Ritorni vicini e lontani: Wawrinka punta Madrid, Murray telefona a Nadal

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Ritorni vicini e lontani: Wawrinka punta Madrid, Murray telefona a Nadal

Wawrinka torna a ruggire, anche se è solo un’intervista. Quasi certamente lo rivedremo a Madrid. Murray lavoro sodo e chiede aiuto al maestro del comeback

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C’è un po’ di magone, è chiaro. Anche per i media, che hanno la pelle indurita da anni di conferenze funeree e annunci di gravi infortuni a danno di atleti ai quali di fatto si deve il mestiere. Insomma pensare che Stan Wawrinka e Andy Murray, gente capace di vincere Slam e di altre cose assai belle sui campi da tennis, siano in infermeria a combattere con un ginocchio malconcio l’uno e a tentare di ricostruire la complessa tenuta muscolare della zona dell’anca l’altro, mette un’invariabile tristezza.

IL PUNTO SU STAN

A lenire un po’ gli effetti dell’assenza di Wawrinka arriva una bella intervista rilasciata in quel di Montecarlo a ‘Le Temps‘, nella quale la parola Madrid viene impugnata solo dall’intervistatore e mai direttamente affermata dallo svizzero, sebbene ogni indizio lasci credere che il suo ritorno in campo avverrà proprio alla Caja Magica, dopo che l’infausto trittico Sofia-Rotterdam-Marsiglia ci ha consegnato uno Stan ‘minore o uguale’ di quello aveva tristemente abbandonato Melbourne. “Il mio obiettivo è tornare al 100% – dirà poi che non se ne pone mai di specifici -, al massimo delle possibilità. Se ci vorrà un mese o sei mesi? Questo sicuramente sarà un anno di transizione e la mia speranza è incrementare il livello fino a ritrovare buone sensazioni a fine stagione, magari mettendo in fila qualche vittoria. Vorrei poter dire ‘non importa la classifica, ora sono al top della forma e posso guardare al 2019 con fiducia’. È questo il piano, ma so che quest’anno dovrà passare attraverso alti e bassi“. Che stia programmando davvero una risalita lo conferma il fatto che si sta guardando attorno per ingaggiare un coach, del quale è sfornito; Stan, al momento, si avvale dell’aiuto del preparatore Paganini e di Yannick Fattebert, che ha tamponato l’addio di Norman.

 

Lo svizzero non rimpiange la scelta di aver giocato l’Australian Open, sebbene a posteriori sia apparsa ai più avventata, perché ‘dal punto di vista clinico era importante vedere come avrebbe reagito il ginocchio in una situazione di gioco‘; allo stesso tempo non nega lo sconforto provocato da una convalescenza nel corso della quale ‘per ogni ora di allenamento ce ne sono due di riposo‘, una situazione di stallo che può provocare crisi d’astinenza nel corpo di chi per vincere i suoi Slam è stato capace di mettere con le spalle al muro prima Nadal e poi Djokovic, due volte. “A volte mi sono chiesto se avessi la pazienza per andare avanti. In quei momenti, però, subentra la voglia di rivivere le emozioni di una partita vera. Ho vissuto momenti incredibili e vinto grandi tornei, quella sensazione, il pubblico, la necessità di trovare un modo di superare l’avversario, sono tutte cose che mi inebriano”.

L’orgoglio del campione emerge anche quando si parla di quello che accade in sua assenza: “Mi sono reso conto del mio peso nel circuito. E meno male che Federer e Nadal dovevano essere spazzati via! A parte l’Australian Open vinto da Roger, che è stato un bel torneo, Rotterdam dove è tornato numero 1, il resto… non è stato granché. Ci sono quattro giocatori che hanno dominato il tennis per anni e senza di loro si crea un buco. Paradossalmente, gli altri non sanno approfittarne. Troppa pressione su di loro? Intanto i tornei più interessanti sono quelli in cui giocano Roger e Rafa. Vedo Roger in Australia e penso che ha ancora un margine enorme su tutti gli altri, questo mi impressiona; Nadal sulla terra, se non ha un problema fisico, sarà difficile da spodestare. La transizione insomma non è così ovvia“. Forse in cuor suo spera che qualche briciola resti anche per lui, quando e se tornerà ai suoi livelli, e che i giovani pazientino ancora un po’ prima di prendersi il circuito.

IL PUNTO SU ANDY

All’altro capo del filo della nostalgia c’è Andy Murray, che nell’aiuola del suo ritorno in campo ha piantato il seme di ‘s-Hertogenbosch: 11 giugno, quando saranno passati 11 mesi dalla sua ultima apparizione a Wimbledon contro Querrey. Le altre indicazioni sulla sua programmazione riguardano la partecipazione al torneo di Washington (30 agosto) e la possibilità che giochi il challenger di Loughborough (cemento indoor, 21 maggio): il torneo precede di una settimana il Roland Garros, e sembra proprio l’intenzione di disputare questo torneo il motivo per cui Murray non ha ancora cancellato il suo nome dalle liste dello Slam parigino (un cavillo regolamentare glielo impedisce).

Tornare dall’infortunio stavolta si sta rivelando più dura. Ci sono stati molti più alti e bassi, è stato un problema più lungo e molto più complicato di quello alla schiena. In quel caso fu più facile perché poco dopo l’operazione chirurgica ero già di nuovo in campo a giocare tornei. Io e il mio team stiamo riflettendo su una programmazione diversa da quella che ha funzionato in passato. Potrebbe essere un po’ più elastica. È questo il passaggio più rilevante dell‘intervista telefonica che Ava Wallace, reporter del Washington Post, ha potuto intrattenere con l’ex numero 1 britannico. Conferma che le difficoltà ci sono state e ci sono, che servirà cautela nonostante i sintomi dell’astinenza da scariche di ormone surrenalico, la volgare quanto preziosa adrenalina, siano lì a foraggiare la sua convalescenza esattamente come nel caso di Wawrinka: “Quando ti capita un infortunio come questo ti rendi conto di quanto ti manca giocare, di quanto è importante per te. Mi piace la pressione, mi manca, è qualcosa che non ti arriva dalla quotidianità ed è qualcosa che ha fatto parte della mia vita per 13, 14 anni, da quando sono un professionista”. Dio li fa, vincere uno Slam li accoppia.

Mentre lo scozzese ancheggia per capire se e quanto fa ancora male, lo fiancheggia amichevolmente un altro ‘discreto’ slammer, Rafa Nadal, che tramortendo ogni avversario ha reso così scontate le sue conferenze monegasche da rivelare che ha avuto una conversazione telefonica (pure lui!) con Murray un paio di settimane fa. Tra i due c’è un ottimo rapporto, come le reciproche dimostrazioni di stima hanno sempre dimostrato, e l’esperienza quasi accademica di Rafa nell’arte del comeback ha reso logica la richiesta d’aiuto da parte di Andy.

Ho parlato con Andy e gli ho suggerito alcune cose che per me hanno funzionato. Sono stato nella sua situazione, so quanto possa essere frustrante lavorare sodo ogni giorno e non vedere alcun miglioramento. Giorno dopo giorno, provando diversi trattamenti, le cose andranno meglio; è quello che gli auguro davvero perché la sua presenza è davvero importante nel circuito”. 

Lo spagnolo non ha voluto addentrarsi in ulteriori dettagli e ha esaurito l’argomento a metà tra incoraggiamento e rigurgito lapalissiano: “La cosa più importante è stare bene. Se Andy è sano, tornerà. Magari non vincerà subito, ma non avrà certo dimenticato come si gioca a tennis“. L’investitura di Rafa è tanto scontata quanto doverosa, e probabilmente anche foriera di sensazioni positive per chi al momento non può far altro che colpire, colpire e ancora colpire, nella speranza che se proprio il rientro in campo non deve essere trionfale come quello di Federer, almeno non sia tumultuoso come quello di Djokovic. Comunque meglio avere Nadal come confidente che un guru ormai stagionato…

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Elisabetta Cocciaretto, la scintilla è scattata

La giovane marchigiana, classe 2001, vince due titoli ITF consecutivi e scala oltre 100 posizioni in due settimane, arrivando al numero 168 del ranking WTA

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Elisabetta Cocciaretto - Trofeo CPZ Bagnatica 2019 (foto San Marco)

Nel momento di massima luce del settore maschile con la vittoria di Sinner alle Next Gen ATP Finals e la presenza di Berrettini a Londra, primo italiano alle Finals maschili dopo 41 anni, arrivano buone notizie da Elisabetta Cocciaretto, che con le vittorie ad Asuncion e Colina manda un chiaro segnale di crescita che la porta sino alla 168esima posizione in classifica.

Nata ad Ancona nel gennaio del 2001, la tennista marchigiana è da anni considerata come il principale talento della fascia 1999/2000/2001, nella quale assieme a lei c’è davvero poco. Basti pensare che la seconda under 20 nel ranking italiano è Tatiana Pieri, numero 472 delle classifiche mondiali, anche lei protagonista di una buona stagione e capace di esprimere un tennis geometrico molto divertente da vedere, ma ancora troppo leggero per competere a certi livelli.

Elisabetta ha concluso la sua attività da junior, che l’aveva vista arrivare al numero 12 del ranking, con i giochi olimpici del 2018, dedicando tutto il 2019 all’attività professionale. Nella prima parte di stagione, pur frequentando prevalentemente tornei da $15.000, non ha ottenuto neanche una vittoria a livello di main draw, probabilmente a causa dei carichi di allenamento che le hanno permesso di migliorare molto sotto il punto di vista atletico e tecnico, ma che hanno chiaramente necessitato di tempo per essere trasferiti anche in partita.

Alle pre-qualificazioni di Roma ha fatto molto bene conquistando una wild card per il tabellone principale, dove non ha sfigurato contro Amanda Anisimova. A giugno, nel $60.000 di Brescia, ha centrato un’importante vittoria contro l’ex numero 1 del ranking junior Xiyu Wang, arrendendosi successivamente in lotta a Jasmine Paolini. La settimana successiva, nell’importante $60.000 dell’Antico Circolo Tiro a Volo di Roma, ha vinto il torneo di doppio in coppia con la rumena Dascalu: può sembrare un avvenimento non troppo importante, ma vincere quattro partite di fila contro giocatrici di ottimo livello (seppur nella disciplina del doppio, spesso poco valorizzata), ha aiutato mentalmente Elisabetta che nelle apparizioni successive è sembrata sempre più determinata e convinta dei propri mezzi.

Elisabetta Cocciaretto – Wimbledon junior 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Il vero salto di qualità nella continuità dei risultati, e di conseguenza in classifica, è arrivato a partire dal mese di luglio, quando ha raggiunto uno dietro l’altro tanti ottimi piazzamenti nei $25.000 (il successo a Trieste, la finale a Torino e Pula, le semifinali sempre a Pula e Bagnatica), intervallati anche dalla prima qualificazione ottenuta sul campo in un main draw WTA a Palermo, dove si è arresa solamente al terzo set alla forte slovacca Kuzmova.

A fine ottobre ha deciso assieme al coach Fausto Scolari di partire per il Sudamerica: con lei anche Sara Errani, che da due anni a questa parte si allena spesso e volentieri con Elisabetta, sostenendo la crescita della giovane azzurra. Dopo aver passato solamente un turno in carriera a livello $60.000, i tornei equivalenti di un Challenger maschile di buon livello, sono arrivate 10 vittorie di fila contro avversarie di tutto rispetto, tra cui spiccano la vittoria in semifinale a Colina contro la giovane americana Kiick, top 150 in ascesa, oltre a quella ottenuta proprio contro Sara Errani, battuta in finale ad Asuncion.

I miglioramenti chiave di questi mesi sono stati quelli fisici e tattici: Elisabetta è progredita tantissimo negli spostamenti e nell’attitudine propositiva. Mentre qualche mese fa si ritrovava spesso a subire il gioco delle avversarie e faticare in fase difensiva, adesso è molto più solida da fondo ed è brava a conquistare piano piano sempre più metri in campo, arrivando a tirare colpi vincenti con entrambi i fondamentali.

Ora che il ranking la aiuta e nel 2020 potrà giocare le qualificazioni Slam, è il momento di spingere sull’acceleratore. Fino a giugno la giovane azzurra difende meno di 10 punti e quindi ha grandissimo margini di crescita in classifica: parlare di top 100 (che come detto dista 68 posizioni al momento) nei prossimi sette mesi, se riuscirà a mantenere questo livello, non è affatto un’esagerazione. Anche se la classifica a 18 anni lascia il tempo che trova e ciò che conta sono i segnali positivi che Elisabetta ha lanciato negli ultimi mesi e in particolare in queste ultime due settimane.

Le buone notizie per il tennis italiano femminile non sono finite qui: questa settimana infatti, la giovanissima Lisa Pigato (2003) ha vinto il suo secondo $15.000 in due mesi, ad Heraklion, approfittando in finale del walkover di Melania Delai, altra promettente ragazza del 2002 che ha raggiunto la top 50 del ranking junior in questo 2019 e che ad Heraklion ha conquistato la sua prima finale da professionista. Molto bene anche Bianca Turati, che dopo la vittoria nel college di casa ad Austin di due settimane fa (dove aveva battuto in semifinale la gemella Anna) trionfa nel suo secondo $25.000 stagionale vincendo il torneo di Malibu, battendo anche giovani promesse americane come Claire Liu e Katye Volinets.

Infine ottiene il titolo anche Lucrezia Stefanini a Monastir: dopo una stagione programmata assieme al coach Ferdinando Bonuccelli per giocare più match di alto livello possibile, partecipando solo a tornei da $25.000 in su e sfoggiando anche bellissime prestazioni come quella nelle qualificazioni di Roma contro la top 70 Zidansek, al suo primo $15.000 stagionale la tennista toscana classe 1998 ha centrato cinque vittorie di fila senza perdere nessun set, conquistando così il suo primo titolo nel 2019.

Non solo Cocciaretto dunque, in un movimento femminile che ai piani alti si trova in chiara difficoltà con la sola Camila Giorgi – a malapena – inclusa in top 100. I segnali positivi arrivano tutti dalle delle under 21, chiamate in questo finale di stagione (e soprattutto nel 2020) a continuare su quest’onda di ottimi risultati, sfruttando anche i loro ottimi rapporti fuori dal campo per diventare uno stimolo l’una per l’altra. Con l’obiettivo di giocare sempre più spesso i tornei che contano.

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Storie di tennis e di speranza per Matteo: Nalbandian eroe (quasi) per caso alle Finals

Il cammino di Berrettini alle Finals è più che complicato, lo sappiamo. Ma c’è un precedente incoraggiante: qualcuno ha vinto le Finals da completo outsider… quando avrebbe dovuto trovarsi in vacanza

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“Che lavoro orribile”
“Potrebbe essere peggio”
“E come?”
“Potrebbe piovere”
(dal film ‘Frankestein Junior’)

Il dialogo che si svolge tra Gene Wilder-e Marty Feldman ci è venuto in mente leggendo i nomi degli avversari toccati in sorte a Matteo Berrettini nel girone “Borg” delle Nitto ATP Finals londinesi. Dialogo che – come molti ricorderanno – si conclude con i due protagonisti sommersi da scrosci di pioggia. Non sappiamo se anche in casa Berrettini si sia scatenato un temporale al termine del sorteggio, ma presumiamo non abbia suscitato moti di gioia; l’esito del match d’esordio contro l’attuale numero 2 del mondo pare confermare i più cupi presagi, nella giornata dalla sfida probabilmente decisiva con Federer.

Nella storia delle Finals, iniziata 49 anni fa seppur con una diversa denominazione, abbiamo però trovato un episodio che potrebbe costituire un precedente di buon auspicio per il tennista romano. L’episodio in questione riguarda l’edizione numero 36 che si disputò a Shanghai dal 13 al 20 novembre 2005 e che vide protagonista un argentino che si presentò ai nastri di partenza del torneo in veste di ottava testa di serie, proprio come Matteo Berrettini: David Nalbandian

Sino a quel momento la stagione non era stata particolarmente brillante per il ventitreenne nativo di Unquillo: aveva infatti vinto soltanto un torneo e a novembre occupava la dodicesima posizione. Riteneva quindi di non avere ragionevoli possibilità di prendere parte al torneo riservato ai migliori otto tennisti del mondo al quale aveva preso parte per la prima volta nel 2003. Si sbagliava.

Quella che segue è la trascrizione di una intervista che David rilasciò anni dopo a proposito di quella vicenda. Tutto ebbe inizio con una telefonata il giorno 9 novembre. “Ricordo che non avrei dovuto giocare e che entrai nel torneo dalla porta di servizio, come lucky loser. Ero sul punto di mettermi in viaggio con degli amici verso la Patagonia e, all’improvviso, Roddick e altri (Hewitt e Safin, ndt) si ritirarono ed io ricevetti la magica telefonata. Scaricai dalla macchina le attrezzature per la pesca e vi misi quelle per il tennis. Arrivai a Shanghai appena in tempo dopo 4 o 5 giorni in cui ero entrato in modalità vacanza. Impiegai più di 24 ore di volo per arrivare in Cina con 11 ore di fuso orario di differenza. La mia preparazione era molto lontana dall’essere ideale. Non ho mai amato le differenze di fuso orario perché mi facevano stare male. Nonostante ciò, cominciai a colpire la palla in maniera ottimale. Provavo delle belle sensazioni che mi diedero il coraggio e la speranza di poter disputare un buon torneo.

 

Persi il primo incontro (in tre set contro Federer che in precedenza aveva incontrato e sconfitto per 5 volte su 8 confronti, ndr) ma giocai bene e non uscii dal campo scoraggiato. Anzi, pensavo che sarebbe andata peggio e invece avevo disputato un match tirato che avrei potuto vincere. Dopo quella partita sapevo di avere una chance perché il mio tennis era di ottima qualità. Dovevo andare avanti un giorno alla volta e alla fine penso proprio sia andata alla grande!”. Nei due match successivi Nalbandian superò in due set prima il connazionale Guillermo Coria e poi il croato Ivan Ljubicic e chiuse quindi il girone al secondo posto. “Ci tenevo particolarmente a battere Ivan poiché quell’anno mi aveva sconfitto in Croazia e si sa quanto io sia competitivo. Non volevo perderci ancora per nessuna ragione al mondo”.

In semifinale incontrò il vincitore dell’altro girone – Nikolay Davydenko – contro il quale aveva perso due scontri diretti su tre e lo superò con il punteggio di 6-0 7-5. La seconda semifinale fu vinta dal campione in carica Roger Federer che, nonostante un infortunio alla caviglia destra rimediato in allenamento poche settimane prima che lo costringeva ad indossare un tutore, avanzava alla velocità di un treno: 6-0 6-0 contro Gaston Gaudio. Il 20 novembre Nalbandian ebbe quindi in finale l’occasione di vendicare la sconfitta subita pochi giorni prima contro il tennista elvetico.

Persi i primi 2 set di pochissimo in 2 tie-break combattuti (nel secondo ebbe anche 3 set point a favore, ndr) e a quel punto feci mentalmente un cambio importante di atteggiamento dicendo a me stesso che ero sotto di due set ma avrei potuto essere tranquillamente in vantaggio di altrettanti. Non pensai mai di avere perso, continuai a guardare avanti e quella fu la chiave della vittoria”. Dopo avere nettamente vinto il terzo e il quarto set l’argentino nel quinto si portò in vantaggio 4-0. Federer a sua volta non si diede per vinto. Riuscì a recuperare i due break di svantaggio e arrivò addirittura a due punti dalla vittoria con il servizio a disposizione sul punteggio di 6-5. Ma guai ad arrendersi quando Federer serve per il match: una speranza per il suo avversario c’era, c’è e ci sarà sempre. Nalbandian riuscì infatti a vincere quel game rimontando da 0-30 (notevole il primo punto conquistato direttamente con la risposta) e a completare trionfalmente la sua rimonta nel tie-break infliggendo al numero uno del mondo la quarta sconfitta del 2005 su 85 partite disputate. Risultato finale: D. Nalbandian b. R. Federer 6-7(4) 6-7(11) 6-2 6-1 7-6(3).

Il quinto set fu come essere sulle montagne russe. Ero avanti di due break, vicino alla vittoria, persi il servizio e ci ritrovammo a giocare un altro tie-break. Dopo averne persi due mi dissi che non avevo giocato altre tre ore per perderne un altro; se c’era un tie-break in carriera che non potevo perdere era proprio quello. Ero deciso a vincerlo e  per fortuna tutto andò per il verso giusto. Sicuramente quella vittoria rappresenta l’apice della mia carriera. Soprattutto per gli aspetti mentali, per gli alti e bassi vissuti nell’arco dell’intera settimana e persino all’interno di ogni singolo game. Non posso non avere tanti ricordi in testa legati a quel torneo. Scherzai durante la premiazione, dissi: ‘Roger non preoccuparti, non è la tua ultima finale. Vincerai un mucchio di tornei e quindi lasciami questo’”.

Nalbandian concluderà la sua carriera con un record di 11 tornei vinti, una finale di Wimbledon persa nel 2002 contro LLeyton Hewitt e un best ranking costituito dalla posizione numero 3 raggiunta nel marzo del 2006.Dopo la finale di Shanghai affronterà Roger Federer altre dieci volte uscendo vincitore in due sole occasioni. La parole pronunciate da Nalbandian durante la premiazione si riveleranno profetiche, poiché lo svizzero avrebbe aggiunto altri 70 tornei a quelli vinti sino a quel momento. Tra questi non figura però quello di Madrid 2007, perché in finale fu battuto da un argentino: proprio David Nalbandian.

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Editoriali del Direttore

Berrettini: il gran giorno dell’improbabile rivincita

Roger Federer indoor, seppur poco brillante con Thiem, non sembra alla portata del romano strapazzato da Djokovic. Far meglio che a Wimbledon il primo obiettivo

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Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

da Londra, il direttore

Una risposta sciocca e maleducata di Rafa: ora attendo le sue scuse

Se chiamassimo quello di oggi “il giorno della verità per Matteo Berrettini” saremmo tremendamente ingiusti. Matteo deve affrontare un signore svizzero che ha vinto questo Masters sei volte, un campione che nonostante la veneranda età talvolta cominci a giocargli qualche brutto scherzo (leggi scivolone), quattro mesi fa ebbe due matchpoint per strappare a Djokovic il titolo di Wimbledon.

È vero, altresì, che oggi a Matteo si chiede di far meglio almeno di quel che fece quel lunedì 8 luglio a Wimbledon contro lo stesso Roger Federer, il suo idolo che lo intimidì dal momento in cui i due fecero ingresso nel mitico Centre Court dell’All England Club. Finì, voi ricorderete e certo Matteo non scorderà mai, 6-2 6-1 6-1 in 74 minuti appena. Con Matteo che sbagliò tutto quel che poteva sbagliare, arrivando anche a sotterrare uno smash sulla rete da principiante, a dir poco imbarazzante, che palesò tutta la sua confusione mentale di quel giorno. In undici turni di battuta di Roger, Matteo raccattò soltanto undici punti. E i suoi primi servizi entrarono una volta su tre, intorno al 35%.

Matteo ha perso domenica contro il miglior ribattitore del mondo, Djokovic, 6-2 6-1, giocando meglio che a Wimbledon sì, ma non certo bene. Subito i leoni da tastiera che infestano il web, soprattutto di questi tempi in cui il tennis paga la sua cresciuta popolarità con l’approdo al mondo digitale di un sacco di gente che di tennis sa poco o niente ma sputa subito grandi sentenze da super intenditore – una delle più in voga ultimamente è che Sinner è già più forte di Berrettini e non perderebbe mai così netto da Djokovic o da Federer… – hanno bocciato severamente sia Berrettini dopo l’infausto esordio con Nole, sia i telecronisti di Sky Elena Pero e Paolo Bertolucci che si sono affannati a ripetere a più riprese – giustamente (io non li ho sentiti, ma lo immagino) come un esordiente al Masters non possa non pagare lo scotto della propria inesperienza contro i più esperti top-ten che il Masters lo hanno frequentato da anni.

Insomma il povero Berrettini è stato subito flagellato dai critici dell’ultima ora. Quasi hanno cancellato tutto quel di buono che lui ha fatto, due tornei vinti, otto semifinali concentrate negli ultimi sette mesi per salire da n.57 a n.8 del mondo.

Ora c’è una nuova mission impossible. Affrontare un Federer che dopo la terza sconfitta patita in un anno da Thiem non ha alternative che battere Matteo per scongiurare una clamorosa eliminazione. Roger ha tutto da perdere, ma a situazioni “pesanti” psicologicamente in tutti questi anni ha fatto il callo, Matteo nulla… se non che se prendesse un’altra stesa la sua immagine di aspirante campione potrebbe risentirne. Insieme alla fiducia nei propri mezzi, anche se il suo clan – Santopadre, Rianna, Massari – non ha fatto che ripetergli che lui è qui per fare esperienza e che questo è ancora un periodo in cui deve imparare dai veri big.

L’altro giorno Djokovic ha ricordato che lui non aveva vinto un match nel 2007, quando aveva 20 anni. Poi l’amico Stefano Meloccaro mi ha ricordato oggi che l’anno dopo, sempre a Shanghai, quello stesso Djokovic che all’esordio non aveva vinto un set con Nadal (e fin lì…), Gasquet e Ferrer, avrebbe poi vinto il suo primo di cinque Masters. Magari Matteo fosse in grado di realizzare lo stesso exploit. Oggi come oggi è proprio impensabile. I suoi limiti, rovescio, mobilità, attitudini difensive, paiono ancora importanti. Gli auguro un bel match con Federer. Vedremo.

 
Matteo Berrettini e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Instagram, @matberrettini)

Intanto la seconda giornata è stata caratterizzata dai contropiedi di Tsitsipas con Medvedev e di Zverev con Nadal. Entrambi i vincitori di giornata avevano perso cinque volte su cinque con i loro avversari. E invece hanno vinto in due set, senza neppure offrire una palla break alle due vittime. Leggete le cronache dell’attento Canevazzi (qui la vittoria di Tsitsipas, qui quella di Zverev). Fra Medvedev e Tsitsipas non corre davvero buon sangueleggete qui le origini della loro spiccata antipatia (“Di certo non andremmo mai a cena insieme” ha detto Tsitsipas che ha esultato come un matto dopo la trasformazione del matchpoint… e non solo per aver posto fine alla striscia negativa) –, ma la sconfitta più importante è quella patita con Zverev da Nadal (a proposito del quale ho raccontato una poco simpatica vicenda di cattiva educazione mostrata nei miei confronti da Rafa).

Nadal infatti non è ancora sicuro di chiudere l’anno come n.1 del mondo per la quinta volta in carriera (eguaglierebbe così Federer e Djokovic). Se Rafa vincerà una sola partita nel round robin, Nole dovrà arrivare in finale da imbattuto per prendersi il trofeo di numero 1. Se Nadal invece ne vincerà due, che siano round robin più semifinale o due nel round robin, allora Djokovic dovrà vincere il titolo. Evito di addentrarmi nelle svariate ipotesi per non confondervi le idee. Anche a me stesso… Per il dettaglio di tutti gli scenari vi rimando però a questo pezzo.

Ieri sera quando siamo corsi in sala conferenza stampa dopo il 6-2 6-4 di Zverev ai suoi danni (tre break per il tedesco che non ha concesso una palla break) si è pensato che Rafa – incerto nella partecipazione a causa del problema all’addominale che lo aveva costretto a ritirarsi a Bercy – potesse annunciare un nuovo ritiro. Se il forfait fosse arrivato sarebbe stato il sesto qui, quattro dei quali nelle ultime sette edizioni londinesi. E quando ha giocato aveva colto risultati ben al di sotto del suo standard: 16 vittorie e 13 sconfitte (ora 14). Questo record modesto spiega anche perché Rafa non abbia mai vinto questo torneo.

Rafa non ha accampato scuse, ha effettivamente servito senza mostrare alcuna paura nel forzare la battuta alle consuete velocità. Nadal aveva detto, prima di affrontare Zverev (che non dimentichiamo essere il campione in carica di questo Masters che ha avuto quattro campioni diversi negli ultimi 4 anni, Dimitrov nel 2017, Murray nel 2016, Djokovic nel 2015): “Ho 33 anni e mezzo, sono dunque vecchiarello per giocare tennis ad alto livello, mi sento fortunato a essere dove sono con tutti gli infortuni che ho avuto… si dice di tanti giovani come Zverev per esempio che sono il futuro del tennis, ma secondo me sono già il presente. Sarò felice di poter competere con loro per ancora un po’… poi sarò contento di guardare il tennis in tv!”. Mentre Zverev era al settimo cielo dopo aver sconfitto il tabù Rafa: “Avevo battuto gli altri due grandi (Novak e Roger), mi mancava solo Rafa…”.

Stasera chiudono Djokovic e Thiem. 6-3 per il serbo il bilancio dei confronti diretti, ma al Roland Garros l’austriaco si conquistò l’ultimo, il più bello e importante.

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