Kuerten: "Ceck come me? Sorpresi tutti ma non c'era un Nadal"

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Kuerten: “Ceck come me? Sorpresi tutti ma non c’era un Nadal”

Il torneo di Marco Cecchinato ricorda la prima cavalcata vincente di Gustavo Kuerten. “Mi ricorda il mio 1997. Un rovescio come il suo è raro. Marco non ha nulla da perdere”

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Parigi, dalla nostra inviata

Guga Kuerten fa parte della storia del Roland Garros. Il tennista brasiliano, ex n. 1 del mondo, ha sollevato al cielo tre volte la bella Coupe des Mousquetaires e, da allora, il suo destino, la sua carriera e la sua immagine si sono legati indissolubilmente allo slam parigino. Il Roland Garros ha segnato la sua esplosione perché il titolo conquistato nel 1997 (battendo Sergi Bruguera) è stato il primo di 20 sigilli.

Quell’impresa, centrata dal brasiliano che si presentò ai nastri di partenza del Roland Garros da sconosciuto, con una sola partita vinta in due partecipazioni slam e da numero 66 del mondo, è ritornata di attualità in questi giorni in cui siamo tutti impegnati a raccontare la favola di Marco Cecchinato. Che è giunto qui in fondo con una classifica simile, appena sei posizioni più su nel ranking (n. 72) e con zero partite vinte su quattro nei major.

 

Nella strepitosa cavalcata del 1997, Guga superò il ceco Dosedel in tre set all’esordio e lo svedese Jonas Bjorman al secondo in quattro set. Di lì in poi cominciarono le battaglie epiche. Il primo miracolo arrivò al terzo turno quando in una battaglia al quinto set superò la testa di serie numero 5 Tomas Muster (6-7 6-1 6-3 3-6 6-4). Altra maratona in ottavi contro Andrei Medvedev, finalista due anni più tardi, vinta 5-7 6-1 6-2 1-6 7-5. Terza vittoria al quinto consecutiva ai quarti di finale per eliminare la testa di serie numero 3 Yevgeny Kafelnikov con il punteggio di 6-2 5-7 2-6 6-0 6-4. Semifinale “agevole” contro il belga 6-1 3-6 6-1 7-6 e trionfo in finale contro il numero 16 ma già due volte campione nel 1993-94 Sergi Bruguera per 6-3 6-4 6-2.

Le affinità tra Guga e il nostro Marco Cecchinato non finiscono qui. In molti, hanno associato il suo gioco, soprattutto con il rovescio, a quello di Gustavo: “Ma lui ha i capelli più belli dei miei!” ride Guga. “Penso si senta un giocatore nuovo adesso, sta giocando il suo miglior tennis e non aveva mai scoperto di essere capace di realizzare colpi così incredibili. Ho assistito ai suoi rovesci lungolinea ed è molto raro un rovescio a una mano come il suo. È un po’ come il mio torneo all’epoca e il vantaggio è che non si ha nulla da perdere. Non ha esperienza ma è molto entusiasta. Dovrà superare i campioni, uno dopo l’altro. Per fortuna che non avevo Nadal ai miei tempi! (ride). È riuscito a giocare per due settimane, può andare fino in fondo, è successo anche a me, non è una cosa unica. Ma è stato l’evento più incredibile di tutta la mia carriera, così come è stato formidabile diventare n. 1 del mondo“. Kuerten fa riaffiorare i ricordi di quel leggendario 1997: “Sono certo che il 1997 è stata la cosa più difficile da realizzare per me, la più impossibile. È capitato durante questo torneo, non avevo ancora tutto il mio potenziale eppure ce l’ho fatta. Ho vinto contro Kafelnikov e contro Bruguera in finale. In quel match, grazie al mio percorso per giungere in finale, ero fiducioso. E quando ho vinto, ho ripensato a mio padre quando mi aveva dato una racchetta e ho pensato ‘sono invincibile’“.

Dopo l’incredibile trionfo del 1997, Guga si ripetè tre anni dopo, contro Magnus Norman e nel 2001, vittorioso su Alex Corretja. Oltre ai 20 titoli (tra i quali anche quello conquistato a Roma nel 1999), Guga si è issato in altre 9 finali (due al Foro Italico). Celebre per il suo bel rovescio a una mano e per aver portato una ventata di novità e freschezza nel gioco monocorde  e tipicamente “terraiolo” di quegli anni, Kuerten si è distinto in campo per le sue variazioni pur riuscendo a far esplodere potenza e aggressività. Fa parte della Tennis Hall of Fame dal 2012. Amatissimo per la sua grande umanità e generosità, l’aspetto un po’ sbarazzino e il volto sempre sorridente, dopo il ritiro dalle competizioni Guga è in prima linea per contribuire al miglioramento delle condizioni di vita in Brasile, particolarmente impegnato in associazioni a scopo caritativo in aiuto ai bambini affetti da malattie o in condizioni economiche precarie. Quest’oggi, insieme a Bernard Giudicelli, Guga ha incontrato i giornalisti presenti al Roland Garros per annunciare il suo nuovo incarico come ambasciatore del Roland Garros.

Guga Kuerten è un’icona” afferma orgoglioso il presidente della Federazione francese Bernard Giudicelli, “la sua storia è cominciata qui e in Brasile. È una grande personalità e ha realizzato i sogni di suo padre, quello di diventare un leader del tennis nel mondo; ora è un simbolo della relazione forte tra il Brasile, la Francia e le nostre federazioni. Ecco perché Guga è il primo ambasciatore del Roland Garros e parteciperà al successo della terra battuta e del Roland Garros nel mondo”. Una lunga storia d’amore, infatti, tra Gustavo e Porte d’Auteuil, “mi sento a casa mia” risponde infatti il campione, “la mia vita è completamente cambiata e ancora adesso penso sia un’importante opportunità continuare a ispirare le persone, infondere loro speranza, in particolare in Brasile. L’ossigeno del tennis, in Brasile, è il Roland Garros, questo avrà un impatto colossale“.

 

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Al femminile

WTA, diario di un decennio: il 2014

Quinta puntata dedicata al decennio appena terminato in WTA: gli ultimi Slam di Li Na, Sharapova e Kvitova, e Serena Williams che raggiunge Evert e Navratilova. Ma soprattutto un anno ricco di match indimenticabili

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Simona Halep e Maria Sharapova - Roland Garros 2014

Quinto articolo dedicato agli anni ’10 del tennis femminile, che tratterà del 2014. Per la illustrazione dei criteri adottati, rimando alla introduzione del primo articolo, pubblicata martedì 26 novembre.

ANNO 2014

 

La fine del triello
Il torneo di Brisbane che apre il 2014 suggerisce assoluta continuità con le stagioni precedenti: Serena Williams supera in semifinale Sharapova e in finale Azarenka. Sono i tre nomi che hanno caratterizzato il 2012 e 2013. In realtà Brisbane è l’ultimo torneo riconducibile alla idea di “triello”. La situazione che ha caratterizzato la WTA nel biennio precedente sta per dissolversi, per ragioni differenti.

Innanzitutto i problemi fisici di Azarenka. La giocatrice capace di dare filo da torcere sul cemento a Serena Williams chiude la fase più alta della sua carriera. Se fra il 2011 e il 2013 negli Slam ha raggiunto 3 semifinali, 2 finali e 2 vittorie, dal 2014 non riuscirà più ad andare oltre i quarti di finale in un Major. Il ranking testimonia le difficoltà: numero 2 a fine 2013, numero 32 a fine 2014. La miglior Azarenka si rivedrà solo all’inizio del 2016, prima dello stop per maternità.

Anche per Williams nel 2014 cambieranno le cose: raddoppierà le sconfitte del 2013 (da 4 a 8) e probabilmente questo la porterà a rivedere la programmazione, concentrandosi solo sui tornei più importanti. Gli effetti si vedranno sulla sua agenda del 2015; è come se da quella stagione cambiassero le rivali: più che con le colleghe in attività, Williams comincia a misurarsi con le grandi giocatrici del passato per superare i loro record, nella virtuale gara fra le più grandi tenniste di tutti i tempi.

Resiste però ancora Sharapova, che nel 2014-2015 vivrà l’ultima grande fase della carriera, prima di andare incontro ai tanti problemi degli anni successivi, caratterizzati da seri infortuni e dalla squalifica della Wada.

Intanto però comincia a farsi avanti una nuova generazione. In particolare, dagli Internazionali di Italia 2013, ha compiuto un improvviso salto di qualità una giovane rumena, nata nel settembre 1991: Simona Halep. Partita dalle qualificazioni, ha raggiunto la semifinale del torneo di Roma e da quel momento ha cambiato marcia. Nel 2013 ha vinto ben sei tornei di livello crescente: prima tre International (Norimberga, s’Hertogenbosch, Budapest); poi due Premier (New Haven e Mosca); infine il “Masterino” di Sofia.

Per via dell’inerzia che caratterizza i meccanismi del ranking, Halep non è ancora arrivata ai vertici, ma è questione di giorni. Nel maggio 2013 era numero 64 del mondo, diventa Top 10 nel gennaio 2014 e da quel momento rimarrà fra le prime dieci della classifica per tutto il resto del decennio (unica a riuscirci).

La stagione dei grandi match
Ogni anno tennistico offre le proprie specificità, anche se rimane la scadenza fissa dei grandi appuntamenti (Slam e Premier Mandatory) e la regolarità dei cambi di superficie: prima il cemento, poi la terra, quindi l’erba infine il ritorno al cemento. Per quanto riguarda questa stagione, nella mia (del tutto personale) visione, direi che la principale caratteristica del 2014 è l’avere offerto molte singole partite di livello altissimo.

Ecco perché forse lo si potrebbe definire come “l’anno dei grandi match”. In vista della fine di questo ciclo di articoli ho provato a selezionare le partite più memorabili del decennio; e mi sono ritrovato davanti ad almeno cinque match del 2014 che proprio non saprei come escludere dalla lista definitiva. Il primo si svolge a Melbourne, durante gli Australian Open.

a pagina 2: Li Na e gli Australian Open

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Racconti

2019, il tennis a marzo: nel deserto sboccia un fiore, Bianca Andreescu

A Indian Wells la giovane canadese centra un primo storico successo e pone le basi per la corsa al primo Slam della carriera

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Marzo per chi segue il tennis è il mese del “Sunshine Double”. Nel 2019, marzo è stato però soprattutto il mese di Bianca Andreescu. La ragazza canadese, classe 2000, si è mostrata al mondo trionfando nel deserto di Indian Wells e ponendo le basi per il primo successo a livello Slam. Esattamente come era capitato nel 2018 ad un’altra giovane stella, Naomi Osaka, vincitrice in California e poi agli US Open. Oltre al suo tennis vario, elegante e potente, Bianca si è subito fatta volere bene da (quasi) tutti per il suo carattere solare, ma incredibilmente determinato.

Entrata in tabellone grazie ad una wild card, Andreescu infila quattro successi perentori contro Begu, Cibulkova, Voegele e Wang prima di lasciare solo un gioco ad una Garbine Muguruza in cerca d’autore, ma pur sempre numero 20 del mondo e bicampionessa Slam. In semifinale contro Elina Svitolina, testa di serie numero 6, la giovane canadese gioca da veterana continuando a incantare il pubblico con la varietà del proprio repertorio tennistico, ma soprattutto con l’enorme sicurezza nei propri mezzi che dimostra ogni volta che mette piede in campo.

In finale l’attende Angelique Kerber, alla ricerca del primo titolo in un Premier Mandatory, ma con tre scintillanti Slam in bacheca. Bianca però non sembra intimorita dal palmares e dal lignaggio dell’avversaria, anzi prende subito in mano la partita e fa suo il primo set. Niente sembra spaventarla o scuoterla, né il secondo set perso contro una Kerber mai doma, né i crampi, né i tre match point mancati sul 5-3 con conseguente controbreak. Menando vincenti a destra e a manca si procura subito un’altra occasione: stavolta è quella buona e Bianca si regala così il primo titolo della carriera. E che titolo.

Oltre al suo cristallino talento, Andreescu lascia già intravedere qualche riflesso del suo carattere genuino e spigliato, che si traduce in dichiarazioni molto simpatiche dopo la grande vittoria. “Un anno fa, di questi tempi, ho avuto molti problemi con il mio corpo ed il mio tennis. Quindi è pazzesco cosa può cambiare in un anno. Stavo giocando un 25k in Giappone, e ora sono la… posso dire quella parola con la F? No, non posso. (sorridente). La fo***ta campionessa di Indian Wells! È pazzesco”.

Bianca Andreescu – Indian Wells 2019 (via Twitter, @AustralianOpen)

Una settimana dopo, a Miami, è un infortunio, prima ancora di Anett Kontaveit, a fermarla nei quarti di finale, quando la prospettiva di una storica doppietta non sembrava poi così irrealizzabile. Quel torneo verrà ricordato però più per lo screzio con Kerber che per il tennis giocato. “Sei la più grande regina delle sceneggiate!“. Le dirà la tedesca al momento della stretta di mano, irritata per l’atteggiamento sofferente “simulato” (il beneficio del dubbio non si nega a nessuno), dopo averci perso per la seconda volta in pochi giorni.

Incomprensioni a parte, sul cemento nordamericano di primavera si è avuto un assaggio di quello che si sarebbe poi realizzato in estate, sempre sui campi duri del Nord America. Sedici vittorie di fila impreziosite dai titoli conquistati a Toronto e, soprattutto, a New York, sempre in finale contro la regina dell’ultimo ventennio di tennis, Serena Williams. L’epica, un po’ stantia anche se ben vendibile, del passaggio di consegne c’è, la rivalità più o meno a distanza con Naomi Osaka anche e il tennis non può che gioirne. Una cosa è certa: marzo per Bianca è stato solo l’inizio.

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Focus

Thomas Fabbiano, piccolo è bello

Elogio di Thomas Fabbiano, centosettantré centimetri da San Giorgio Jonico. E di come ha saputo abbattere una serie di giganti

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Thomas Fabbiano - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Non credete alle favole, e nemmeno alla mitologia: nella vita di tutti i giorni, il povero Davide le becca di brutto da Golia, prepotente e tracotante. Sempre. O quasi… Già, perché di tanto in tanto succede che il mondo si ribalti, e che il piccoletto le suoni ben bene al gigante: quando accade, è chiaro, la cosa fa discutere, e in ambito giornalistico usa dirsi che ‘fa notizia’ (l’uomo che morde il cane, insomma). E se poi il fatto si ripete più di una volta, sempre col medesimo protagonista, beh, allora diventa necessario soffermarsi un attimo sulla questione, e provare ad approfondirla. Per farla breve: vogliamo parlarvi di Thomas Fabbiano, non statuario tennista tarantino – di S. Giorgio Jonico – dal… basso dei suoi 173 centimetri, 30 anni, ormai da un paio di stagioni veleggiante attorno alla centesima posizione del ranking mondiale – col picco della 70esima piazza nel settembre 2017.

Cominciamo col dire che negli Slam, da quando li frequenta, un paio di turni li passa quasi regolarmente: e con scalpi di un certo rilievo, come Wawrinka a Wimbledon 2018, Tsitsipas a Wimbledon 2019, Thiem agli US Open 2019. Non male davvero, ma non è nulla – paradossalmente – rispetto a quanto stiamo per raccontarvi. Fermi tutti però: prima vi diciamo (così, tanto per scaldare l’atmosfera) di un paio di nanetti che, in sport e tempi diversi, hanno fatto gridare al miracolo.

Il primo è Tyrone Bogues, per tutti la Pulce, che denunciando la bellezza di 159 centimetri di statura seppe far faville nientemeno che nella NBA di basket, una ventina di anni or sono. Ancora raccontano di quando stoppò il mitico Pat Ewing (2,13) in uno dei suoi consueti tentativi, solitamente coronati da successo, di schiacciata a canestro nel match fra Hornets e Knicks, anno di grazia 1993: ed oltre a questa leggendaria, chiuse la carriera con ben altre 38 stoppate (!?). Per darvi un’idea: quando giocava a Washington, il maggior divertimento dei fotografi era di metterlo accanto al compagno Manute Bol, che stazzava 2,31… Fate i conti: 72 centimetri di differenza!

 

Passiamo al calcio: Giovanni Tedesco, tamburino palermitano da 1,70, è stato per diverse stagioni all’inizio degli anni ’90 il centrocampista che segnava più gol nel campionato italiano. E l’80% buono li faceva di testa, saltando sopra marcatori di una spanna o due più alti… Arrivava quatto quatto nei pressi dell’area, a luci spente, specie sui calci piazzati: i difensori se lo perdevano – anche perché tenevano d’occhio i marcantoni avversari, mica lui – salvo ritrovarselo all’altezza del secondo palo già… in cielo, dopo un ‘terzo tempo’ da Space Jam (a proposito di pallacanestro). Lo ricordano con nostalgia in particolare a Perugia, dove era una specie di mascotte – nonché, poi, amatissimo capitano – con la sua trentina di reti in un quinquennio.

Può bastare: e ora torniamo al buon Tommasino. Australia, gennaio scorso: come al solito ci si squaglia dal caldo, ma il pugliese è abituato (e che je fa, a lui?). Fa subito fuori Kubler, per trovarsi al secondo turno con una sfida impossibile: Reilly Opelka, emergente omaccione statunitense, una specie di Hulk coi suoi 211 cm. Vederli vicini, a rete prima di cominciare, provoca un sorriso e un senso di smarrimento fra noi tifosi tricolori: poverino, ora se lo mangia vivo…Bum bum bum, ace su ace (alla fine saranno 67!), diversi ‘perfect game’, roba da ammazzare un bue: macché, il piccolo sta lì buono buono senza fare una piega, smonta l’avversario pezzo per pezzo, e dopo 5 set si guadagna il meritato trionfo. Caspita, che impresa! Dopo inciamperà in un ispirato Dimitrov, e pace…

Thomas Fabbiano e Reilly Opelka – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Cambiamo scenario: i sacri prati londinesi qualche mese più tardi, dove Fabbiano si trova regolarmente a suo agio. Comincia col dare la più grossa delusione stagionale a Tsitsipas, che non è di taglia ridotta neanche lui, vendicando fra l’altro la sconfitta di dodici mesi prima. Ed ecco che gli si para di fronte una seconda sagoma inquietante: è quella di Ivo Karlovic, altro mancato cestista. No, non ce la può fare, quel tipaccio viaggia costantemente oltre i 220 all’ora alla battuta, i miracoli non si ripetono… Chi l’ha detto? I soliti 5 set, i soliti giochi (diversi) senza vedere boccia, la solita tela di ragno intessuta pian piano attorno alla cavalletta, che alla lunga rimane avviluppata senza via di scampo: fantastico! Poi lo impallinerà Verdasco, ma tutto sommato cosa importa?

Per noi Thomas è un mito. Ci piace pensare che d’ora in poi insegua due obiettivi, anzi tre (l’ultimo a lungo periodo): nell’immediato, trovarsi dinanzi ad Isner in uno Slam e ribaltare pure lui, per completare… il grande Slam degli oversize. Quindi giocarsela vis à vis con Schwartzman in un duello rusticano, per il simbolico titolo di campione del mondo dei tennisti tascabili. Ma soprattutto, diventare prima o poi il numero uno di Taranto e dintorni: e qui sta l’impresa più ardua, perché in testa alla classifica siede incontrastata Robertina Vinci. Come che sia, intanto il nostro può vantarsi di esser finito in un assunto proverbiale – il nostro, quanto meno- che recita: per battere di sicuro i giganti, o sei uno dei top 3 o sei Fabbiano.     

Renato Borrelli

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