Djokovic polemico: “Il pubblico mi provocava”. Gulbis vince e gongola

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Djokovic polemico: “Il pubblico mi provocava”. Gulbis vince e gongola

Il campione serbo si lamenta della maleducazione di alcuni spettatori britannici. Gulbis è contento per la vittoria che gli permetterà di evitare il circuito Challenger per un po’

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Nole è definitivamente tornato. Il convincente successo in quattro set nel suo match di terzo turno a Wimbledon contro l’idolo di casa Kyle Edmund ne è la dimostrazione. Il fenomeno di Belgrado è stato in grado di superare un giocatore in grande ascesa e sostenuto dal pubblico del campo centrale brillantemente. Dopo aver perso il primo parziale, Djokovic ha innalzato il suo livello di gioco, riuscendo a contenere l’esplosività di Edmund e dettare il ritmo negli scambi da fondocampo. Non è dunque un caso che a fine partita, il 12 volte campione Slam sia sembrato estremamente soddisfatto.

“Sono molto contento”, ha affermato Djokovic. “Edmund era in forma. Sta giocando il suo miglior tennis negli ultimi 12 mesi. Aveva vinto il nostro ultimo scontro diretto (in maggio al Masters 1000 di Madrid ndr). Questo si capiva da come è entrato in campo Ha giocato meglio di me per un set e mezzo. Stava giocando molto molto bene, colpendo forte da tutti e due i lati e servendo bene”. Poi appunto, c’è stata la reazione di Nole che ha saputo giocare meglio i punti decisivi nel quarto set. “Penso che sia stato un match di alto livello. Molto molto intenso”, ha proseguito. “È tutto girato su un paio di punti. Il quarto set era equilibrato. Sono riuscito a fargli giocare quel colpo in più che mi ha dato il break nel nono gioco e mi ha permesso di vincere l’incontro”.

 

E che Djokovic sia tornato ad avere il fuoco dentro di sé lo si evince anche dal suo atteggiamento polemico nei confronti del pubblico britannico. Nel terzo set, il warning dell’arbitro al serbo per time violation era stato accolto da alcuni spettatori con un ironico applauso. Il campione balcanico non ha però mandato giù l’episodio e, subito dopo aver ottenuto il break, si è messo la mano all’orecchio come a dire ‘ora non vi sento più’. Di fronte ai giornalisti, Nole è tornato sull’episodio e sull’atteggiamento a suo dire antisportivo di alcuni spettatori.

“So di essermi preso più tempo. Quello va bene. Ma la reazione del pubblico era sconsiderata”, ha sottolineato. “Un paio di ragazzi tossivano e fischiavano apposta mentre facevo rimbalzare la palla dopo che ho preso il warning. Queste sono cose che la gente non vede e sente in TV. Penso che fosse maleducato. Questo non mi è piaciuto. Andavano avanti a provocarmi e provocarmi. Posso tollerarlo per un po’ ma poi gli ho fatto capire che me ne ero accorto e che non potevano fare quello che gli pare sugli spalti”. Djokovic ha addirittura detto che mai, nemmeno nella semifinale delle olimpiadi del 2012 contro Murray, il pubblico a Wimbledon era stato così poco corretto nei suoi confronti.

Infine, Nole si è soffermato sull’episodio chiave del quarto set, in cui il giudice di sedia non si è accorto di un doppio rimbalzo su un recupero vincente di Edmund, dandogli erroneamente il punto. Senza mezzi termini anche, Djokovic ha giudicato sbagliata la chiamata e ha spiegato così la sua successiva discussione con il giudice di sedia. “All’inizio non mi era piaciuta la sua chiamata così ci ho parlato. Volevo chiamare il challenge. E se non potevo cambiarla, volevo solamente una spiegazione. Lui mi ha detto che era troppo tardi per chiedere il challenge. Sì è stata una decisione strana da parte del giudice di sedia. Ma capita”, ha detto. Alcuni sul web hanno criticato Edmund per non aver ammesso di aver toccato la palla solo dopo che questa aveva rimbalzato per la seconda volta. Nole però ha difeso il suo collega. No, no non penso che se lo meriti. Kyle è un gran bravo ragazzo. Lo conosco e ho molto rispetto per lui e il suo team. Non ho nulla contro di lui”, ha commentato. “Non poteva rendersene conto. Stava correndo verso la palla, l’ha colpita e la racchetta è caduta. Non poteva saperlo. Non se lo merita”.

Ernests Gulbis – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Un altro ritorno di giornata è stato quello dell’imprevedibile e talentuoso Ernests Gulbis, che ha raggiunto per la prima volta il quarto turno di uno Slam dalla semifinale del Roland Garros, sorprendendo in rimonta Alexander Zverev, testa di serie n.4 del torneo. Per il lettone, che proveniva dalle qualificazioni, si è trattato della sesta vittoria in questi Championships, la terza in cinque set. “Naturalmente sono orgoglioso di essermi qualificato, sono orgoglioso di aver vinto tre match al quinto set, e sono orgoglioso di aver vinto questo perché ero sotto 2 a 1”, ha detto Gulbis in conferenza stampa. Di chi è il merito di questo inatteso exploit? In parte anche del suo storico coach Gunter Bresnik, con cui nel corso degli anni ci sono stati diversi tira e molla. “Dalla fine degli scorsi US Open abbiamo ricominciato a lavorare a tempo pieno, per quanto tempo mi possa dedicare (è anche l’allenatore di Thiem ndr) e sta funzionando”.

Attualmente Gulbis ricopre la 138esima posizione nel ranking ATP. Una situazione di classifica che lo ha costretto a frequentare assiduamente i Challenger in questa stagione, peraltro con scarse fortune. Ma secondo il lettone ciò dipende anche dall’innalzamento del livello in questi tornei. “Penso che un sacco di top 100 se dovessero essere ‘gettati’ nei Challenger farebbero fatica. Ci sono un sacco di buoni tennisti tra la posizione 100 e 200, e perfino tra la 200 e la 300”, ha sottolineato il 29enne di Riga. “Certo su un grande palcoscenico pagano la mancanza di abitudine. Non sono a loro agio. Si sentono nervosi”. Con gli ottavi a Wimbledon, Gulbis dovrebbe risalire fino alla 107 e chissà che non possa andare ancora più avanti. Così, lui, con il suo tennis brillante e il suo fare da principino, non dovrà più barcamenarsi nel circuito minore per un po’. “Il fatto che mi possa evitare i Challenger è una bella notizia. È dura lì”. Povero Ernests!

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In TV e in libreria: è un Adriano a tutto campo

Pubblicato “Il Tennis è musica”, 50 racconti narrati da Panatta e Azzolini. La leggenda del tennis italiano a La Nazione: Federer come i Pink Floyd, ma Djokovic e Nadal stonano

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Sessantotto anni, nonno sereno, osservatore loquace e distaccato di una vita senza rimpianti. Adriano Panatta, il re del tennis italiano, avrà avuto anche i suoi difetti, ma tra questi di certo non c’è la reticenza, sempre che di difetto si tratti. In un’intervista concessa al quotidiano fiorentino La Nazione, egli riflette sul tennis moderno che stilizza in una nota acida, come molti degli interpreti classici chiamati a commentare un gioco secondo loro evolutosi in una mera opera di forza e resistenza. Il tennis e la vita, l’uno metafora dell’altra ascoltando i ragionamenti dell’Adriano nazionale, si intrecciano senza soluzione di continuità ne “Il Tennis è Musica”, trecento pagine scritte a quattro mani con Daniele Azzolini (libro edito da Sperling & Kupfer uscito un paio di settimane fa) ripercorrenti cinquant’anni di pallina di feltro: ogni anno, il racconto di un campione, dal Rod Laver ’69 con le scarpe chiodate a Forest Hills a Stan Smith, tramutatosi da fuoriclasse a scarpa quando un ragazzino, vantandosi delle proprie calzature durante un clinic, non si diede pena di notare che stava interloquendo con l’inventore delle medesime.

 

Tra un’intervista e un libro, il tennis resta musica per Adriano Panatta, e anche in questo caso, il primo è la metafora della seconda e viceversa. “Ai miei tempi, parlo degli anni ’70, il tennis era melodia; i Beatles, Jimi Hendrix… oggi non si capisce più nulla, è tutto così caotico, così metal“. Roger Federer sembra l’unico interprete contemporaneo a meritarsi il paragone con i dominatori delle classifiche di vendita di quarant’anni fa. “Sì, lui è un misto tra Tony Bennett, i Pink Floyd e Paul McCartney, uno spettacolo“. Lo stesso spettacolo che ha portato in scena Ilie Nastase, proprio mentre i dischi degli eroi sopraccitati venivano pubblicati giorno dopo giorno. “Lui era stralunato e mattarello, gli piaceva fare casino, ma era un bravissimo ragazzo. Ci ho giocato il doppio insieme tantissime volte, era ansioso in modo pazzesco. Ma sapete una cosa? Le sue gambe erano come quelle di Roger, nei primi tre passi valeva un finalista nei cento metri di una finale olimpica“. I rivali dello svizzero, nel Vangelo secondo Adriano, suonano un po’ stonati, almeno di tanto in tanto. “Campioni straordinari e forse irripetibili che però non mi entusiasmano. Nadal tira forte ed è un grandissimo agonista, Djokovic recupera tutto, ma il loro gioco mi annoia“.

Ambasciatore a vita del tennis tricolore, Panatta si trova nella posizione di definire i simboli naturali dei suoi contorni storici, che, volenti o nolenti, sono Nicola Pietrangeli e Fabio Fognini. “Se Nicola è stato un maestro o un rivale? Niente di tutto ciò. È stato un personaggio importante, ma le nostre carriere si sono sovrapposte solo per due anni, poi siamo diventati amici, anche se abbiamo caratteri molto diversi. Fognini? Non lo seguo spessissimo purtroppo, ma è un ottimo giocatore che avrebbe i colpi per stare tra i primi dieci al mondo, penso che i suoi limiti siano più che altro caratteriali: a volte il suo atteggiamento è davvero indisponente“. Di eredi all’orizzonte non se ne vedono. “Il tennis è cambiato troppo, non si possono fare paragoni, oggi tirano tutti molto forte ma è anche tutto molto più frenetico e non c’è tempo per pensare, solo Federer lo fa. Peraltro occorre dire che non è solo il tennis a essere cambiato, certo non in meglio, ma tutti gli sport di grido: prendete il calcio, anche quello non mi sembra migliorato e secondo me lì la colpa è di Guardiola, una noia mortale!“.

Lo specchietto retrovisore è sempre l’osservato speciale, in una continua retrospettiva su tennis e vita, che poi sono le due facce della stessa medaglia. “La racchetta mi ha dato tutto e in primis la possibilità di girare il mondo facendo quello che mi piaceva fare. Se mi ha tolto qualcosa? Solo una cosa, ma molto importante: il tempo da dedicare ai miei figli mentre crescevano, perché giocavo quasi tutto l’anno lontanissimo da casa“. E qualche vittoria, aggiungeremmo noi, anche se la carriera di Panatta resterà nella leggenda. “La mia partita più bella è senza dubbio la semifinale del Roland Garros ’76 contro Dibbs, anche meglio della vittoria in finale, mi entrava tutto. La più brutta invece non saprei sceglierla, perché ne ho giocate troppe, però posso indicarvi la più stupida, quella persa nei quarti di Wimbledon ’79 contro Dupre: un calo di tensione che ancora oggi non riesco a spiegarmi, ero convinto che sarei arrivato in finale“.

Attore (per lui cameo ne “La Profezia dell’Armadillo“, tratto da una graphic novel di Zerocalcare), libero cittadino e capofamiglia; lo sguardo sereno e la lingua tagliente, come sempre. “Vivo a Treviso per questioni di cuore ma il cuore, sempre lui, è rimasto a Roma, la città più bella del mondo anche con le buche, che ci sono sempre state. Quello che mi dà fastidio è la sporcizia che la inquina. Impressionante“. Il resto è tempo libero, da sportivo in pantofole (“Ho smesso anche di correre in macchina, dopo i sessantacinque anni non ti rinnovano la licenza) a nonno (“Un’esperienza fantastica, soprattutto perché tutti i problemi sono dei genitori!“). Incorreggibile Adriano.

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Tsitsipas senior: “Il sogno? Wimbledon. E ispirare i ragazzi”

Intervista esclusiva con il papà coach di Stefanos, fresco vincitore delle Next Gen Finals. Un 2018 oltre le aspettative e i piani per il 2019. Gli obiettivi da coach e quelli da genitore

Ilvio Vidovich

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A Milano lo abbiamo visto seguire e supportare dalla tribuna il figlio Stefanos, impegnato nella seconda edizione delle Next Gen Finals. Domenica 11 novembre, il giorno dopo la vittoria del 20enne tennista greco in finale su Alex de Minaur, Apostolos Tsitsipas è stato invece l’ospite e relatore principale della 20esima edizione dell’International Tennis Symposium, il classico appuntamento formativo organizzato dalla Pro Camp MGM ITALIA in collaborazione con la GPTCA di Alberto Castellani al Centro Pavesi di Milano. E grazie proprio alla cortesia degli organizzatori e alla squisita disponibilità di Apostolos, che aveva appena tenuto un intervento di un’ora e mezza, siamo riusciti ad intervistare in esclusiva il coach (e papà) di una delle grandi rivelazioni del circuito ATP nella stagione appena conclusa.

Sig. Tsitsipas, quello che sta per terminare è stato un grande anno per Stefanos. Riavvolgiamo il nastro: lo scorso anno era venuto alle Next Gen Finals di Milano in qualità di riserva. Invece quest’anno ci è tornato da grande favorito, n. 15 del mondo, e le ha vinte.
Il tennis sta cambiando e ci sono delle dinamiche che sono da tenere in considerazione in giocatori di questa età. Il riferimento che lei ha fatto è significativo, perché richiama agli aspetti più delicati che impattano sui giovani giocatori, fattori importanti che influiscono sulla prestazione in campo. Lo scorso anno Stefanos aveva 19 anni. Il suo fisico non era ancora sviluppato, dal punto di vista della mentalità non era ancora sviluppato al 100%, il suo tennis non era ancora sviluppato. Quest’anno invece ha gestito tutto questo al massimo livello. Quello che intendo dire è che quando abbiamo a che fare con dei giocatori giovani è importante stare molto attenti a non creare illusioni, a non arrivare a delle conclusioni affrettate. Non è necessario. Bisogna dare loro un’opportunità, guidarli nel modo giusto, fare il lavoro giusto per metterli in condizione di esprimere le loro migliori qualità. Ma non bisogna correre troppo.

 

Stefanos però quest’anno ha corso tantissimo: ha iniziato l’anno da n. 91, lo finirà da top 15. Visto quello che ci ha appena detto, questa crescita così rapida è stata probabilmente inaspettata. In quest’ottica di avere la giusta gradualità, il piano prevedeva di metterci un anno in più?
Sicuramente se fosse stato necessario aspettare un altro anno, avremmo aspettato. Non l’ho mai forzato, non l’ho mai sovraccaricato con troppo lavoro. Forse le persone credono che Stefanos si alleni venti ore al giorno, che addirittura non dorma per quanto si allena. Assolutamente no. Stefanos si allena intensamente a tennis un’ora e mezza, massimo due ore, al giorno. E un’altra ora la dedica alla preparazione fisica. Il resto è recupero, riabilitazione, ascolto del proprio corpo, lavoro per restare in salute. Tutto questo fa parte delle sue routine quotidiane. Ovviamente nella off-season, in fase di preparazione, lavora di più. Per tornare perciò alla domanda, mi vien da dire che è accaduto. In maniera naturale. Da parte mia non c’è stata alcuna forzatura in tal senso. Non ho mai guardato al ranking o al risultato come primo obiettivo. Io ho questa filosofia di vita, anche in ambito professionale nel tennis: non guardo al risultato, non vedo il giocatore come un veicolo per ottenere un risultato. Io guardo al giocatore innanzitutto come a un essere umano e quindi allo sviluppo della sua personalità attraverso il suo sport. Se le vittorie arrivano dopo questo sviluppo e dopo aver completato lo sviluppo del suo gioco, è perfetto. Se non è così, se non è ancora pronto, allora vuol dire che c’è da aspettare. Bisogna considerare sempre tutti gli aspetti, come dicevo prima. Non puoi forzare qualcuno a fare risultati perché colpisce bene la palla, non è una cosa intelligente da fare. Perciò dico che quello che è successo, è successo naturalmente. E sono contento che sia accaduto a questo punto dell’anno. Perché ovviamente il prossimo anno dovrà giocare gli Slam e i Masters 1000. E lo farà da una posizione privilegiata, perché sarà testa di serie. E allora è importante che adesso lui abbia il tempo per riposare e poi quello necessario per prepararsi al meglio a questa nuova situazione.

Ecco proprio con riferimento alla preparazione per la prossima stagione, e all’obbligo per Stefanos di giocare tutti i maggiori tornei, prima nel suo intervento al Simposio ha sottolineato come sia importante per suo figlio crescere dal punto di vista fisico.
Sì, come ho detto prima è molto importante, dovremo lavorare perché sia pronto ad affrontare quest tornei, perché sarà più dura per lui. Perché arriverà lì e giocherà, non da favorito, ma come un giocatore che deve crescere. In tanti non lo conoscono ancora molto, i top player non lo conoscono ancora, anche se alcuni li ha già battuti. Sarà veramente dura. Anche perché, di fatto, lui adesso è un top player e tutti vogliono battere un top player, danno il massimo in questi match. Ma proprio queste Next Gen mi hanno detto che Stefanos può affrontare questo tipo di pressione. Qui a Milano lui era la testa di serie n. 1, ha dovuto sopportare la pressione che ne derivava. È stato un grande test da questo punto di vista. E, per me, il più grande successo che ha ottenuto in questo torneo. Ho ricevuto il feedback che lui sa gestire questo tipo di pressione. Non credo perciò che faremo dei grossi cambiamenti nella struttura degli allenamenti, continueremo come abbiamo fatto finora, con lo stesso team. Diciamo che potremo lavorare in maniera più specifica, perché adesso ci è più chiaro quali parti del gioco è necessario migliorare. Lui ha delle incredibili basi, lo ha dimostrando giocando ad alto livello contro i top player. Ora avremo un incontro con tutto il team, all’Accademia di Mouratoglu, per definire come impostare il lavoro in questo senso.

Parliamo proprio della collaborazione con Mouratoglu. Prima ha sottolineato come la sua filosofia di lavoro sia quella di far crescere la persona di pari passo con il giocatore. Immagino perciò che la decisione di lavorare con Mouratoglu sia una diretta conseguenza della sua volontà di avere per Stefanos un team di persone che condividano questo tipo di approccio.
Io non conoscevo Patrick. Lo conoscevo da quello che leggevo, dai social media, dalla televisione. Non conoscevo la sua personalità. Mi ha impressionato. Molto. Perché lui è cresciuto, ha sviluppato la sua personalità, passando attraverso un percorso molto, molto duro. Poteva essere un uomo d’affari, suo padre era un importante uomo d’affari in Francia, ma la sua passione era il tennis. E in definitiva, quando hai una passione questa fa venire fuori la tua personalità, vedi veramente chi è quella persona. E quando l’ho conosciuto meglio, mi è piaciuto molto, mi è piaciuta la sua personalità, il modo in cui percepisce se stesso, mi è piaciuta la sua etica riguardo allo sport e alle persone. Veramente, mi affascina. Questo, di fatto, è stato uno dei motivi: la sua filosofia di vita e nel tennis. Perché, di questo sono convinto al 100%, se sei un tennis coach, la cosa più importante è la tua filosofia di vita. Perché la domanda a cui devi rispondere nel tuo lavoro è: qual è la tua filosofia di vita? Se non sai rispondere a questa domanda, come farai ad essere un buon professionista? E Patrick è veramente, come posso dire… particolarmente sensibile e attento al riguardo. Perciò vedo come una cosa molto positiva il poter collaborare assieme.

Le propongo un piccolo gioco. Diciamo che tra un anno ci ritroviamo qui, a fare il bilancio del 2019. Quali obiettivi in particolare, se ce ne sono, le piacerebbe dirmi che Stefanos è stato in grado di raggiungere nell’arco della prossima stagione?
Al momento, a dire il vero, non abbiamo ancora stabilito gli obiettivi per la prossima stagione. Io feci un piano a lungo termine quando iniziammo l’attività junior a livello ITF, ed era relativo al periodo 2013-2018. Quindi fino a quest’anno. L’obiettivo fissato a suo tempo, fermo restando quello che dicevo prima, era quello di arrivare alla top 50. Ci è andata molto meglio, è arrivato alla top 15. Nelle prossime due settimane definiremo i nuovi obiettivi, ma quello che è sicuramente primario è che lui rimanga ai livelli top il più a lungo possibile. Il più a lungo possibile perché è importante giocare ad alto livello, il livello a cui lui è convinto di appartenere. Poi, chiaramente, l’obiettivo è quello di vincere i Major, perché vincere i Major è il sogno di qualsiasi tennista. E per me l’obiettivo principale è quello di vincere Wimbledon. Mi piacerebbe che Stefanos un giorno vincesse Wimbledon. Per me è un torneo che gli si addice, che si addice al suo tennis. Può farcela.

L’ultima domanda non riguarda Stefanos, ma Apostolos. Quali sono le sue sensazioni, da padre e da allenatore, giunto a questo punto del percorso iniziato tanti anni fa quando il piccolo Stefanos le aveva espresso il desiderio di diventare un tennista professionista?
Guardi, proprio ieri sera ho detto a Stefanos che sono veramente contento dei suoi successi. Ma che, come gli ho sempre detto, sono dei passi che deve fare la carriera del tennista professionista. Ma gli ho anche detto che, soprattutto, come padre sono veramente felice e soddisfatto di avere un figlio che sta dimostrando tutte le sue migliori qualità. Perché questa è la cosa più bella per un padre: riuscire a far sì che il figlio sia una bella persona e che possa rappresentare un modello per le generazioni successive. Questo significa cercare di fare qualcosa di buono non solo per lui, non solo per me, ma per la società. Perché la nostra società ha bisogno di questo tipo di impatto positivo da parte dei giovani, mi si passi il termine, campioni: perché i ragazzi più giovani hanno bisogno di questo tipo di ispirazione. La ricevono certamente anche dai genitori, dai coach e dall’ambiente, per molti aspetti. Ma principalmente, se parliamo in ambito sportivo, dagli altri giocatori. Stefanos è stato ispirato da Roger Federer: grande tennista, grande persona. Se guardiamo le nostre vite, anche noi siamo stati ispirati da qualcuno. Se ci voltiamo indietro vediamo che abbiamo tratto ispirazione da persone che hanno rivestito un ruolo importante nella nostra vita, nella nostra crescita come persone. Sarebbe veramente bello e positivo se Stefanos potesse diventare un modello per i ragazzi. E da questo punto di vista sono contento che lui piaccia ai ragazzini e che questo sentimento a sua volta sia ricambiato da Stefanos, veramente con tutta l’anima. Questo è qualcosa che mi rende molto felice.

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Federer tra 2019 e mano dolente: “Il mio dritto tornerà a schioccare”

Lo svizzero fa il bilancio della stagione e rivela i prossimi piani. Solita preparazione a Dubai, quest’anno con Copil. Prima di gennaio deciderà anche se giocare sulla terra

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Dopo la sconfitta a Londra e prima di partire per le vacanze – certo meritate, ma con qualche rimpianto per l’evolversi di una stagione iniziata con la vittoria Slam e la pur breve riconquista della vetta del ranking – Roger Federer fa il punto sull’annata appena conclusa e i suoi programmi a breve termine in un’intervista rilasciata a Tagesanzeiger.

La partenza è stata fantastica, ho giocato egregiamente in Australia. Pertanto, non vedo l’ora di tornarci” esordisce il campione di Basilea. La seconda metà della stagione avrebbe potuto essere migliore. Ho perso alcuni incontri tirati che, forse, avrebbero potuto significare un’inversione di tendenza se avessi vinto. A Parigi oppure a Wimbledon. Ho grandi aspettative su di me e perciò sono un po’ deluso. Ma, nel complesso, sono felice della stagione”. Il richiamo alle occasioni mancate per un soffio porta inevitabilmente a domandargli quale punto rigiocherebbe. Uno dei match point a Indian Wells oppure a Wimbledon è la risposta di Roger che scarta a priori i set point avuti contro Djokovic a Bercy e Millman allo US Open. E aggiunge “non piango sulle opportunità mancate”, ricordando che un anno “ho perso tre incontri con match point a favore”. La memoria selettiva lavora dalla sua parte perché, in realtà, nel 2010 è successo quattro volte.

 

Singoli episodi a parte, il rientro dopo la pausa che ha coinciso con i tornei su terra non è andato come sperato. Il venti volte vincitore Slam aveva già parlato del dolore comparso in quel periodo che non pare ancora completamente superato. “Non deve essere una scusa. Ma ho avuto questo problema alla mano e talvolta mi ha sicuramente spezzato il ritmo. Ciò può crearti confusione nei momenti decisivi quando giochi contro i migliori. Ho sentito fastidio anche a Londra. Spero che il disturbo sparisca del tutto durante la off-season. Di positivo c’è che ho potuto comunque giocare senza che peggiorasse”. A proposito della semifinale contro Zverev alle Finals, gli viene chiesto se non sia stato troppo passivo. “Grazie alla sua violenta prima di servizio, Zverev ti spinge indietro e devi faticare per riuscire a recuperare campo” spiega Roger. “Ma sul 4 o 5 pari del tie-break, prima di tutto devi cercare di entrare nello scambio e aspettare l’occasione giusta per attaccare. Non volevo forzare alla cieca perché so che posso essere superiore da fondocampo. Ma è stato bravo lui”.

VERSO IL 2019 – Per quanto riguarda la preparazione nella off-season, Federer tocca l’argomento caldo, vale a dire il suo dritto. Perché sì, l’età, la rapidità, la percentuale di prime e tutto quanto, ma quello che più ha destato perplessità negli ultimi mesi è stato proprio quel colpo, troppo spesso eccessivamente lavorato e quindi incapace di fare i famosi ‘buchi per terra’. Quasi sicuramente proprio a causa del problema alla mano e della paura di sentire dolore, Federer potrebbe aver inconsciamente cambiato qualcosa nello swing oppure nel timing e adesso si tratta di ritrovarlo. Voglio che il mio dritto torni a schioccare afferma perentorio.

Dopo la vacanza insieme alla famiglia che si protrarrà fino ai primi di dicembre, Roger, che vorrebbe “cercare con più frequenza la via della rete”, si dedicherà al condizionamento fisico con Pierre Paganini a Dubai, oltre al lavoro tecnico-tattico con Luthi e Ljubicic, in compagnia di un altro fortunato invitato. Lo scorso anno toccò ad Auger-Aliassime interpretare il ruolo dello sparring di lusso, quest’anno Federer si allenerà con Marius Copil, affrontato e battuto in finale a Basilea. Valuterà anche se tornare a competere sul rosso in vista di un ritorno al Roland Garros dove manca dal 2015 – decisione che avrà ovviamente effetto sul programma di allenamento. Come aveva modo di spiegare proprio Paganini lo scorso febbraio al New York Times, infatti, se da un lato la scivolata offre il vantaggio di un minor impatto sulle articolazioni, dall’altro provoca molte vibrazioni al loro interno. “Non ce ne accorgiamo dall’esterno, ma per controllare questa scivolata c’è instabilità nel ginocchio, nel piede e nella caviglia”.

Terminata questa fase, Federer volerà a Perth per la Hopman Cup che lo vedrà esordire il 30 dicembre contro la Gran Bretagna in squadra con Belinda Bencic. A quel punto, tutto sarà pronto per l’impossibile assalto al terzo titolo consecutivo a Melbourne. Impossibile come gli ultimi due?

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