Corentin Moutet, il nuovo poeta maledetto del tennis francese

Interviste

Corentin Moutet, il nuovo poeta maledetto del tennis francese

Esclusiva con la giovane promessa francese. Vittorioso contro Karlovic al suo primo Roland Garros, Moutet ci ha svelato le sue passioni: tennis, musica e poeti maledetti

Laura Guidobaldi

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Dalla nostra inviata

 

PARIGI – Nella prima giornata degli Internazionali di Francia, oltre all’eliminazione della campionessa in carica Ostapenko, ha fatto sensazione la prestazione di una delle stelle nascenti del tennis francese in un match che prometteva spettacolo: si scontravano il tennista più giovane del tabellone contro il più anziano, Corentin Moutet, 19 anni e 38 giorni e “Ivone” Karlovic, 39 anni e 88 giorni. E, udite udite, è stato il francesino ad avere la meglio sul croato, superandone i 211 centimetri e l’esperienza dei suoi quasi 40 anni. Tennista sorprendente Corentin Moutet che, nonostante la giovanissima età, è già un personaggio. Dall’andatura lenta e ciondolante e dall’espressione imperturbabile, in realtà Corentin ha il fuoco dentro.

Con la racchetta il tennista di Neuilly sur Seine fa meraviglie, facendo esplodere un ardore che lo contraddistingue dentro e fuori dal campo. Dotato di variazioni deliziose, un serve & volley tanto delicato quanto spumeggiante e di smorzate imprevedibili e maliziose, il 19enne parigino si distingue dalle ultime generazioni di tennisti costruiti sulla regolarità martellante e monocorde da fondocampo. È vero che Ivo è apparso particolarmente falloso, ma Moutet ha saputo coglierlo di sorpresa, prendendogli continuamente il tempo, cercando di arginare le sue bordate di servizio e prendere l’iniziativa durante gli scambi con smorzate, volée e passanti, superandolo così in tre set con lo score di 7-6(9) 6-2 7-6(5) in 2 ore e 8 minuti. Quest’oggi sfiderà David Goffin, vittorioso su Robin Haase dopo una maratona terminatasi 6-0 al quinto.

IL GUSTO PER L’ITALIA E L’ARTE – Insomma, Corentin supera il primo vero “esame” della sua giovane carriera tant’è che, nella sua prima importante conferenza stampa egli stesso stenta a crederci. Quando arriva in sala stampa è incredulo; scatta una foto alla stanza con i giornalisti seduti ad aspettarlo ed entra esordendo “Ma siete davvero tutti qui per me?! Non ci credo!“. Sorridente ed emozionato, il francese è raggiante, felice di rispondere alle domande di rito post match. Dopodiché, terminata la conferenza stampa generale, si è concesso alle domande di Ubitennis. Una bella chiacchierata, in cui non si è parlato solo di tennis ma anche di musica, poesia e dell’Italia. “Lei è italiana?” mi chiede Corentin non appena viene a sapere che desideriamo intervistarlo, “una volta ho giocato vicino al Lago di Como e mi sono innamorato di quella regione. Era così bello che ho voluto imparare l’italiano; ho cominciato a studiarlo ma poi, dopo un mese, purtroppo ho smesso perché le regole della grammatica erano molto complicate e non avevo nessuno con cui poter fare un po’ di esercizio. Ma mi piacerebbe tantissimo poter parlare italiano!” 

È noto infatti il gusto della letteratura e delle belle arti da parte del giovane francese, aspetto che, rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi, gli conferisce quel carattere un po’ insolito e intrigante. Eppure, nonostante si diletti a leggere i classici e ad imparare a suonare il pianoforte, egli dice che, in fondo, “non mi piace poi tanto studiare. Associo lo studio alla scuola e, quando andavo al liceo, non mi piaceva la gerarchia che viene imposta; per esempio, non era possibile entrare in classe con il cellulare e questo non mi piaceva. Non mi andava che qualcuno mi dicesse cosa dovevo o non dovevo fare o leggere. In fondo siamo tutti uguali, no?“. Un temperamento ribelle che, molto spesso, si manifesta anche sul campo, con sfuriate e lanci di racchetta tanto da far gettare la spugna anche a un coach “navigato” come Thierry Ascione. “Leggere è meraviglioso” continua Moutet “ma se ti impongono una lettura che non ti interessa, poi ti passa la voglia e ti viene il rigetto dei libri, ed  è un gran peccato. Invece adesso leggo quello che mi piace e adoro prendere del tempo per dedicarmi a un bel libro“.

E allora, quali sono le letture preferite di Corentin?Mi piace molto Baudelaire e l’aspetto un po’ oscuro della sua poesia, l’emozione e la tristezza che essa sprigiona; è molto profondo, mi piace davvero tanto. Mi dedico alla lettura soltanto da due anni, ma ci sono delle opere che ho trovato meravigliose come, per esempio, “L’ultimo giorno di un condannato a morte” di Victor Hugo, è un romanzo stupendo. Ogni tanto mi piace soffermarmi su una poesia; come dicevo, adoro quelle di Baudelaire ma mi piacciono molto anche i versi di Rimbaud“. Il 19enne parigino ha inoltre una grande passione per la musica e, tra i suoi gusti, c’è anche un compositore italiano: “Sì adoro la musica, la ascolto tutto il giorno. La lettura richiede più tempo, bisogna essere soli e avere molto tempo a disposizione per leggere un libro mentre possiamo ascoltare la musica in qualsiasi momento. La mia musica preferita? Nella musica classica mi piace molto il “Notturno” di Chopin e i pezzi di Ludovico Einaudi; poi mi piace la musica leggera francese. La lingua francese è magnifica e la musica la valorizza molto. Apprezzo cantanti anche del recente passato o di generazioni passate ma che sono sempre attuali come Jacques Breil e Charles Aznavour. Adoro i cantanti che raccontano nei loro pezzi la loro vita e le loro emozioni“.

INIZIO PROMETTENTE – Mentre parla, Corentin appare molto diverso dal bad boy insofferente e irrispettoso che ha scoraggiato allenatori e pubblico e, del resto, contro Karlovic, ha mantenuto un aplomb e una calma sorprendenti, rimanendo concentrato e in silenzio ad ogni punto: “Sto lavorando molto nel cercare di mantenere la calma in campo. Spesso sono criticato per il fatto di innervosirmi quando gioco ma ci sto lavorando davvero tanto. E con Karlovic ci sono riuscito, sono orgoglioso di come ho saputo gestire il match e restare concentrato. Mi fa piacere che sia stato notato. In Francia, ma anche altrove, di solito, se l’atteggiamento in campo è negativo, viene subito criticato e se ci si comporta correttamente la cosa viene considerata del tutto normale e non viene valorizzata. Invece è importante notare quando facciamo dei progressi anche in questo senso”.

Qual è stata la chiave con Karlovic allora?È stato importante giocare punto dopo punto senza pensare allo scambio o al gioco precedente, dovevo restare nel presente del match. Un passante o una volé, potevano fare la differenza. Karlovic può prendere facilmente il controllo della partita con il servizio e per me era importante quindi restargli sempre attaccato e fare quello che in generale mi riesce bene“. A differenza della maggior parte dei tennisti della nuova generazione, Moutet infatti non si limita a ingaggiare la lotta da fondo ma ama ricorrere a soluzioni diverse e imprevedibili come il serve & volley e le smorzate. Che ne pensa Moutet di queste sue caratteristiche, anche rispetto ad altri tennisti? “Io giocavo molto a minitennis. Con i miei amici, da ragazzini trascorrevamo ore e ore sui campi del minitennis ed è un tipo di gioco in cui non fai altro che eseguire colpi di tocco e al volo e credo di aver conservato quei meccanismi nel mio gioco. Tutto quello che facciamo quando si è molto giovani poi lo ritroviamo più tardi, sono schemi che ora fanno parte del mio tennis”.

Dopo essere stato seguito da Thierry Ascione, Corentin ora si allena al Centro federale francese e, in particolare con Laurent Raymond. Al prossimo turno, per Moutet (attualmente n. 140 ATP) ci sarà il n. 9 del ranking David Goffin. Come ha trascorso Corentin questi due giorni per prepararsi al prossimo rendez-vous del Fench Open? Leggendo qualcosa di particolare per rilassarsi aspettando David? “No, in questo momento in realtà non sto leggendo un libro in particolare ma sto seguendo una serie televisiva, “13 Reasons Why” e voglio terminarla. Poi ricomincerò a leggere. Però non voglio neanche dare l’impressione di una persona che legge tutto il tempo perché non è esatto“. In bocca a lupo a Corentin (ora anche lui lo sa dire), per tutto.

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In TV e in libreria: è un Adriano a tutto campo

Pubblicato “Il Tennis è musica”, 50 racconti narrati da Panatta e Azzolini. La leggenda del tennis italiano a La Nazione: Federer come i Pink Floyd, ma Djokovic e Nadal stonano

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Sessantotto anni, nonno sereno, osservatore loquace e distaccato di una vita senza rimpianti. Adriano Panatta, il re del tennis italiano, avrà avuto anche i suoi difetti, ma tra questi di certo non c’è la reticenza, sempre che di difetto si tratti. In un’intervista concessa al quotidiano fiorentino La Nazione, egli riflette sul tennis moderno che stilizza in una nota acida, come molti degli interpreti classici chiamati a commentare un gioco secondo loro evolutosi in una mera opera di forza e resistenza. Il tennis e la vita, l’uno metafora dell’altra ascoltando i ragionamenti dell’Adriano nazionale, si intrecciano senza soluzione di continuità ne “Il Tennis è Musica”, trecento pagine scritte a quattro mani con Daniele Azzolini (libro edito da Sperling & Kupfer uscito un paio di settimane fa) ripercorrenti cinquant’anni di pallina di feltro: ogni anno, il racconto di un campione, dal Rod Laver ’69 con le scarpe chiodate a Forest Hills a Stan Smith, tramutatosi da fuoriclasse a scarpa quando un ragazzino, vantandosi delle proprie calzature durante un clinic, non si diede pena di notare che stava interloquendo con l’inventore delle medesime.

 

Tra un’intervista e un libro, il tennis resta musica per Adriano Panatta, e anche in questo caso, il primo è la metafora della seconda e viceversa. “Ai miei tempi, parlo degli anni ’70, il tennis era melodia; i Beatles, Jimi Hendrix… oggi non si capisce più nulla, è tutto così caotico, così metal“. Roger Federer sembra l’unico interprete contemporaneo a meritarsi il paragone con i dominatori delle classifiche di vendita di quarant’anni fa. “Sì, lui è un misto tra Tony Bennett, i Pink Floyd e Paul McCartney, uno spettacolo“. Lo stesso spettacolo che ha portato in scena Ilie Nastase, proprio mentre i dischi degli eroi sopraccitati venivano pubblicati giorno dopo giorno. “Lui era stralunato e mattarello, gli piaceva fare casino, ma era un bravissimo ragazzo. Ci ho giocato il doppio insieme tantissime volte, era ansioso in modo pazzesco. Ma sapete una cosa? Le sue gambe erano come quelle di Roger, nei primi tre passi valeva un finalista nei cento metri di una finale olimpica“. I rivali dello svizzero, nel Vangelo secondo Adriano, suonano un po’ stonati, almeno di tanto in tanto. “Campioni straordinari e forse irripetibili che però non mi entusiasmano. Nadal tira forte ed è un grandissimo agonista, Djokovic recupera tutto, ma il loro gioco mi annoia“.

Ambasciatore a vita del tennis tricolore, Panatta si trova nella posizione di definire i simboli naturali dei suoi contorni storici, che, volenti o nolenti, sono Nicola Pietrangeli e Fabio Fognini. “Se Nicola è stato un maestro o un rivale? Niente di tutto ciò. È stato un personaggio importante, ma le nostre carriere si sono sovrapposte solo per due anni, poi siamo diventati amici, anche se abbiamo caratteri molto diversi. Fognini? Non lo seguo spessissimo purtroppo, ma è un ottimo giocatore che avrebbe i colpi per stare tra i primi dieci al mondo, penso che i suoi limiti siano più che altro caratteriali: a volte il suo atteggiamento è davvero indisponente“. Di eredi all’orizzonte non se ne vedono. “Il tennis è cambiato troppo, non si possono fare paragoni, oggi tirano tutti molto forte ma è anche tutto molto più frenetico e non c’è tempo per pensare, solo Federer lo fa. Peraltro occorre dire che non è solo il tennis a essere cambiato, certo non in meglio, ma tutti gli sport di grido: prendete il calcio, anche quello non mi sembra migliorato e secondo me lì la colpa è di Guardiola, una noia mortale!“.

Lo specchietto retrovisore è sempre l’osservato speciale, in una continua retrospettiva su tennis e vita, che poi sono le due facce della stessa medaglia. “La racchetta mi ha dato tutto e in primis la possibilità di girare il mondo facendo quello che mi piaceva fare. Se mi ha tolto qualcosa? Solo una cosa, ma molto importante: il tempo da dedicare ai miei figli mentre crescevano, perché giocavo quasi tutto l’anno lontanissimo da casa“. E qualche vittoria, aggiungeremmo noi, anche se la carriera di Panatta resterà nella leggenda. “La mia partita più bella è senza dubbio la semifinale del Roland Garros ’76 contro Dibbs, anche meglio della vittoria in finale, mi entrava tutto. La più brutta invece non saprei sceglierla, perché ne ho giocate troppe, però posso indicarvi la più stupida, quella persa nei quarti di Wimbledon ’79 contro Dupre: un calo di tensione che ancora oggi non riesco a spiegarmi, ero convinto che sarei arrivato in finale“.

Attore (per lui cameo ne “La Profezia dell’Armadillo“, tratto da una graphic novel di Zerocalcare), libero cittadino e capofamiglia; lo sguardo sereno e la lingua tagliente, come sempre. “Vivo a Treviso per questioni di cuore ma il cuore, sempre lui, è rimasto a Roma, la città più bella del mondo anche con le buche, che ci sono sempre state. Quello che mi dà fastidio è la sporcizia che la inquina. Impressionante“. Il resto è tempo libero, da sportivo in pantofole (“Ho smesso anche di correre in macchina, dopo i sessantacinque anni non ti rinnovano la licenza) a nonno (“Un’esperienza fantastica, soprattutto perché tutti i problemi sono dei genitori!“). Incorreggibile Adriano.

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Tsitsipas senior: “Il sogno? Wimbledon. E ispirare i ragazzi”

Intervista esclusiva con il papà coach di Stefanos, fresco vincitore delle Next Gen Finals. Un 2018 oltre le aspettative e i piani per il 2019. Gli obiettivi da coach e quelli da genitore

Ilvio Vidovich

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A Milano lo abbiamo visto seguire e supportare dalla tribuna il figlio Stefanos, impegnato nella seconda edizione delle Next Gen Finals. Domenica 11 novembre, il giorno dopo la vittoria del 20enne tennista greco in finale su Alex de Minaur, Apostolos Tsitsipas è stato invece l’ospite e relatore principale della 20esima edizione dell’International Tennis Symposium, il classico appuntamento formativo organizzato dalla Pro Camp MGM ITALIA in collaborazione con la GPTCA di Alberto Castellani al Centro Pavesi di Milano. E grazie proprio alla cortesia degli organizzatori e alla squisita disponibilità di Apostolos, che aveva appena tenuto un intervento di un’ora e mezza, siamo riusciti ad intervistare in esclusiva il coach (e papà) di una delle grandi rivelazioni del circuito ATP nella stagione appena conclusa.

Sig. Tsitsipas, quello che sta per terminare è stato un grande anno per Stefanos. Riavvolgiamo il nastro: lo scorso anno era venuto alle Next Gen Finals di Milano in qualità di riserva. Invece quest’anno ci è tornato da grande favorito, n. 15 del mondo, e le ha vinte.
Il tennis sta cambiando e ci sono delle dinamiche che sono da tenere in considerazione in giocatori di questa età. Il riferimento che lei ha fatto è significativo, perché richiama agli aspetti più delicati che impattano sui giovani giocatori, fattori importanti che influiscono sulla prestazione in campo. Lo scorso anno Stefanos aveva 19 anni. Il suo fisico non era ancora sviluppato, dal punto di vista della mentalità non era ancora sviluppato al 100%, il suo tennis non era ancora sviluppato. Quest’anno invece ha gestito tutto questo al massimo livello. Quello che intendo dire è che quando abbiamo a che fare con dei giocatori giovani è importante stare molto attenti a non creare illusioni, a non arrivare a delle conclusioni affrettate. Non è necessario. Bisogna dare loro un’opportunità, guidarli nel modo giusto, fare il lavoro giusto per metterli in condizione di esprimere le loro migliori qualità. Ma non bisogna correre troppo.

 

Stefanos però quest’anno ha corso tantissimo: ha iniziato l’anno da n. 91, lo finirà da top 15. Visto quello che ci ha appena detto, questa crescita così rapida è stata probabilmente inaspettata. In quest’ottica di avere la giusta gradualità, il piano prevedeva di metterci un anno in più?
Sicuramente se fosse stato necessario aspettare un altro anno, avremmo aspettato. Non l’ho mai forzato, non l’ho mai sovraccaricato con troppo lavoro. Forse le persone credono che Stefanos si alleni venti ore al giorno, che addirittura non dorma per quanto si allena. Assolutamente no. Stefanos si allena intensamente a tennis un’ora e mezza, massimo due ore, al giorno. E un’altra ora la dedica alla preparazione fisica. Il resto è recupero, riabilitazione, ascolto del proprio corpo, lavoro per restare in salute. Tutto questo fa parte delle sue routine quotidiane. Ovviamente nella off-season, in fase di preparazione, lavora di più. Per tornare perciò alla domanda, mi vien da dire che è accaduto. In maniera naturale. Da parte mia non c’è stata alcuna forzatura in tal senso. Non ho mai guardato al ranking o al risultato come primo obiettivo. Io ho questa filosofia di vita, anche in ambito professionale nel tennis: non guardo al risultato, non vedo il giocatore come un veicolo per ottenere un risultato. Io guardo al giocatore innanzitutto come a un essere umano e quindi allo sviluppo della sua personalità attraverso il suo sport. Se le vittorie arrivano dopo questo sviluppo e dopo aver completato lo sviluppo del suo gioco, è perfetto. Se non è così, se non è ancora pronto, allora vuol dire che c’è da aspettare. Bisogna considerare sempre tutti gli aspetti, come dicevo prima. Non puoi forzare qualcuno a fare risultati perché colpisce bene la palla, non è una cosa intelligente da fare. Perciò dico che quello che è successo, è successo naturalmente. E sono contento che sia accaduto a questo punto dell’anno. Perché ovviamente il prossimo anno dovrà giocare gli Slam e i Masters 1000. E lo farà da una posizione privilegiata, perché sarà testa di serie. E allora è importante che adesso lui abbia il tempo per riposare e poi quello necessario per prepararsi al meglio a questa nuova situazione.

Ecco proprio con riferimento alla preparazione per la prossima stagione, e all’obbligo per Stefanos di giocare tutti i maggiori tornei, prima nel suo intervento al Simposio ha sottolineato come sia importante per suo figlio crescere dal punto di vista fisico.
Sì, come ho detto prima è molto importante, dovremo lavorare perché sia pronto ad affrontare quest tornei, perché sarà più dura per lui. Perché arriverà lì e giocherà, non da favorito, ma come un giocatore che deve crescere. In tanti non lo conoscono ancora molto, i top player non lo conoscono ancora, anche se alcuni li ha già battuti. Sarà veramente dura. Anche perché, di fatto, lui adesso è un top player e tutti vogliono battere un top player, danno il massimo in questi match. Ma proprio queste Next Gen mi hanno detto che Stefanos può affrontare questo tipo di pressione. Qui a Milano lui era la testa di serie n. 1, ha dovuto sopportare la pressione che ne derivava. È stato un grande test da questo punto di vista. E, per me, il più grande successo che ha ottenuto in questo torneo. Ho ricevuto il feedback che lui sa gestire questo tipo di pressione. Non credo perciò che faremo dei grossi cambiamenti nella struttura degli allenamenti, continueremo come abbiamo fatto finora, con lo stesso team. Diciamo che potremo lavorare in maniera più specifica, perché adesso ci è più chiaro quali parti del gioco è necessario migliorare. Lui ha delle incredibili basi, lo ha dimostrando giocando ad alto livello contro i top player. Ora avremo un incontro con tutto il team, all’Accademia di Mouratoglu, per definire come impostare il lavoro in questo senso.

Parliamo proprio della collaborazione con Mouratoglu. Prima ha sottolineato come la sua filosofia di lavoro sia quella di far crescere la persona di pari passo con il giocatore. Immagino perciò che la decisione di lavorare con Mouratoglu sia una diretta conseguenza della sua volontà di avere per Stefanos un team di persone che condividano questo tipo di approccio.
Io non conoscevo Patrick. Lo conoscevo da quello che leggevo, dai social media, dalla televisione. Non conoscevo la sua personalità. Mi ha impressionato. Molto. Perché lui è cresciuto, ha sviluppato la sua personalità, passando attraverso un percorso molto, molto duro. Poteva essere un uomo d’affari, suo padre era un importante uomo d’affari in Francia, ma la sua passione era il tennis. E in definitiva, quando hai una passione questa fa venire fuori la tua personalità, vedi veramente chi è quella persona. E quando l’ho conosciuto meglio, mi è piaciuto molto, mi è piaciuta la sua personalità, il modo in cui percepisce se stesso, mi è piaciuta la sua etica riguardo allo sport e alle persone. Veramente, mi affascina. Questo, di fatto, è stato uno dei motivi: la sua filosofia di vita e nel tennis. Perché, di questo sono convinto al 100%, se sei un tennis coach, la cosa più importante è la tua filosofia di vita. Perché la domanda a cui devi rispondere nel tuo lavoro è: qual è la tua filosofia di vita? Se non sai rispondere a questa domanda, come farai ad essere un buon professionista? E Patrick è veramente, come posso dire… particolarmente sensibile e attento al riguardo. Perciò vedo come una cosa molto positiva il poter collaborare assieme.

Le propongo un piccolo gioco. Diciamo che tra un anno ci ritroviamo qui, a fare il bilancio del 2019. Quali obiettivi in particolare, se ce ne sono, le piacerebbe dirmi che Stefanos è stato in grado di raggiungere nell’arco della prossima stagione?
Al momento, a dire il vero, non abbiamo ancora stabilito gli obiettivi per la prossima stagione. Io feci un piano a lungo termine quando iniziammo l’attività junior a livello ITF, ed era relativo al periodo 2013-2018. Quindi fino a quest’anno. L’obiettivo fissato a suo tempo, fermo restando quello che dicevo prima, era quello di arrivare alla top 50. Ci è andata molto meglio, è arrivato alla top 15. Nelle prossime due settimane definiremo i nuovi obiettivi, ma quello che è sicuramente primario è che lui rimanga ai livelli top il più a lungo possibile. Il più a lungo possibile perché è importante giocare ad alto livello, il livello a cui lui è convinto di appartenere. Poi, chiaramente, l’obiettivo è quello di vincere i Major, perché vincere i Major è il sogno di qualsiasi tennista. E per me l’obiettivo principale è quello di vincere Wimbledon. Mi piacerebbe che Stefanos un giorno vincesse Wimbledon. Per me è un torneo che gli si addice, che si addice al suo tennis. Può farcela.

L’ultima domanda non riguarda Stefanos, ma Apostolos. Quali sono le sue sensazioni, da padre e da allenatore, giunto a questo punto del percorso iniziato tanti anni fa quando il piccolo Stefanos le aveva espresso il desiderio di diventare un tennista professionista?
Guardi, proprio ieri sera ho detto a Stefanos che sono veramente contento dei suoi successi. Ma che, come gli ho sempre detto, sono dei passi che deve fare la carriera del tennista professionista. Ma gli ho anche detto che, soprattutto, come padre sono veramente felice e soddisfatto di avere un figlio che sta dimostrando tutte le sue migliori qualità. Perché questa è la cosa più bella per un padre: riuscire a far sì che il figlio sia una bella persona e che possa rappresentare un modello per le generazioni successive. Questo significa cercare di fare qualcosa di buono non solo per lui, non solo per me, ma per la società. Perché la nostra società ha bisogno di questo tipo di impatto positivo da parte dei giovani, mi si passi il termine, campioni: perché i ragazzi più giovani hanno bisogno di questo tipo di ispirazione. La ricevono certamente anche dai genitori, dai coach e dall’ambiente, per molti aspetti. Ma principalmente, se parliamo in ambito sportivo, dagli altri giocatori. Stefanos è stato ispirato da Roger Federer: grande tennista, grande persona. Se guardiamo le nostre vite, anche noi siamo stati ispirati da qualcuno. Se ci voltiamo indietro vediamo che abbiamo tratto ispirazione da persone che hanno rivestito un ruolo importante nella nostra vita, nella nostra crescita come persone. Sarebbe veramente bello e positivo se Stefanos potesse diventare un modello per i ragazzi. E da questo punto di vista sono contento che lui piaccia ai ragazzini e che questo sentimento a sua volta sia ricambiato da Stefanos, veramente con tutta l’anima. Questo è qualcosa che mi rende molto felice.

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Federer tra 2019 e mano dolente: “Il mio dritto tornerà a schioccare”

Lo svizzero fa il bilancio della stagione e rivela i prossimi piani. Solita preparazione a Dubai, quest’anno con Copil. Prima di gennaio deciderà anche se giocare sulla terra

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Dopo la sconfitta a Londra e prima di partire per le vacanze – certo meritate, ma con qualche rimpianto per l’evolversi di una stagione iniziata con la vittoria Slam e la pur breve riconquista della vetta del ranking – Roger Federer fa il punto sull’annata appena conclusa e i suoi programmi a breve termine in un’intervista rilasciata a Tagesanzeiger.

La partenza è stata fantastica, ho giocato egregiamente in Australia. Pertanto, non vedo l’ora di tornarci” esordisce il campione di Basilea. La seconda metà della stagione avrebbe potuto essere migliore. Ho perso alcuni incontri tirati che, forse, avrebbero potuto significare un’inversione di tendenza se avessi vinto. A Parigi oppure a Wimbledon. Ho grandi aspettative su di me e perciò sono un po’ deluso. Ma, nel complesso, sono felice della stagione”. Il richiamo alle occasioni mancate per un soffio porta inevitabilmente a domandargli quale punto rigiocherebbe. Uno dei match point a Indian Wells oppure a Wimbledon è la risposta di Roger che scarta a priori i set point avuti contro Djokovic a Bercy e Millman allo US Open. E aggiunge “non piango sulle opportunità mancate”, ricordando che un anno “ho perso tre incontri con match point a favore”. La memoria selettiva lavora dalla sua parte perché, in realtà, nel 2010 è successo quattro volte.

 

Singoli episodi a parte, il rientro dopo la pausa che ha coinciso con i tornei su terra non è andato come sperato. Il venti volte vincitore Slam aveva già parlato del dolore comparso in quel periodo che non pare ancora completamente superato. “Non deve essere una scusa. Ma ho avuto questo problema alla mano e talvolta mi ha sicuramente spezzato il ritmo. Ciò può crearti confusione nei momenti decisivi quando giochi contro i migliori. Ho sentito fastidio anche a Londra. Spero che il disturbo sparisca del tutto durante la off-season. Di positivo c’è che ho potuto comunque giocare senza che peggiorasse”. A proposito della semifinale contro Zverev alle Finals, gli viene chiesto se non sia stato troppo passivo. “Grazie alla sua violenta prima di servizio, Zverev ti spinge indietro e devi faticare per riuscire a recuperare campo” spiega Roger. “Ma sul 4 o 5 pari del tie-break, prima di tutto devi cercare di entrare nello scambio e aspettare l’occasione giusta per attaccare. Non volevo forzare alla cieca perché so che posso essere superiore da fondocampo. Ma è stato bravo lui”.

VERSO IL 2019 – Per quanto riguarda la preparazione nella off-season, Federer tocca l’argomento caldo, vale a dire il suo dritto. Perché sì, l’età, la rapidità, la percentuale di prime e tutto quanto, ma quello che più ha destato perplessità negli ultimi mesi è stato proprio quel colpo, troppo spesso eccessivamente lavorato e quindi incapace di fare i famosi ‘buchi per terra’. Quasi sicuramente proprio a causa del problema alla mano e della paura di sentire dolore, Federer potrebbe aver inconsciamente cambiato qualcosa nello swing oppure nel timing e adesso si tratta di ritrovarlo. Voglio che il mio dritto torni a schioccare afferma perentorio.

Dopo la vacanza insieme alla famiglia che si protrarrà fino ai primi di dicembre, Roger, che vorrebbe “cercare con più frequenza la via della rete”, si dedicherà al condizionamento fisico con Pierre Paganini a Dubai, oltre al lavoro tecnico-tattico con Luthi e Ljubicic, in compagnia di un altro fortunato invitato. Lo scorso anno toccò ad Auger-Aliassime interpretare il ruolo dello sparring di lusso, quest’anno Federer si allenerà con Marius Copil, affrontato e battuto in finale a Basilea. Valuterà anche se tornare a competere sul rosso in vista di un ritorno al Roland Garros dove manca dal 2015 – decisione che avrà ovviamente effetto sul programma di allenamento. Come aveva modo di spiegare proprio Paganini lo scorso febbraio al New York Times, infatti, se da un lato la scivolata offre il vantaggio di un minor impatto sulle articolazioni, dall’altro provoca molte vibrazioni al loro interno. “Non ce ne accorgiamo dall’esterno, ma per controllare questa scivolata c’è instabilità nel ginocchio, nel piede e nella caviglia”.

Terminata questa fase, Federer volerà a Perth per la Hopman Cup che lo vedrà esordire il 30 dicembre contro la Gran Bretagna in squadra con Belinda Bencic. A quel punto, tutto sarà pronto per l’impossibile assalto al terzo titolo consecutivo a Melbourne. Impossibile come gli ultimi due?

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