Dallo zio Toni all'amico Carlos: c'è solo Maiorca nel destino di Rafa (Crivelli). Errani disperata: "Non so se mi rivedrete" (Viggiani). Il doping della Errani ed il male nello sport (Narducci)

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Dallo zio Toni all’amico Carlos: c’è solo Maiorca nel destino di Rafa (Crivelli). Errani disperata: “Non so se mi rivedrete” (Viggiani). Il doping della Errani ed il male nello sport (Narducci)

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Rassegna a cura di Daniele Flavi

 

 

 

Nadal e Moya Dallo zio Toni all’amico Carlos: c’è solo Maiorca nel destino di Rafa

 

Riccardo Crivelli, la gazzetta dello sport del 12.06.2018

 

La seconda e la terza attrazione di Manacor sono le spiagge incontaminate e le due fabbriche di perle artificiali che si esportano in tutto il mondo. La prima, manco a dirlo, è Rafael Nadal, che nella terza città più grande di Maiorca è nato 32 anni fa e con la quale mantiene un legame che va oltre le semplici radici familiari. Perché chi nasce su un’isola lì vuole sempre tornare, al caldo degli affetti e delle amicizie che il senso di appartenenza amplificato dal mare e dai suoi pericoli cementa e fortifica. TUTTO IN CASA Nadal non sarebbe Nadal, l’uomo dei 17 Slam e dell’impresa sovrumana di 11 Roland Garros in 13 anni, se non avesse dentro il salmastro e la serena tranquillità della sua terra: la famiglia allargata a zii e cugini, per anni convivente nello stesso residence e anche adesso raggiungibile con una passeggiata dalla villa in cui vive; gli amici d’infanzia e Xisca, la stessa fidanzata conosciuta sui banchi di scuola; la barca per andare a pescare nei giorni senza tennis e quando l’Accademia che porta il suo nome, un gioiello, non lo impegna con i ragazzini arrivati a frotte per imparare da lui. Con un quadro del genere, era impensabile che Rafa guardasse oltre l’orizzonte maiorchino quando,a fine 2016, si trattò di scegliere l’allenatore che dopo vent’anni avrebbe preso il posto di zio Toni, l’uomo che aveva creato la sua leggenda. La soluzione, *** infatti, era già in casa, nell’isola che non tradisce mai: Carlos Moya, hidalgo della capitale, Palma e primo numero uno spagnolo della storia del tennis, per due settimane a marzo 1999, più vecchio di dieci anni. L’INCONTRO Ed è incredibile come 3640 chilometri quadrati di natura selvaggia e civiltà marinara fino agli inizi del XX secolo, quando esplose il turismo, abbiano prodotto un campione notevolissimo e un fenomeno tra i più grandi della storia dello sport in generale. Ancor più curioso che il loro primo incontro non avvenga sull’isola, bensì a margine del torneo di Amburgo nel 1999, dove il non ancora tredicenne Nadal è ospite di un evento Nike per giovani promesse: «Ne avevo già sentito parlare – ricorda adesso Carlos – perché a otto anni aveva vinto il titolo di Maiorca per gli under 12, perb per me rimaneva soprattutto il nipote di Miguel Angel, il più forte calciatore maiorchino di sempre». L’approccio mostra subito quale tempra vibri nella carne del piccolo Rafa, che ai convenevoli del celebre interlocutore formulati con la frase «Ti auguro una carriera come la mia», risponde (lo racconterà nell’autobiografia) come una lama tagliente: «No, io voglio di più». E Moya in quel momento è re di Parigi e il secondo giocatore del mondo. L’AMICIZIA Non si tratta di spocchia, ma di guardarsi dentro e comprendere che il fuoco sacro richiede ambizioni all’altezza. Ma quando dovrà scegliere la prima racchetta professionale, Rafael sarà molto • L’ex tennista è il suo allenatore da due anni: stesse origini e passione «Quando avevo 24 anni e lui 14 lo battevo a fatica…» chiaro con Zio Toni: voglio quella che ha anche Carlos. E con quella inizia a fare da sparring al connazionale capace di raggiungere il gotha del tennis, diventando un compagno di training con la scorza e la tigna del campione affermato: «Dovevo impegnarmi per batterlo, e aveva solo 14 anni». Due anni dopo, le partite tese in allenamento si sublimano finalmente nella prima sfida ufficiale sul circuito, proprio a Amburgo, un incrocio del destino: in una giornata umida e piovosa, lo sbarbato vince facile in due set. Sul campo è già una belva, ma al momento della stretta di mano abbassa lo sguardo quasi contrito: «Sapevo che in quel momento – dirà Moya – avevo davanti il futuro, mentre il mio era già declino». Alla fine, saranno otto i confronti diretti, con sei vittorie per Rafa. Nel frattempo, perb, il rapporto si consolida, insieme vincono la Davis del 2004 (e Moya ottiene che venga convocato e giochi la finale contro gli Usa) e una fortissima amicizia si cementa anche grazie alla comune passione per i videogiochi: «Ricordo che erano sempre sfide agguerritissime – conferma Carlos – e con punizioni annesse: una volta lui perse e fu obbligato a scendere le scale dell’hotel sulle ginocchia e a raggiungere così la sala da pranzo». CHE COPPIA Insomma, quando due anni fa Rafa si trova di fronte a una decisione che ti pub cambiare la vita, non si rivolge soltanto a un coach che aveva appena seguito Milos Raonic: chiama al suo fianco Che progressi lo spagnolo.

 

Errani disperata: «non so se mi rivedrete»  

 

Mario Viggiani, il corriere dello sport del 12.06.2018

 

La scorsa settimana, smaltita l’eliminazione al primo turno del Roland Garros contro Alizé Cornet, Sara Errani non aveva perso tempo e se n’era andata in Croazia, a Bol, per disputare un torneo 125k Wta e guadagnare punti che le facessero recuperare qualche posizione in una classifica che la vedeva 75 del mondo. Sembrava allegra, in compagnia dell’altra azzurra Jasmine Paolini (s’erano divertite anche a saltare sul tappeto elastico, come due bimbe). E in allegria aveva raggiunto la semifinale. Sabato però non era scesa in campo, contro la polacca Magda Linette: per motivi familiari, ovviamente non meglio precisati. leri s’è intuito quali fossero, i motivi della rinuncia. Forse a Sara era stata anticipata la decisione del TAS, il Tribunale Arbitrale dello Sport, in merito alla vicenda cere l’aveva avuta come protagonista nel 2017: presenza di letrozolo (inibitore degli ormoni femminili, contenuto in medicinali usati contro i tumori ormoni-dipendenti) accertata in un test antidoping Wada del 16 febbraio; sentenza di primo grado da parte dell’ITF, la Federtennis internazionale, con squalifica di 2 mesi (scontati dal 3 agosto al 2 ottobre) e perdita di punti e montepremi guadagnati nel periodo 16 febbraio-7 giugno; ricorsi al TAS della stessa Errani, per riottenere punti e soldi, ma anche di Nado Italia, l’organizzazione nazionale antidoping, che riteneva troppo lieve la sanzione [If specie in riferimento ad altre positività da letrozolo, punite anche in Italia con 2 annidi stop. Il TAS, con motivazioni pubblicate ieri, ha respinto il ricorso di Sara, pur riconoscendo l’involontarietà dell’assunzione di letrozolo (la tesi difensiva è quella di compresse di Femara, medicinale appunto contenente la sostanza vietata, usate dalla madre di Sara e finite nell’impasto di tortellini mangiati dall’intera famiglia il 13 e/o il 14 febbraio, a Massa Lombarda) e accolto invece quello di Nado Italia, aumentando i mesi di squalifica da 2 a 10, con decorrenza immediata degli ulteriori 8 mesi che si concluderanno il 7 febbraio 2019. La reazione della Errani è arrivata sui social: ««Sono davvero nauseata da questa vicenda. Non credo sia mai successa una cosa del genere, gestita in questo modo a mio giudizio vergognoso. Sono sette mesi che vivo pensando e aspettando la sentenza definitiva. Per otto volte mi hanno comunicato una data limite di uscita per poi rinviarla. Otto volte! Senza mai darmi la possibilità di vivere e di giocare con la serenità necessaria per questo sport Questo aumento di squalifica di otto mesi lo trovo una vergogna». Dopo aver ribadito che il doping non è certo la sua filosofia di sport («II Tas ha confermato, perla seconda volta, che si è trattato di un’assunzione involontaria, e per di più di una sostanza che non migliora le prestazioni atletico-sportive»), ha aggiunto di sentirsi «impotente davanti a un’ingiustizia cosa grande e profonda. E lo voglio gridare a testa alta, perché so di non aver più niente da rimproverarmi. Non so se avrò la forza e la voglia di rigiocare a tennis dopo tutto questo». 11’Ias, che ha quindi moltiplicato per cinque la condanna di prima istanza, ha sottolineato come la Errani non abbia accettato la sospensione volontaria dopo la notifica ITF del 18 aprile 2017, esponendosi quindi a squalifiche a posteriori Queil’1TF che peraltro affida i diversi casi sempre a differenti studi legali, con metri di giudizio non certo uniformi… Possibile (probabile?) il ricorso della Faran al Tribunale Federale Svizzero, dove federale non sta per Federtennis locale, ovvio: nel caso per chiede la sospensione della pena, contenstandone la legittimità ma non il merito, in attesa del pronunciamento definitivo dello stesso.

 

Il doping della Errani e i mali del tennis

 

Fausto Narducci, la gazzetta dello sport del 12.06.2018

 

E’ vero che le vie dell’antidoping sono infinite ma la prima cosa che salta all’occhio nel caso di Sara Errani è che ci sono voluti sedici mesi dal controllo incriminato per arrivare a questa sentenza definitiva (inappellabile ma fino a un certo punto) del Tas di Losanna. Probabilmente se la metà delle indimenticabili Cichi, sintesi di un tennis femminile italiano che dominava il mondo, non avesse chiamato in causa i tortellini della mamma — arma a doppio taglio dal punto di vista mediatico — oggi non ci ricorderemmo neanche più di un caso di doping apparentemente minore che aveva portato alla prima squalifica nell’agosto 2017. Ma il tennis, più di altre discipline, deve ancora metabolizzare il fenomeno che ha macchiato le ultime vicende dello sport mondiale e ha dovuto esporsi a tutti i passaggi (a vuoto) del «perdonismo» che condiziona anche i tribunali civili. Scegliere di non decidere, come succede troppe volte nel tennis, non può essere una soluzione. La rigorosa condanna della Sharapova ha forse aperto una nuova era ma in questo caso c’è voluto tutto l’impegno di Nado Italia, la nostra agenzia antidoping, per uscire dal clima dei sospetti e chiedere una sentenza super partes. Peccato che con gli strumenti a disposizione anche il Tribunale svizzero sia rimasto a metà del guado. Giustificazione dell’atleta non completamente credibile ma comunque nessuna intenzionalità da parte della Errani. Ed è appunto quando manca il dolo (punito con quattro anni di squalifica) che si entra nel range di pena che va dalla semplice censura ai due anni di squalifica. Fra i precedenti illustri ricordiamo il canottiere Niccolò Mornati, che per un caso di presunta contaminazione alimentare si era accollato due anni di squalifica, e il calciatore del Cagliari Joao Pedro che se l’era cavata con 6 mesi dopo aver rischiato 4 anni di squalifica per la positività a un diuretico. I tre giudici del Tas (uno scelto dal tribunale, uno del clan Errani e l’altro di Nado Italia) hanno messo sulla bilancia l’inequivocabile negligenza della Errani insieme al fatto che il letrozolo non ha evidenti effetti dopanti sull’organismo femminile. Alla fine si sono accordati nel giudicare incongrua l’iniziale squalifica di due mesi dell’Itf ma hanno aggiunto solo otto mesi (meno di quanto richiesto dalla Nado) segnando comunque la possibile fine carriera sportiva dell’arrabbiatissima romagnola. Una sentenza che ha tutti i limiti di quei rigori dubbi decisi dalla Var, ma che è sbagliato definire iniqua. E comunque il tennis farebbe bene a lamentarsi con se stesso per non aver scelto la strada della chiarezza sul doping.

 

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La finale è Russia-Croazia (Palliggiano). La favorita Russia e il pericolo Croazia: è qui la Davis (Crivelli). Davis, è caccia all’orso (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 5 dicembre 2021

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La finale è Russia-Croazia (Davide Palliggiano, Corriere dello Sport)

È durata pochissimo la resistenza della Germania. La Russia vola in finale di Davis e oggi, dalle 16, inseguirà la sua terza Coppa nella finale contro la sorprendente Croazia. Alla Madrid Arena i russi hanno risolto la pratica nei due singolari. Rublev s’è sbarazzato di Koepfer in 49 minuti (6-4 6-0). Leggermente più impegnativa la vittoria di Medvedev su Struff, ma sempre in due set (6-4 6-4). Il numero 2 del mondo s’è dovuto fermare per qualche minuto dopo il 5° game del secondo set, causa fuoriuscita di sangue dal naso. Ha ripreso senza fare una piega e chiuso l’incontro in un’ora e 6 minuti di gioco. E non contento s’è anche divertito a provocare la Madrid Arena con i suoi soliti modi da spaccone: «Il momento più bello è stato aver eliminato la Spagna a casa sua: negli spogliatoi eravamo particolarmente contenti» ha detto subito dopo il match ricevendo i fischi del pubblico spagnolo che oggi, presumibilmente, farà il tifo per la Croazia. Oggi, prima della finale, MT e la Kosmos (senza il suo presidente Gerard Piqué) presenteranno l’ennesimo cambio di formula della Coppa Davis. Avevano organizzato per questa mattina un evento nel lussuoso Hotel Riu di Plaza de España salvo poi annullarlo senza dare alcuna spiegazione. Circolava già Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, come sede della prossima Davis: una scelta che non sarebbe piaciuta a molti giocatori, tanto da far desistere la Kosmos a organizzare l’evento.

La favorita Russia e il pericolo Croazia: è qui la Davis (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Strade diverse, identico approdo. La finale 2021 della Coppa Davis, oggi alle quattro del pomeriggio metterà di fronte la Russia, favorita della vigilia con i suoi due top 5, un top 20 e un top 30, e la Croazia, che invece ha sfruttato alla perfezione la nuova formula, così sbilanciata verso il doppio, e la magia, che in fondo resta, della manifestazione, con il giocatore sconosciuto capace di esaltarsi con la maglia della nazionale. Per raggiungere gli avversari già qualificati dopo aver dato un grande dispiacere a Djokovic, i russi dovevano battere la Germania e soprattutto evitare di portare la sfida al terzo match, perché anche i tedeschi sono forniti di un doppio di livello (Krawietz e Puetz, che chiudono comunque imbattuti). Missione compiuta, in prima battuta grazie a Rublev, mai troppo convincente in questi dieci giorni ma finalmente concentrato: contro Koepfer finisce 6-4 6-0 in appena 50 minuti. Sull’abbrivio. Medvedev chiude chirurgicamente la pratica. Il numero due del mondo, in coda a una stagione scintillante ma lunghissima, sta viaggiando a marce basse, ma tanto gli è bastato per vincere quattro match senza perdere neppure un set, compreso il doppio 6-4 a Struff. Chi vince conquista l’insalatiera per la terza volta: la Russia si impose nel 2002 e nel 2006, la Croazia nel 2005 e nel 2019, l’ultima prima della rivoluzione. I precedenti dicono 1-1, ma contano solo per le statistiche: «Sono la squadra più forte e completa – ammette Marin Cilic — ma noi abbiamo le qualità per metterli in difficoltà». Soprattutto hanno Borna Gojo, la grande rivelazione delle Finals, numero 279 del mondo che ha battuto In serie il numero 61 (Popyrin), il 27 (Sonego) e il 33 (Lajovic). Ecco perché Rublev, numero 5, non si fida: «A tennis a questi livelli giocano tutti bene, ma è la Davis che modifica molto le cose dal punto di vista mentale. Si gioca di squadra, se anche si perde un match si può comunque vincere l’incontro».

Davis, è caccia all’orso (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non si riesce a capire a quale gara sia in animo di concorrere, Daniil Medvedev. Con quale Oscar voglia rinfrescare la sua popolarità Quello per il miglior tennista antipatico? Per il protagonista più bisbetico? O semplicemente per il più sciocco? Da bravo Orso (medved questo significa in russo) ha i suoi momenti di letargia, durante i quali è evidente come i sensi si ottundano e i neuroni rallentino. l dati sono ancora allo studio, ma è li, in quello stato di ipersonnìa, che sembrano prendere il sopravvento gli atteggiamenti più strambi del russo. Che cosa lo abbia spinto, ieri, ad attraversare il campo da gioco dopo aver vinto il match con Struff, e a battere i piedi sul cemento indoor della Madrid Arena, in un gesto dichiaratamente polemico sebbene difficile da interpretare, è cosa che appartiene ai suoi arcani rovelli. Ce l’aveva con il pubblico, che da quelle parti non lo ama moltissimo, lo si è capito meglio quando ha potuto esprimersi davanti a un microfono. «Siamo tutti molto felici di questa finale. Ma il punto più alto di questa gioia l’abbiamo toccato l’altra sera, quando abbiamo eliminato la Spagna. Una sensazione travolgente». Ricoperto da solerti pernacchie, ha proseguito: «Lo dico da anni. Volete farmi perdere? Applauditemi. Altrimenti, io continuerò a vincere». Non è la prima volta. E tutto ci dice che non sarà l’ultima. Già a Torino l’Orso si era distinto per aver sbadigliato sul muso di Sinner, durante un match in avvio dominato e poi complicatosi per il ritorno veemente dell’italiano. La storia si allunga con il secondo turno del 2017 a Wimbledon, quando Medvedev – sconfitto al quinto da Bebelmans – al termine del match aprì il portafoglio e tirò alcune monete verso il giudice di sedia. Nel 2016 la squalifica nel challenger di Savannah, per frasi razziste al giudice arbitro (nera) e all’avversario Young (nero anche lui). Nel 2019 la battaglia contro il pubblico degli Us Open, dopo aver strappato di mano un asciugamano a un ballboy ed essersi portato il dito alla tempia a indicare quanto – a suo giudizio – fosse stupido l’atteggiamento degli spettatori (gesto replicato a Torino). Tutto con Daniil sembra avvenire a caso. Ma il caso, sappiate, non è affatto idiota. […]

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Il Cio: «Incontreremo Peng Shuai a gennaio» (Mastroluca). Flavia Pennetta: “Uniti per Peng Shuai” (Rossi). Medvedev non perde un colpo, Russia in semifinale (Crivelli)

La rassegna stampa di venerdì 3 dicembre 2021

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Il Cio: «Incontreremo Peng Shuai a gennaio» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Se la situazione di Peng Shuai non sarà completamente chiarita, la WTA è disposta a cancellare i tornei in Cina anche dopo il 2022. «Vorremmo parlare direttamente con lei, assicurarci che sia libera e non sottoposta a coercizioni – ha detto il Ceo Steve Simon all’Associated Press -, e che sia avviata un’indagine completa e imparziale sulle sue accuse». Altrimenti la sospensione dei tornei in Cina per il 2022 potrebbe diventare una cancellazione più lunga. La più forte contrapposizione fra il governo di Xi Jimping e un’organizzazione sportiva è la coda lunga delle accuse che l’ex campionessa Slam e numero 1 del mondo in doppio aveva rivolto all’ex vicepremier cinese, Zhang Gaoli. In un messaggio sul social network Weibo rivelava lo scorso 2 novembre che Gaoli l’aveva costretta a un rapporto sessuale. Di Peng Shuai si erano perse le tracce per due settimane. L’opinione pubblica e i grandi campioni si erano mobilitati, poi il presidente del Cio Thomas Bach aveva annunciato di averle parlato, in video-chiamata, per mezz’ora. Ieri il Comitato olimpico ha parlato di una seconda conversazione. «Le abbiamo offerto un ampio supporto, resteremo in contatto con lei e abbiamo già concordato un incontro di persona a gennaio – si legge in una nota del Comitato -. Stiamo affrontando la questione direttamente con le organizzazioni sportive cinesi. Utilizziamo la diplomazia silenziosa». Ma alla WTA evidentemente non basta, se Simon è disposto a perdere milioni di euro. I nove tornei in calendario nel 2019 in Cina, infatti, offrivano un montepremi complessivo di 30,4 milioni di dollari. Simon, appoggiato anche da Amnesty International, non molla. «Se lo facessimo, diremmo al mondo che va bene non prendere le accuse di molestie sessuali seriamente perché sono vicende troppo complesse – ha detto all’Associated Press – e non possiamo permettere che succeda»

Flavia Pennetta: “Uniti per Peng Shuai, in gioco di diritti di tutti” (Paolo Rossi, La Repubblica)

 

Flavia Pennetta se la ricorda benissimo Peng Shuai, la tennista cinese scomparsa dopo aver denunciato le molestie subite da parte dell’ex vicepremier Zhang Gaoli e poi riapparsa in pubblico nel mistero. «Caspita, certo. Abbiamo giocato più volte contro, belle battaglie. Una ragazza solare, sorridente. Anche grazie all’aiuto di esperienze di vita all’estero, come negli Stati Uniti».

La Wta ha sospeso i tornei in Cina.

Sì, ed è una decisione enorme. Un gesto importante, perché di solito il sindacato femminile è molto prudente e ci pensa tre volte. Mi sa che hanno informazioni che noi ancora non conosciamo, e che apprenderemo solo in futuro. Io ero rimasta al suo incontro con Bach, e poi ho visto che ha partecipato a un’esibizione con i bambini…

È sembrato solo un contentino per far contento il mondo, visto che di lei non si hanno di nuovo più notizie.

Incredibile. Eppure io ho guardato bene il video, anche se l’immagine non era proprio nitidissima, devo dirlo. Lo ammetta: onestamente anch’io ho pensato a un sosia. Viene naturale pensarlo. Ma mi sembrava proprio lei.

Di sicuro la vicenda non migliora l’immagine della Cina.

Sappiamo che il loro è un mondo chiuso, e lasciamo stare le questioni politiche, il loro regime. Ma non va bene, ovviamente. Va malissimo. Non è accettabile. Mi dispiace veramente tanto per Shuai. Spero che anche gli altri, e anche l’Atp, continuino a tenere i riflettori accesi sul caso Peng. Anzi, spero che anche gli altri sportivi, altri campioni, entrino in scena mostrando solidarietà. In modo che i politici cinesi capiscano che un comportamento del genere non è ammissibile a nessun livello.

Sarebbe bello se si ripetesse il sostegno avuto dal movimento Black Lives Matter.

Certo. Ricordate Naomi Osaka che scendeva in campo con le mascherine delle vittime della polizia? Sarebbe bello che calcio, basket, F1, golf e tanti altri sport importanti facessero anche loro un gesto. L’opinione pubblica verrebbe mobilitata. E credetemi, ripeto: il fatto che la Wta abbia sospeso i tornei in Cina pesa tanto, sia dal punto di vista sportivo, ma anche economico e politico. Ma chi ci rimette, alla fine, sono le giocatrici.

A febbraio Pechino ospiterà anche le Olimpiadi invernali.

Appunto. Ecco perché è il momento che il mondo si stringa ora intorno a Shuai: e poi oltre alla persona qui sono in gioco dei principi, i diritti civili di tutti. Non si può e non si deve transigere: le istituzioni, dallo sport alla politica, dovrebbero far sentire forte la propria voce.

Medvedev non perde un colpo, Russia in semifinale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Tutto come previsto. La Russia, favorita della vigilia, con due giocatori in top 5 (Medvedev e Rublev), un altro in top 20 (Karatsev) e il quarto in top 30 (Khachanov), è l’ultima semifinalista delle Finals della Coppa Davis 2021, unica squadra ad aver raggiunto l’obiettivo senza dover ricorrere al doppio decisivo. Ma il successo sulla sorprendente Svezia dei fratelli Ymer, figli di un mezzofondista etiope profugo nella città di Skovde, non è stato semplice, soprattutto per la solita prestazione altalenante di Rublev, che ha servito per il match sul 5-4 del secondo set contro Elias Ymer (171 del mondo) dopo meno di un’ora di gioco ma II si è incartato con due erroracci di dritto che hanno radicalmente cambiato il match. Tra gratuiti marchiani, palle tirate contro il tabellone luminoso (rompendolo) e qualche prodezza isolata, il moscovita ha dovuto ricorrere a un delicato tiebreak per sbrogliare la matassa nel terzo set, ritrovando almeno qualità e tranquillità, imponendosi alla fine con il punteggio di 6-2 5-7 7-6. Con il primo punto in cassaforte, non poteva essere Medvedev a tradire la Grande Madre Russa e infatti con un doppio 6-4 in 73 minuti ha sbrigato la pratica Mikael Ymer senza peraltro brillare particolarmente. Tanto è bastato, però, per consolidarne il percorso immacolato in queste Finals, con tre vittorie nei tre singolari e senza aver ceduto neppure un set. Per agguantare la terza insalatiera russa, la strada passa ora per una semifinale contro la Germania, domani alle 13, mentre oggi Serbia e Croazia, alle 16, giocano la prima. […]

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Berrettini con Sinner? È ora di vederci doppio (Mastroluca). Italia, due certezze (Guerrini). Principe azzurro (Pierelli)

La rassegna stampa di mercoledì 1 dicembre 2021

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Berrettini con Sinner? E’ ora di vederci doppio (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Nel nuovo formato della Coppa Davis, schierare una coppia di doppisti affidabile vale molto più di prima. In ogni sfida fra nazioni, infatti, non si giocano più cinque incontri ma tre, due singolari e un doppio, e tutti al meglio dei tre set. L’Italia, nel percorso a Torino chiuso con l’eliminazione nei quarti di finale dopo aver ottenuto il primo posto del girone, ha perso tutti e tre gli incontri di doppio. Fognini e Musetti hanno ceduto contro gli statunitensi Sock e Ram. Il ligure e Jannik Sinner hanno ceduto contro due delle coppie migliori del mondo. Si sono arresi prima ai colombiani Juan-Sebastian Cabal e Robert Farah (con il primo posto già sicuro, in un match finito a notte fonda), poi contro i campioni di Wimbledon e numeri 1 del 2021, i croati Mektic e Pavic. Gli azzurri hanno giocato con la spada di Damocle di dover vincere sempre i due singolari. «Sicuramente è un motivo di riflessione, al di là del fatto che nessuna nazionale ha costruito un doppio per la Davis. Non ci sono nazioni che hanno studiato la crescita di un doppio nel proprio Paese». Sulle scelte del capitano a Torino hanno pesato anche gli infortuni dei numeri 1 di singolare e di doppio, Matteo Berrettini e Simone Bolelli. Il bolognese, numero 25 del mondo nel ranking di specialità, è stato colpito da una pallata al costato nei primi giorni di allenamento alla vigilia dell’esordio. «I cinque erano questi, oltre una certa data si potevano sostituire solo per Covid e per fortuna casi di positività non ci sono stati» spiega ancora Volandri. Persa la possibilità di schierare Fognini-Bolelli, prosegue Volandri, «abbiamo fatto delle prove, in allenamento e in partita. La migliore era la coppia Sinner-Fognini». Costruire delle coppie che possano giocare stabilmente anche nel circuito non è facile. L’opzione che stuzzica di più è mettere insieme i primi due singolaristi, Berrettini e Sinner, ma non è detto che sia garanzia di qualità. «Dovevano provare a Indian Wells, ma Matteo si è fatto male al collo prima del torneo — spiega Volandri —. Quando hai giocatori così, in Top 10 e concentrati più sul singolare, è difficile costruire la coppia di doppio». Una prova, però, ci sarà, salvo ulteriori imprevisti. A gennaio è in calendario l’ATP Cup, competizione a squadre in programma in Australia a cui le nazioni si qualificano in base al ranking in singolare dei loro migliori giocatori. «La teoria dice che Berrettini e Sinner giocheranno — promette il capitano azzurro di Coppa Davis -. Nel caso, insieme a Vincenzo Santopadre proveremo se sarà possibile questa volta». […]

Italia, due certezze (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

L’amarezza per un’eliminazione, il cuore colmo di tristezza a per la perdita del Dottor Laser, il professor Pierfrancesco Parra ricordato da tutti. E l’orgoglio e la certezza di essere sulla buona strada. L’Italia ha salutato Torino guardando al futuro. Nella sicurezza di avere una squadra molto competitiva, Volandri non nasconde un problema. Del resto la Coppa del format “mordi e fuggi° che si trasferirirà in sede unica per 5 anni ad Abu Dhabi senza che le partecipanti siano state interpellate, ha evidenziato il ruolo centrale del doppio. Il paradosso è che ormai il gioco di coppia è declassato da tempo nei tornei. Bisognerebbe costruirne uno, mettere assieme due ragazzi non di punta ma di qualità perché giochino l’intera stagione nel circuito. Ma chi tra i giovani è disponibile? Di sicuro non quelli che già vedono un grande avvenire in singolare, come Musetti. Non crediamo coloro che stanno cominciando la carriera come Cobolli, Zeppieri, Nardi, Arnaldi e altri che vogliono giocarsi le chance a livello individuale. Potrebbe avere un senso la coppia dei torinesi Sonego-Vavassori, ma i loro calendari non combaciano. Volandri ha scoperto che Jannik Sinner può reggere il doppio impegno, in doppio si diverte e lo considera uno strumento di crescita individuale, per ora. Ma si può chiedere un sacrificio simile anche a Matteo Berrettini? Volandri s’è mostrato orgoglioso dei ragazzi: «Sì, perché hanno dato tutto. Abbiamo provato a vincerla, al termine di una settimana difficile. Abbiamo perso anche il nostro dottor Parra, e questo colpo durissimo non è stato facile da assorbire. Tutte le squadre che abbiamo trovato a Torino hanno un doppio eccezionale. Per cercare di essere tranquilli dovevamo portare a casa entrambi i singolari, ci mancava Berrettini, questo aspetto inevitabilmente creava tensione. Sonego l’ha avvertita. Nel terzo set ha sentito il dovere di vincere la partita, affrettato, s’è irrigidito nella tensione e ha pagato anche la fatica. Pensavamo che contro Gojo fosse più sereno, ha avuto una grande reazione, nel secondo set. Purtroppo non è bastato. Ma non ho mai avuto nessun dubbio su Lorenzo, quando viene chiamato in causa dà sempre il massimo. Abbiamo messo un primo mattoncino di qualcosa di importante che costruiremo nel tempo». […]

Principe azzurro (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

Si era presentato a Torino timido e con lo sguardo basso, ha lasciato il Pala Alpitour da gladiatore. Se c’è un lato bello dopo la sconfitta dell’Italia contro la Croazia, quello ha la faccia di Jannik Sinner. Altro che freddo, altro che distaccato e calcolatore: in questi giorni di Coppa Davis gli azzurri hanno trovato un vero e proprio leader. Che, a soli 20 anni, e al debutto nella competizione, ha aizzato il pubblico, ha cercato di trascinare la folla torinese, riuscendoci del tutto. Come sono lontani i tempi in cul fece discutere la sua decisione di non disputare le Olimpiadi.. In realtà quella scelta la fece per resettare il motore e migliorare il servizio e i risultati gli hanno dato ragione, come si è visto anche in questi giorni. Già nelle Finals giocate al posto di Berrettini, Jannik aveva dimostrato di aver trovato il giusto feeling con la folla torinese. Ma nella gara a squadre più antica del mondo si è spinto ancora più in là, come ha spiegato lui stesso dopo l’amara sconfitta in doppio contro i croati. «La Davis per me è diversa – ha detto l’altoatesino -, questa è stata una notte più importante rispetto a un torneo individuale, anche se abbiamo perso. Alle Finals ho imparato molto, non ci sono dubbi, ma nella Davis si vivono sensazioni particolari, perché giochi per tutti, provi emozioni diverse. Hai più responsabilità e questo ti fa crescere. Mi ha fatto piacere stare in questi giorni con i miei compagni, con il capitano: qui si vince come squadra e si perde come squadra». Lui ha tirato fuori tutto se stesso anche in una situazione disperata come quella contro Marin Cilic, in cui è stato per due volte sotto di un break nel secondo set dopo aver perso il primo. Li sono uscite le qualità e l’orgoglio del campione: alla fine Sinner ha vinto tutti e tre i singolari a cui ha preso parte in Davis e ha fatto gli straordinari scendendo in campo anche nel doppio con Fabio Fognini. L’Italia ha dunque trovato il perno su cui costruire il futuro. […]

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