La stampa italiana celebra l'undicesima impresa parigina di Rafa Nadal

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La stampa italiana celebra l’undicesima impresa parigina di Rafa Nadal

“Infinito”. “Nadal Garros”. “Oltre la storia”. “Nadal con chi vuoi”. “Il marziano sulla terra”. “Nadal XI”. “Re Rafa”. “Nadal l’empereur”

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Infinito Nadal. Undici volte re di Parigi (Ubaldo Scanagatta, Giorno-Carlino-Nazione Sport)

È stato ancora una volta, per l’undicesima in finale, un Rafa Nadal imperial, fenomenal, brutal, special, sensational, triunfal. E ora quasi irreal. Ma anche, inevitabilmente, è stata la conclusione più… natural. Undici finali a Parigi senza perderne una. Mai trascinato al quinto set, in sei finali ha concesso un set, in altre cinque neppur quello. Anche ieri contro il pur irriducibile austriaco Dominic Thiem che pure ci ha provato fino all’ultimo, il campione di Manacor, ha vinto in tre set. Un punteggio discendente e disarmante: 6-4 6-3 6-2. L’anno scorso in semi Thiem aveva perso 6-3 6-4 6-0. Quattro volte Federer, due volte Djokovic, una volta Puerta, Soderling, Ferrer e un anno fa Wawrinka si sono tutti dovuti arrendere al re tiranno. Thiem aveva annunciato “ho un piano per battere Rafa” e siccome in passato tre volte c’era riuscito aveva facoltà di illudersi. Sennonché come è entrato in campo ha perso subito i primi sei punti, otto dei primi nove, e il servizio. Da lì in poi è stato un inseguimento senza speranza. Non ha più visto Rafa neppure nei rettilinei. Una sola volta è riuscito a prendergli il servizio, ma sul 5-4 è stato lui a cederlo di nuovo. La missione che si preannunciava impossibile si è presto confermata tale. Per Rafa è il 17esimo Slam. Sono 3 di meno dei 20 di Roger Federer che sarebbe ritornato n.1 se Rafa ieri avesse perso. Nadal è imbattibile sulla terra rossa perché, anche se tutti si soffermano sulle sue qualità fisiche e il dritto mancino, gli aspetti più percepibili, lui ha nel braccio una forza enorme che gli consente di tirare fortissimo e lunghissismo anche da lontano. Fino a qualche anno fa Rafa aspettava i servizi a 3 metri e 24 di media oltre la linea di fondo. Ora se ne sta a 4 m e 57. Riesce a tirar forte e lungo lo stesso e a darsi il tempo per avvicinarsi poi alla riga facendo arretrare gli avversari per cominciare a mulinare con il suo dritto. E chi gli sta davanti può solo fare il tergicristallo. Sarebbe poi un errore trascurare l’intelligenza tattica di Rafa. Non fa mai una scelta sbagliata. Qui ha perso solo un match con Soderling nel 2009 e uno con Djokovic nel 2015. Sulla distanza dei 3 su cinque ne ha vinti — sul “rosso” — 111 su 113. Ci si chiede ora solo quando il re di Manacor vorrà abdicare, senza più dominare in modo quasi imbarazzante tutti i suoi avversari. Rafa XI è “le roi de Paris”.


Il più grande da quando è nato il mito Roland Garros (Gianni Clerici, Repubblica)

 

Nadal stava vincendo il suo undicesimo Roland Garros, e un mio vicino statistico, al Club, sollevava l’ammirazione dei soci dicendo che, durante simili prodezze nelle 11 finali, aveva perduto in tutto 5 set, e mai era stato costretto una sola volta al quinto. Nell’ascoltarlo contro voglia, perché ero seduto lì vicino, mi domandavo se si potesse dar conto di un ritiro, in favore di Thiem, perché, in quello stesso istante, Rafa stava mostrando una mano al fisioterapista. Una mano con le dita sommerse di cerotti, in cui l’anulare e il medio parevano muoversi con difficoltà, e che Nadal si ostinava senza troppo successo ad attivare. Nel frattempo lo statistico non pareva avvertire il rischio che l’undicesima vittoria sfuggisse al più grande tennista sul rosso dal 1925, l’anno in cui era iniziato il Roland Garros, costruito grazie alle vittorie dei Quattro Mousquetaires in Coppa Davis. Fin li lo spagnolo mi aveva spinto a chiedermi come mai l’austriaco l’avesse battuto recentemente. La risposta che un amico spagnolo mi aveva dato, l’altura, il cattivo umore di un tennista favorevole alla Catalogna e non a Madrid, un rapporto non ideale con l’organizzatore Tiriac, non mi avevano convinto. Il giovane austriaco pretendeva di battere Rafa come gli era riuscito nella capitale spagnola forzando da fondo campo il diritto liftatissimo e cambiando a volte la traiettoria del rovescio, smorzato invece che nell’angolo alla sua destra. Il risultato di ciò, la pretesa di battere Nadal forzando soprattutto il diritto dal fondo, aveva condotto ad un lungo primo set di 54 minuti risolto sullo 0-40 e servizio dell’austriaco, ad un secondo per Rafa, sempre con un break nel secondo disputatissimo game di 12 punti, ed eccoci all’intervento del fisio sulla mano che non pareva più in grado di assecondare il suo padrone. Nadal è tuttavia un individuo diverso. Quell’incidente che avrebbe potuto sollevare dubbi in tutti noi non faceva che aumentarne la determinazione, e dopo un game perduto, ecco giungere 8 punti a 2, e sui 5 games a 2 il gioco finale, al quinto match point. Nell’apoteosi si fa ora un gran parlare e scrivere di Borg, dei suoi 4 consecutivi Roland Garros, dei suoi 4 US Open mancati per un difetto visivo la sera, dei suoi 5 Wimbledon contro i 2 solidi Rafa. Ma il più grande sulla terra rimane Nadal. Lo ha dimostrato anche con una mano malconcia.


La leggenda del Nadal Garros. Il re a Parigi è sempre lui (Stefano Semeraro, Stampa)

Il primo dei finalisti sgranocchiato da Rafa Nadal al Roland Garros è stato l’argentino Mariano Puerta, che oggi ha giusto 40 anni e dopo essersi ritirato fa il maestro in America. L’ultimo, fresco fresco, è Dominic Thiem, 26 anni, da oggi n.7 del mondo, che appena dopo essere stato archiviato come l’ennesimo pretendente respinto (6-4 6-3 6-2), il quarto più malleabile stando al numero dei game rimediati (9, Federer nel 2008 ne raccolse 4) ha confessato, con il sorriso da bravo ragazzo viennese ancora ammaccato dall’urto, che «nel 2005 quando hai vinto per la prima vota, io avevo 11 anni e stavo davanti alla tv». Gli avversari, le generazioni di avversari, passano. Nadal resta. Con la sua grinta, la sua conoscenza assoluta del tennis su terra battuta. I ganci mancini di diritto che deformano il campo, la tigna difensiva che scoraggia gli avversari… [SEGUE]. La finale è durata un set, il primo, con una extension di incertezza all’inizio del terzo, quando Rafa ha avvertito un crampo alla mano e ha interrotto il game per farsi trattare («Ho avuto paura, non sentivo le dita»). Una nuvoletta passeggera sopra il sole di un match perfetto, «il mio più bello di questo torneo». Si pensava che Thiem, l’unico capace di batterlo sulla terra per due volte negli ultimi 13 mesi, avrebbe potuto impensierirlo — ma era la speranza coltivata da chi, come Ken Rosewall, che ha premiato Rafa in quanto vincitore a Parigi nel 1953 e nel 1968 «sperava di vedere qualche set in più…». Invece no. La Next Generation invece non è ancora pronta, quella di mezzo è già quasi archiviata. Gli ultimi sei Slam li ha vinti una creatura a due teste di 69 anni — i 32 di Rafa più i 37 di Roger — e che chiamano Fedal. Gli altri sono tornati ad accontentarsi. L’ultima impresa di Nadal è probabilmente una delle più grandi nella storia dello sport, non sono del tennis, e l’hanno ammirata dalla tribuna anche Zinedine Zidane e Pau Gasol, due che di immensità sportive se ne intendono, più una leggenda del rock come Roger Waters. Gli vale almeno un’altra settimana da numero 1 (a Stoccarda, sull’erba, mercoledì torna in campo il dioscuro svizzero, che ha appena 100 punti di distacco nel ranking), il 79esimo titolo in assoluto, il 57esimo sul rosso, il quarto del 2018. E il 17esimo Slam a 3 di distanza dal solito Federer. «Certo che mi piacerebbe vincerne 20 come lui, ma io non sono uno che bada agli altri, non mi faccio ossessionare dai record», ha ribadito il vecchio Niño di 32 anni dopo essersi asciugato i lucciconi e aver assorbito l’infinita ovazione del Philippe Chatrier — l’ultima che ha risuonato nello stadio che ora sarà demolito e ricostruito. «Ho avuto una grande carriera, e anche tanti infortuni. Giocherò fino a quando mi regge il fisico, fino a quando mi divertirò. Il tennis è importante, ma c’è altro nella vita, il futuro non mi spaventa». Quello immediato spaventa invece gli altri. Compreso, probabilmente, Roger Federer.


Nadal oltre la storia, la macchina perfetta del signore della terra rossa (Paolo Rossi, Repubblica)

Quanto è stato felice di essere stato falso profeta, Rafael Nadal: incassando il suo undicesimo Roland Garros ha smentito sé stesso e la sua famosa frase su Dominic Thiem: «Un giorno vincerà Parigi». Non aveva aggiunto, all’austriaco, “not in my name”, mai quel giorno contro di lui. Il miglior Nadal di queste due settimane ha avuto la meglio sul suo giovane sfidante (che un giorno davvero vincerà il Roland Garros) in soli tre set (6-4, 6-3, 6-3) ma combattuti mica male. Non ha nulla da rimproverarsi, l’austriaco, perché ha giocato una signora finale. Ma Nadal ha dato il meglio di sé all’apice del torneo, in semifinale con Del Potro e nel match per l’assegnazione della sua Undecima Coppa dei Moschettieri. La Restaurazione di Rafael XI, nessuna prima volta per Thiem. Il suo 17° Slam, 11° solo a Parigi. Soltanto una tennista, Margaret Court Smith, ha fatto altrettanto, agli Australian Open. E negli altri sport non ce ne sono poi tante, di serie vincenti, tra le altre Valentino Rossi ad Assen (10), Schumacher a Magny Cours (8), Agostini e la sua Finlandia (17 vittorie). Una serie vincente da urlo che porta di diritto lo spagnolo oltre il tennis, nell’Olimpo di tutti gli sport. Alla faccia delle dicerie e degli acciacchi. Solo Nadal sa a cosa ha dovuto sottoporsi per essere felice oggi: le cure per la sindrome di Hoffa (al ginocchio), le solette speciali per la lesione congenita al piede. E non parliamo delle iniezioni alla schiena per i prelievi di sangue e del plasma per rigenerare le cellule, l’acqua di mare (in Australia) e i mille altri trucchi (in senso buono) di Angel Ruiz Cotorro, il medico che lo segue dall’inizio della carriera. Le parole dopo la finale confermano il percorso vissuto. «Ho vinto più di quello che sognavo. Ho avuto infortuni, e per questi dolori ho perso mesi, tempo, tornei che avrei potuto vincere. Sì, sono emozionato, essere tornato al top, ma ancora di più sentire l’appoggio del pubblico. Mi avessero detto sette anni fa che avrei vinto oggi non ci avrei creduto, ma poche cose come il tennis mi danno felicità e quindi continuo a pensare solo al tennis. Sono un ragazzo fortunato per quello che ho avuto, perla mia vita – sia sul campo che fuori – e ho ancora ambizioni, ma non chiedetemi di Roger Federer e dei suoi 20 Slam. Sì, lui è avanti di tre Slam, ma io penso solo a me stesso. Cosa faccio adesso? Beh, mi fermo perché devo fare i conti con il mio fisico, vedere come sto e, fra un paio di giorni, decido cosa fare per la stagione sull’erba di concerto con il mio staff». Rafa si prende oggi gli omaggi della Spagna, che lo celebra come una delle sue icone più grandi di sempre, e farà bene a coccolarselo e tenerselo ben stretto. A proteggerselo e sperare che tutte le terapie di Cotorro funzionino sempre, e la gestione zio Toni/Moya pianifichi sempre tutto a puntino, come accaduto in questi anni. Perché? Semplicemente perché dietro Rafa c’è il vuoto tennistico, o quasi. Potrebbe sembrare una provocazione, considerando i nove spagnoli nei primi Cento, di cui sette nei primi Cinquanta. Ma, grattando sotto la superficie, possiamo in realtà scoprire che sono praticamente quasi tutti più anziani di Nadal… [SEGUE]. «Forse Rafa ha ispirato molti ragazzini, ma potrebbe anche aver ucciso una generazione» ha detto un cronista spagnolo, con un tono agrodolce.


Nadal fa 11. Il marziano sulla terra (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Il Re Sole. C’è una luce lassù, irraggiungibile e di incomparabile bellezza. Rossa come il cuore. Rossa come il sangue. Rossa come la passione. Nadal è ancora e sempre al centro della terra, un eroe senza tempo che vinceva da ragazzo, meravigliando il mondo con quel dritto mai visto prima e le tenute colorate, e trionfa adesso che è uomo, come recitano le rughe attorno agli occhi e i segni di mille battaglie e mille ammaccature. Conquistare uno Slam è un traguardo per il quale tutti sarebbero disposti a dare la vita sportiva: senza contare gli altri titoli lui, al Roland Garros, il più difficile e dispendioso, ci è già riuscito 11 volte. Solo Margaret Court mise 11 sigilli su un Major, gli Australian Open: ma stiamo parlando di un’altra epoca e di un altro tennis. La preistoria. Questo è l’evo di Rafa, cominciato nel 2005 con il successo in quattro set su Puerta e ancora vivo e fremente, con l’eternità che si avvicina e nessuno che possa sottrarlo dal suo regno di ocra e sudore. Thiem non aveva ancora 12 anni, allora, e come tutti i bambini appassionati della racchetta si emozionò davanti alla tv: «Però avrei faticato di meno se avessi continuato anche stavolta a rimanere sul divano». Già, se l’immaginava diversa, Dominator, la prima finale Slam in carriera, forte e baldanzoso del ruolo di unico eversore sul rosso del diavolo mancino nelle ultime due stagioni. Non c’è stata partita. Nadal, nella quotidianità, ha paura dei tuoni ma sullo Chatrier, casa sua, è una tempesta che ti avvolge e travolge, soprattutto se non lo tieni lontano dalla riga di fondo cominciando dal servizio. E l’austriaco batte con percentuali troppo povere nel primo set (45%) per non finire scosso dalle angolazioni maiorchine, concede troppe palle break (alla fine ben 17) per resistere alla marea montante di Rafa, non trova mai un antidoto alla sua ferale risposta che non gli consente di prendere il controllo. Sotto di due set, spossato da scambi pesantissimi che premiano sempre le cannonate dell’altro e malgrado la fasciatura del polso troppo stretta provochi una lieve perdita di sensibilità alla mano sinistra dell’avversario nel terzo set, Dominic si inchina al suo destino da sconfitto: «Non credo neppure di aver giocato male, ma quello che sta facendo Nadal a Parigi è una delle imprese più grandi della storia dello sport». E pensare che dopo il primo successo di 13 anni fa, il teenager Rafael si ritrovò a immaginare per sé un futuro di medio respiro: «Cosa farò quando avrò 30 anni? Sarò a pescare nella mia Maiorca». Domenica scorsa ne ha fatti 32 e per Soderling, uno dei due eletti capaci di sconfiggerlo sulla terra parigina (nel 2009, l’altro è Djokovic nel 2015) e certo non l’amico del cuore, il romanzo è ben lontano dal vedere un epilogo: «Ha una fame che non vedo negli occhi degli altri e si muove meglio di quando era giovane: se rimane in salute, può tornare qui per altri tre o quattro anni e macinare tutti gli avversari». Perfino l’inesorabile trascorrere delle stagioni, perciò, si è arreso alla ferocia di un guerriero inimitabile: «Non è vero – si schernisce Rafa – contro il tempo devo farci i conti e non posso fermarlo. Per questo mi godo il presente e assaporo questo trionfo, che mi lascia senza parole. Perché sembra tutto così naturale e invece arriva dopo momenti difficili, prima di Montecarlo non giocavo una partita da gennaio. Per questo non sono agitato per il mio futuro, mi preoccuperò quando non sarti più felice di alzarmi al mattino per il tennis». È vero, nemmeno gli sfregi di un fisico lacerato da cento e cento sfide senza ritorno sono stati capaci di piegarlo, Rafa non si è mai arreso all’idea che la fine sarebbe arrivata per consunzione. Si lotta fino all’ultima stilla di energia, si cede solo quando scema la passione, perché il coraggio di guardare in faccia il dolore non morirà mai… [SEGUE]. Una vita dedicata al proprio sport, scandita nelle ore libere dal legame profondissimo con la famiglia e dai rapporti con gli amici d’infanzia. Se chiedete a chi lo conosce bene e perfino agli avversari che continua a torturare in campo di descrivervi l’uomo Nadal, vi dipingeranno un ritratto di enorme rispetto e di profonda umiltà. Anche e soprattutto adesso che è entrato nel ristretto club dei tennisti che hanno guadagnato più di 100 milioni di dollari in carriera di soli premi (grazie ai 2.200.000 euro del trionfo di ieri), perché i soldi non sono mai stati un’ossessione e vengono per la maggior parte investiti nella Fondazione e nell’Accademia. Si è concesso solo un paio di svaghi: l’ormai celebre barca per dormire in mezzo al mare cullato dalle onde e un’Aston Martin di cui si era invaghito nel 2008 a Londra, prima di Wimbledon. Il padre promise che lo avrebbe accompagnato a comprarla se avesse vinto il torneo: non immaginava che due settimane dopo il figliolo sarebbe stato capace di far piangere Federer sui prati più amati. Quel Roger con cui sta marchiando un avvio di secolo irripetibile, con il quale si è spartito equamente gli ultimi sei Slam dagli Australian Open 2017 e da cui lo separano adesso solo tre Major (17 a 20), prima che la rivalità rifiorisca sull’erba e, più che altrove, sul cemento americano. Rafa intanto mantiene il numero uno del mondo, che l’arcirivale può sottrargli già questa settimana a Stoccarda se raggiungerà la finale. Un duello che ha fermato la storia, ma che nei numeri non lo appassiona: «Ancora una volta, lasciatemi godere questa coppa. Certo, sono ambizioso, voglio sempre fare al meglio il mio lavoro, ma non sono il tipo di persona che invidia gli altri se hanno di più: perché c’è sempre qualcuno che possiede più cose di te e se ci pensi finisci per diventare frustrato. Ovviamente, 17 è un numero favoloso, ma perché significa solo che devo continuare a lottare a ogni torneo, che sia uno Slam oppure un 250». Senza perdere di vista l’essenza pura dell’esistere di Rafa Nadal: «Al mondo ci sono tante persone che si impegnano come faccio io o magari anche di più, e semplicemente non hanno avuto la mia stessa fortuna. Perciò posso solo ringraziare la vita per le opportunità che mi ha concesso: vincere 11 volte lo stesso torneo è qualcosa di unico, che non potevo nemmeno lontanamente sognare quando ho deciso che sarei diventato un tennista». Sia benedetto quel giorno.


Re Rafa leggenda senza tempo (Gianni Valenti, Gazzetta dello Sport)

Rafa Nadal è stato incoronato per l’undicesima volta sul trono di Parigi. Viva Rafa, viva il Re della terra rossa. Il suo record, difficilmente battibile, è qualcosa di leggendario nella storia del tennis e dello sport in generale. Tredici anni dopo il primo trionfo al Roland Garros il campione spagnolo ha dato l’ennesima dimostrazione di forza e classe sulla superficie che ama di più e che tante gioie gli ha riservato in carriera. Pare che il tempo si sia fermato, che dal 2005 ad oggi nulla a queste latitudini sia cambiato. Perché Nadal è sempre Nadal e sul suolo francese ha dimostrato di essere ancora imbattibile. Quelle lacrime appena accennate mentre coccolava la coppa dopo la finale raccontano meglio di ogni altra cosa un ragazzo che, dietro il fisico scultoreo e gli occhi da tigre, è gentile d’animo con un cuore grande così. Per dipingere l’ultimo capolavoro, Rafa ha giocato il miglior match del torneo lasciando solo nove game al malcapitato Dominic Thiem che, badate bene, è probabilmente il giocatore della nuova generazione maggiormente attrezzato quando si gioca sul rosso. L’austriaco ha fatto ogni cosa per non sfigurare ma dall’altra parte ha trovato un muro capace di ribattere tutto con profondità disarmante. Non solo, il 32enne di Manacor ha comandato il gioco dall’inzio alla fine con il dritto dei tempi migliori impreziosendo gli scambi con più di una discesa a rete. Nadal chiude la campagna europea sulla terra rossa dopo aver collezionato i titoli di Montecarlo, Barcellona, Roma e, appunto, il Roland Garros che ha fatto salire a 17 il numero degli Slam vinti. Resta numero uno del mondo e si accinge, senza paura alcuna, a entrare nei territori preferiti da Roger Federer: i campi in erba… [SEGUE].


Nadal con chi vuoi (Valentina Clemente, Corriere dello Sport)

Difficile che un altro tennista riesca a scrivere una tale storia sulla terra del Roland Garros perché a Parigi tutti, o quasi, hanno dovuto riporre le proprie aspirazioni di vittoria contro Rafa Nadal, primo giocatore a conquistare 11 titoli nello stesso Slam. Non è solamente una storia d’amore quella tra lo spagnolo e il Major francese, ma una passione che sembra resistere al tempo e alle difficoltà: il Roland Garros è diventato praticamente la seconda casa di Nadal e da ieri sera il suo nome resterà impresso per sempre su quelle mura che lo hanno visto crescere dal 2005 ad oggi. Se sul match-point contro Dominic Thiem (risultato finale 6-4, 6-3, 6-2, in 2h42′) la sua gioia è stata contenuta, la tensione del momento è venuta fuori nel frangente in cui Rafa ha nuovamente stretto a sé la coppa dei Moschettieri, attimo in cui la felicità ha lasciato spazio all’emozione e alle lacrime, un rito liberatorio e una conferma della sua esistenza. «Nella mia carriera sono riuscito a vincere più di quello che mai avrei immaginato, soprattutto dopo tutte le difficoltà che in passato ho avuto a seguito degli infortuni: questa stagione su terra è stata eccezionale con i titoli che ho conquistato e non ho le parole per descrivere quello che sento. Ho trentadue anni e non posso combattere contro il tempo, ma per il momento sono qui e il tennis è la cosa più importante della mia, non sono preoccupato per il futuro. Avere undici titoli in questo torneo è qualcosa di unico, inimmaginabile, ma è successo e voglio ringraziare la vita per avermi dato questa opportunità, perché in tanti lavorano come e più di me e non hanno avuto una tale chance nella loro carriera. Forse non è il miglior modo per spiegare quello che provo in questo momento, ma è l’unico che trovo». Una vittoria, quella di ieri, che permette a Nadal non solo di confermare il suo regno parigino, ma di restare in testa al ranking mondiale. «Sicuramente mi fa piacere, ma la cosa che conta di più in questo momento è l’undicesimo titolo al Roland Garros, perché dal mio punto di vista è il più importante torneo dell’anno. Dalla prima volta che sono venuto a qui ho costruito un legame importante con l’evento, non solo per i successi che ho conquistato, ma per il rapporto che ho costruito con le persone che vi lavorano, mi sento vicino a loro». Chi dice Rafa Nadal, dice anche Roger Federer perché, nonostante la sua assenza dalla stagione su terra, il loro dualismo continua ad affascinare e con il suo 17° Slam lo spagnolo ha riacceso ulteriormente l’interesse per questo infinito testa a testa (sono ora appunto 20 a 17). «Fatemi godere questo momento – ha scherzato in conferenza stampa – Non posso pensare sempre alla prossima sfida, anche con tutta l’ambizione del mondo, anche perché non sono mai stato un fanatico di questo genere di record. Non puoi invidiare sempre chi ha più soldi di te o se qualcuno ha una casa più grande, non si può vivere con questa sensazione… Uno dev’essere felice di quello che riesce a concretizzare nella propria esistenza. Ovvio in futuro mi piacerebbe avere venti titoli come Roger; o magari anche di più, ma penso che già averne diciassette sia un traguardo importante, mi sento fortunato per questo»[SEGUE].


Nadal XI, re a Parigi (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Il sapore delle buone cose di una volta. Quella sensazione di benessere che viene dalla prevedibilità, una dolce assuefazione, come per un bimbo che voglia ascoltare dalla mamma sempre la stessa fiaba. Alla undicesima replica di un monologo che figura ormai fra le piece sportive più conosciute e premiate, alla ottantaseiesima riproduzione di uno di quei piccoli, miracolosi congegni di efficienza fisica mista a doti balistiche, che sono i match vinti su questa terra di mattone, Rafael Nadal produce ormai un effetto ipnotico, fa da ansiolitico alle inquietudini del tennis moderno, incoraggia tutti noi a immaginare un futuro privo di quelle scosse telluriche che in tanti, troppi, vorrebbero provocare. C’è lui, c’è Nadal, perché mai qualcosa dovrebbe cambiare? E Rafa il baricentro del tennis sul mattone, il tennista premier ovviamente di tutti. Tredici anni dopo la sua prima apparizione, continua a rappresentare l’approdo ideale del tennis su terra rossa, il perfetto insieme di destrezza e forza di volontà, il campione esatto per queste tene più pesanti che altrove, ma tali da rassicurarlo, da farlo sentire avvolto nel grembo materno. La Grande Madre Terra Rossa. Sono undici titoli, diciassette Slam, e già siamo oltre la Storia. Nadal ha portato il Roland Garros nella fantascienza. Eppure, lo guardi e non trovi alcun motivo per decretare che proprio l’undicesimo appena raggiunto, sarà il trofeo finale di questa avventura. Ci sarà il dodicesimo, perché no? Certo che ci sarà. E poi il tredicesimo, e chissà quanto ancora Rafa potrà andare avanti. Finché lo vorrà, probabilmente, e allora è più facile chiedersi se e quanto ancora lo vorrà. Lui dice di non vedersi trentasettenne ancora sul campo, non ha alcuna intenzione di inseguire Federer sulla strada della longevità come primato sportivo, né ritiene di essere in possesso di formule magiche, di un elisir di lunga vita, odi lungo tennis. «Dovrò mettere su famiglia, prima o poi. Se penso ai miei trentasette anni, mi vedo ancora numero uno del mondo, ma nella pesca al bolentino». Il bolentino è la pesca dei molto pazienti, si sceglie l’esca, si cala l’amo con i piombi finché non si avverte che abbia toccato il fondale, e si aspetta. C’è tempo per pensare, riflettere, perdersi nelle onde del mare. È questo l’altro Nadal, il suo opposto, quello che attende il Rafa tennista finalmente pensionato. Un tipo mille miglia lontano dal giocatore scalpitante, che in pochi secondi sa organizzare i suoi match, pescando tra le fragilità dei suoi avversari quella che possa essergli più utile. Racchetta e bolentino, opposti che si attraggono, dimensioni diverse di un campione che ha compiuto 32 anni pochi giorni fa e non ha ancora smesso di stupire. Non vi è riuscito Federer, a batterlo su questa terra. Perché mai avrebbe potuto riuscirvi Dominic Thiem? Badate, è una domanda retorica. La risposta c’è già. È in questa finale quasi senza battaglia, che molto annunciava e pochissimo ha mantenuto… [SEGUE]. Un monologo di due ore e quarantasei minuti, con ventisei vincenti e ventiquattro errori non forzati per Rafa, trentaquattro vincenti, e 42 errori per Thiem. Ventisei, alla fine, i punti a favore del numero uno (10579). Sei-quattro, sei-tre, sei-due, viene da pensare che se si fosse giocato un quarto set sarebbe finito 6-1, e un quinto 6-0. Che dire? Semplicemente imbattibile.


Parigi, Nadal l’empereur (Angelo Mancuso, Messaggero)

Il suo amato Real Madrid aveva vinto la decima Champions League nel 2014. Poi ha fatto 11, 12 e infine 13 un paio di settimane fa. Giunto nel 2014 a 9 Roland Garros, Rafa Nadal aveva vissuto un paio di edizioni da incubo. Sconfitto da Djokovic nei quarti nel 2015, si era ritirato per un infortunio al polso nel 2016. Sembrava che il tempo fosse scaduto, ma lui non parlava a vanvera. «Lavorerò ancora più duramente», ripeteva. L’anno scorso ha centrato a sua volta la “decima”, ieri è arrivato 11esimo squillo all’ombra della Tour Eiffel… [SEGUE]. Come si può battere Nadal nel suo regno? Bisogna sperare in una giornata umida, senza sole, perché il suo leggendario top di dritto non schizzi ancora più alto. E queste condizioni ieri a Parigi c’erano. Poi serve la partita perfetta, con pochi errori gratuiti (Thiem ne ha commessi 42 contro i 24 del rivale) e tanta abnegazione offensiva. L’Iron Man austriaco con il servizio, compresa la seconda in kick, ha provato ad aprirsi il campo per poi colpire con il diritto variando angolazioni e scelte. Purtroppo per lui, Nadal era troppo in palla per pensare a un “passaggio di potere”, come titolava ieri mattina “Le Quotidien”, il giornale distribuito all’ingresso di Bois de Boulogne. Non appena il maiorchino è riuscito a diventare aggressivo, la partita di Thiem è finita: sotto 5-4 ha ceduto il turno di battuta e il primo parziale. Da quel momento è stato un monologo del maiorchino: 3-0 nel secondo, quindi 6-3. Nel terzo set i break sono arrivati al terzo e al settimo game. Nadal, che intanto si era fatto massaggiare il braccio sinistro dolorante, ha servito per il titolo sul 5-2 e ha chiuso al quinto match point su una risposta out dell’austriaco. Da paura i numeri che accompagnano il “Signore della Terra”: 24 finali e 17 titoli Slam (a -3 da Federer), 57 trofei sul rosso dei 79 complessivi, 414 incontri vinti a fronte di 36 sconfitte su questa superficie, 903 match vinti nel circuito maggiore, 237 dei quali nei Major e 86 al Roland Garros. Ma non sono i numeri ad andare in campo. Ad andare in campo è la portentosa concentrazione, unita alla determinazione e alla capacità di restare sempre nel match. Condizioni fisiche perfette, se relazionate ai 32 anni e agli infortuni (dal polso alle ginocchia martoriate), servizio efficace e diritto che gli viene in soccorso nel momento del bisogno. Per non parlare della solidità del rovescio bimane e mancino. «Èsempre speciale vincere qui – ha detto – questo è sicuramente il posto più significativo di tutta la mia carriera. Non esiste un torneo al mondo dove io possa giocare con una motivazione più alta di Parigi».

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Intervista a Flavia Pennetta: “Contro Ivanovic e il mio ex per la Hall of Fame. Temevo una bufala invece la merito” (Piccardi)

La rassegna stampa di lunedì 18 ottobre 2021

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Intervista a Flavia Pennetta: “Contro Ivanovic e il mio ex per la Hall of Fame. Temevo una bufala invece la merito” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

All’eterna ragazza di Brindisi è sempre piaciuto mettere il naso davanti alle altre. Prima tennista italiana della storia a entrare nelle top lo della classifica mondiale (agosto 2009), prima n.1 del ranking in doppio (febbraio 2011), unica ad aver conquistato un titolo Slam sia in singolare (Us Open 2015) che in coppia (Australian Open 2011 insieme all’argentina Dulko).

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Flavia, comincia la campagna elettorale per farsi votare dal tifosi (vote.tennisfame.com) e dal comitato della Hall of Fame presieduto da Stan Smith. «E qui iniziano i guai: mio padre Oronzo dice che sono una pessima politica, e ha ragione. Io sto mandando messaggi agli amici, userò Instagram, vedo tanti appassionati di tennis italiani entusiasti, mi colpisce l’attenzione mediatica data alla notizia. Va bene, tutto fa brodo per mantenere alta la visibilità rispetto agli altri candidati». Passiamo in rassegna rivali. Cara Black e Lisa Raymond non sembrano pericolose. Molto di più lo è Ana Ivanovic, sposata con l’ex calciatore tedesco Schweinsteiger, attivissima sui social. «Insieme a Serena Williams, la mia bestia nera, peraltro. Non riuscivo a capire dove tirasse, mi mandava ai matti. Cinque confronti, tra singolare e doppio, e cinque sconfitte da Wimbledon 2005 a Miami 2014. Che rabbia…». E poi i due uomini da battere: gli spagnoli Carlos Moya, suo ex oggi coach di Rata Nadal, e Juan Carlos Ferrero. «Scontrarmi con Moya è buffo, mi fa ridere: sarà un osso duro perché con Rafa è rimasto nel circuito e gode di grande visibilità. Ferrero mi impensierisce di meno».

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Qualcuno le aveva messo una pulce nell’orecchio? «Macché. È stata una sorpresa totale. Ricevo una mail da Stan Smith: ciao Flavia, mi dai Il tuo numero di telefono? Penso a una bufala, ma dopo un controllo scopro che è tutto vero!». Perché i membri della Hall of Fame dovrebbero votarla (short list entro fine anno, ammissione nel 2022)? «Ho dato anima e corpo al tennis, mi sono divertita rispettando sempre le avversarie, ho avuto una carriera bellissima, terminata con una vittoria Slam a 33 anni. Penso di aver regalato qualcosa, in termini di risultati ed emozioni, al mio sport». Le place il suo sport, oggi? Per la quinta stagione consecutiva i quattro Slam hanno avuto quattro regine diverse: «A me non piace. Quello che sta succedendo, questa fortissima discontinuità, a mio parere non è un bene per il tennis. Ai miei tempi non sarebbe mai potuto succedere che una ragazzina partita dalle qualificazioni, come Emma Raducanu a New York, vincesse uno Slam. Le atlete al top facevano troppa differenza. C’è qualcosa che non va. Manca il carisma, così il tennis femminile è più difficile da vendere». Il declino dello strapotere di Serena Williams ha aperto la porta a chi è più in forma. «Le giovanissime, Raducanu e Fernandez, è tutto da dimostrare che si confermino. Una regina Slam non può sparire nel nulla. Io non sono mai stata tra le superstar però sono durata ad alto livello quindici anni, e Francesca Schiavone idem».

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Kim Kljisters, 38 anni e tre figli, è tornata a giocare. In questo tennis così fluido non cl sarebbe spazio anche per Flavia Pennetta? «Noooo. Capisco la voglia di riprovarci, perché l’adrenalina del match non la ritrovi più da nessuna parte. Io non avrei più la forza mentale per stare in campo. Sta per arrivare il terzo figlio, che è l’ultimo. Mi ha fatto sorridere il tweet di Andy Roddick: nella Hall of Fame deve entrare la Pennetta perché resiste al fianco di suo marito Fabio Fognini, un risultato straordinario!».

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Rassegna stampa

Mistero Djokovic verso la soluzione. Finals più vicine (Crivelli). Una volata a cinque per Torino (Bertellino). Depressione addio. Bentornata Badosa (Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 17 ottobre 2021

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Mistero Djokovic verso la soluzione. Finals più vicine (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

C’è un fantasma che aleggia sul castello del tennis in questo finale di stagione infiammato dalla rincorsa agli ultimi posti per le Finals di Torino. E’ quello di Novak Djokovic, che ha giocato l’ultima partita il 12 settembre nella notte stregata di New York, in cui Medvedev gli strappò dalle mani il sogno di realizzare il Grande Slam. E dopo la quale ha trascorso il riposo, o meglio la decantazione della delusione più grande della carriera, tra Belgrado, Montecarlo e Marbella, le sue tre residenze, senza rivelare nulla sulle intenzioni per i tornei che chiudono l’annata. Siccome le ultime parole prima di un lungo silenzio erano risuonate nella pancia dell’Arthur Ashe e allungavano parecchie ombre sul resto del 2021 («Non ho piani per il futuro, ho promesso a me stesso di stare di più con i bambini»), il dubbio era che il Djoker desse appuntamento direttamente a gennaio, anche se la questione del vaccino richiesto al momento dagli Australian Open potrebbe complicargli i piani per il rientro. La sua assenza dalle Finals libererebbe un altro posto. aprendo le porte al 10° della Race che in questo momento è Jannik Sinner. Ma i contendenti (in lotta per gli ultimi due pass restano in cinque) farebbero bene ad affidarsi alle proprie forze, perché i rumors dalla Serbia danno per certo il ritorno a breve: secondo il «Kurar» , quotidiano sempre ben informato sulle vicende di Nole e che cita un’anticipazione dell’ufficio stampa del campione, Djokovic tornerà in campo in questo tramonto di stagione, ma non avrebbe ancora definito il programma. Facile prevedere che lo si possa rivedere al Masters 1000 di Parigi Bercy (dove è ancora iscritto), alle Finals di Torino e poi in Davis.

Una volata a cinque per Torino. Si deciderà solo a Parigi (Roberto Bertellino, Tuttosport)

 

 Inedita la collocazione in calendario, dalla classica primavera all’autunno, del tutto inatteso il quadro delle Semifinali nel Masters 1000 di Indian Wells, penultimo di categoria In stagione. Le semifinali, andate in scena nella tarda serata e notte italiana, hanno opposto Cameron Norrie a Grigor Dirnitrov e Nikoloz Basilashvili a Taylor Fritz. Nessuno è compreso tra i migliori 25 del mondo (mai accaduto in un Masters 1000). Il risultato nel complesso comporta, indipendentemente dall’esito degli ultimi scontri, un rimescolamento delle carte per quanto riguarda le ultime posizioni utili ad entrare di diritto alle Nitto ATP Finals di Torino. E’ tornato prepotentemente alla ribalta il britannico Norrie, risalito in 12^ (11^ considerando il forfeit certo di Nadal) alle spalle di Felix Auger-Aliassime e Jannik Sinner e con la possibilità, in caso di ulteriori successi nel torneo californiano, di miglioramenti. Ha consolidato la nona piazza Hubert Hurkacz, ora in vantaggio di 360 punti su Sinner; ha sorpassato il tetto dei 3000 punti Casper Ruud che ha anche ufficialmente scavalcato Nadal in 7^ posizione. Scendendo nella graduatoria potrebbe entrare tra i pretendenti alla partecipazione persino Basilashvili, per la prima volta in semifinale in un Masters 1000 dopo aver sconfitto nei quarti il n° 3 del mondo Stefanos Tsitsipas. Molto dipenderà dagli ultimi match di Indian Wells e dai tornei che seguiranno in calendario. Certamente decisivo sarà il Masters 1000 di Parigi Bercy, dall’1 al 7 novembre.

Depressione addio. Bentornata Badosa, la nuova Sharapova (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Più che la nuova Sharapova, finalmente la vera Badosa. Non e facile portarsi appresso un’etichetta così ingombrante come il paragone con la divina Masha fin da quando hai 18 anni: e infatti la bella Paula a un certo punto dell’ancor tenera carriera si perse nel tremendo tunnel della depressione. La finale raggiunta a Indian Wells, la prima in un Masters 1000 per la spagnola, conquistata battendo la grande amica Ons Jabeur che però può consolarsi con la top ten, rappresenta dunque il definitivo riscatto da un passato di grandi tormenti. Nata a New York da genitori che lavorano nella moda, la Badosa nel 2015 vince il Roland Garros juniores. È alta, bionda e tira forte da fondo, fin troppo semplice accostarla alla giocatrice più glamour. Firma contratti milionari, si prende una casa da sola a Barcellona e furoreggia sui social. Ma presto crolla sotto il peso delle aspettative: «In preda all’ansia, non riuscivo a uscire dal fosso». Scende oltre il 200° posto e in tre stagioni, dal 2016 al 2018, si ritira da metà dei tornei cui è iscritta adducendo infortuni che in realtà sono solo nella sua testa. Fino a quando affronta la situazione e telefona a Xavi Budo, ex coach della Suarez Navarro: «La prima volta che le ho parlato mi sono reso conto che era su una nuvola e il personaggio aveva preso il sopravvento sulla persona». Ma ne è uscita e, dopo aver iniziato l’anno da numero 70 e con una positività al Covid in Australia, se oggi batte la Azarenka diventa numero 11. Bentornata.

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Rassegna stampa

Sinner battuto da Fritz (Crivelli, Mastroluca, Bertellino). «Candidata per aver abbattuto un muro» (Mastroluca). Pennetta nominata alla Hall of Fame: «Non ci credevo» (Cocchi)

La rassegna stampa di venerdì 15 ottobre 2021

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Sinner caduta amara. La corsa alle Finals adesso si complica (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

L’uragano Fritz si abbatte sull’Italia e in due giorni spazza via dal deserto californiano i frutti migliori del nostro tennis. Sognavamo un derby agli ottavi di Indian Wells, l’americano invece si è opposto al progetto e ha eliminato in serie prima Berrettini e poi Sinner, tra l’altro con lo stesso punteggio. Ma se la sconfitta del peggior Matteo di stagione non compromette affatto i suoi piani per le Finals di Torino, quella di Jannik rappresenta una complicazione nel cammino verso il Masters. L’allievo di Piatti resta 10′ nella Race, ma non ha accorciato le distanze da Ruud, ha visto allontanarsi l’amico Hurkacz e soprattutto adesso deve guardarsi pure le spalle dal possibile rientro di Norrie che è già in semifinale e in quella parte del tabellone, non più presidiata da Medvedev e Rublev, ora tutto è possibile. E chi dovesse raggiungere la finale si ritroverebbe con .un bottino di punti insperato e sostanziosissimo. Intanto, Jannik dovrà subito metabolizzare lo stop, maturato nonostante molte occasioni per portare il primo set dalla sua parte e la rimonta da 1-5 e due palle break per il 4-5 del secondo: «Non mi sentivo bene sulla palla, era come se non riuscissi a muovermi bene, ma ho provato a lottare fino alla fine. Quest’anno ho già perso alcune partite in modo simile, ma ogni sconfitta ha un suo perché. Forse ha influito il fatto di aver giocato dopo tre giorni per il ritiro di Isner: mi è sembrato quasi un primo turno». Per continuare a inseguire il sogno, Sinner ha in programma tre tornei, che potrebbero diventare quattro (Stoccolma la settimana prima del Masters) se avesse bisogno degli ultimi punti: Anversa da lunedì, Vienna a fine mese e il Masters 1000 di Bercy la prima settimana di novembre. Certo, sulle Finals continua ad aleggiare il fantasma di Djokovic, nel senso che una sua rinuncia, di cui si parla fin da dopo gli Us Open, libererebbe un altro posto insieme a quello già reso disponibile dal sicuro no di Nadal, che tornerà solo nel 2022. […]

Sinner ora rischia di mancare Torino (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Jannik Sinner è abituato alle discese sugli sci, ma adesso per coltivare il sogno delle Nitto ATP Finals dovrà imparare ad andare in salita. La sconfitta contro Taylor Fritz agli ottavi del Masters 1000 di Indian Wells, infatti, complica non poco la strada verso Torino. Lo statunitense, che già aveva eliminato Matteo Berrettini, si trasforma così nel “nemico Fritz” dei tennisti italiani. «In campo non riuscivo a muovermi come avrei voluto, non mi sentivo bene sulla palla, era come se non riuscissi a muovermi bene», ha detto l’altoatesino dopo la partita. In un braccio di ferro a chi tirava più forte, l’azzurro ha avuto il merito di lottare fino all’ultimo punto. Ma, come ha ammesso, l’aver tardato nella ricerca di opzioni alternative ha avuto un peso non trascurabile nella determinazione del risultato. Sinner ha vinto solo un punto su tre quando ha messo in campo la seconda di servizio e nel corso del match ha fatto più fatica a contenere le accelerazioni di diritto dell’avversario. Fritz, più efficace tanto negli scambi brevi quanto in quelli più prolungati, ha giocato meglio. L’azzurro, lucido nelle analisi anche delle sue sconfitte, l’ha ammesso chiaramente. Eppure, nonostante questo, di occasioni per invertire il corso del match ne ha avute comunque. «Ho mancato diverse palle break, penso al primo game del secondo set – ha detto -, poi ho servito io e non ho sfruttato le palle game per tenere il servizio. Non mi riuscivano cose che normalmente faccio. Pere, sono rimasto in partita fino alla fine, ho anche ottenuto un contro-break che avrebbe potuto riaprire il secondo set». Ma con i se non si va da nessuna parte, Jannik lo sa meglio di tutti. […] La qualificazione alle Nitto ATP Finals rimane possibile, per la matematica, ma certo più difficile. Il suo migliore amico nel circuito, il polacco Hubert Hurkacz che l’ha sconfitto in finale a Miami, può contare su un tesoretto di circa 400 punti di vantaggio. Dopo gli ottavi di finale, Hurkacz è virtualmente l’ultimo dei qualificati alle Nitto ATP Finals. Sinner ha ancora almeno tre jolly, ovvero il 250 di Anversa, l’ATP 500 di Vienna e il Masters 1000 di Parigi-Bercy. Recuperare così tanti punti non sarà facile.

Sinner già su Torino (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La decima giornata del Masters 1000 di Indian Wells ha portato grandi sorprese in campo maschile. La più eclatante è stata la sconfitta di Daniil Medvedev, n° 2 del seeding e del mondo, ad opera di Grigor Dimitrov. Una partita, quella tra i due tennisti dell’est, che pareva conclusa quando Medvedev conduceva 6-4 e 4-1 con due break. Poi il russo ha giocato un game di scarico cedendo il primo dei due break acquisiti. Dimitrov ha iniziato a mettere in campo tagli e contro tagli d’ogni tipo, è risalito grazie ad alcuni colpi spettacolari e ha pareggiato i conti. Nel terzo set ancora Dirnitrov ha fatto la differenza con la sua classe innata e il russo si è arreso sul 4-6 6-4 6-3. Allo Stadium 2, dove aveva perso Berrettini, il suo stesso giustiziere, Taylor Fritz, si è regalato i quarti eliminando Jannik Sinner, n°14 del mondo per 6-4 6-3. Sinner era partito bene (4-2 40-40) spingendo sul rovescio del terrnista USA, ma da quel momento Fritz ha preso in mano le redini del gioco e ribaltato la situazione con 8 game vinti consecutivamente (6-4 4-0). Sinner ha servito con poca efficacia, soprattutto la seconda palla, e perso i tre giochi a cavallo tra il primo e il secondo set che sono stati dei veri lungometraggi (41 punti complessivi). Sullo 0-4 l’azzurro è tornato competitivo variando un po’ le proprie trame e ha avuto due chance per centrare il contro-break numero due del set sul 5-3 15-40 servizio Fritz. L’americano ha trovato però colpi e concentrazione e chiuso 6-3 dopo un’ora e 41 minuti. Prende il via oggi il suo viaggio itinerante il Trofeo delle Nitto ATP Finals. Alle 14, da Palazzo Civico, sede del Comune di Torino, verrà prelevato per raggiungere l’area X di Intesa San Paolo…la sua prima tappa. Sarà poi anche a Milano e ad Asti. […]

«Candidata per aver abbattuto un muro» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Flavia Pennetta potrebbe diventare la prima tennista italiana a entrare nella International Tennis Hall of Fame, il tempio che celebra i più grandi di questo sport. La brindisina, prima italiana a entrare in Top 10 in singolare, campionessa dello US Open 2015 nella prima finale Slam tutta azzurra contro Roberta Vinci, figura tra i sei candidati proposti per la cerimonia di induzione di luglio 2022. Prima voteranno i tifosi, fino al 31 ottobre, poi una giuria composta di campioni del passato, membri già ammessi nella Hall of Fame, giornalisti. Per raggiungere questo traguardo, bisogna raggiungere complessivamente il 75% dei consensi. La candidatura è un po’ come una nomination all’Oscar e Flavia ha accolto la notizia con tanta emozione. «E’ un grande onore anche solo essere presa in considerazione – ha detto – Sapere che hanno pensato a me, mi fa capire quanto venga considerato quel che ho fatto nella mia carriera».

Nel presentare la sua candidatura, la Hall of Fame ha sottolineato che ha raggiunto II numero 1 In doppio. Quanto è stato significativo quel traguardo?

A me è sempre piaciuto il doppio, era una forma di competizione da vivere con meno tensione rispetto al singolare. Ho avuto l’occasione per due anni di giocarlo con la mia migliore arnica nel circuito, Gisela Dulko. Eravamo una coppia affiatata in campo e fuori, abbiamo vinto uno Slam e un Masters: non male direi.

Essere la prima italiana in Top 10 resta un traguardo storico. Come ha vissuto quel momento?

Con grande gioia, finalmente ero riuscita a rompere un muro con cui tante mie colleghe in passato si erano scontrate. Quel traguardo è servito a me per avere consapevolezza di quel che stavo diventando. Ma penso sia servito a tutto il tennis italiano femminile, perché le altre hanno visto che si poteva fare. Da lì in poi, con Francesca Schiavone, Sara Errani e Roberta Vinci si put, dire che ci siamo sbizzarrite.

Con loro ha condiviso quattro trionfi In Fed Cup, I primi per l’Italia. Quali partite hanno segnato di più la sua esperienza in Fed Cup? Immaginiamo che quella memorabile contro Amelie Mauresmo del 2009, quando mostrò il dito all’arbitro, rientri in questo elenco.

Quella è impossibile dimenticarla, non so che mi è preso ma l’importante è che l’ho portata a casa. Ho giocato tante belle partite, non parlo necessariamente delle finali. Per esempio una vittoria di cuore in una trasferta “tragica” contro l’Ucraina delle sorelle Bondarenko o una partita lottatissima contro l’Australia.

Il momento clou rimane il trionfo alla US Open del 2015. L’immagine che si porta dietro di quel torneo?

Non dico la finale, ma l’esultanza dopo la vittoria contro Sam Stosur, una partita per me molto dura e molto importante. Ho chiuso con un punto pazzesco e ho fatto una specie di “come on!” gridando più forte che mai. […]

Pennetta nominata alla Hall of Fame: «Non ci credevo» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

La chiamata di Stan Smith, ex numero 1 al mondo, è arrivata a Brindisi, dove Flavia Pennetta sta con Federico e Farah in attesa di partorire il terzogenito di casa Fognini. Non una telefonata di cortesia, ma la comunicazione della nomination per Hall of Fame del Tennis, l’olimpo di chi ha fatto la storia della racchetta. Potrebbe essere lei la prima giocatrice italiana e figurare nell’elenco dei fenomeni, sempre che riesca a superare la concorrenza degli altri candidati. Insieme alla campionessa dello Us Open 2015 tra candidati ci sono Juan Carlos Ferrero (ex n.1 del mondo, campione al Roland Garros 2003), Lisa Raymond (ex n.1 in doppio e vincitrice di 6 Slam tra doppio e misto), Ana Ivanovic (ex n.1 al mondo e campionessa al Roland Garros 2008), Carlos Moya (ex n.1 e campione al Roland Garros 1998, ora allenatore di Rafa Nadal), Cara Black (ex n.1 al mondo in doppio e campionessa di numerosi Slam tra doppio e misto). Incredula Flavia racconta il retroscena della candidatura a cui subito non aveva creduto, pensando si trattasse di uno scherzo: «Mi è arrivata una mail in cui Stan Smith (presidente della Tennis Hall of Fame, ndr) mi chiedeva il numero di telefono per contattarmi. Io ho fatto lo screenshot e l’ho mandato alla mia manager chiedendole di verificare che fosse vero. Poi mi ha confermato che era il vero Stan e mi sono emozionata moltissimo». La concorrenza è forte, ma Flavia è amatissima: «Non penso riuscirò a battere gli altri. Gente come Moya e Ferrero, o come la Ivanovic. Ana è sempre stata una mia bestia nera, non sono mai riuscita a batterla in campo. Non capivo mai dove mandasse la palla…». […]

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