Fognini può perdere, ma anche vincere il torneo – Ubitennis

Editoriali

Fognini può perdere, ma anche vincere il torneo

Chi ha battuto Thiem può ripetersi con Nadal. È già successo. Il confronto con 15 azzurri. Gli exploit di un giocatore di talento non devono far dimenticare la maleducazione…

Ubaldo Scanagatta

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E ora tutti sul carro del vincitore a dir, dopo l’exploit ai danni di Thiem due volte semifinalista al Roland Garros e recente giustiziere di Nadal, quanto è bravo Fabio Fognini! Certo che è bravo quando gioca bene, così come certo che è maleducato quando si lascia andare a certe imperdonabili intemperanze.

Certo che Fabio è il miglior tennista italiano dai tempi di Adriano Panatta n.4, Barazzutti n.7, Bertolucci n.12. Lo è stato in termini di classifica, n.13 e quindi cinque/sei posti davanti a chi si è fermato a n.18 (Seppi, Gaudenzi, Camporese) o a n.19 (Furlan). E n.21 è stato Cancellotti, mentre n.25 è stato Volandri, n.26 sono stati Caratti e Canè, n.27 Zugarelli e Starace, n.30 Ocleppo, n.36 Bolelli, n.40 Pozzi, n.42 Pescosolido e Sanguinetti. Pochi di questi giocatori – e spero di non averne dimenticato qualcuno – sono stati vicini a quel loro best ranking a lungo. Salvo Camporese che nelle giornate di vena era capace di battere campioni del calibro di Lendl e Ivanisevic, Stich e Moya, come di portare a un long set al quinto (14-12) Boris Becker in Australia nel torneo (1991) che Boom Boom avrebbe vinto diventando n.1 del mondo, tutti gli altri hanno espresso un tennis meno irresistibile di Omar e di Fabio, anche se in tanti anni di carriera è capitato anche a Seppi di battere una volta sia Nadal sia Federer (sia pur dopo 10 sconfitte), a Gaudenzi di superare Courier, a Furlan di centrare qualche brillante exploit.

Ma Fognini a 31 anni, coetaneo di Murray e Djokovic, ha battuto 11 top-ten in carriera, un numero sufficiente a far ritenere che non siano stati risultati casuali, determinati da una cattiva giornata dei suoi avversari o da una sua performance davvero straordinaria. Nessuno su Ubitennis ha mai contestato il suo talento. La capacità di improvvisare tennis ad altissimo livello con una grandissima, spettacolare varietà di colpi, dritto, rovescio, volée, smorzate, lob, tocchi, frustate. Ma nessuno su Ubitennis ha mai voluto neppure censurarsi però per acquisire benemerenze – onde ricavarne interviste “esclusive” e  confidenze – quando occorreva essere cronisti e raccontare anche episodi che allo stesso Fognini (dopo aver dato loro vita…) non gli faceva piacere che venissero sottolineati: a Montecarlo nel match con Tsonga, a Wimbledon con Kuznetsov o a Flushing Meadows nel settembre scorso, i suoi comportamenti sono stati assolutamente inaccettabili e diseducativi. Gli exploit non devono far dimenticare la maleducazione.

 

Il miglior tennista italiano ha la responsabilità di essere un esempio per i ragazzi che si avvicinano al tennis. Non deve favorire gli alibi dei maleducati che si appellino al suo esempio: “Se lo fa Fognini posso farlo anch’io”. I suoi lanci di racchetta e di palla sono stati talmente tanti che non valeva neppure più la pena segnalarli – sarebbe parso accanimento… non terapeutico, visto che tanto non serviva a cambiarlo – così come le parolacce o le frasi ingiuriose rivolte a questo o quel giudice per una chiamata non condivisa (e lasciamo perdere quel che disse, dandogli di zingaro, all’amico – sic! – Krajinovic).

Ci sono colpe sia dei suoi primi educatori che dei primi maestri se non si è riusciti a correggerlo. E anche di tanti colleghi troppo accomodanti. Soprattutto le testate che non possono permettersi di inviare i loro giornalisti altro che a pochi tornei sono costrette ad accettare il compromesso di mostrarsi compiacenti e di chiudere un occhio nei confronti di un n.1 italiano. Poi è anche una questione di diversa personalità dei giornalisti. C’è chi tende naturalmente ad arruffianarsi con i potenti di turno – e anche i campioni finiscono per esercitare un certo potere – e chi invece vi rifugge, a costo di apparire scostante. Quante volte i potenti di turno non si accorgono di quanti cortigiani li attornino allo scopo di trarne qualche vantaggio personale. Ci cascano – e penso a certi politici – anche persone molto intelligenti. Figurarsi quelli che non lo sono. Ai miei ragazzi di Ubitennis ho cercato di insegnare il principio che un giornalista che vuole fare bene il suo mestiere non può fare l’amico del giocatore di cui deve scrivere, se vuole mantenere la sua autonomia di giudizio e di critica… La nostra forza – forza relativa intendiamoci, non siamo maestri di giornalismo e galateo – è la nostra indipendenza, l’autonomia da vincoli eventualmente condizionanti.

Credo di aver visto dal vivo buona parte di queste splendide vittorie di Fabio con i top 10 – credo più della metà – anche se ora lì per lì mi vengono in mente soprattutto quelle delle lezioni inflitte a Murray in Davis a Napoli e poi anche un anno fa qui a Roma, della rimonta a New York con Nadal che non aveva mai perso un match dopo essere stato avanti 2 set a zero. E mi vengono in mente anche tante sue maratone vinte in Coppa Davis. Mi crediate oppure no – e il clan Fognini sarà certo del no – ma vi assicuro che mi sono entusiasmato nel vederlo trionfare, con quei top ten ma anche con giocatori meno titolati. E non per interesse, per un puro calcolo dell’editore di una testata di tennis  che trae indubbio vantaggio da ogni exploit centrato da un tennista italiano. Mi sono entusiasmato nel vederlo giocare colpi che onestamente quei tennisti italiani che ho citato sopra non avrebbero mai saputo fare – ribadisco, salvo il miglior Camporese – e che anche ieri con Thiem ha sciorinato con una disinvoltura impressionante. Mi sono rimaste impresse alcune smorzate giocate quasi di controbalzo, un lob passante dopo uno scambio allucinante, una dropvolley dopo che Thiem aveva giocato un splendido tweener, una doppietta di smash fantastici.

Se Fabio avesse potuto rimediare a giornate meno brillanti con un gran servizio, come fanno e possono fare tanti, avrebbe ovviamente vinto molto di più che non cinque tornei in una quindicina di finali. Gli si rimprovera scarsa continuità, perché quasi mai è riuscito a giocare cinque, sei, sette grandi partite di fila. Ma il fatto è che il suo è un tennis ad alto, altissimo rischio basato sull’anticipo e quindi su una condizione atletica che deve essere sempre al massimo – non per tutti è così – e i cui margini di errore sono sempre risicati. Allora – e questo è un parallelo che mi sta a cuore perché lo usavo per un altro giocatore assai brillante, Adriano Panatta – basta che Fabio arrivi un nano secondo in ritardo rispetto ad un altro giorno, che la sua palla vada 10 km più piano, che la lunghezza e la precisione dei suoi colpi sia meno accurata per cinque centimetri e il suo rendimento complessivo calerà quasi impercettibilmente. E una partita vinta si trasformerà in un match perso.

È un po’ come il saltatore in alto che salta 2m e 35 ma non 2 metri e 40… se non ci fosse l’asticella con le misure, chi se ne accorgerebbe? Solo che mentre chi salta una volta, falliti i sei o i tre salti è costretto a fermarsi perché eliminato, chi gioca a tennis invece lo fa per due, tre, quattro ore. E la frustrazione per una giornata no, monta game dopo game, fino a che a qualche tennista più fragile di nervi questi saltano. A Fognini basta poco perché saltino. E non solo sul campo, ma anche fuori, magari anche in una conferenza stampa se arriva una domanda non gradita (o anche non capita: è successo un’infinità di volte sotto ai miei occhi).

A me tutto sommato interessa molto poco che Fabio mi parli o che non mi parli. Non mi cambia assolutamente nulla. Per me è molto più importante che vinca di più, che vada avanti in questo torneo, raggiungendo per la prima volta i quarti in 11 partecipazioni e magari battendo, dopo quel Gojowczyk che rappresenta una sorta di prova del nove, anche Nadal – lo ha già battuto 3 volte no? – per raggiungere una prestigiosa semifinale come a suo tempo Filippo Volandri. Filippo approfittò, lungo il cammino coronato da vittorie su Berdych e Gasquet, di una condizione molto molto incerta di Roger Federer e anche se oggi lui racconta che quella è stata la sua miglior partita di sempre io che c’ero – e che ne ho viste tante altre di Filippo, come ad esempio quella pazzesca giocata contro Robredo in Davis a Santander – vi assicuro che gliene ho invece viste giocare di migliori. Solo che oggi quasi nessuno si ricorda più di come stava Federer in quei giorni e allora suona bene raccontarla così, dal momento che Federer è una leggenda vivente e Robredo – ad esempio – non lo è e quindi non farebbe lo stesso effetto su chi ascolta le imprese che non ha visto.

Tutto ciò per dire che se Fognini battesse dopo Gojowczyk anche un Nadal sottotono, fra qualche mese non se ne ricorderebbe più nessuno. Che batta tutti quindi. Se vincesse il torneo – in fondo Thiem sembrava l’ostacolo più temibile per il superfavorito Nadal – e Zverev è sì meritatamente il terzo giocatore del mondo… ma in fondo per un set anche Berrettini è riuscito a rendergli dura la vita. Insomma, Fabio può perdere oggi, ma anche raggiungere una semifinale da giocare nel giorno in cui suo figlio Federico compierà un anno – auguri a lui e Flavia – e, perché no, arrivare anche fino in fondo. Il pubblico che anni fa lo ha fischiato pesantemente è pronto e carico a trascinarlo con il suo tifo entusiasta anche fino alla vittoria finale. Quella che il tennis italiano aspetta dal 1976 e da Adriano Panatta.

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Australian Open

E se Sharapova fosse tornata sul serio? [VIDEO]

MELBOURNE – Dimezzata la pattuglia azzurra. Restano solo i numeri uno, Fognini e Giorgi. Anisimova: è nata una stella? Per Federer e Nadal il torneo comincia ora. Djokovic… attento a Shapovalov

Ubaldo Scanagatta

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Maria Sharapova - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

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VIDEO – Ubaldo Scanagatta con il giornalista del New York Times Ben Rothenberg: la sorpresa Anisimova

 

Il poker è diventato una coppia. Otto azzurri al via (sette uomini più la sola Camila Giorgi), quattro al terzo turno, sono rimasti solo due che possono teoricamente approdare agli ottavi. E sono i numeri del nostro tennis, Fabio Fognini e Camila Giorgi.

Il primo è atteso dallo spagnolo Carreno Busta che lo ha battuto 5 volte su 5 ma secondo me è battibile. E anche secondo Lucone Vanni che contro di lui ha vinto i primi due set e (6-7 2-6 6-3 7-5 6-4) e lo ha tenuto in campo per 3 ore e 47 minuti. Camila fin qui ha passeggiato, ma non potrà farlo nel match che chiuderà la giornata del sabato australiano (e corrisponderà circa alle 11 italiane del mattino) contro Karolina Pliskova, ex n.1 del mondo, ex finalista dell’US Open, testa di serie n.7. Pliskova ha vinto 4 dei 5 precedenti duelli, il solo che ha perso è stato sulla terra battuta a Praga. Sebbene Camila abbia battuto 9 top-ten in carriera, e quindi abbia dimostrato di essere capace di qualsiasi impresa, avrà bisogno della complicità della giraffa ceca per raggiungere gli ottavi.

Di come si sono comportati i due italiani sconfitti nella notte italiana, Fabbiano con Dimitrov e Seppi con Tiafoe, ha già scritto Luca Baldissera. È evidente che i maggiori rimpianti li ha Andreas, perché Fabbiano ha giocato qui la sua miglior partita contro un Dimitrov bene in palla e quindi superiore, ancorché non così nettamente come si sarebbe potuto pensare. Da questa partita la fiducia di Thomas nelle proprie possibilità dovrebbe essere uscita rafforzata: “Sono partite come queste, in tornei e campi come questi, davanti a così tanta gente cui certo io non sono abituato, quelle per le quali noi tennisti in fondo viviamo e ci battiamo ha detto Thomas con la sua solita genuina semplicità.

Andreas invece rimpiange di aver giocato con poca attenzione all’inizio del quarto e del quinto set: “Mandare avanti di un break, subito 1-0, un giovane capace di esaltarsi e di giocare più libero da quel momento in poi, mi è costato caro”. Ci sono state soprattutto quelle tre pallebreak consecutive per raggiungere il 5 pari nel quarto set che potevano, se trasformate, condurre a un tiebreak in cui avrebbe potuto succedere di tutto. Peccato. Tiafoe ‘arrapato’ è comunque un cagnaccio. Bel servizio, gran rovescio, e un dritto arroncolato con una presa continental irregolare ma anche assai pesante quando lo tira a pochi cm dalla riga di fondo.

Per il resto… direi che lo scontro della giornata è stato quello fra Maria Sharapova e Caroline Wozniacki, due belle fanciulle che non si possono proprio vedere. Caroline non ha mai nascosto la propria antipatia per Maria.  “Lei non parla mai con nessuna di noi, non ha amiche nel circuito, sta con il suo team e basta” ha detto anche ieri. Ma tutti ricorderanno che Caroline era fra quelle che non aveva avuti peli sulla lingua all’epoca in cui Maria era stata “pescata” dal controllo antidoping e se fosse stato per lei Maria sarebbe stata squalificata a vita. Un anno e mezzo fa poi fra le due ci furono due frecciate mica male fra le due rivali all’US Open 2017. La prima a lanciarne una fu Carolina, furibonda per una sconfitta (6-2 6-7 6-1) con Makarova patita sul campo 17 dove il match era finito ben dopo la mezzanotte: “(Someone back from a drugs sentence… play every match on centre court!) Qualcuno di ritorno da una squalifica per doping… gioca ogni match sul campo centrale! E fare un orario che mettendo la n.5 del mondo come quinto match su un campo periferico è inaccettabile dichiarò in una videointervista al sito danese Exstrabladet su un campo periferico.

Maria Sharapova non gliele rimandò a dire dietro le spalle: “Prima di tutto sapete bene che non sono io a fare gli orari – disse dopo aver passato il terzo turno, lei che era n.146 del mondo e aveva potuto rigiocare dopo 15 mesi di squalifica grazie a una wild card contestata da tante giocatrici (fra cui Woz) – io lotto ovunque mi mettano, sono felice anche se mi fanno giocare nel parcheggio del Queens. La sola cosa che a me importa è che sono in ottavi. Sì, non so bene dove sia lei… (I am not sure where she is…)”. Perfida Maria.

Al di là di queste schermaglie, e di una rivalità datata e preceduta ieri da 10 duelli (6-4 per Maria erano gli head to head, ma l’ultimo match risaliva al 2015, a Madrid e l’aveva vinto Maria), il match è stato bello, intenso, ben giocato. Di più. Non avevo più visto giocare così bene Sharapova da un anno e mezzo, quando aveva battuto al primo turno dell’US Open 2017 Halep per la settima volta consecutiva: 6-4 4-6 6-3 fu il punteggio. E sapete come ha vinto stavolta su Woz? 6-4 4-6 6-3. Piuttosto curioso non trovate? Sulle seconde di servizio non trascendentali di Woz, Maria ha sparato risposte di dritto fulminanti. Meglio che ai bei tempi, quando era n.1. E che fosse ben determinata lo ha mostrato – vedi anche cronache di Vanni Gibertini – il recupero nel primo set da 1-4 a 6-4.

“Lì ho perso il mio ritmo…” ha detto Wozniacki, campionessa in carica, che ha sorprendentemente finito per perdere anche alcuni scambi lunghissimi… “Quelli che lei di solito predilige…”, ha affondato il coltello Maria nella conferenza post match. Forse Maria stavolta “is really back”. Ma poiché al prossimo turno ha un altro osso duro, la beniamina locale Barty, poi eventualmente la vincente di Kvitova-Anisimova, sarà meglio aspettare a dirlo. Anche perché la metà bassa del tabellone è presidiata da Angie Kerber. Mi hanno fortemente impressionate tutte le tenniste appena citate. Kvitova che gioca bene per me è forse la più forte in assoluto, ma sappiamo bene anche quanto possa essere discontinua. La maturità della ragazzina del New Jersey, la diciassettenne Amanda Anisimova che si è liberata della temutissima Sabalenka (n.11), ha fatto scalpore. Questa ragazzina figli di genitori russi è davvero fortissima. Già oggi, non solo domani. Inutile dire che il suo idolo è Maria Sharapova… probabilmente perché russa trapiantata in America fin da bambina.

Passando agli uomini ero sicuro che Nadal fosse di un’altra categoria rispetto a De Minaur, il pupillo di Hewitt (per il quale stravede talmente che i vari bad boys Tomic e Kyrgios gliene dicono di tutti i colori). È stato come vedere di fronte sul ring due pugili di categorie diverse, un peso massimo contro un peso nemmeno medio, diciamo un welter. No match. E anche Federer contro… l’amico Fritz ha potuto fare quel che voleva. 6-2 7-5 6-2 non è così diverso da 6-1 6-2 6-4, ci sono solo due game in più per Fritz.

I colleghi spagnoli, sempre assai patriottici, facevano osservare a Rafa che, per via di quattro iberici al terzo turno, nessun altro Paese aveva fatto meglio. Ma Rafa ha avuto buon gioco a replicare (in spagnolo quindi non lo troverete sui transcripts): “Fino a 25 anni fa chi avesse raggiunto un quarto di finale in uno Slam sarebbe stato esaltato come il protagonista di un grande risultato. Ma poi da 15/10 anni abbiamo avuto tanti di quei giocatori, di top ten, che la gente spagnola… si è abituata male. Vero che siamo arrivati in quattro al terzo turno… ma siamo tutti di una certa età, Verdasco (che stava vincendo due set a zero con Cilic ma ha perso al quinto dopo aver avuto occasione di vincere in 4), io, Bautista Agut… il più giovane è Carreno Busta. L’unico giovane che abbiamo in questo momento è Munar… siamo realisti, mi sa che rimpiangeremo a lungo il periodo che abbiamo vissuto, perché il ricambio generazionale non mi pare che ci sia”.

Che dovrebbero dire gli svizzeri allora che dopo Federer e Wawrinka hanno solo Laaksonen? Inciso: in ottavi Roger troverà Tsitsipas e dovrà stare attento, molto attento, perché il ragazzino greco non ha timori reverenziali. E i cechi che si affidano ancora al “riesumato” Berdych che ha chiuso in bellezza contro Schwartzman e sarà il prossimo avversario di Rafa? Chi vincerà fra Rafa e Berdych troverà il vincente di Tiafoe-Dimitrov, partita fra i due che hanno fatto fuori Seppi e Fabbiano nonché giocatori brillanti, divertenti da vedere.

Ce ne sono meno nella parte alta del tabellone dove stanotte mi incuriosisce Djokovic-Shapovalov, anche se credo che Nole vincerà senza troppi problemi perché è troppo più solido, dove seguirò naturalmente Fognini-Carreno Busta con Fabio che giocherà certamente i colpi migliori ma potrebbero non bastare e poi però non c’è nessuna partita che mi ecciti particolarmente. Direi nemmeno fra le donne, a meno che Venus Williams riesca a mettere sotto torchio una Halep ancora convincente a metà. Ma ci credo poco. Credo quasi più in Camila Giorgi contro Pliskova. Ma magari confondo, da buon patriota, la speranza con la realtà.

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Australian Open

Australian Open: 4 italiani al terzo round, un discreto risultato [VIDEO]

Un po’ di storia azzurra a Melbourne. Indovinate quante volte e partite hanno giocato Pietrangeli e Panatta. E il migliore fra tutti? Il più continuo?

Ubaldo Scanagatta

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VIDEO: Zverev shows great character in 2nd round battle

Quattro tennisti italiani al terzo turno dell’Australian Open. Dopo Fabbiano e Seppi anche Fognini e Giorgi ce l’hanno fatta. E loro senza perdere un set, mentre Fabbiano aveva battuto Opelka al long tiebreak del quinto set e Andreas in tre su Thompson.

 

Non è ancora un risultato straordinario, ma di Slam ne ho seguiti parecchi – questo è il mio n.151 (45 Wimbledon, 43 Roland Garros, 35 US Open e 28 Australian Open – e ne ho visti parecchi andare molto peggio a cominciare da quello tristemente memorabile di un Wimbledon in cui perdemmo 11 partite su 11 al primo turno.

Stanotte giocheranno Fabbiano contro Dimitrov testa di serie n.20 nella Melbourne Arena e qui una volta in semifinale e due nei quarti e Seppi contro Tiafoe (Andreas nel 2015 battè Federer!) il primo certamente contro pronostico, il secondo più equilibrato sulla carta.

Andreas è n.35 ATP, Tiafoe n.39. Andreas ha quasi 35 anni, Tiafoe ne ha 20, 15 di meno. Di chi è il vantaggio? Meglio essere più esperti o più giovani? Non dovrebbe fare troppo caldo. Seppi non sarà entusiasta dell’orario, secondo match del giorno dopo un doppio, ma il clima non sarà torrido: “A me piace giocare o il primo match, così sai esattamente a che ora cominci, oppure va bene anche il terzo perché si va verso ore più fresche anche se su certi campi possono dar noia giochi di luce e ombra”.

È la prima volta nell’Australian Open che tre italiani hanno raggiunto il terzo turno qua. L’anno scorso fu il primo anno in cui in due raggiunsero contemporaneamente gli ottavi: Fognini e Seppi. Fognini per la seconda volta dopo il 2014 e perse netto da Berdych, Seppi per la quarta e perse da Edmund.

Ricordando che Camila Giorgi dovrà affrontare Karolina Pliskova (ci ha perso 4 volte su 5; l’unica vittoria è arrivata sulla terra rossa, la superficie meno amata dalla Pliskova che perse a Praga, torneo che non avrebbe mai giocato se non fosse stato a casa sua), Fognini domani dovrà giocare con Carreno Busta con il quale ha perso 5 volte su 5 sembra abbastanza improbabile – mai dire mai però – che vincano tutti e tre e si qualifichino quindi in massa per gli ottavi. Se succedesse sarebbe la prima assoluta per il nostro tennis maschile non solo qua ma in tutti gli Slam a livello di Era Open.

Ora si dirà che in fondo aver vinto due partite non è poi granché, però è abbastanza curioso pensare che una volta in Australia i nostri giocatori più forti non venivano neppure. I due nostri giocatori di maggior prestigio, Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta sono venuti fin qui una sola volta. Come, del resto, Bjorn Borg che avrebbe affrontato la trasferta australiana soltanto se avesse potuto centrare il Grande Slam come Rod Laver: ma quattro finali perse all’US Open lo persuasero a restarsene a casa.

Quell’unica volta, nel ’57, Nicola Pietrangeli si fermò proprio al terzo turno e perse dall’australiano Mal Anderson 97 62 62. Panatta venne soltanto a 18 anni e mezzo, quando la federtennis decise di inviare in Australia cinque giocatori per un paio di mesi. Adriano l’erba non l’ha mai digerita troppo. Aveva un servizio potente ma piatto, senza troppo slice esterno. Perse al primo turno da un australiano ben più modesto di Anderson, Terry Addison. E perse proprio male: 60 75 61 al primo turno nel 1969. Contro Addison-Keldie, mi capitò di perderci un doppio.

Agli ottavi in Australia il primo azzurro di sempre è stato Omar Camporese. Era il ’92 e Omar perse da Lendl in tre set. L’anno prima era stato il terzo turno quando lui perse un match memorabile 14-12 al quinto da Boris Becker che avrebbe poi vinto il torneo e sarebbe diventato n.1 del mondo. Qualche giorno dopo quel trionfo Boris affrontò l’Italia in Coppa Davis a Dortmund. L’Italia perse ma Camporese batté Stich (che a luglio avrebbe vinto Wimbledon battendo in finale Becker nell’unica finale tutta tedesca di tutti i tempi) e rese nuovamente dura la vita a Becker. Alla vigilia di quel match fui in grado di realizzare una clamorosa intervista scoop…solo perché Boris mantenne la parola di farsi perdonare per essermi franato addosso sull’aereo Lufthansa di ritorno Melbourne Francoforte e mi concesse un’intervista esclusiva dopo aver fatto uscire dalla sala conferenze della Westfalen Arena di Dortmund dopo aver fatto uscire un centinaio di increduli colleghi tedeschi – Boris era appena diventato il primo n.1 del mondo della storia del tennis tedesco – e una dozzina di italiani. Vedi video aneddoto  ma decisamente quando mi addormento – vedi recente episodio con Rafa Nadal – ottengo risultati insperati!

A Melbourne Furlan arrivò in ottavi nel ‘96 dopo aver battuto Ivanisevic, ma perse da Enqvist. Ma Cristiano Caratti aveva fatto meglio di tutti nel ’91: è stato il piemontese l’unico azzurro mai giunto qui nei quarti. Batté Krajicek al quinto, e perse da Patrick McEnroe al quinto. Krajicek, classe ’71 aveva 20 anni e ancora pochissimo rovescio. Era cresciuto 25 cm in poco più di un anno, fino al metro e 96, e si muoveva male perché le cartilagini delle ginocchia avevano sofferto per una crescita troppo rapida. Il padre un giorno sì e l’altro pure lo seminava con l’auto a 7 km da casa, sulla via del ritorno dal circolo tennis, e lo costringeva a rincorrerlo fino allo sfinimento. Però l’olandese nel ’96 avrebbe vinto Wimbledon spezzando la serie di Sampras.

Tornando agli italiani e al terzo turno forse sarà il caso di ricordare che Pozzi (in 11 partecipazioni) e Gaudenzi (in 9…) al terzo turno ci sono arrivati una sola volta. Per questo l’attuale traguardo dei nostri tre …non è banale né disprezzabile.

Certo, al di là del risultato estemporaneo di Caratti, e di quello più pronosticabile di Camporese, nessuno ha fatto meglio in Australia di Andreas Seppi che non ha quasi 38 anni come Federer, ma il 21 febbraio ne compie 35. Non c’è dubbio che qua in Australia si trova meglio che…a Caldaro, il suo paese di nascita. Altrimenti non avrebbe centrato già quattro volte gli ottavi di finale, incluse le ultime due edizioni. Per lui, insomma, approdare al terzo turno, non è una gran novità, anche se da n.35 del mondo significa intanto essere in fondo entrato fra i 32 superstiti del torneo. Chissà perché a New York, dove si gioca sempre su campi in cemento anche se un tantino diversi, Andreas non è mai andato oltre tre terzi turni in 15 presenze, con 7 ko al primo e 5 al secondo.

Lui lo spiega con il fatto che a settembre arriva stanco, mentre qui arriva dopo qualche settimana di riposo e qualche altra di preparazione fisica. Perché lui e il suo coach di sempre Sartori non abbiano mai pensato che forse poteva valere la pena di non giocare tornei ad agosto ma di fare una ripresa di preparazione fisica non so.

Parlando di tenniste invece qui ai quarti ricordo esserci arrivate Adriana Serra Zanetti – cui ebbi l’incombenza di farle da coach il giorno in cui giocò contro Martina Hingis solo perché il suo coach abituale era ripartito con sua sorella Antonella: chissà che se Adriana avesse battuto Martina non avrei cambiato mestiere, liberandovi da un Ubitennis mai nato – Francesca Schiavone e Sara Errani.

Ho esaurito qui il capitolo italiani e spero di non avervi annoiato con gli amarcord.

Tennis Internazionale allora?

Fra le donne non è successo nulla, perché la sola testa di serie a crollare è stata la Suarez Navarro, n.23, davanti all’ucraina Yastremska. Ma se perdeva Simona Halep con la Kenin avanti 4-2 nel terzo, sarebbe stata ben altra notizia. Ma a Simona piace vivere pericolosamente.

Fra gli uomini va registrato il ritiro di Thiem, n.7, con la wild card aussie Popyrin, la battaglia vinta al tiebreak decisivo di Nishikori con Karlovic che aspirava a 40 anni a diventare il tennista più anziano al terzo turno dai tempi di Ken Rosewall che nel 1978 aveva qualcosa come 44 anni e 62 giorni! Quando si dice un Maestro. In cinque set ha vinto anche Zverev con Chardy. Mentre Chung, semifinalista qui un anno fa, perdendo dal doppista francese Herbert, scenderà a n.50 dopo essersi arrampicato su fino a n.19. Una brutta retrocessione dovuta in buona parte a problemi fisici.

Invece sono bastati 3 set a Djokovic con Tsonga, 11 anni dopo la finale del 2008 che coincise con il primo Slam vinto da Djokovic, nel match serale cominciato molto tardi dopo che Serena aveva spazzato via la Bouchard ma il duello di 4 set e 4 tiebreak vinto da Raonic e Wawrinka era durato 4 ore (cui si era aggiunta anche l’interruzione dovuta alla pioggia). Così Djokovic e Tsonga hanno giocato fin quasi alle una di notte. Meno male che i due italiani questo venerdì non giocano per primi. Un po’ si dorme…se non si vuole cadere nelle braccia di Morfeo alla prossima conferenza stampa di Nadal (alle prese in serata con De Minaur) o di Federer (con Fritz).

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Australian Open

Australian Open: il vero gigante? Fabbiano [VIDEO]

MELBOURNE – 38 centimetri e 67 ace di Opelka non lo fermano. Tre terzi turni per lui. Eppure 12 anni fa… Seppi l’habitué. La maledizione del quinto set. Olandesi a casa, greci sugli scudi. Il dito medio di Putintseva

Ubaldo Scanagatta

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Thomas Fabbiano e Reilly Opelka - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

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VIDEO – Ubaldo Scanagatta con il giornalista svizzero Laurent Ducret: domani il vento aiuterà Wawrinka?

 

Si legge nel primo libro di Samuele: “Dall’accampamento dei Filistei uscì un campione, chiamato Golia, di Gat; era alto sei cubiti e un palmo”.

Beh Reilly Opelka, 102 kg è alto 6,11 (in feet e inch), 2 metri e 11 cm per noi indigeni. Più o meno ci siamo. Golia Opelka non aveva in testa un elmo di bronzo, né sul corpo una corazza a piastre, ma con la sua lancia – una racchetta che in quelle braccia pareva minuscola e roteava battute spaventose che sovrastavano con il rimbalzo il piccolo Thomas Davide Fabbiano – era capace di scagliare 67 frecce, chiamate volgarmente anche ace. E Golia Opelka ha fatto tutto ciò. Di più non poteva. Ma non è la prima volta che un italiano si traveste da… Davide e fa fuori il Golia di turno, senza scoraggiarsi all’infuriar degli ace. Ricordo Bracciali mettere  k.o. Karlovic a Wimbledon anni addietro. Seppi l’australiano – che non è lontano parente del Seppi americano: qui ha raggiunto già 4 volte gli ottavi di finale, negli USA mai –  far fuori lo stesso Karlovic lo scorso anno qui. E nel suo piccolo anche Renzo Furlan far lo stesso qui a Melbourne con Goran Ivanisevic che non era alto due metri ma serviva meglio che se lo fosse, essendo per di più terribil mancino. Eppoi, comunque, fra lui e Renzo una ventina di centimetri c’erano tutti.

Mai però 38 cm come fra il ventunenne della Florida Reilly Opelka, 2m e 11cm come ho accennato, e il nostro Davide delle Puglie, Thomas Fabbiano, 1 metro e 73. Guai a dire ancora che è piccolo, d’ora in avanti. Sissignori, è lui il vero gigante, non certo Opelka che al di là del servizio e di terribili mazzate di dritto quando se ne sta fermo, sa fare abbastanza poco. Le gambone e i 104 kg soffrono se c’è chi riesce a rispondere al suo servizio spaventoso e soprattutto a non demoralizzarsi se ti piombano addosso, anzi sopra la testa, gragnuole di noci di cocco a velocità ultrasuoniche. E se i game perfetti, fatti di 4 aces, si susseguono.

Ricordo di aver visto esibirsi il vero gigante, l’ex ragazzino di San Giorgio Ionico oggi quasi trentenne, una dozzina di anni fa, semifinalista junior all’US Open. Tanti dubitavano che avrebbe sfondato da professionista. Era troppo piccolo. Il suo metro e 73 sembrava un handicap insuperabile. Eppoi l’altro ragazzo italiano giunto in semifinale in quello stesso torneo, Matteo Trevisan, sembrava in prospettiva di un’altra categoria. L’espertissimo coach Sven Groenevald, allenatore di una miriade di campionesse e campioni (Seles, Sanchez, Pierce, Ivanovic, Sharapova, Stich, Haas, Kiefer, Rusedski…) mi aveva pronosticato proprio qui in Australia quattro mesi dopo quello US Open junior un avvenire da top-ten per Matteo, il ragazzo di Santa Croce, il fratello maggiore di Martina: “Ha servizio e dritto esplosivi”. Ma Thomas aveva altre qualità che, con il tempo, si sono mostrate più decisive. Testa, intelligenza superiore alla media, umiltà, solidità mentale, grinta, attitudine al lavoro e al sacrificio, costanza, capacità continua di apprendimento.

Sconfiggere un bestione (più che una giraffa) di due metri e 11 cm come il ventunenne americano della Florida Reilly Opelka, giustiziere al primo turno dell’altro gigante John Isner (solo 2m e 8 cm) è stato un exploit pazzesco per Thomas Fabbiano che, entrato all’ultimo tuffo in tabellone quando temeva di esserne rimasto fuori– questa settimana è n.102 – si ritrova al terzo turno di uno Slam per la terza volta. E ne è più che legittimamente orgoglioso, fiero di poter sottolineare la propria completezza tecnica: “Esserci riuscito in 3 Slam diversi, l’US Open nel 2017, Wimbledon l’anno scorso e ora qui in Australia è è già una gran bella soddisfazione anche se… non mi vorrei fermare qui”. Si è pure tolto la soddisfazione di mettere a segno due ace. Anche se se ne ricorda uno solo.

All’US Open Thomas perse da Lorenzi (a sua volta sconfitto dal futuro finalista Anderson). A Wimbledon l’anno scorso trionfò su Wawrinka in 2 manches e 3 set nel corso dei quali annullò ben otto set point al campione svizzero di 3 Slam per il risultato migliore di sempre. Al prossimo turno a Melbourne Park trova quel Dimitrov che qui in Australia ha raggiunto una semifinale e due quarti di finale. Sarà dura, durissima. Intanto Thomas che non si nasconde dietro atteggiamenti ruffiani: “Se tutto il tennis fosse quello che gioca Opelka io non l’avrei mai giocato, anzi non l’avrei mai nemmeno guardato. Non è tennis”. In effetti è un altro sport.

Con i 67 ace Opelka si piazza al quinto posto nella graduatoria degli ace in un match, dietro i 113 di Isner e i 103 di Mahut nella celebre maratona di 3 giorni a Wimbledon 2010 (70 a 68 nel quinto set che non potrà mai più essere battuto altro che al Roland Garros, l’unico torneo a conservare il long-set decisivo). E poi dietro un 78 e un 75 aces di Ivone Karlovic. Intanto con questo risultato Thomas intasca 155.000 dollari australiani che non gli faranno schifo e rallegreranno anche il suo ultimo coach Federico Placidilli: “Non ho avuto troppi coach: dopo il mio primo maestro per 12 anni, Pierri, ci sono stati Brandi, Magnelli, Gorietti e gli altri a Foligno, ora Placidilli ma mi danno mano anche Sartori e Piatti” – sale (virtualmente) a n.84. Il suo best ranking è stato n.70 nel 2017, dopo quell’US Open appena ricordato.

Con Fabbiano a Dubai un anno fa Ubitennis ha pubblicato una bellissima intervista scritta dal nostro validissimo Ferruccio Roberti e come me la sono letta e riletta io spero lo facciate anche voi. Se poi vorreste fare un ripassino di quanto accadde a Wimbledon e delle cose interessanti e intelligenti che disse Thomas, leggete qua. Nel segnalare il risultato, 6-7 (15-17) 6-2 6-4 3-6 7-6 (10-5), sottolineo un particolare: sono stati giocati 47 punti di tiebreak (17-15 più 10-5). E Thomas è stato particolarmente bravo ad assorbire il brutto colpo di un primo set perso nonostante un abbrivio di 4-0 nel tiebreak e di cinque setpoint, peraltro tutti sul servizio di Golia Opelka. 67 ace… è come non aver toccato palla per quasi 17 game di risposta. Il problema non era non deprimersi: era previsto. Era giocare con un’incredibile tensione addosso i propri game di servizio. Perderne uno con tutta probabilità voleva dire perdere un set. “E sono contento di averne perso uno solo. Non mi è capitato spesso.

Merito suo. E non solo. Oggi si può dire… meno male che c’era il tiebreak. Ma ieri Thomas avrebbe preferito che non ci fosse: “Lui ne ha giocati certamente di più… e nel tiebreak molto dipende da quanti servizi gli entrano. Avrei preferito un long-set, ma ora non mi lamento davvero. Anzi, meglio così. Non sono nemmeno stanco. Forse è ancora l’effetto dell’adrenalina”. Bene. Fabbiano ha scongiurato anche la maledizione del quinto set che aveva colpito Cecchinato con Krajinovic, Vanni con Carreno Busta e Travaglia con… Fabbiano. I primi due avevano condotto due set a zero, il terzo due a uno. Se il derby francese di primo turno fra Chardy e Humbert non fosse stato vinto dal primo per 10-6 al tiebreak decisivo, quello vinto dal ragazzo pugliese sarebbe stato storico. Il primo. Invece è il secondo.

Scusate se, per evitare di addormentarmi ad una prossima conferenza stampa (magari di qualcuno meno amico e meno spiritoso di Nadal) liquido in poche battute il resto. Appunti sparsi. Federer soffrendo un tantino, ha subito un break del quale si è poi lamentato con se stesso, e Nadal hanno vinto tutto sommato senza mai dare l’impressione di poter perdere. Con De Minaur sarà più dura? Forse no. Mi pare ancora troppo leggerino. “Abbiamo provato a far piangere gli australiani con Laaksonen, ma non ci siamo riusciti” mi ha detto il collega svizzero dal nome italiano, Visentini, mentre con un altro collega svizzero, Laurent Ducret ho registrato il quotidiano video in inglese appuntato in particolare su Federer ai primi passi e i suoi ricordi nonché su Wawrinka (che secondo lui batterà Raonic).

Le teste di serie eliminate sono quasi tutte nel “quarto” di Nadal: Anderson n.5 da Tiafoe (Seppi non si lamenta di certo), Isner n.9 l’altra notte come Edmund n.13. E Schwartzman si è salvato per miracolo visto che perdeva 4-1 al quinto da Kudla. Invece l’altro americano Fritz ha sorpreso Monfils e sarà il prossimo avversario di Federer. Ho salutato i tristissimi colleghi olandesi in partenza: eliminati Haase da un Berdych in rinnovato spolvero e soprattutto Bertens n.9 da Pavlyuchenkova… pagano la crisi economica dei giornali dei Paesi Bassi (ma anche nei Paesi… Alti la situazione non è migliore).

Erano molto più allegri invece i due colleghi greci: per la prima volta registrano il bis contemporaneo al terzo turno, Tsitsipas e Sakkari sugli scudi di… Aiace Telamonio. Hanno goduto di un tifo da stadio. “Mai avuto un sostegno così entusiasta…– ha riconosciuto Stefanos  – e aiuta, aiuta davvero. Capisco perché Marcos Baghdatis abbia ottenuto qui i suoi risultati migliori. A Stefanos ho passato il biglietto da visita del miglior ristorante greco di Melbourne, Jim the Greek Tavern in Collingwood street. Mi ha detto che ci andrà. Non sarà bello ma all’alba delle cinque, trascurando le vittorie facili di Kerber, Sharapova, Stephens, Wozniacki, Barty, Sabalenka, Kvitova vado a letto suggerendo ai curiosi di guardarsi il gestaccio dell’ombrello – con tanto di dito medio indirizzato al pubblico reo di non fare il tifo per lei – di Putintseva all’uscita dal campo dopo la sconfitta con Bencic. Una vera signora.

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