Wimbledon: sarà Fognini vs Bolelli, rimonta Berrettini. Out Ceck

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Wimbledon: sarà Fognini vs Bolelli, rimonta Berrettini. Out Ceck

LONDRA – Per la prima volta 6 azzurri al secondo turno. Matteo recupera due set di svantaggio a Sock. Sonego e Cecchinato non sfigurano. Fabio fa il suo dovere, super Bole

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da Londra, i nostri inviati

CHE LOTTA BERRETTINI – Gran battaglia, vinta in rimonta fino al quinto set, l’esordio a Wimbledon del nostro miglior giovane, contro un Jack Sock che alla fine ha ceduto anche fisicamente. Primo set di alti e bassi sia per Matteo che per Jack, con break e controbreak in avvio, poi l’azzurro brekka ancora nel quinto game, arriva a servire per il set, cede a sua volta la battuta per la seconda volta, e si arriva al 6 pari. Andamento abbastanza sorprendente, data la qualità del servizio di entrambi, ma da fondocampo sia l’italiano che lo statunitense alternano buone accelerazioni vincenti a parecchi errori. Come è ovvio, Berrettini e Sock si cercano a vicenda il rovescio come disperati, il primo a uscire dalla diagonale di sinistra e iniziare il bombardamento con il dritto fa punto quasi sempre. “Ma ormai del rovescio mi fido, abbiamo lavorato tanto e non ho più i problemi tecnici di prima, so che devo spingerlo sempre, e giocare meno back possibili, perchè poi spesso se lo fai ti ritrovi a correre, e a me correre non piace

 

Non è un brutto match, procede a scatti, ma purtroppo lo scatto decisivo lo piazza Jack nel tie-break, quando da 3-5 sotto chiude con quattro punti consecutivi. Il secondo parziale va via senza break, non cambia il canovaccio tattico, c’è equilibrio, l’impressione è che Berrettini senta la pressione, sta giocando contro uno che era top-10 fino a qualche settimana fa, ma il match è alla portata, solo che non riesce a farlo girare. Matteo rischia in un paio di occasioni sul suo servizio, ma si salva, e arriva un nuovo tie-break. Che Sock gioca con molta attenzione e solidità, incassando qualche errore dell’azzurro, che si lamenta di se stesso e ha abbastanza ragione. Berrettini non sembra esplosivo al massimo quando serve, per lui 6 ace in 12 game di battuta sono pochi, le percentuali non lo premiano, in particolare ottiene solo il 26% dei punti con la seconda palla. Sotto due set a zero è dura, però Matteo reagisce con carattere, e brekka subito l’avversario al termine di un game interminabile, da 21 punti. Da questo momento in poi, come se si fosse sbloccato, l’azzurro aumenta l’intensità, concede briciole al servizio (6 punti nel set), e chiude 6-4. Stessa cosa nel quarto set, Berrettini anche se nella scomoda posizione di servire per secondo non ttrema mai, piazza un gran break a zero nell’undicesimo game, e si prende di forza il 7-5 che vale il quinto set. Molto bene Matteo ora, osa con successo il lungolinea di rovescio, chiude bene a rete, e si fa applaudire dal numeroso pubblico del campo 12 per diversi ottimi tocchi smorzati, e uno splendido pallonetto liftato di rovescio. Sock esce dal campo per un medical time-out, rientra con una fasciatura alla parte alta della coscia destra. “Non avevo mai provato a essere sotto due set a zero e pensare che potevo ancora vincere, ma stavo bene, non mi sentivo stanco, colpivo bene la palla

Appare decisamente sofferente lo statunitense al rientro in campo, va al servizio da immobile, potrebbe essere un irrigidimento muscolare. Subito due palle break per Berrettini, Jack non riesce a servire caricando la gamba, ma da fermo tira comunque forte il dritto, e si salva. Matteo non affonda i colpi, sembra distratto più del dovuto dalle difficoltà fisiche dell’avversario, che si fa massaggiare al cambio campo in vantaggio per 2-1. Potrebbe essere anche un inizio di crampi. Sock è sempre più nervoso, si prende un warning per turpiloquio, discutendo con l’angolo dell’italiano. “Non ho sentito cosa si dicevano, io in campo penso solo a concentrarmi su me stesso, non bado a cosa fa l’altro“. Berrettini intanto si ricorda di essere bravo a fare le palle corte, ne mette una, poi passante di dritto, e va avanti di un break. Con Jack praticamente zoppo, basta e avanza. Ne arriva un altro, Sock non riesce più a colpire la battuta praticamente, il 6-2, e il secondo turno dell’azzurro, arrivano pochi minuti dopo. Prima partita finita al quinto set in carriera, una vittoria con rimonta da due set a zero sotto a Wimbledon: niente male, Matteo, davvero bravissimo. “Un sogno che si avvera, sì, io l’anno scorso qui non avevo classifica nemmeno per entrare nelle qualificazioni. Sto vivendo esperienze che vanno veloci, è ancora tutto nuovo per me. Adesso con Simon? Beh, avrei preferito giocarla sulla terra o sul duro, ma è bello il tennis su erba, è una superficie storica, rara“.

SOLIDO SIMONE – Bel match di Bolelli, che ha eliminato sul campo 15 l’uruguagio Pablo Cuevas. Bel match non solo da parte di Simone, ma proprio in generale, molto ben giocato da entrambi per i primi due set, che l’azzurro si è aggiudicato al tie-break. Nessun break per le prime due ore di partita, in cui Bolelli e Cuevas se le sono suonate di santa ragione, divertendo gli spettatori accalcati e accaldati. Si sono visti splendidi rovesci a una mano, gran dritti in accelerazione, servizi incisivi (20 ace Pablo), il repertorio completo, inclusi diversi tocchi di classe e qualche ottima volée. “Mi variava molto il servizio, io avevo più difficoltà a trovare angoli per via del vento, ma poi sono riuscito a giocare dei vincenti importanti quando era necessario“.

Simone Bolelli – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

I primi due parziali si sono decisi su tre-quattro palle al massimo; davvero bravo l’azzurro ad affondare i suoi gran colpi da fondo nei momenti che contavano. Nel terzo set, Pablo ha avuto il primo passaggio a vuoto, che gli è costato due break e il 6-1 conclusivo. 38 vincenti e soli 14 errori danno la misura della qualità messa in campo oggi da Simone, a tratti è sembrato di rivedere lo splendido attaccante che aveva entusiasmato contro Nadal a Parigi un mese fa. “Fisicamente mi sento bene, la superficie è veloce soprattutto con le palle nuove, a lui piace correre ma qui se uno tira non è facile difendere“.

Sempre un bello spettacolo ammirare un colpitore del livello di Bolelli sui campi rapidi, rimane costante un vago rimpianto, e la domanda: con un po’ di fortuna e continuità fisica, ovvero meno infortuni assortiti in carriera, dove avrebbe potuto arrivare? Nel frattempo, il secondo turno a Wimbledon da lucky loser è un bel segnale. “Beh, in effetti anche se non ne avevo la certezza, era nell’aria che anche da sesto lucky loser avevo buone possibilità. Dopo parigi, anche qui Dolgopolov mi ha lasciato il posto… eh, gli devo una cena, sì. Il derby con Fabio Fognini? Sarà durissima, dovrò essere aggressivo sempre, certo lui non serve in modo esplosivo, ma risponde benissimo. La superficie mi aiuta, questo sì, se dovessi scegliere dove affrontare Fabio sceglierei proprio l’erba“. Bravo Simone, intanto, continua così..

CECK, L’ERBA È DURA – È piccolo Alex De Minaur, sembra quasi innocuo, ma ragazzi: che bella vivacità, che piedi rapidi e quanta tenacia. Non deve deprimersi troppo Marco Cecchinato per aver mancato la qualificazione al secondo turno contro il 19enne australiano, escluso forse con troppa fretta dai salotti belli della Next Gen. Certo il baricentro basso aiuta De Minaur sull’erba, superficie che invece Cecchinato ha dimostrato di vivere un po’ come una parentesi che è bene finisca presto, ma non è così usuale trovare un under 20 che dimostri tale attitudine sui prati. Nonostante un fastidio alla coscia destra, fasciata in apertura di terzo set, quando sembrava che Marco potesse prendere il controllo delle operazioni. In quel momento si era sul punteggio di un set pari, in virtù di un primo set vinto da De Minaur con buona astuzia – break piazzato sul 4-4, dopo otto game senza chance per chi rispondeva – e di un secondo finito nelle mani di Cecchinato al tie-break, grazie a un servizio quasi blindato e al coraggio mostrato in qualche esecuzione di rovescio, prima troppo sacrificato nelle esecuzioni in back.

Da quel momento il controllo dei servizi finisce a mare, per entrambi. Un solo break nei primi due set, ben sette nei due successivi che consegneranno l’incontro a De Minaur. La successione dei game diventa abbastanza schizofrenica a metà del terzo set: Cecchinato breakka per prima sfruttando un gratuito dell’australiano che si vede restituire il vantaggio con le stesse modalità, quindi l’italiano si porta ancora avanti e sciupa ancora, sempre con il dritto. Il livello sale, Cecchinato vince un punto splendido sul 4-4 e annulla due set point nel game successivo per portarla ancora al tie-break. È il punto di svolta dell’incontro: nonostante De Minaur ogni tanto sembri in difficoltà negli spostamenti verso destra, la gestione dei punti importanti è mirabile. Vinto il terzo parziale si porta subito in vantaggio nel quarto e vale a poco il tentativo di rimonta dell’italiano, che si vede privato di un altro servizio appena dopo aver ricucito lo strappo. Un mix tra difficoltà in risposta di Cecchinato e abilità di De Minaur – che nel corso dell’incontro trova il modo di tirare su i ripetuti back di Cecchinato, sempre molto insidiosi – vale il secondo turno per chi, alla fine, ha dimostrato di crederci di più. A Cecchinato più che le armi per far bene su questa superficie, sembra possa mancare un pizzico di convinzione.

FOGNINI ESCE ALLA DISTANZA – Partenza in sordina per Fabio che fa fatica a trovare la giusta concentrazione. Poi, però, l’italiano è bravo a ribaltare l’inerzia del match, a rimanere sempre in testa per poi chiudere l’incontro in 2 ore e 4 minuti con lo score di 3-6 6-3 6-3 6-3.  Il Fognini del primo set è disattento e impreciso, sprecando oltremodo e permettendo così a Taro Daniel (n. 87 ATP) di archiviare il primo parziale per 6-3 in 26 minuti:ho iniziato così così, pigro, poi ho trovato il gioco e comunque la prima partita è sempre pericolosa” commenta Fognini in conferenza. Le condizioni di gioco sono ideali sul bel court 18, il campo diventato celebre per il match infinito tra Isner-Mahut (primo turno dell’edizione 2010) – la partita più lunga di sempre – durato 11 ore e 5 minuti per 183 giochi. Tuttavia, alla distanza, il savoir faire di Fognini si fa vedere e con l’ottima mano che lo contraddistingue, il ligure infastidisce l’avversario con back bassissimi, smorzate ben calibrate e stop volley da manuale. Ora è lui a comandare il gioco e, a sua volta, intasca il secondo parziale per 6-3. Stesso copione per la terza frazione e, anche se restituisce uno dei due break sul 5-2, chiude ancora 6-3. Fognini ora è più deciso e propositivo; sempre in avanzamento, l’azzurro prende il largo nel punteggio anche nella quarta partita, aprendosi bene il campo e affondando con i fondamentali dopo aver scardinato il palleggio da fondo del giapponese. Fabio si allontana sul 4-1 e, accompagnato dal tifo dei tanti italiani presenti in tribuna, accede al match chock del secondo turno, il derby azzurro e dell’amicizia con Simone Bolelli, vittorioso su Pablo Cuevas. I due sono 1-1 nei loro precedenti e l’ultimo scontro diretto risale all’ormai lontano 2009, nel match di ottavi di finale del torneo di Umago, vinto da Bolelli. “Anche con Simone sarà un match molto difficile, lui gioca bene sull’erba, fa l’1-2 e sono certo che, se potesse, sceglierebbe sempre questa superficie per giocare contro di me“. Esattamente quanto affermato da Simone dopo la partita con Cuevas…

Fabio Fognini – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

SONEGO SI PERDE DOPO UN SET (E MEZZO) – Peccato davvero per il nostro lucky loser Lorenzo Sonego, che in un primo turno per nulla semplice contro il baby-papà Taylor Fritz (n. 68 ATP) per un set e mezzo tiene il campo con grande autorità dando ogni sorta di grattacapi al suo più quotato avversario, per poi improvvisamente subire un’imbarcata di 20 punti a tre che ha rovesciato il secondo set ed ha cambiato radicalmente l’inerzia del match.

Partito tenendo bene gli scambi da fondo e mettendo in difficoltà Fritz con le palle basse sul suo diritto, Sonego ha ottenuto il break al sesto game del primo set grazie ad un passante di rovescio lungolinea da leccarsi i baffi che ha reso vano il tentativo dell’americano di effettuare una volée in tuffo. Il rovescio di Fritz era chiaramente più penetrante di quello dell’azzurro, che impostava i suoi scambi prevalentemente sulla parte sinistra del suo avversario, ma gli errori erano un po’ troppi da quella parte. Approfittato di un paio di diritti larghi di Fritz all’inizio del secondo parziale, Sonego se ne andava subito sul 2-0 prima di smarrire completamente lucidità e servizio ed inabissarsi nella striscia negativa di cui sopra che gli costava il set. “Mi si è spenta la luce, non so davvero cosa sia successo – ha spiegato Lorenzo dopo il match – Lui è salito tanto, mi è montato sopra e non mi ha più dato una chance. La differenza tra chi è sessanta e chi no è anche questa. Fisicamente mi sono sentito molto stanco dopo i primi due set, poi ho avuto un piccolo risentimento al polpaccio destro che mi ha distratto ancora di più, continuavo a pensare ai fastidi fisici invece di pensare a cosa fare”.

Dopo un terzo set in cui si era subito trovato con l’acqua alla gola e perduto piuttosto rapidamente, Sonego si metteva a giocare serve and volley in maniera più continua, affidandosi alle sue volée per cambiare l’esito del match. “Ho provato a fare qualcosa di diverso, ed ha funzionato fino a quando non ho perso il servizio. In ogni modo per me questa era la prima esperienza a Wimbledon, il torneo che ho sempre sognato di giocare quando ero bambino, e mi servirà per migliorare il mio tennis. Ora torno ad allenarmi sulla terra per Bastad, Amburgo, Kitzbuehel, e poi ci saranno i tornei in America a partire da Cincinnati”.

I risultati degli italiani:

M. Berrettini b. [18] J. Sock 6-7(5) 6-7(3) 6-4 7-5 6-2
[19] F. Fognini b. T. Daniel 3-6 6-3 6-3 6-3
T. Fritz b. [LL] L. Sonego 3-6 6-3 6-2 6-2
[LL] S. Bolelli b. P. Cuevas 7-6(5) 7-6(6) 6-1
A. De Minaur b. [29] M. Cecchinato 6-4 6-7(6) 7-6(5) 6-4

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Trevisan e Cocciaretto si bloccano sul più bello, fuori le due wild card. Roma è senza italiane

Giornata amara per il tennis femminile italiano: Martina serve per il match sia nel secondo che nel terzo set, Elisabetta sciupa tre chance nel tie-break del primo set

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La conferma del periodo italiano del tennis femminile arriva già di martedì, al Foro Italico. Il tabellone è già prive di giocatrici italiane, tutte racchiuse nello stesso spicchio di tabellone e tutte già eliminate. Lunedì era toccato a Giorgi, oggi è toccato a Trevisan e Cocciaretto, sempre con qualche rimpianto.

[SR] Y. Shvedova b. [WC] M. Trevisan 0-6 7-6(4) 7-6(6)

Non riesce a sfruttare la wild card offerta dagli organizzatori Martina Trevisan, che pure era stata agevolata dal sorteggio che le aveva messo di fronte Yaroslava Shvedova, presente qui a Roma grazie al ranking protetto. La tennista kazaka, ex n. 25 del mondo, sta trovando grandi difficoltà nel suo rientro nel circuito dopo la maternità e basti pensare che oggi, su un campo centrale vuoto, ha centrato solamente la seconda vittoria stagionale su dieci incontri disputati; per rintracciare la terza vittoria, andando a ritroso, si deve tornare addirittura al 2017. Trevisan invece rimanda ancora una volta l’appuntamento con la vittoria in un tabellone principale, che manca dal Roland Garros 2020 dove raggiunse i quarti.

 

Con i suoi efficaci colpi da fondo, più profondi che pesanti, Trevisan ha mantenuto praticamente sempre il controllo delle operazione nella prima fase del match chiudendo la sua avversaria nell’angolo del dritto, suo colpo debole. Il primo set è stato così un dominio (netto 6-0). Shvedova col passare del tempo ha preferito abbreviare gli scambi giocando palle corte e scendendo a rete più spesso (zona dove la due volte campionessa Slam di doppio si sente a suo agio), ma questa scelta tattica non le ha portato grandi benefici. 

L’italiana infatti è stata impeccabile, continuando a punzecchiare la sua avversaria sul dritto, e presto è passata avanti di un break anche nel secondo parziale. Tuttavia chiudere questo tipo di match si rivela sempre più ostico di quanto sembri: quando a una tennista resta poco da perdere, può capitare che aumenti oltre l’ordinario la velocità di palla ed è quello che ha fatto Shvedova. L’attuale n.665 si è rifiutata di scambiare a lungo preferendo accelerazione improvvise e d’improvviso più efficaci, prevalentemente col rovescio; per sottrarsi a queste bordate, Martina avrebbe dovuto far muovere il più possibile la kazaka e c’è riuscita solo in parte. Trovatasi a servire per il match sul 5-3, un po’ come Giorgi contro Sorribes Tormo, Trevisan si è bloccata e forse intimorita dalle risposte pungenti di Shvedova è incapoata in due doppi falli che le sono costati il break. 

Trevisan ha iniziato a sbagliare di più ma è riuscita comunque a conquistare il tie-break, dove però le imprecisioni sono state fatali e un match all’apparenza agevole si è complicato. Nel parziale decisivo entrambe hanno giocato a viso aperto dando vita a un match più godibile (benché mai di alto livello tecnico). Anche in questo caso Trevisan è andata a servire per chiudere il match, sul 5-4, ma ancora una volta non si è avvicinata minimamente al traguardo. La maggior esperienza della 33enne alla lunga ha pagato e, aiutata anche da due punti fortunatissimi e quattro gratuiti di dritti dell’italiana (completamente in balia della pressione nel finale), Shvedova ha vinto il secondo tie-break di giornata portando a casa un match in cui sembrava spacciata in due ore e 35 minuti, e conquistando così la sfida di secondo turno contro la numero 1 Barty. 

Trevisan invece ha lasciato il campo in fretta e furia, visibilmente scossa per l’esito dell’incontro, e in conferenza stampa ha confermato la sua delusione. “Non c’è molto di positivo che io possa trarre dalle mie partite in questo periodo, per questo proverò a concentrarmi sugli allenamenti“. La giocatrice toscana ha inoltre spiegato che non dovrebbe scendere in campo prima del Roland Garros, dove tornerà da quartofinalista in carica per provare a dare una svolta alla sua stagione.

Martina Trevisan – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

[WC] C. Garcia b. [WC] E. Cocciaretto 7-6(8) 6-2

Sconfitta altrettanto amara è stata anche quella di Elisabetta Cocciaretto, la seconda wild card casalinga ad essere eliminata oggi dal torneo – terza se si considera anche Giorgi sconfitta lunedì. Cocciaretto sfidava per la prima volta un’altra wild card, Carolina Garcia, n. 111 del mondo, e non è riuscita neanche questa volta (era la terza occasione) a vincere un set nella capitale. Aveva cominciato alla grande con un break di vantaggio, immediatamente recuperato, e il parziale si è concluso al tie-break – epilogo che oggi non ha portato bene alle tenniste italiane: Cocciaretto ha mancato tre set point ma alla fine, un po’ per mancanza di coraggio e un po’ per determinazione della francese, Garcia l’ha spuntata 10 punti a 8. “Ho avuto molte chance ma mi sono tirato un po’ indietro; lei è stata brava a cogliere l’occasione” ha commentato in conferenza. “Poi sono partita male nel secondo set, negativa per quello che era appena successo ma a questi livelli non te lo puoi permettere. Nei momenti importanti non ho pensato prima a quello che dovevo fare“.

Tutta la disinvoltura precedente che le aveva permesso di giocare alla pari con la 27enne francese è svanita in un attimo per Cocciaretto, come da lei confermato, e nel secondo set ha ceduto due volte consecutive la battuta. La partita si è conclusa senza altri sussulti in un’ora e 39 minuti. Per l’ex n. 4 del mondo questo è un buon risultato, che arriva dopo una svolta significativa nella sua carriera: la francese infatti nei giorni scorsi ha sollevato il padre dal ruolo di coach, decisione arrivata a seguito dell’uscita dalla top 50 dopo 5 anni. Cocciaretto invece ha spiegato che non giocherà altri tornei prima del Roland Garros per curare un problema al ginocchio emerso in Fed Cup: “Non bastano 5-6 giorni di terapia come quelli fatti prima di giocare qui, che mi hanno permesso di esserci ma non al top”. Al momento Cocciaretto disputerebbe le quali a Parigi; è fuori di dodici posizioni dal taglio del main draw.

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ATP Roma: Lorenzo Musetti crivellato da Opelka

Mostruosa prestazione al servizio del gigante USA, che strappa due volte a zero il servizio al ragazzo di Carrara e si regala il terzo round contro Medvedev o Karatsev

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Brusco risveglio dal sogno per Lorenzo Musetti al Foro. Il kid di Carrara è stato maltrattato in un’ora e tredici minuti dal pivot USA Reilly Opelka, autore di una prestazione al poligono persino superiore ai noti standard. Ventitré ace in dieci turni al servizio, l’86% di realizzazione con la prima palla in campo: una sentenza. Lorenzo, al quale non si è mai palesata l’ombra di una chance in risposta, è stato invece protagonista di un paio di brutti turni al servizio, precisamente nel quinto gioco del primo set e nel nono del secondo, che gli sono costati altrettanti break a zero: vista la prestazione del collega con l’archibugio, tanto è bastato per costringerlo ad alzare bandiera bianca.

Per Lorenzo una sconfitta che immaginiamo dolorosa, ma un’esperienza certo utilissima: di partite del genere, a questi livelli, presumiamo non ne abbia mai giocate. Le immagini della sfida, lette interpretando lo sguardo preoccupato del teenager prima di prendere postazione in risposta, hanno restituito la sensazione di un Musetti frustrato dall’impossibilità di trovare antidoti al servizio avverso: tale impotenza sembra averlo distratto dal suo compito odierno, il solo che, qualora assolto, avrebbe potuto procurargli qualche chance: servire al meglio, variando il giusto, e sperare di entrare in qualche scambio nell’eventuale tie-break. Non era comunque impresa facile, e non lo sarebbe stata in alcun caso. Di sicuro, la prossima volta si lascerà scivolare maggiormente addosso ciò che accadrà dall’altra parte del net, più di quanto non gli sia riuscito oggi. Opelka, che nei due match giocati sin qui nel torneo non ha mai perso il servizio, al terzo turno affronterà il vincitore dell’interessante match tra Daniil Medvedev e Aslan Karatsev.

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Fognini e Giorgi, una carriera al tramonto con molti più rimpianti per Camila che per Fabio

ROMA – Ad accomunare questi due tennisti che sono stati per diverso tempo i n.1 d’Italia il grande talento, una certa discontinuità, una testa non sempre lucida per gli obiettivi che avrebbero potuto centrare. Sia pure su piani diversi

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Fabio Fognini - ATP Madrid 2021 (ph. Mateo Villalba)

Due anni fa a Montecarlo Fabio Fognini, che aveva rocambolescamente rimontato un match praticamente perso al primo turno con Andrey Rublev (sotto un set, 4 a 1 e palla del 5-1 nel secondo), mise il suo più bel sigillo ad una bellissima e lunga carriera da top-20 cui non erano mancate anche vittorie importanti e più volte ripetute su grandi nomi (Nadal e Murray su tutti), proprio quando ormai quasi nessuno più se lo aspettava. Ma fino a quel momento gli era tuttavia invece sempre mancato l’acuto più grande, l’exploit di un trionfo davvero importante.

Quel sospiratissimo traguardo, la vittoria in un Mille, è arrivato sulla soglia dei 33 anni, dopo che per anni tanti ci eravamo chiesti perché quel tennista dal così grande talento non fosse mai riuscito a conquistare una semifinale di uno Slam pur avendone giocati una cinquantina né a entrare prima fra i primi 10 del mondo, sebbene già nel 2013 ci si fosse avvicinato. Era otto anni fa, sei anni prima di quel 2019 che nel Principato vicino a casa sua farà sempre la differenza nel ricordo di un Fognini vincente ma non troppo.

Fabio è diventato top-ten a 31 anni e 10 mesi per la prima volta, più anziano tennista fra tutti a centrare quell’obiettivo. Ma, visto che i campioni si misurano soprattutto nei risultati ottenuti negli Slam, è a tutt’oggi quasi incomprensibile che Fabio non sia riuscito ad andare oltre un paio di quarti di finale nei Majors e a un risicato pugno di ottavi. Con quel tennis così diverso, unico, spettacolare avrei scommesso su altri traguardi.

 

Qualcuno si domanderà adesso perché io parli di Fognini proprio oggi che ha perso malamente con il giapponese Nishikori un match nel quale per molti era lui il favorito (e non solo per il ranking; n.28 vs n.43), quando ci sono quattro italiani che hanno invece vinto match per nulla scontati, Musetti 82 su Hurkacz 19 (che si è ritirato ma più che un infortunio ha forse sofferto Musetti…), Travaglia 69 su Paire 33 che una volta si definiva giocatore imprevedibile ma invece sta sempre più diventando prevedibile (nel senso che perde praticamente sempre), Sinner 18 su Humbert 31 vendicando l’unica sconfitta patita nelle finali ATP Next Gen milanesi del 2019, Mager 90 su “demon” de Minaur 23… e questa, anche per via di quel gap di 67 posti, è stata forse la vittoria più bella perché anche se l’australiano ha un tennis ben anticipato ma probabilmente troppo leggero per questa terra rossa romana.

Ma mi è venuto di parlare di Fognini pensando a… Camila Giorgi. Eh sì, perché sul talento espresso in modo memorabile, entusiasmante come certe progressioni incalzanti a tutto braccio, davvero magnifiche di Camila quando le stavano dentro tutti i colpi, ci siamo illusi in tanti. Mi ci metto anch’io fra quelli, sebbene abbia al tempo stesso anche espresso sempre molte riserve ogni volta che lei, implacabilmente (tanto che pensavo fosse quasi una sfida con noi giornalisti… del tipo, ci fa o ci è?), si ostinava a ripetere “non è importante studiare il tennis della mia avversaria, io devo soltanto fare il mio gioco, il piano B non esiste”.

E se le chiedevi dei precedenti con la sua avversaria dell’indomani… non contavano, l’idea di una strategia non sembrava passarle per l’anticamera del cervello. A papà Giorgi neppure. Tirare, tirare sempre più forte, è sempre sembrata l’unica strategia.

Però l’abbiamo vista battere 9 delle prime 10 del mondo, soverchiandole in certi casi, prendendole letteralmente a pallate. E non solo in tornei secondari. Tanto per citare il primo che mi viene a mente, ricordo quell’US Open in cui dominò Caroline Wozniacki con la gente sugli spalti che si spellava le mani dagli applausi, una standing ovation dopo l’altra, ma al di là delle grandi partite vinte ce ne sono state anche altre perse di un soffio – ricordo una con Venus Williams all’Australian Open – che davvero facevano pensare che Camila sarebbe diventata chissà chi, che l’Italia aveva trovato un grande talento anche grazie ad un padre che di tennis sapeva poco o nulla ma che certo l’aveva ben motivata e addestrata.

Ma di padri poco competenti che però hanno tirato su campionesse ce ne sono stati tanti, troppi se ora li dovessi citare tutti (Capriati, Seles, Pierce, Williams, Dokic, Graf…) per poter pensare che solo quello avrebbe potuto essere un limite insuperabile.

Di Fognini si è detto per anni – fino a che se ne è convinto anche lui – “ah se avesse più testa”! E si giustificavano tante sue sconfitte con la sua incapacità di restare concentrato per 3 ore su un match, invece di distrarsi al primo batter d’ali d’una farfalla, di perdere la trebisonda per delle sciocchezze, falli di piedi, presunti errori arbitrali, di aver la testa altrove come quando a Wimbledon – non al torneo di Roccacannuccia – sbagliò un rovescio mentre stava giocando contro il ceco Vesely e pensò bene di esclamare un gioco peggio di Scanagatta! forse perché mi aveva visto in tribuna. Ditemi voi quale altro giocatore si sarebbe distratto in quel modo in un’occasione così importante… Roba che solo a Fognini poteva venire in mente.

E anche di Camila si è detto mille volte la stessa cosa, “ah se invece di sparacchiare anche quando non ce n’è bisogno… ogni tanto si calmasse e giocasse un colpo in maggior sicurezza, soprattutto quando vede che l’avversaria è finita fuori dal campo”. Niente, niente da fare, tutti appelli sprecati. Prima per Fabio, poi per Camila.

Solo che, come dicevo all’inizio, Fabio – che comunque è stato ben diversamente continuo tra i top-20 e non solo per poco tempo n.26 quale è stato il best ranking di Camila nel 2018 grazie ai quarti raggiunti a Wimbledon – ha colto quell’exploit monegasco che ha coronato una intera carriera nel migliore dei modi, il primo Masters 1000 vinto da un giocatore italiano, decisamente il miglior tennista italiano post Panatta&soci fino ai giorni nostri dell’esplosione di Berrettini e di quelle che per ora sono solo promesse e rispondono ai nomi di Sinner, Musetti e, in misura minore, anche Sonego.

Camila invece? Beh Camila ha vinto solo 2 tornei minori, ha perso 6 finali in altri tornei minori. Aveva centrato gli ottavi a Wimbledon 2012 e fatto sognare mirabolanti imprese che purtroppo non sono seguite. Mi è dispiaciuto da morire vederla perdere ieri con Sorribes Tormo un match-maratona di 3h e 50 minuti (insolito per Camila che di solito, vincente o perdente sbriga le sue pratiche in tempi rapidissimi) nel quale era avanti 4-0 nel terzo set e 5-3. Camila è testarda come un mulo, però è anche dolce, ispira tenerezza, non si può non volerle bene anche se a volte ti irrita quando non spiccica parola… salvo le solite.

Quante volte le ho visto perdere il servizio quando doveva chiudere il match, quanti doppi falli l’hanno tradita in frangenti decisivi, quante volte il numero dei suoi errori gratuiti è stato molto più alto dei suoi vincenti sebbene questi fossero tantissimi. Ieri, 86 gratuiti a fronte di 59 vincenti. Ma si può? Purtroppo in sei apparizioni a Roma ha perso sei volte fra primo e secondo turno. E qualcuno dei lettori di Ubitennis ci ha inviato una impressionante statistica che non ho fatto a tempo di verificare, quindi per favore prendetela con beneficio di inventario: in 70 partecipazioni nei maggiori tornei Camila sarebbe uscita nei primi due turni 56 volte. Beh, ma come si fa? Come si fa a battere 9 delle prime 10 del mondo e poi a perdere 56 volte su 70 nei primi due turni?

Questo, ad onor del vero, a Fognini non è mai capitato, sebbene anche lui a Roma – per esempio – più di un quarto di finale non sia mai riuscito a raggiungere in 13 partecipazioni e ben nove volte sia stato schizzato fuori al primo turno (5) o al secondo (4). Arrivo finalmente al punto: Fognini ha conquistato la vittoria più importante della carriera a 32 anni e 10 mesi. Camila Giorgi ne compirà 30 il 30 dicembre. Potrebbe riuscire ancora a conquistare un grande, grandissimo risultato? Ebbene io glielo auguro con tutto il cuore, ma penso proprio di no. Fabio ha sempre avuto il tennis nel sangue, come sua massima priorità professionale. Camila no. Camila sogna di diventare una influencer, di occuparsi di moda, non mostra alcuna profonda passione per il tennis quando ne parla… almeno con noi giornalisti. Lei va in ufficio, il campo da tennis, e timbra il cartellino. Non che non si impegni o non si alleni anche duramente. Avete visto anche ieri quanto ha lottato. Proprio non voleva perdere.

Chi l’ha seguita da vicino quando si allena (con sparring partner spesso cambiati… e non ho mai capito il perché di certi “divorzi”) mi dice che lei ci dà dentro, ci prova. Però – sfortunata quanto basta per via di diversi infortuni, il polso, il braccio, una gamba, poi perfino il COVID – i suoi bassi sono stati troppo più numerosi degli alti, anche nel ranking, al contrario di quanto si può dire di Fognini che fra il ventesimo e il quindicesimo posto c’è stato per una vita e con grande continuità.

Speravo proprio che Camila ieri vincesse, perché si è battuta anche in scambi lottatissimi quando temevo che sarebbe scoppiata da un momento all’altro – il recupero dal COVID è stato duro – anche se il livello di questa maratona non era neppure lontanamente paragonabile con quella che non dimenticherò mai e vinta sotto i miei occhi in Australia nel 2011 da Francesca Schiavone su Kuznetsova 6-4 1-6 16-14 e conclusa dopo 4 ore e 44 minuti. Ho ancora il mio bloc notes pieno zeppo di puntini, segnai punto dopo punto. Nel mio piccolo, per un match di 4 ore 44 minuti, fui resistente anch’io. Ma fu Franci a essere davvero formidabile.

Concludo dicendo che temo che Fabio stia rendendosi conto che il fisico a 34 anni non è più quello di un ragazzino e neppure quello di due anni fa, in grado cioè di sopportare 3 partite dure di fila – le caviglie sono a posto, ma comincia a far male la schiena, la lunga carriera logora – e quindi, anche se sarà ancora capace di vincere ancora qualche grande partita, di battere ancora qualche grande avversario, secondo me per rivedere il miglior Fognini bisognerà voltarsi indietro e guardarlo in televisione, in qualche partita registrata. Difficilmente potrà rivincere un bel torneo.

E quanto a Camila, se non ha mai cambiato il suo modo di pensare, di affrontare una partita ora che ha quasi 30 anni, dubito fortemente che comincerà a farlo adesso. Mi resta il rimpianto di quello che avrebbe potuto fare se si fosse concessa due o tre anni con un altro allenatore al fianco, uno che le avesse insegnato qualche accortezza tattica in più, che l’avesse costretta a giocare ogni tanto una smorzata dopo 4 missili tirati a tutta forza. Mancherà sempre la controprova, ma con quei colpi esplosivi che si ritrova, a mio avviso Camila avrebbe potuto fare ben altra carriera.

Soprattutto se si considera che mentre nell’era di Fabio hanno giocato i Fab Four che a tutti gli altri hanno lasciato le briciole…, in quella di Camila una volta che è calata Serena Williams, tutto questo gran livello obiettivamente non c’è stato. E almeno entrare fra le prime 20, le prime 15, avrebbe dovuto essere possibilissimo. Le sue soddisfazioni, non solo economiche, lei se le è comunque tolte.

Insomma mi sono ritrovato a recitare una sorta di De Profundis agonistico (per i livelli più alti) di due grandi talenti, seppure assai diversi nel modo di esserlo e anche per risultati – non dimentichiamolo, non meritano di essere messi sulla stesso piano quelli di Fabio e quelli di Camila – che hanno raccolto molto meno di quanto avrebbero potuto. Sono purtroppo tristemente già usciti dagli Internazionali d’Italia 2021 e sinceramente non penso che agli Internazionali d’Italia nel 2022 potranno fare molto meglio. Augurandomi, ovviamente, di sbagliarmi.

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