Corentin Moutet, il nuovo poeta maledetto del tennis francese

Interviste

Corentin Moutet, il nuovo poeta maledetto del tennis francese

Esclusiva con la giovane promessa francese. Vittorioso contro Karlovic al suo primo Roland Garros, Moutet ci ha svelato le sue passioni: tennis, musica e poeti maledetti

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Dalla nostra inviata

PARIGI – Nella prima giornata degli Internazionali di Francia, oltre all’eliminazione della campionessa in carica Ostapenko, ha fatto sensazione la prestazione di una delle stelle nascenti del tennis francese in un match che prometteva spettacolo: si scontravano il tennista più giovane del tabellone contro il più anziano, Corentin Moutet, 19 anni e 38 giorni e “Ivone” Karlovic, 39 anni e 88 giorni. E, udite udite, è stato il francesino ad avere la meglio sul croato, superandone i 211 centimetri e l’esperienza dei suoi quasi 40 anni. Tennista sorprendente Corentin Moutet che, nonostante la giovanissima età, è già un personaggio. Dall’andatura lenta e ciondolante e dall’espressione imperturbabile, in realtà Corentin ha il fuoco dentro.

 

Con la racchetta il tennista di Neuilly sur Seine fa meraviglie, facendo esplodere un ardore che lo contraddistingue dentro e fuori dal campo. Dotato di variazioni deliziose, un serve & volley tanto delicato quanto spumeggiante e di smorzate imprevedibili e maliziose, il 19enne parigino si distingue dalle ultime generazioni di tennisti costruiti sulla regolarità martellante e monocorde da fondocampo. È vero che Ivo è apparso particolarmente falloso, ma Moutet ha saputo coglierlo di sorpresa, prendendogli continuamente il tempo, cercando di arginare le sue bordate di servizio e prendere l’iniziativa durante gli scambi con smorzate, volée e passanti, superandolo così in tre set con lo score di 7-6(9) 6-2 7-6(5) in 2 ore e 8 minuti. Quest’oggi sfiderà David Goffin, vittorioso su Robin Haase dopo una maratona terminatasi 6-0 al quinto.

IL GUSTO PER L’ITALIA E L’ARTE – Insomma, Corentin supera il primo vero “esame” della sua giovane carriera tant’è che, nella sua prima importante conferenza stampa egli stesso stenta a crederci. Quando arriva in sala stampa è incredulo; scatta una foto alla stanza con i giornalisti seduti ad aspettarlo ed entra esordendo “Ma siete davvero tutti qui per me?! Non ci credo!“. Sorridente ed emozionato, il francese è raggiante, felice di rispondere alle domande di rito post match. Dopodiché, terminata la conferenza stampa generale, si è concesso alle domande di Ubitennis. Una bella chiacchierata, in cui non si è parlato solo di tennis ma anche di musica, poesia e dell’Italia. “Lei è italiana?” mi chiede Corentin non appena viene a sapere che desideriamo intervistarlo, “una volta ho giocato vicino al Lago di Como e mi sono innamorato di quella regione. Era così bello che ho voluto imparare l’italiano; ho cominciato a studiarlo ma poi, dopo un mese, purtroppo ho smesso perché le regole della grammatica erano molto complicate e non avevo nessuno con cui poter fare un po’ di esercizio. Ma mi piacerebbe tantissimo poter parlare italiano!” 

È noto infatti il gusto della letteratura e delle belle arti da parte del giovane francese, aspetto che, rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi, gli conferisce quel carattere un po’ insolito e intrigante. Eppure, nonostante si diletti a leggere i classici e ad imparare a suonare il pianoforte, egli dice che, in fondo, “non mi piace poi tanto studiare. Associo lo studio alla scuola e, quando andavo al liceo, non mi piaceva la gerarchia che viene imposta; per esempio, non era possibile entrare in classe con il cellulare e questo non mi piaceva. Non mi andava che qualcuno mi dicesse cosa dovevo o non dovevo fare o leggere. In fondo siamo tutti uguali, no?“. Un temperamento ribelle che, molto spesso, si manifesta anche sul campo, con sfuriate e lanci di racchetta tanto da far gettare la spugna anche a un coach “navigato” come Thierry Ascione. “Leggere è meraviglioso” continua Moutet “ma se ti impongono una lettura che non ti interessa, poi ti passa la voglia e ti viene il rigetto dei libri, ed  è un gran peccato. Invece adesso leggo quello che mi piace e adoro prendere del tempo per dedicarmi a un bel libro“.

E allora, quali sono le letture preferite di Corentin?Mi piace molto Baudelaire e l’aspetto un po’ oscuro della sua poesia, l’emozione e la tristezza che essa sprigiona; è molto profondo, mi piace davvero tanto. Mi dedico alla lettura soltanto da due anni, ma ci sono delle opere che ho trovato meravigliose come, per esempio, “L’ultimo giorno di un condannato a morte” di Victor Hugo, è un romanzo stupendo. Ogni tanto mi piace soffermarmi su una poesia; come dicevo, adoro quelle di Baudelaire ma mi piacciono molto anche i versi di Rimbaud“. Il 19enne parigino ha inoltre una grande passione per la musica e, tra i suoi gusti, c’è anche un compositore italiano: “Sì adoro la musica, la ascolto tutto il giorno. La lettura richiede più tempo, bisogna essere soli e avere molto tempo a disposizione per leggere un libro mentre possiamo ascoltare la musica in qualsiasi momento. La mia musica preferita? Nella musica classica mi piace molto il “Notturno” di Chopin e i pezzi di Ludovico Einaudi; poi mi piace la musica leggera francese. La lingua francese è magnifica e la musica la valorizza molto. Apprezzo cantanti anche del recente passato o di generazioni passate ma che sono sempre attuali come Jacques Breil e Charles Aznavour. Adoro i cantanti che raccontano nei loro pezzi la loro vita e le loro emozioni“.

INIZIO PROMETTENTE – Mentre parla, Corentin appare molto diverso dal bad boy insofferente e irrispettoso che ha scoraggiato allenatori e pubblico e, del resto, contro Karlovic, ha mantenuto un aplomb e una calma sorprendenti, rimanendo concentrato e in silenzio ad ogni punto: “Sto lavorando molto nel cercare di mantenere la calma in campo. Spesso sono criticato per il fatto di innervosirmi quando gioco ma ci sto lavorando davvero tanto. E con Karlovic ci sono riuscito, sono orgoglioso di come ho saputo gestire il match e restare concentrato. Mi fa piacere che sia stato notato. In Francia, ma anche altrove, di solito, se l’atteggiamento in campo è negativo, viene subito criticato e se ci si comporta correttamente la cosa viene considerata del tutto normale e non viene valorizzata. Invece è importante notare quando facciamo dei progressi anche in questo senso”.

Qual è stata la chiave con Karlovic allora?È stato importante giocare punto dopo punto senza pensare allo scambio o al gioco precedente, dovevo restare nel presente del match. Un passante o una volé, potevano fare la differenza. Karlovic può prendere facilmente il controllo della partita con il servizio e per me era importante quindi restargli sempre attaccato e fare quello che in generale mi riesce bene“. A differenza della maggior parte dei tennisti della nuova generazione, Moutet infatti non si limita a ingaggiare la lotta da fondo ma ama ricorrere a soluzioni diverse e imprevedibili come il serve & volley e le smorzate. Che ne pensa Moutet di queste sue caratteristiche, anche rispetto ad altri tennisti? “Io giocavo molto a minitennis. Con i miei amici, da ragazzini trascorrevamo ore e ore sui campi del minitennis ed è un tipo di gioco in cui non fai altro che eseguire colpi di tocco e al volo e credo di aver conservato quei meccanismi nel mio gioco. Tutto quello che facciamo quando si è molto giovani poi lo ritroviamo più tardi, sono schemi che ora fanno parte del mio tennis”.

Dopo essere stato seguito da Thierry Ascione, Corentin ora si allena al Centro federale francese e, in particolare con Laurent Raymond. Al prossimo turno, per Moutet (attualmente n. 140 ATP) ci sarà il n. 9 del ranking David Goffin. Come ha trascorso Corentin questi due giorni per prepararsi al prossimo rendez-vous del Fench Open? Leggendo qualcosa di particolare per rilassarsi aspettando David? “No, in questo momento in realtà non sto leggendo un libro in particolare ma sto seguendo una serie televisiva, “13 Reasons Why” e voglio terminarla. Poi ricomincerò a leggere. Però non voglio neanche dare l’impressione di una persona che legge tutto il tempo perché non è esatto“. In bocca a lupo a Corentin (ora anche lui lo sa dire), per tutto.

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Federer: “Tsitsipas è stato più bravo di me in tanti piccoli dettagli”

Le parole di Roger Federer dopo la sconfitta con Stefanos Tsitsipas. “Credo di aver giocato una stagione solida, devo solo ascoltare i segnali che il mio corpo mi manda”

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Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Rogerti è sembrato che alla fine la differenza tra voi due l’abbiano fatta i breakpoint? Come sentivi la palla oggi rispetto al match contro Novak.
Forse. Senza dubbio ho avuto le mie chance. Non so perché sia finita così. Forse avere sbagliato due smash nello stesso game, cosa che non mi succedeva da una vita. Brutto errore. Non è qualche cosa che puoi allenare. Non c’ero perfettamente neppure con i piedi, non mi sono ancora perfettamente adattato ai pallonetti molto alti. Comunque, ho messo da parte gli errori e sono entrato bene nel match. Poi ho avuto dei buoni momenti e altri molto negativi. A questi livelli non puoi permetterteli. A parte quei due smash per il resto sentivo bene la palla oggi. Diritto e rovescio funzionavano bene. Poi nel secondo set mi ha fatto il break  a zero in un game in cui non ho messo dentro una prima. Infine ho avuto la possibilità di tornare al comando e l’ho gettata via di nuovo. È stato frustrante. Lui comunque ha giocato davvero bene. Anticipava bene I colpi e rispondeva bene ai miei servizi. Dobbiamo dare merito a lui se oggi non sono riuscito a esprimermi al meglio.

Vedi delle somiglianze tra il lungolinea di rovescio di Thiem e quello di Tsitsipas che oggi ti ha causato tanti problemi? 
Sì, un po’. Come tutti quelli che tirano il rovescio a una mano talvolta li effettuano. Li attendevo perché già a Basilea ne aveva tirati molti, ma non credo sia stato questo a fare la differenza oggi. La differenza era altrove. Ad ogni conto lui ha un grande rovescio che può colpire in molteplici maniere anche perché è un giocatore alto e potente e, quindi, penso possa adattarsi ad ogni superficie. Sarà molto importante per la sua carriera. Poi ha un gioco di gambe che lo porta sempre ad essere aggressivo. Ogni palla corta verrà attaccata e credo che sia molto bravo a farlo. È uno dei migliori in questo.

Stefanos ha dovuto annullarti parecchi break point. Come credi abbia fatto? Meglio di te forse?
Certo. Lo dicono i fatti. Credo sia una questione di forza mentale. Inoltre non ha commesso errori stupidi. Nessun doppio fallo. È molto tosto. Io mi sento molto frustrato perché non sono riuscito a fare meglio. Ho buttato via le mie chance. Ormai l’anno è concluso e di più non posso fare. Oggi ho provato di tutto. Ho provato a giocare dentro il campo e ad essere aggressivo ma era difficile perché lui colpisce con grande anticipo. Lui è stato più bravo di me in tutti quei piccoli dettagli.

Hai avuto una stagione positiva comunque con 4 titoli e una finale Slam. Cosa credi di dover fare l’anno prossimo per essere qui di nuovo il prossimo anno?
Devo giocare al livello a cui ho giocato quest’anno per avere le mie chance. Questa stagione credo di aver giocato in maniera solida. Devo avere cura del mio corpo e dei segnali che mi lancia; lavorare bene con il mio team e gestire tutto con il giusto equilibrio. Poi quando arriva il momento di giocare lo so che non è come 10 o 15 anni fa quando giocavo sempre bene un giorno dopo l’altro. Ora devo sforzarmi di più per riuscirci.Forse devo lavorare di più sulla capacità di anticipare mentalmente certi momenti della partita come quelli in cui oggi ho avuto delle opportunità o come a Wimbledon e Indian Wells. Queste cose possono cambiare l’esito di un’intera stagione, darti fiducia. Ma, alla fine, sono contento di come ho giocato nel 2019 e sono eccitato all’idea di affrontare una nuova stagione.

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Nadal: “Avrei potuto finire da n.1 almeno altre due stagioni”

LONDRA – Lo spagnolo festeggia la coppa del leader di classifica, ma rivela: “Quando conquisti uno Slam lo fai vincendo l’ultimo punto della partita e quella è una sensazione che non hai quando diventi numero 1”

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Rafael Nadal con il trofeo del numero 1- ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il nostro inviato

Vittoria fortunata contro Medvedev – ma la fortuna aiuta gli audaci, come è noto – e successo invece pienamente frutto dei suoi sforzi contro un mai domo Tsitsipas, che già qualificato gli ha dato battaglia per tre ore. Dopo la fiacca esibizione d’esordio contro Zverev, Rafael Nadal ha fatto tutto il possibile per guadagnarsi le semifinali e adesso rimane in attesa di un segnale positivo dalla sfida tra Medvedev e Zverev, nella quale il russo può regalargli la qualificazione e la sfida numero 41 a Federer. Intanto, lo spagnolo si aggrappa alla certezza – e che certezza! – di poter sollevare per la quinta volta in carriera il trofeo del numero uno di fine stagione.

 

Hai disputato tre match molto duri questa settimana. Come vanno i tuoi addominali?
Bene. Mi sento bene. È vero che ho giocato due partite al limite delle tre ore; se sto bene però questo è l’ideale per me perché la mia preparazione non era perfetta. Più gioco e più miglioro.

Il match di questa sera deciderà la tua qualificazione (se Zverev vincesse Nadal sarebbe fuori ndt). Lo vedrai con partecipazione oppure sarai rilassato?.
Non so se lo vedrò o meno. So solo che devo essere pronto a tutto. Ciò che dovevo fare l’ho fatto e bene. Sono felice della vittoria e ora devo attendere. Forse andrò a cena con la famiglia visto che giocano alle 20 e a quell’ora devo cenare se poi domani dovrò scendere in campo alle 14. Se poi non dovrò farlo pazienza.

Come Roger e Novak chiuderai l’anno al primo posto per la quinta volta in carriera. Negli ultimi 16 anni solo Murray nel 2016 ha interrotto il vostro dominio. È una cosa speciale per te oppure no? In che momento dell’anno hai pensato di potercela fare?
Non saprei. La prima posizione non era il mio obiettivo. Non la inseguo e non pianifico il calendario in funzione di ciò ma per durare il più a lungo possibile. Io e il mio team organizziamo la stagione per questo obiettivo, ovvero preservare il mio fisico al meglio. Dovunque abbia giocato quest’anno sono quasi sempre arrivato in fondo. Ho davvero giocato bene. Ecco perché adesso sono qui seduto con il trofeo ATP al mio fianco. Ma, considerata la forza dei miei avversari, tutto può succedere. Io cerco solo di mettermi nelle condizioni di potercela fare. Sono contento di avere raggiunto Roger e Novak in questa speciale classifica. Tuttavia penso che in almeno due stagioni abbia avuto la possibilità di chiudere al primo posto e l’ho mancata a causa degli infortuni. Per esempio nel 2012 stavo giocando alla grande e poi dopo il Roland Garros mi sono dovuto fermare otto mesi per il ginocchio. Così pure nel 2009 successe qualcosa di simile. Per questa ragione questo trofeo significa così tanto per me e rappresenta un grande traguardo.

Per te la prima posizione in classifica è importante tanto quanto la conquista di un torneo dello Slam?
Sono due cose diverse. Difficili da confrontare. Anche la prima posizione è una grande cosa. Però quando conquisti uno Slam lo fai vincendo l’ultimo punto della partita e quella è una sensazione che non hai quando diventi numero uno. Quella è la grande differenza. Comunque non è giusto fare confronti. Non voglio dire meglio una cosa o meglio l’altra. Questo trofeo per me era qualche cosa di inatteso e mi emoziona molto, soprattutto dopo tutto ciò che ho dovuto passare

Sia oggi sia nella finale degli Us Open hai fatto molto serve & volley. Lo hai mai fatto così spesso in passato?
È vero. Sto servendo molto meglio e quindi a rete ci vado più spesso, è normale. Ci vuole fiducia. Ci vuole rapidità. Ma se lo fai spesso diventi automaticamente più veloce perché riesci a vedere meglio le cose. In questo momento è qualcosa che mi riesce piuttosto bene.

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L’intrigo di Dayana Yastremska

Intervista esclusiva alla 19enne ucraina, che chiuderà il 2019 al suo best ranking. Sullo sfondo le voci che la vogliono vicina a Sascha Bajin, in primo piano le sue potenzialità. Vincerà uno Slam?

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Dayana Yastremska (conferenza) - WTA Elite Trophy Zhuhai 2019

Intervista realizzata a Zhuhai, durante il WTA Elite Trophy

Non c’è soltanto Ash Barty – che le guarda tutte dall’alto – tra le giocatrici che avranno la fortuna di chiudere il 2019 comodamente sedute sul gradino del personale best ranking. Assieme a quelli di Martic (14), Riske (18), Vekic (19) e Muchova (21) figura anche il nome di Dayana Yastremska, 22esima nelle classifiche mondiali. La diciannovenne di Odessa, numero due ucraina dopo Elina Svitolina, ha ritoccato il suo miglior piazzamento in classifica grazie all’unica vittoria ottenuta al WTA Elite Trophy di Zhuhai, prima di incappare nella decisiva sconfitta contro Kiki Bertens che le è costata l’eliminazione dal torneo.

Tra i due match disputati a Zhuhai ci è stato concesso di intervistarla, e basandoci sulle sue risposte alle nostre domande abbiamo provato a rispondere alla nostra, la solita che ci rivolgiamo quando il campo d’analisi riguarda una ragazza che deve ancora compiere vent’anni e fa parlare di sé ad alti livelli: qual è il suo vero potenziale? Può vincere uno Slam, può diventare numero uno, e quanto sarà lunga la sua pagina Wikipedia tra quindici anni? La risposta non è così semplice e ci arriveremo per gradi, sebbene sia stata la stessa Dayana a rispondere ad una di queste domande (lei non sembra avere molti dubbi a riguardo).

 

L’abstract della stagione di Yastremska è composto dai due titoli vinti a Hua Hin e Strasburgo e dalla prima vittoria ai danni di una top 10 ottenuta agli ottavi di Wuhan, contro Karolina Pliskova. Dayana ha vinto quest’anno 36 partite, 14 delle quali in tornei di categoria International; oltre un terzo dei suoi successi, così come oltre un terzo della sua classifica è composto da punti conquistati nei tornei minori. La sensazione – forse persino lecita – che non valga del tutto la posizione che occupa attualmente, deriva dal fatto che sui grandi palcoscenici si è vista poco – se non in parte a Wimbledon, dove ha raggiunto gli ottavi di finale – e dal fatto che contro le top 50 abbia quest’anno perso più partite di quante ne abbia vinte (16 vs 15).

Eppure Dayana è la terza teenager del circuito in ordine di classifica dopo Andreescu e Vondrousova, e a tutte loro ha fatto da apripista; nel luglio 2018 è stata infatti la prima giocatrice nata nel 2000 – ambosessi – a entrare in top 100, prima che un’orda di avversarie agguerrite arrivasse a toglierle la scena e persino a mettersi in testa che a diciannove anni si possono vincere gli Slam. Questa situazione la scoraggia o la motiva ancora di più, le abbiamo chiesto? Sto bene con questo, direi che mi è indifferente. La nuova generazione deve venire fuori quindi è positivo che le ragazze abbiano raggiunto quei risultati, anche se sono migliori dei miei; io sono concentrata solo su me stessa“.

Parere squisitamente personale, e qui dovete fidarvi di chi le sedeva di fronte, la sua innata voglia di primeggiare ne esce persino rafforzata. Si tratta di mettere a posto qualcosa nel modo di giocare più che di rafforzare l’istinto alla competizione che sgorga cristallino come acqua di sorgente. “Sono una giocatrice d’attacco, potente, ma posso essere anche creativa e fare grandi colpi. In un certo senso ‘mi sto aspettando’, potrei dire che ancora non conosco i miei limiti sul campo“. 

Dayana Yastremska – WTA Elite Trophy 2019 Zhuhai

Un affare, lavorare negli intorni dei limiti, di cui solitamente deve occuparsi la guida tecnica. Non fosse che in questo momento la giocatrice ucraina ne è sprovvista, poiché da circa un mese ha concluso la sua collaborazione con l’allenatore belga Oliver Jeunehomme. Dopo aver avuto anche due coach italiani – Gianluca Marchiori dal 2013 al 2014 e Marco Girardini dal marzo 2017 allo febbraio 2018 – Yastremska si trova nella posizione di fare delle scelte per rinnovare il suo team, supportata da papà Oleksander e soprattutto da mamma Marina. Biondissima come Dayana, rispetto alla quale dimostra appena qualche anno in più, è parte integrante della routine pre-partita di sua figlia e l’accompagna ovunque; era con lei persino al Player Party che ha aperto l’Elite Trophy di Zhuhai, nel corso del quale abbiamo avuto quasi la sensazione si sentisse in obbligo di difenderla da conversazioni indesiderate. Non sarà una presenza un po’ troppo opprimente?

Io e mia madre abbiamo un bel rapporto dentro e fuori dal campo. A volte prova ad essere anche una buona allenatrice, ma è più brava come mental coach. Sa tante di cose di me, sa di cosa ho bisogno e mi piace stare con lei, il suo grande supporto e la sua ‘extra-protezione’“. Che Dayana le fosse molto legata lo avevamo facilmente intuito anche dal racconto dell’incidente di Melbourne, a seguito del quale mamma Marina rischiò addirittura di perdere un occhio.

L’argomento successivo è il rinnovamento del suo team, su cui naturalmente si incardinerà la prossima stagione. “C’è un po’ di intrigo sul mio allenatore! Ho lasciato Oliver, che era un grande allenatore ma il nostro contratto era terminato quindi bisognava andare avanti. Negli ultimi torneidove ho giocato prima di Mosca? (chiede al responsabile della WTA per conferma, ndr) Era in Cina, ma non ricordo dove… Tianjin, sì!ho lavorato con una nostra amica di famiglia che mi sta aiutando solo per i tornei asiatici, mentre a Mosca ero solo con i miei genitori“. Dayana non cita Jan Pochter, coach israeliano che l’ha accompagnata a Pechino, mentre l’amica di cui parla è Alexandra Karavaeva, ex tennista russa: “È stata con me a Tianjin per supportarmi e anche un paio di giorni qui. Fa l’allenatrice a Pechino e ho pensato che non ci sarebbe stato nulla di male nel lasciare che mi aiutasse con il coaching in campo. All’inizio volevo segnare mia madre come coach in campo, poi ho pensato che fosse meglio tenerla in… disparte“. A conferma di come il rapporto con sua mamma sia virtuoso, ma in un certo senso anche lei ne percepisca i potenziali pericoli.

La incalziamo un po’. Prima che dai media ucraini venisse fuori il nome di Philippe Dehaes – sebbene a settembre abbia iniziato a lavorare con Monica Puig – il nome di Yastremska era stato accostato a quello di Sascha Bajin, uno degli allenatori più caldi del momento, che dopo aver mollato Osaka a inizio 2019 ha chiuso anzitempo anche la sua collaborazione con Kiki Mladenovic. C’è qualcosa di vero, le chiediamo? “Intrigo, intrigo, intrigo! Sascha a me!” esordisce Dayana sorridendo. “Beh, vorrei costruire un grande team, ma per adesso non dirò nulla in proposito. So che si dicono tante cose su Twitter e sugli altri social, che potrebbe lavorare con Clijsters (che nel frattempo ha rimandato il rientro in campo, ndr) o con qualcun altro. Ma non mi interessa, ho un ottimo team“.

Qui si tratta di una cruda supposizione, ma l’idea è che Dayana sappia già qualcosa che – lecitamente – non vuole dirci. Intanto sul fronte Bajin sono arrivati appena un paio di timidissimi indizi social: nel corso di in un Q&A su Instagram l’allenatore ha finto di non conoscere Yastremska – rispondendo testualmente ‘Who’s that?’ a una domanda su di lei – e ha piazzato un like al recente post con il quale Dayana si è congedata dalla stagione appena conclusa annunciando imminenti novità relative al 2020. Quisquilie da social, niente di più, buone per il chiacchiericcio da off-season in attesa di qualche voce ufficiale.

Eppure tra due mesi sarà ancora tennis. Prima di salutare Dayana le facciamo il nome di Bianca Andreescu e le chiediamo, senza mezzi termini: “Pensi di essere in grado di farcela anche tu il prossimo anno?“. La ragazzetta non ci lascia completare la domanda ed erutta la sua risposta: “Il prossimo anno proverò a vincere un torneo dello Slam. Voglio provare a raggiungere quei risultati o persino migliori“. Piazza lì un sorrisone, squittisce un ‘good’ a diversi decibel – la nostra intervista era arrivata dopo una lunga conferenza stampa, e lei non vedeva l’ora di fuggire – e ci lascia lì con la nostra domanda iniziale. Insomma, quali sono le prospettive di Dayana Yastremska?

Il materiale c’è, perché per avere 19 anni questa ragazza tira davvero tanto forte con entrambi i fondamentali. Ha grande personalità che però non è ancora carisma, ma l’energia è meglio averla – per poterla incanalare – che trovarsene sprovvisti. Il fosforo che non le manca certamente fuori dal campo, dove si dimostra ragazza sveglia, recettiva e anche molto simpatica, forse le fa difetto sul campo. Non si può vincere uno Slam tirando piano, ma neanche tirando forte e basta (per quanto il Roland Garros vinto da Jelena Ostapenko metta in dubbio questo assioma). Per Dayana sarà quindi necessario imparare l’arte della modulazione dei colpi, quella che Naomi Osaka – un’altra ragazzina che all’età di Dayana sembrava poter tirare forte e basta – ha imparato anche grazie a Sascha Bajin. Non è detto che succederà, ma gli elementi per ipotizzarlo ci sono.

Dayana Yastremska – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)


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