anno in cui salì sino al numero 13 del ranking, vinse solo il 44% ; nel 2104 fece appena meglio con un 48%. Sono progressi tecnici che fanno ben sperare in vista della prossima stagione, che sarà, si spera, quella della piena maturazione.

Oltre che da Fabio, i sorrisi arrivano questa settimana da Andreas Seppi, capace a Mosca di assicurarsi per il tredicesimo anno consecutivo la permanenza tra i primi 100 giocatori al mondo, grazie ai 45 punti conquistati arrivando ai quarti, che hanno puntellato i 45 in uscita dallo stesso risultato raggiunto ad Anversa lo scorso anno. Un traguardo davvero importante e prestigioso per l’altoatesino, impreziosito dal valore tecnico della vittoria ottenuta contro Kohlschreiber. Dall’agosto 2015, quando a Cincinnati sconfisse Mannarino allora 32 ATP, Seppi aveva affrontato 24 volte giocatori dalla classifica uguale o migliore di quella del veterano tedesco, vincendone solo due (contro Ferrer ad Halle nel 2016, e contro Kyrgios agli Austrialian Open dello scorso gennaio). Una lampante testimonianza di come l’altoatesino, soprattutto su alcune superfici e se ancora motivato a dedicare la sua vita al tennis professionistico, possa ancora fare bene. Un bravo lo meritano senz’altro anche Bolelli e Travaglia, abili a qualificarsi nei main draw dei tornei in programma la scorsa settimana: un plauso lo merita in particolar modo l’ascolano, a un solo punto dal raccogliere, dopo quello di Fognini, uno scalpo prestigioso come quello di un giocatore in calo, ma ancora forte, come David Ferrer.

Purtroppo, vi sono anche momenti molto bui vissuti da alcuni nostri tennisti, alle prese con risultati estremamente negativi. Uno di essi è Paolo Lorenzi: alla soglia dei 36 anni, dopo il grande exploit degli ottavi a New York (miglior risultato in carriera in uno Slam), era prevedibile un calo psicofisico, ma non nelle proporzioni nelle quali si sta palesando in queste settimane. Il toscano non perdeva 5 volte consecutivamente all’esordio in un torneo, come gli è capitato dopo l’eliminazione di questa settimana al primo turno di Mosca, addirittura da fine estate del 2010, quando era appena fuori dai primi 100 del mondo: anche in quel caso, come in questo autunno, venendo sempre sconfitto da giocatori peggio classificati di lui. L’altra grave crisi di un nostro tennista sulla soglia dei primi 100 è quella di Alessandro Giannessi, il cui momento nero non accenna ad interrompersi: con la nuova sconfitta subita contro Chardy a Stoccolma, prosegue da Umago a fine luglio, la sua incapacità, che ormai dura nove tornei e tre mesi, di sconfiggere tennisti tra i primi 500 del mondo: un momento davvero nero, dal quale lo spezzino deve trovare la forza mentale per uscirne, sebbene non giocare sulla terra, sia per lui una difficoltà in più.

 

Venendo all’approfondimento sull’attività settimanale dei nostri tennisti, partiamo da chi per l’ennesima volta ha fatto meglio di tutti, Fognini. Fabio, che l’anno scorso aveva raggiunto la finale a Mosca, ha deciso di non tornare nella capitale russa a difendere i 150 punti in scadenza nella settimana, ma d’iscriversi per la prima volta nella sua già decennale carriera nel circuito maggiore, a Stoccolma, sede del Inthrum Stockholm Open, ATP 250 dalla gloriosa tradizione. Nell’albo d’oro della competizione, svoltasi per la prima volta nel 1969, si trovano infatti tanti campioni di Major  e ex numeri 1 (come il nostro Adriano Panatta, Biorn Borg, John McEneroe, Mats Wilander, Stefan Edberg, Boris Becker, Ivan Lendl e Roger Federer). Nel primo turno il ligure ha giocato, in quel che era uno scontro inedito, contro Malek Jaziri, 89 ATP. Di fronte al 33enne tunisino, dopo una partenza lenta (Fabio ha perso il servizio nel gioco d’apertura, controbrekkando all’ottavo gioco) non vi è stato equilibrio e il numero 1 azzurro ha chiuso 7-5 6-1 in 73 minuti di gioco. Fabio, dopo il primo gioco non ha più concesso palle break, chiudendo facilmente i suoi turni di battuta, come testimoniato anche dalle statistiche finali del suo servizio (63% prime in campo, 82% punti vinti con la prima, 55% con la seconda). Al secondo turno il ligure aveva di nuovo dall’altra parte della rete un tennista mai affrontato in carriera, ma sulla carta ancora più abbordabile, Elias Ymer, 202 ATP. Il sostegno del pubblico di casa deve però aver fatto bene al 21enne di origine etiopica, che al primo turno aveva sconfitto un giocatore coriaceo come Leonardo Mayer, 53 ATP: la partita contro il nostro giocatore, se non sempre pregevole tecnicamente, ha avuto un andamento altalenante del punteggio che l’ha resa appassionante.

Fabio, dopo un altro inizio di partita lento, ha vinto il primo parziale in 32 minuti, ma, perdendo il servizio nell’ottavo gioco del secondo parziale ha mandato la partita al terzo. Nel set decisivo, entrambi i giocatori hanno avuto la chance di vincere: prima Ymer, dopo aver strappato il servizio all’italiano sul 4-4, non ha capitalizzato l’occasione di servire per il match; poi è stato Fognini, nel dodicesimo gioco, non abile a capitalizzare tre match-point consecutivi, giocati sulle seconde di servizio dello svedese. Si è giunti così al tie-break: sul 6-5, Ymer ha avuto il suo primo match-point, prima che Fabio chiudesse la pratica, dopo 2 ore e 9 minuti, col punteggio di 6-4 3-6 7-6(9) e accedesse ai quarti, per la settima volta nel 2017. Qui ha incontrato il 21°giocatore al mondo, Jack Sock, finalista nelle ultime due edizioni del Inthrum Stockholm Open, e vincitore in due set dell’unico precedente, giocato sul cemento di Miami due anni fa. Sebbene il 25enne statunitense venisse da ben quattro eliminazioni consecutive sull’amato cemento all’aperto, per sconfiggerlo occorreva un’ottima versione, dal punto di vista mentale e tecnico, del nostro numero 1 e per fortuna non si è fatta attendere. Fabio per due ore, dopo averlo ceduto al quarto gioco del primo set, contro un giocatore di ottimo livello, non ha mai perso il servizio, circostanza più che insolita per l’andamento usuale dei suoi incontri. Dopo aver diviso in maniera uguale l’esito dei due tie-break con Sock, il ligure sembrava aver ipotecato il match quando si è trovato avanti 3-1 nel terzo. Lo statunitense è però rientrato nel match e anzi nel decimo gioco ha avuto due match-point a suo favore: dopo il secondo, una striscia di 11 punti a 2 ha consegnato il match a Fabio, giunto alla quinta semifinale stagionale (dopo Miami, Gstaad, Kitzbuhel e San Pietroburgo), record eguagliato delle stagioni 2013 e 2014.

In semifinale lo attendeva Grigor Dimitrov, 8 ATP e prima testa di serie del tabellone, tennista già incontrato 5 volte, dalle quali Fabio era uscito vincitore solo in 2 (l’unico precedente indoor risaliva a Bercy 2013 ed era stato perso in 3 set dall’azzurro). Fognini ha perso un primo set veloce (un solo gioco è andato ai vantaggi), a causa del break subito nel quarto gioco, dopo non essere riuscito a capitalizzare in quello precedente due palle break. Nel secondo, dallo 0-2 iniziale che lo aveva fatto sembrare quasi sotto la doccia, con lampi di gran tennis è riuscito a issarsi sul 4-2, prima di subire la reazione del 26enne bulgaro, bravo a trascinare la partita al tie-break e poi dominarlo, guadagnando così l’accesso alla tredicesima finale della carriera, dopo 1 ora e 27 minuti di partita, terminata col punteggio di 6-3 7-6 (2). Una buona partita per il numero 1 azzurro, il quale ha mostrato di non essere al meglio della condizione fisica e -nonostante questo- ha giocato per quasi tutta la partita allo stesso livello di un top 10, peraltro a suo agio sui campi indoor. Purtroppo, la percentuale di punti vinti con la seconda (38%) contro giocatori di questo livello e in partite del genere non può portarlo alla vittoria.

Anche per Simone Bolelli era la prima volta in carriera all’ATP 250 di Stoccolma: il 31enne bolognese, a febbraio sceso sin quasi alla 700°posizione del ranking ATP a seguito dell’operazione subita l’estate precedente, con la sua classifica attuale, 191 ATP, è stato costretto a partire dalle quali. Nel primo turno ha sconfitto la terza testa di serie del tabellone cadetto, il 18enne novergese Casper Ruud, 134 ATP, superato in 92 minuti con un duplice 6-4. Più difficile il turno finale per l’ex 36 del mondo (nel 2009): opposto al 30enne ucraino Ilya Marchenko, 199 ATP, contro il quale aveva vinto solo uno dei tre precedenti, ne è venuta fuori una battaglia di 2 ore e 14 minuti, vinta col punteggio di 6-3 1-6 7-6(2). Il quarto tabellone principale del 2017 (dopo Roland Garros, Wimbledon e Metz) lo ha visto affrontarsi con Viktor Troicki,48 ATP, per la settima volta: l’equilibrio assoluto nei sei precedenti, non si è visto purtroppo a Stoccolma, dove Simone non è riuscito a essere competitivo con il servizio (nessun ace) e in particolare con la prima (48% di punti vinti quando entrava in campo). Come conseguenza, con un giocatore del livello di Troicki, che a sua volta ha concesso a sua volta una sola palla break, annullandola, è arrivata la vittoria del 31enne serbo in 1 ora e 16 minuti con un duplice 6-3.

Era la prima volta nella capitale svedese anche per Alessandro Giannessi, 139 ATP: il mancino spezzino ha provato a interrompere il grosso momento di difficoltà, nel quale è caduto dalla semifinale di Umago ormai tre mesi fa- Da quel momento, una sola vittoria in otto tentativi. Il nostro giocatore si è trovato nuovamente di fronte Jeremy Chardy, 84 ATP: ci aveva perso in due set combattuti, Sull’indoor di Stoccolma è andata paradossalmente peggio: dopo non aver vinto neanche un game nel primo set, andato via in appena 23 minuti, Alessandro è entrato in partita nel secondo parziale. Pur non essendosi mai issato a palla break nel corso di tutto l’incontro, Giannessi nel secondo parziale è arrivato sino al 5 pari (annullando tre match-point nel decimo gioco), prima di cadere alla settima palla match e lasciare la vittoria a Chardy, vincitore 6-0 7-5 in 71 minuti. Come Bolelli, altri due tennisti italiani sono arrivati a Stoccolma per provare a entrare nel main draw: Stefano Napolitano, 160 ATP, e Andrea Arnaboldi, 210, ma sono stati subito eliminati. Il primo ha perso da Marchenko col netto punteggio di 6-1 6-2 in 56 minuti, il secondo da Jerzy Janowicz,141 ATP, il quale ha confermato l’unico precedente di Bastaad 2015, sconfiggendo il lombardo con il punteggio di 6-7(1) 7-5 6-1 in 1 ora e 57 minuti.

Alla seconda edizione dell’European Open di Anversa, ATP 250 dotato di montepremi di 660.375.00 $ (lo stesso di quello di Stoccolma), si è iscritto il solo Stefano Travaglia, 131 ATP, al terzo torneo (i precedenti erano due Challenger) dopo i per lui bellissimi US Open, nei quali, dopo essere stato bravo a qualificarsi, aveva sconfitto Fognini in un ormai celebre derby di primo turno. Il tennista di Ascoli, non avendo la classifica per accedere direttamente al main draw, si è iscritto alle quali, dove, come quinta testa di serie, al primo turno ha eliminato la wc locale, il 23enne Kim Coppejans, 282 ATP,eliminato in 1 ora e 58 minuti di partita col punteggio di 4-6 6-2 6-3 in 1 ora e 58 minuti. Nel turno decisivo, Stefano è stato bravo a sconfiggere la testa di serie numero 1 del tabellone cadetto, Vasek Pospisil, 104 ATP (ex 25 3 anni fa) col punteggio di 3-6 6-3 6-4 in 1 ora e 52 minuti. Nel main draw Travaglia ha avuto un accoppiamento sfortunato con David Ferrer, 31 ATP, al ritorno nel circuito dopo la sorprendente sconfitta al primo turno degli US Open con Kukushkin. Stefano, nonostante una brutta prova al servizio (3 ace e ben 8 doppi falli e appena il 44% di prime in campo) è riuscito a fare gara pari con l’ex numero 3 del mondo e anzi, una volta giunto al terzo e decisivo set, quando nel decimo gioco Ferrer ha servito per rimanere nel match, ha avuto anche un match point a sui favore. Una volta non convertitolo, al tie-break del terzo è prevalsa la maggiore esperienza dell’iberico in questi frangenti (ha vinto il 18° tiebreak decisivo su 31 giocati in carriera), portando a casa l’accesso al secondo turno col punteggio di 4-6 6-4 7-6(3) in 2 ore e 23 minuti di partita.

A Mosca si giocava anche la VTB Kremlin Cup, l’ATP 250 più ricco della settimana (823.600.000$), storicamente feudo di tennisti russi (vincitori di 14 delle 27 edizioni già disputate). Tre azzurri si sono recati nella capitale russa: Paolo Lorenzi, Andreas Seppi e Thomas Fabbiano. Per il nostro numero 2, sceso al 40°posto del ranking dopo il mese di brutte sconfitte vissute, era la quarta volta a Mosca, dove per due volte aveva almeno vinto una partita. Opposto a Laslo Djere, 90 ATP, che lo aveva sconfitto in primavera a Istanbul, il toscano aveva un’ottima occasione per uscire dalla serie negativa di quattro sconfitte all’esordio nei tornei, ma ci è andato solo molto vicino. Dopo aver vinto il primo set 6-4 in 47 minuti con un solo break, ottenuto nel gioco iniziale, è arrivato al tie-break del secondo parziale senza aver mai perso il servizio e aver concesso solo due palle break (ha chiuso l’incontro con ottime percentuali: 69% di punti vinti con la prima e 66% con la seconda), coincidenti a due set-point, nel 12°gioco. Nel tie-break ha avuto un match-point sul 6-5, prima di vedere la partita allungata al terzo. Nel parziale decisivo, ha avuto l’ultimo spunto positivo, portandosi sul 2-0, prima di calare definitivamente e cedere al 22enne serbo, vincitore dopo 2 ore e 49 minuti di battaglia col punteggio di 4-6 7-6(9) 6-4.

Era la quinta volta a Mosca per Seppi, 88 ATP, in un torneo al quale mancava dal 2014, ma per lui fortunato, nel quale nel 2012 ha iscritto il suo nome nell’albo d’oro, portando a tre i suoi titoli nel circuito maggiore (precedentemente aveva vinto sulla terra di Belgrado e sull’erba di Eastbourne). Il bolzanino aveva fatto bene anche nel 2013 (semifinale) e 2014 (quarti) ed è tornato, dopo aver saltato l’intera traferta asiatica, durante la quale ha giocato un solo challenger, sapendo di “dover” fare bene, visto che questa settimana gli scadevano i 45 punti dei quarti conquistati ad Anversa lo scorso anno. Al primo turno si è trovato di fronte, per la prima volta in carriera, Jiri Vesely, 63 ATP: la partita è stata equilibrata sino al 3 pari, poi il break operato dall’altoatesino nell’ottavo gioco ha indirizzato prima il set, vinto in 38 minuti, poi, in sostanza l’incontro, con il 24enne ceco, non al meglio della condizione, ritiratosi sul 4-1 a sfavore del secondo set, dopo 61 minuti di partita che hanno aperto le porte del secondo turno a Seppi.

Qui il tennista nato a Caldaro (BZ) ha incontrato Philip Kohlshreiber, 32 ATP, già affrontato nove volte in carriera, uscendone vincitore solo in 3 (ma sull’indoor hard Andreas era avanti 2-1). L’allievo di Sartori è stato più volte sul punto di perdere l’incontro: sul 6-7 0-2 del secondo, ma, soprattutto, nel dodicesimo game dello stesso set, quando, andato a servire per rimanere nel match, ha dovuto fronteggiare ben 3 match point, prima di rimettere al tie-break in equilibrio le sorti del match, portandolo al terzo, dove, dovendo fronteggiare in tutto il set una sola palla break (ottime la statistiche col servizio a fine match con 10 ace fatti e il 78% di punti vinti con la prima, entrata il 59% delle volte), è stato bravo a brekkare il 34enne di Augsburg per raggiungere, per la seconda volta nel 2017, i quarti in un torneo ATP.  Qui l’ostacolo da superare si chiamava Damir Dzumhur, 38 ATP,uno dei tennisti che meglio ha fatto nell’ultima parte dell’estate, sino ad arrivare a vincere il suo primo titolo ATP a San Pietroburgo. Andreas lo aveva già affrontato e sconfitto due volte, entrambe quest’anno (sull’hard indoor a Sofia e sulla terra rossa a Lione), ma a Mosca è andata diversamente: Seppi, dopo aver strappato il servizio nel decimo gioco del primo set, portato a casa dopo 35 minuti, non è riuscito più a brekkare il 25enne bosniaco nel corso di tutto l’incontro. Inevitabilmente, arrivati al terzo dopo un set dominato dal 38 ATP, il break operato da Dzumhur sul 4 pari ha consegnato la partita alla sesta testa di serie del seeding, vincitrice in 1 ora e 49 minuti di una partita equilibrata, archiviata col punteggio di 4-6 6-2 6-4.

Come Seppi, anche Thomas Fabbiano ha disertato la tourneè in Asia del circuito maggiore, iscrivendosi solo a un challenger in Uzbekistan. Era la sua prima volta a Mosca e non è stata purtroppo battezzata con un successo, anche a causa di un sorteggio non benevolo, che lo ha accoppiato a Dzumhur, 38 ATP e sesta testa di serie del torneo russo, un tennista già affrontato in carriera ben 5 volte (tutte sulla terra) da Fabbiano, che aveva vinto solo il primo precedente, risalente al 2012. Alla Kremlin Cup Thomas ha disputato una partita le cui percentuali statistiche al servizio sono state positive, ma non sono bastate per fare altro che portare facilmente a casa il secondo set, prima di cedere al tennis attualmente migliore del bosniaco, vincitore in 92 minuti col punteggio di 6-3 0-6 6-2.
Tra le donne, due nostre giocatrici hanno provato ad accedere, in quella che era l’ultima settimana che il circuito femminile dedicava ai tornei (Finals escluse), al tabellone dell’International che dal 1996 si tiene a ottobre in Lussemburgo, vinto ben 5 volte (record della competizione) da Kim Clijsters. Trattasi di Cristiana Ferrando, 275 WTA – ritiratasi dopo 84 minuti, quando la 38enne Patty Schnyder, 160 WTA ma ex 7 del ranking e vincitrice di 11 titoli nel circuito, conduceva 5-7 6-0 1-0- e di Jasmine Paolini, 135 WTA, fermata dalla 18enne ungherese Fanny Stollar, 228 WTA, vincitrice con lo score di 7-5 6-2 in 68 minuti.

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Nakashima: “Devo migliorare sui cinque set, Sinner ne aveva più di me allo US Open” [ESCLUSIVA]

Intervistato da Steve Flink, il vincitore delle Next Gen Finals Brandon Nakashima parla del percorso nel torneo milanese, “Più corti sono i set più c’è divertimento”, gli insegnamenti di Pat Cash, “Andare a rete il più possibile”, e dei suoi big match in stagione

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Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)
Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)

Nel 2022 ha vinto nella natia San Diego il suo primo e finora unico titolo ATP, ma ha alzato anche il trofeo Next Gen a Milano. Classe 2001, anche in questa stagione Brandon Nakashima ha continuato il percorso di miglioramento in quel termometro che è il ranking di fine anno. Se nell’agosto del 2021 aveva fatto l’ingresso in top 100, quest’anno ha sfondato il muro successivo e lo ritroviamo così al numero 47, dopo un picco al 43° posto.

Intervistato da Steve Flink per Ubitennis.net, Brandon ha cominciato la conversazione rispondendo alle domande sull’esperienza milanese, soprattutto per quanto riguarda la gestione del formato particolare e delle regole differenti. “Con i set brevi, subisci un break e in pratica vai al set successivo. Toglie dall’equazione l’elemento del cercare di rientrare quando sei in svantaggio perché è estremamente difficile farlo. Personalmente preferisco il solito sistema di punteggio, ma è una buona idea provarlo per le Next Gen Finals. Più corti sono i set, più divertimento c’è per i fan”.

Naturalmente, ha approfittato del vantaggio di aver già giocato con queste regole l’anno prima, quando aveva raggiunto le semifinali, sconfitto da Korda. “Mi ero un po’ abituato al formato, ma ero comunque nervoso prima dell’esordio di quest’anno. Sapevo di avere l’opportunità di fare bene e avevo delle aspettative alte”.

 

E, in effetti, proprio il suo primo match è stato quello più impegnativo, con Matteo Arnaldi unico a costringerlo al quinto set sulle ali dell’entusiasmo del pubblico amico. “Un incontro che mi ha aiutato per quelli successivi in termini di mentalità e approccio ai punti decisivi”.

Lo ha certo aiutato nella vertiginosa semifinale contro Jack Draper, del quale dice: “Ha un buon gioco a tutto campo per diventare un top player. Sono certo che questa non sarà stata l’ultima volta che ci gioco. Ci spingeremo l’un l’altro a migliorare nei prossimi anni”.

La parte più difficile della finale è stata giocare di nuovo contro Lehecka, giù battuto nel girone. “Sapevo che il primo match non significava granché a quel punto. Lui cercava la rivincita e sarebbe partito forte, quindi dovevo superare la tempesta. Un paio di punti nei tie-break hanno fatto la differenza. Alla fine, questo torneo sarà un trampolino”.

Abbiamo detto del primo titolo, che era uno degli obiettivi stagionali per Nakashima. “Sapevo di aver il gioco per riuscirci, mancava solo l’occasione giusta. Vincere nella mia città natale con famiglia e amici a tifare è stato speciale, non lo dimenticherò mai”.

Brandon aveva già avuto modo di dire che il suo idolo era Roger Federer, nonostante il suo gioco assomigli più a quello di Djokovic. Tenere i piedi sempre vicini alla linea di fondo sembra quasi un dogma per lui, tanto che nessuno avrebbe nulla da ridire, anzi, se in determinate situazioni si prendesse un po’ più di tempo e spazio. 188 cm di altezza, inappuntabile dal punto di vista atletico e muscolare, è sedicesimo nella classifica dei migliori battitori dell’anno compilata dall’ATP. Non è bastato per superare colui che in quella classifica è secondo, Nick Kyrgios, trascinato comunque al quinto agli ottavi in Church Road per il miglior risultato Slam del californiano. “Ho avuto l’opportunità di giocare contro alcuni dei più forti e ho tirato fuori il mio tennis migliore. Mi ha dato tanta fiducia. È stato fantastico giocare sul Centrale di Wimbledon oppure sull’Armstrong allo US Open nonostante abbia perso. La vittoria su Dimitrov a New York è stata uno dei migliori momenti della mia stagione”.

Brandon si sofferma poi sull’esperienza con Pat Cash, terminata alla fine del 2020. “Andare a rete il più possibile è una delle tante cose che ho imparato da lui. Poi ho provato diversi coach e ora ho Eduardo [Infantino] e Franco [Davin]. Collaborano e comunicano molto ed entrambi aggiungono valore al mio tennis”.

B-Nak, questo il suo soprannome, è uno dei nove statunitensi in top 50. “Il tennis Usa è messo bene, quindi per me è grandioso essere a questo punto, ma voglio continuare a migliorare. Gli obiettivi per il prossimo anno sono l’ingresso tra i primi 25 o 30 e andare avanti in tutti gli Slam. Ho 21 anni, quindi sto ancora costruendo la mia forma e diventando più forte e veloce. Una delle chiavi sarà migliorare la resistenza nei tre su cinque. Sento che allo US Open Sinner ne aveva assolutamente più di me negli scambi tirati. Ci sto lavorando, so che differenza può fare”.

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Luca Vanni entra nello staff del Piatti Tennis Center: sarà maestro

L’ex n.100 ATP trasmetterà i suoi valori e conoscenze ai giovani del centro di Riccardo Piatti a Bordighera

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Luca Vanni - ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Antonio Milesi)

La legge non scritta che nel tennis si possa arrivare in alto solo se si esplode in età abbastanza giovane, e che i treni passano poche volte, è stata ribaltata, forse non così frequentemente, ma non mancano gli esempi. E in tal senso, per quanto riguarda i colori italiani, Luca Vanni è uno dei maestri. Il 37enne ex n.100 al mondo, ritiratosi nel 2021, ha iniziato a emergere a certi livelli solo verso i 30 anni (best ranking raggiunto proprio a quell’età), mostrando come abnegazione e sacrificio spesso possano ribaltare storie apparentemente già scritte. E così, memore della sua carriera, dopo un anno in cui ha seguito Andrea Pellegrino, si è lanciato in una nuova, entusiasmante avventura: sarà maestro al Piatti Tennis Center di Bordighera. La notizia è stata annunciata con grande entusiasmo dal direttore sportivo Andrea Volpini: “Il nostro obiettivo era di alzare ulteriormente il livello dei maestri, inserendo nel team un coach che avesse grande conoscenza del gioco sulla base di esperienze vissute sulla propria pelle. Ho pensato a Luca: ottima persona e professionista affidabile, con un’enorme passione per il tennis e altrettanta conoscenza di questo sport“.

E lo stesso Vanni, che vanta anche una finale ATP (San Paolo 2015, persa al tie-break del terzo contro Pablo Cuevas), è apparso ben felice di mettere a disposizione dei giovani, dei ragazzi che sognano di emergere in questo sport, la sua esperienza e competenza. “A Bordighera“, spiega Luca, “ho trovato un ambiente davvero stimolante, nel quale si lavora sodo e c’è grande spirito di squadra. Qui i maestri insegnano, ma allo stesso tempo imparano. Trascorrendo ore e ore in campo, a grande intensità, si cresce costantemente. Nella mia prima settimana di impegno ho toccato con mano il funzionamento di un centro come questo, iniziando a capire quali sono i punti cardine del metodo Piatti“. Dunque una collaborazione che promette grandi soddisfazioni, sia per il Piatti Tennis Center, che potrà vantare un ex top 100 tra i propri maestri, sia per Luca Vanni, che avrà l’occasione di trasmettere il suo vissuto e provare a fare da allenatore anche di più di quanto fatto nell’ottima carriera da giocatore.

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Casper Ruud: reincarnazione tennistica di David Ferrer, esponente del pragmatismo

Due stili di gioco polivalenti e molto simili, uniti da uno score (per ora) quasi sempre uguale nelle finali contro i migliori. Riuscirà il norvegese a fare meglio dello spagnolo già dal 2023?

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Casper Ruud e David Ferrer

La più grande sfortuna di David Ferrer – così come di tanti altri potenziali fuoriclasse della sua generazione – è senza dubbio stata quella di nascere nell’epoca tennistica sbagliata. Diventato professionista nel 2000, lo spagnolo si è trovato a fronteggiare molto spesso mostri sacri come Rafa Nadal, il giocatore che ha affrontato di più in carriera, con un record negativo di 6-26 tra vittorie e sconfitte. Anche contro gli altri due big3 il bilancio non è stato positivo, né con Novak Djokovic (5-16) né Roger Federer (0-17), contro il quale non è mai riuscito a vincere.

Oltre ai tre fuoriclasse di cui sopra, il classe 1982 iberico ha molto spesso incrociato la racchetta con altri fenomeni della sua generazione. Da Andy Murray (6-14) a Robin Soderling (4-10), da Juan Martin Del Potro (6-7) a Stan Wawrinka (7-7), fino ai confronti plurivincenti con David Nalbandian (9-5) e Andy Roddick (7-4), sono davvero innumerevoli gli scontri diretti con tennisti estremamente competitivi.

Non solo contro di loro però, perché non si gioca sempre e soltanto contro i migliori. Una delle grandi certezze che David Ferrer ha sempre avuto nel corso della sua carriera era che, contro chi era meno forte di lui, non perdeva quasi mai. E in uno sport come il tennis ciò non è assolutamente scontato. Le ragioni, oltre ovviamente ad una maggior qualità e solidità tennistica, erano molteplici. Ferru era uno di quei giocatori che, quando chiamato a vincere, vinceva. Difficilmente sbagliava. La sua forza mentale, quella di un giocatore abituato sempre a gettare il cuore oltre l’ostacolo e a non dare mai un punto per perso anche durante una giornata storta, è sempre stato un suo tratto distintivo.

 

Uno dei tanti esempi che si possono liberamente scegliere a favore di questa tesi è un’incredibile battaglia contro Nadal alle ATP Finals 2015. Entrambi erano già sicuri del proprio destino – Rafa era già qualificato come primo del girone, David già eliminato – eppure non si sono mai tirati indietro in un match che, a conti fatti, era inutile. Per dovere di cronaca lo vinse 6-7(2) 6-3 6-4 l’attuale n°2 del ranking, ma ciò che rimase impresso di quella partita fu appunto un indomito spirito combattivo dei protagonisti, due che hanno sempre e comunque rifiutato la sconfitta nel corso delle loro carriere.

Eccezion fatta per l’ultimo periodo della carriera, quando il fisico ha iniziato a presentare il (salato) conto, Ferrer è sempre stato uno stacanovista. Basti pensare che, nel corso delle ultime dieci stagioni, nessun tennista ha disputato più partite di lui in un singolo anno: furono 91 nel 2012 (76-15). Se oggi c’è un giocatore che tanto si avvicina ai valori a lungo mostrati dentro e fuori dal campo dallo spagnolo – incarnandoli alla perfezione – quello di certo è Casper Ruud. I tratti comuni a questi due giocatori sono davvero molteplici: proviamo a snocciolarli insieme.

Il primo tratto somigliante è certamente lo stile di gioco solidissimo. Tanto l’iberico quanto il norvegese sono sempre stati maestri di regolarità, con una spiccata predilezione per gli scambi lunghi e una manovra ordinata e avvolgente, più alla ricerca dell’errore dell’avversario che al vincente immediato e/o spettacolare. Difficile ricordare più di un tweener di Ferrer o un rovescio vincente in salto di Ruud, proprio perché sono colpi che a loro non appartengono. Con buona pace dello spettacolo, gli aspetti primari da preferire sono sempre stati concretezza e pragmatismo. E i risultati hanno sempre dato loro ragione.

Un simile tipo di gioco, va da sé, si adatta meglio alla terra rossa, non a caso superficie più cara ad entrambi. Tanto Ferrer quanto Ruud, ad esempio, hanno raggiunto la prima finale a livello ATP, il primo titolo in carriera e la prima finale Slam proprio sul mattone tritato. Nel caso dell’iberico parliamo di Bucarest (2002, prima finale e titolo) e del Roland Garros 2013, mentre per lo scandinavo si tratta di Houston (prima finale, 2019), Buenos Aires (primo titolo, 2020) e ovviamente il Roland Garros di quest’anno.

Ciononostante, nessuno dei due ha fatto fatica ad adattarsi anche al cemento in tempi brevi (con il classe 1982 capace anche poi di vincere, più tardi, il Masters1000 di Parigi Bercy nel 2012). Nel 2007 lo spagnolo ha trionfato ad Auckland e a Tokyo, raggiungendo anche la finale alle ATP Finals di fine anno alla prima apparizione assoluta. Un discorso molto simile si può fare anche per Ruud, capace di imporsi lo scorso anno a San Diego – unico torneo vinto sul cemento dei nove conquistati finora – e di compiere un vero e proprio exploit in questa stagione, approdando in finale a Miami, allo US Open e alle Finals.

In queste occasioni il norvegese si è fermato soltanto di fronte ad Alcaraz (due volte) e Djokovic. Prendendo in considerazione anche la finale (stra)persa al Roland Garros contro Nadal, risulta evidente come tre indizi facciano una prova. Esattamente come molto spesso accadeva a Ferrer, anche Ruud ha finora mostrato diverse difficoltà a battere i fuoriclasse. Contro i tre giocatori più forti della sua epoca (e non solo della sua), Ferru non è mai riuscito ad imporsi in finale. Addirittura, contro Alcaraz, Nadal e Djokovic, il 23enne norvegese non ha mai vinto un match nei nove confronti diretti totali.

Lungi dall’essere feroci critiche, le constatazioni di cui sopra evidenziano in maniera lampante una forbice forse nemmeno troppo netta tra Ferrer e i big3, ma spiegano bene la differenza tra il perché quei tre abbiano vinto 63 Major e il buon Ferru nessuno. Questo non vale soltanto per lui – beninteso – ma anche per qualunque altro “umano” paragonato ad uno dei tre dei del tennis. È inevitabile che il confronto non regga. Ciononostante, in una coinvolgente intervista concessa ad Ubitennis ad inizio anno, l’iberico si è detto entusiasta di aver potuto giocare nella stessa epoca di Roger, Rafa e Nole, anche se inevitabilmente la scena è stata catalizzata sempre o quasi da loro.

Se Casper Ruud seguirà le sue orme anche sotto questo aspetto non è dato saperlo, anche perché la giovane età del numero 3 del ranking – che a settembre era ad un solo match dal n°1 – unita ad una carta d’identità sempre più pesante per gli ultimi due moschettieri rimasti, prospetta una carriera certamente diversa da quella dello spagnolo. Differente, quantomeno, nella (im)possibilità di incontrare i big3 in fondo ai tornei più importanti. Situazione che Ferrer, al contrario, non ha mai potuto evitare.

Nella stessa intervista di cui sopra, il 40enne spagnolo ha voluto giustamente sottolineare come l’esser riuscito a raggiungere il n°3 ATP in quell’epoca fosse un enorme motivo d’orgoglio. Oggi – aggiungo io – per quanto incredibile rimanga il traguardo della la top3 per un giocatore, in termini di difficoltà e costanza di rendimento lo sforzo che sarebbe stato richiesto fino a 4/5 anni fa sarà inevitabilmente un pochino meno estremo. Ma non per questo varrà di meno.

Nel tennis, come nella vita, non si può far altro che guardare avanti. Anche le leggende prima o poi passano e fanno il loro corso, perché l’unica cosa che alla fine resta è l’essenza pura e vera di questo sport meraviglioso. Un’essenza che alcuni tennisti incarnano, fanno propria e lasciano evaporare solamente a fine carriera, consapevoli di aver dato tutto ciò che si poteva dare. David Ferrer è un uomo, prima ancora che un tennista, che perfettamente rientra in questa descrizione: lo ha fatto per tutta la sua carriera.

Al termine di una stagione simile, tuttavia, sembra que questa essenza si sia nuovamente reincarnata in Casper Ruud. Che di Ferrer ha quasi tutto, tranne la possibilità di affrontare 70 volte i tre tennisti più forti di sempre. Ma non è detto che, per lui, questa sia necessariamente una cattiva notizia.

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